Capitolo IX

L’accettazione de concetto cristiano della vita preserva gli uomini dai mali della nostra vita pagana

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La situazione delle nazioni cristiane all’epoca nostra è penosa quanto all’epoca pagana. Sotto molti rapporti e specialmente dal punto di vista dell’oppressione, essa è anche più crudele.

Ma fra la situazione degli uomini del tempo antico e quella degli uomini di oggi c’è la stessa differenza che fra le piante degli ultimi giorni dell’autunno e quelle dei primi giorni della primavera. Là, nella natura autunnale, la decrepitezza apparente corrisponde alla decadenza reale interna; qui, nella primavera, essa è in contraddizione sensibile con lo stato di animazione interna e di passaggio ad una nuova forma di vita.

La stessa cosa avviene per la rassomiglianza tutta esterna della vita pagana e della vita odierna: lo stato morale degli uomini è assolutamente diverso. Là, il regime di servitù e di crudeltà era in perfetto accordo con la coscienza degli uomini, ed ogni passo in avanti aumentava questo accordo; qui il regime è in assoluta contraddizione con la coscienza cristiana ed ogni passo innanzi non fa che aumentare questa contraddizione.

Da ciò risultano sofferenze inutili. Si direbbe un parto laborioso: tutto è pronto per una nuova vita, ma essa tarda ad apparire.

La situazione sembra senza uscita; e tale sarebbe in realtà, se l’uomo non fosse capace, con un concetto più alto della vita, di liberarsi dai legami che sembrano stringerlo solidamente. E questo concetto è quello del cristianesimo, indicato diciotto secoli addietro.

Basterebbe che l’uomo assimilasse questo concetto per veder cadere da sé sole le catene che gli sembrano così forti e per sentirsi tutto a un tratto interamente libero, come l’uccello che prende il volo per la prima volta.

Si parla di affrancare la Chiesa dalla tutela dello Stato, di dare la libertà ai cristiani. In questo c’è uno strano malinteso. La libertà non può essere accordata né tolta ai cristiani: essa è loro proprietà inalienabile; e se si parla di darla o di riprenderla, si tratta evidentemente non dei veri cristiani, ma di quelli che ne hanno soltanto il nome. Il cristiano non può non essere libero, perché nulla e nessuno può arrestare od anche rallentare il suo cammino verso il fine che si è prefisso.

Per sentirsi liberato da ogni potere umano, basterebbe che l’uomo concepisse la sua vita secondo la dottrina del Cristo, cioè, comprendesse che la sua vita non appartiene né a lui stesso, né alla sua famiglia, né alla sua patria, ma soltanto a Colui che gliela diede; e che egli deve, per conseguenza, osservare, non la legge della sua personalità, della sua famiglia o della sua patria, ma la legge, che nulla limita, la legge di Colui donde egli trasse origine. Gli basterebbe comprendere che il fine di ogni vita è di osservare la legge di Dio, perché in presenza di questa legge che tiene luogo di tutte le altre, tutte le leggi umane prendessero il loro carattere obbligatorio.

Il cristiano si affranca dunque da ogni potere umano per il fatto ch’egli considera la legge dell’amore, innata in ogni uomo e resa conscia dal Cristo, come l’unica guida della vita. Egli può essere bersagliato dalla violenza, privato della sua libertà materiale, dominato dalle passioni (colui che commette il peccato è schiavo del peccato), ma egli non può non essere libero, egli non può essere costretto, da qualche pericolo o da qualche minaccia, a commettere un’azione contraria alla sua coscienza. Egli non può esservi costretto perché le privazioni e le sofferenze che sono così forti contro gli uomini dal concetto sociale della vita, non hanno azione su lui. Le privazioni e le sofferenze che tolgono agli uomini dal concetto sociale la felicità per la quale vivono, lungi dal compromettere quella del cristiano, che risiede nell’adempimento della volontà di Dio, la rendono al contrario più intensa, perché egli soffre per Dio.

Ecco perché il cristiano non può adempiere ai comandamenti della legge esterna, quando non sono di accordo con la legge divina dell’amore, come avviene per le esigenze dei governi, e non può neanche sottomettersi a chicchessia o a checchessia, né riconoscere alcuna soggezione.

La promessa di soggezione a qualsivoglia governo – quest’atto che si considera come la base della vita sociale – è la negazione assoluta del cristianesimo, perché promettere anticipatamente di essere sottomesso alle leggi elaborate dagli uomini, significa tradire il cristianesimo il quale non riconosce, per tutte le occasioni della vita, che la sola legge divina dell’amore.

Al tempo dell’antico concetto, si poteva promettere di adempiere la volontà del potere senza infrangere quella di Dio che consisteva nella circoncisione, nell’osservanza del giorno del sabato, nell’astensione da certi cibi. L’una non contraddiceva l’altra. Ecco appunto ciò che distingue la religione cristiana da quelle che l’hanno preceduta. Essa non chiede all’uomo certi atti negativi esterni, ma lo mette rispetto ai suoi simili in un’altra posizione dalla quale possono risultare atti molto diversi che non si potrebbero definire anticipatamente. Ecco perché il cristiano non può promettere di adempiere una volontà estranea senza sapere in che cosa essa consisterà, né ubbidire alle leggi umane variabili, né promettere di fare o di non fare qualcosa in un dato tempo, perché egli ignora in quale momento la legge cristiana dell’amore, per cui egli vive, gli chiederà qualche cosa e che cosa gli chiederà. Con questa promessa il cristiano dichiarerebbe che la legge di Dio non è più la sola legge della sua vita.

Il cristiano, che promettesse di obbedire alle leggi umane, sarebbe come un operaio che, entrando al servizio di un padrone, promettesse allo stesso tempo d’ubbidire agli ordini di uno straniero. Non si possono servire due padroni alla volta.

Il cristiano si affranca dal potere umano col fatto che riconosce soltanto la volontà di Dio. E questo affrancamento si compie senza lotte, non con la distruzione delle forme attuali della vita, ma con la modificazione del concetto della vita. Questo affrancamento si produce perché il cristiano, sottomesso alla legge dell’amore rivelatagli dal Maestro, considera ogni violenza come inutile e colpevole, ed anche perché le privazioni e le sofferenze che padroneggiano l’uomo sociale, non sono per lui che le condizioni inevitabili dell’esistenza e perché sopporta pazientemente, senza ribellarsi, le malattie, la carestia e le altre calamità.

Il cristiano agisce secondo la profezia applicata al suo Maestro: “Egli non contenderà e non griderà; e nessuno udrà la sua voce sulle piazze. Egli non stritolerà la canna rotta, e non spegnerà il lucignolo fumante; finché abbia messo fuori il giudizio in vittoria”. (S. Matteo, XII, 19-20).

Il cristiano non disputa con nessuno, non attacca nessuno, non adopera violenze con nessuno. Al contrario, sopporta la violenza con rassegnazione, e libera in tal modo sé stesso, e libera il mondo da ogni potere esterno.

“Conoscete la verità e la verità vi farà liberi.” Se fosse dubbio che il cristianesimo è una verità, la libertà perfetta, senza restrizione che l’uomo prova appena si assimila il concetto cristiano della vita, sarebbe una prova indiscutibile della sua verità.

Gli uomini nel loro stato attuale somigliano ad uno sciame sospeso ad un ramo. La sua situazione è provvisoria e deve assolutamente essere cambiata. Bisogna che esso voli e cerchi un’altra abitazione. Ogni ape lo sa e desidera modificare questa situazione, ma esse sono attaccate le une alle altre e non possono volare tutte insieme, e lo sciame rimane sospeso. Parrebbe che non vi fosse via di uscita né per le api, né per gli uomini presi nella rete del concetto sociale. Non ve ne sarebbe, infatti, per le api, se ciascuna non fosse provvista di ali; non ve ne sarebbe per gli uomini, se ciascuno non fosse dotato della facoltà di assimilarsi il concetto cristiano.

Se nessuno apprendesse il volo senza aspettare le altre, lo sciame non cambierebbe mai posto; e se l’uomo che si è assimilato il concetto cristiano non vivesse secondo questo concetto, l’umanità non cambierebbe mai situazione. Ma come basta che un’ape apra le ali e voli via perché una seconda, una terza, una decima, una centesima la seguano e perché tutto lo sciame si sollevi liberamente, così basterebbe ad un solo uomo di vivere secondo l’insegnamento del Cristo perché un secondo, un terzo, un centesimo seguano il suo esempio e perché sparisca il cerchio vizioso della vita sociale, dove non si vedeva uscita.

Ma gli uomini trovano questo mezzo troppo lungo e ne cercano un altro che possa liberarli tutti in un solo colpo. Sarebbe come se le api trovassero troppo lungo lo staccarsi ad una ad una e volessero che tutto lo sciame prendesse il volo in un colpo solo. Ma ciò è impossibile, e finché la prima, la seconda, la terza, la centesima non avranno spiegate le ali e non saranno volate via, tutto lo sciame resterà immobile. Finché ogni cristiano non vivrà isolatamente secondo la sua dottrina, le nuove forme della vita non si stabiliranno.

Uno tra i fenomeni più strani del tempo nostro è che la propaganda della servitù fatta dai governi che ne hanno bisogno, è fatta ugualmente dai partigiani delle teorie sociali che si considerano come gli apostoli della libertà.

Questi uomini annunziano che il miglioramento delle condizioni della vita, l’accordo della realtà e della coscienza si farà non in conseguenza degli sforzi personali d’individui isolati, ma con una riorganizzazione violenta della società, che si produrrà da sé, non si sa come. Essi ci dicono che non dobbiamo camminare verso il fine con le nostre proprie gambe, ma che bisogna aspettare che si introduca sotto ai nostri piedi una specie di pavimento mobile che ci porterà dove dobbiamo andare. Ecco perché dobbiamo rimanere fermi e rivolgere tutti i nostri sforzi verso la creazione di questo pavimento immaginario.

Dal punto di vista economico, si sostiene una teoria che può essere formulata così: “Più si peggiora, meglio è”. Si dice che quanto maggiore sarà il concentramento dei capitali e per conseguenza diverrà più grande l’oppressione dei lavoratori, tanto più vicina sarà la liberazione. Ogni sforzo personale per liberarsi dall’oppressione del capitale è dunque inutile. Dal punto di vista politico, si predica che maggiore sarà il potere dello Stato che deve impadronirsi del dominio ancora libero della vita domestica, tanto meglio le cose andranno; ecco perché bisogna chiedere l’intervento del governo nella vita domestica. Dal punto di vista delle politica internazionale, si afferma che l’aumento dei mezzi di distruzione condurrà alla necessità del disarmo per mezzo di congressi, di tribunali di arbitrato, ecc. E, cosa strana! l’inerzia degli uomini è tale che essi accettano queste teorie, benché tutto il corso della vita, ogni passo in avanti provi la loro falsità.

Gli uomini soffrono per l’oppressione, e si dà loro il consiglio di cercare, per migliorare la loro situazione, dei mezzi generali che saranno applicati dal potere al quale devono continuare a sottomettersi. Nondimeno, è cosa evidentissima che così non si farebbe altro che aumentare la forza del potere e l’intensità dell’oppressione. Nessun altro errore degli uomini li allontana altrettanto dal fine a cui aspirano. Essi fanno ogni specie di tentativi ed inventano ogni specie di mezzi complicati per cambiare la situazione, ma non fanno ciò che sarebbe più necessario, non adoperano il mezzo più semplice, che consiste nel non fare ciò che crea questa situazione.

Mi hanno raccontato la storia di un audace commissario di polizia che, arrivando in un villaggio nel quale i contadini si erano ribellati e dove erano chiamate delle truppe, ebbe l’idea di reprimere la rivolta alla Niccolò I, solo, con la sua sola influenza personale. Egli ordinò che fossero portati alcuni carri di canne, e chiudendosi in un granaio coi mugichi, li atterrì talmente con le sue imprecazioni che li obbligò a fustigarsi a vicenda. Questa esecuzione continuò fino al momento in cui un giovane melenso ricusò di lasciar fare e consigliò agli altri di resistere. Allora soltanto il supplizio cessò ed il commissario dovette fuggire.

Gli uomini non sanno appunto decidersi a seguire questi consigli di un piccolo melenso. Essi continuano a fustigarsi da loro stessi e dichiarano che in ciò consiste l’ultima parola della saggezza umana.

La docilità con la quale gli uomini del nostro tempo si sottomettono a funzioni che li riducono in schiavitù e specialmente al servizio militare obbligatorio, non è forse il più sorprendente esempio di esecuzione volontaria? Gli uomini si mettono loro stessi sotto al giogo: soffrono, ma credono che debba avvenire così e che ciò non impedirà la liberazione dell’umanità, che si prepara in qualche luogo, non si sa come, e nonostante l’oppressione sempre crescente.

Infatti, l’uomo moderno, quale che sia (non parlo del vero cristiano), istruito od ignorante, credente od ateo, ricco o povero, ammogliato o celibe, vive occupato nelle sue faccende o nei suoi piaceri, consumando il frutto del suo lavoro o quello del lavoro altrui, temendo la povertà e le privazioni, l’odio e le sofferenze. Egli vive così, tranquillamente. Ad un tratto, alcuni individui penetrano in casa sua e gli dicono: “1° Prometti e giura che ci obbedirai servilmente in tutto ciò che ti ordineremo, e che considererai come verità indiscutibili tutto ciò che immagineremo e decideremo e che chiameremo leggi; 2° dacci una parte del prodotto del tuo lavoro affinché, con questo denaro, noi ti manteniamo in servitù e t’impediamo di resistere ai nostri ordini con la violenza; 3° scegli, eleggi o fatti eleggere come preteso partecipante al governo, sapendo benissimo che l’amministrazione si effettuerà indipendentemente dai discorsi stupidi che tu pronunzierai nelle assemblee di uomini tuoi pari, e che essa non sarà fatta che secondo la volontà di coloro che hanno nelle mani la forza armata; 4° vieni a certe date in tribunale e partecipa a tutte le crudeltà insensate che noi commettiamo sopra uomini fuorviati o corrotti da noi stessi, sotto forma di imprigionamento, di reclusione e di esecuzione; 5° infine e soprattutto, per quanto buoni siano i tuoi rapporti con gli uomini delle altre nazioni, appena te l’ordineremo, considerali come tuoi nemici e concorri personalmente o per mezzo di un mercenario a rovinarli, a farli prigionieri, ad ucciderli, uomini, donne, fanciulli, vecchi, forse anche i tuoi compatrioti e perfino i tuoi parenti, se occorre.”

Che cosa potrebbe rispondere ogni uomo di senno?

Ma perché dovrei farlo? dovrebbe dire; perché dovrei promettere di ubbidire oggi a Salisbury, domani a Gladstone; oggi a Boulanger, domani ad una camera composta di uomini simili a Boulanger; oggi a Pietro III, domani a Caterina II, dopodomani all’impostore Pugatscev; oggi al pazzo re di Baviera, domani a Guglielmo? perché dovrei promettere di ubbidire ad uomini notoriamente cattivi o leggeri, o che mi sono affatto ignoti? perché, sotto forma d’imposta, dovrei lascere loro il prodotto delle mie fatiche, sapendo che questo denaro serve a comprare funzionari, a fabbricare prigioni e chiese, a mantenere l’esercito ed altre cattive cose destinate ad opprimermi? perché dovrei battermi con le verghe da solo? perché perdendo il mio tempo, accecandomi da me stesso ed attribuendo ai violenti una parvenza di legittimità, dovrei partecipe alle elezioni e fingere di partecipare all’amministrazione, quando so in modo da non poterne dubitare che l’amministrazione dello Stato è fra le mani di coloro che dispongono dell’esercito? Perché dovrei partecipere al castigo di uomini fuorviati, sapendo, se sono cristiano, che la legge della vendetta è sostituita dalla legge dell’amore, e, se sono un uomo colto, che il castigo non migliora gli uomini, ma anzi li rende peggiori? Perché dovrei andrei in persona o per mezzo di un altro ad uccidere e spogliare, esponendomi da me stesso al pericolo della lotta, semplicemente perché le chiavi del tempio di Gerusalemme sono presso il tale o il tale altro arcivescovo, o perché il tale tedesco e non il tale altro deve essere principe in Bulgaria, o perché le foche sono prese dai pescatori inglesi e non dai pescatori americani? E soprattutto perché andrei io stesso o con una forza armata da me pagata, ad aiutare l’oppressione e l’assassinio dei miei fratelli o di mio padre? Tutto ciò mi è inutile, nocivo, e tutto ciò è la conseguenza di un principio immorale e vile. Se mi dite che senza tutto questo io dovrei sopportare delle violenze, mi sembra certo prima di ogni cosa, che nulla è più crudele di ciò ch’io subisco obbedendovi; poi è cosa evidente che non vi sarebbe nessuno per fracellarci, se non lo facessimo noi stessi. Poiché il governo è formato di sovrani, di ministri, di funzionari, armati di penne, che non possono, per loro stessi, obbligarmi a nulla, come il commissario per i mugichi; non sono loro che mi trascineranno a forza dinanzi ad un tribunale, in prigione, al patibolo, ma bensì uomini pari miei, nella stessa condizione mia ed ai quali essere fustigati spiace quanto a me. È dunque probabile che, se io apro loro gli occhi sulla nostra posizione, non solo non mi useranno alcuna violenza ma, al contrario, seguiranno il mio esempio.

Ma, supponendo che io debba soffrire per questo motivo, anche allora sarebbe più vantaggioso per me essere deportato od imprigionato, difendendo il buon senso e il bene, piuttosto che soffrire per l’imbecillità ed il male che devono sparire domani, se non oggi.

Sembra ragionevole supporre che, in mancanza del sentimento religioso o morale, il semplice ragionamento ed il calcolo dovrebbero condurre ogni uomo ad agire così. Ebbene, no. Gli uomini dal concetto sociale trovano inutile ed anzi nocivo agire così per affrancarsi dalla schiavitù, e che, come i mugichi di poco fa, noi dobbiamo continuare a fustigarci gli uni gli altri, consolandoci col fatto che ciarliamo nelle assemblee e nelle riunioni, che formiamo delle società operaie, che festeggiamo il 1° maggio, che congiuriamo e che, in segreto, facciamo gli sberleffi al governo che ci frusta.

Nulla si oppone tanto all’affrancamento degli uomini, quanto questo traviamento inconcepibile. Invece di spingere ogni uomo a liberarsi da sé medesimo, cambiando il proprio concetto della vita, si cerca un modo generale esterno, e non si fa altro che incatenarsi più strettamente. Sarebbe come se, per fare del fuoco, si volessero disporre i pezzi di carbone in modo da farli accendere tutti in una volta.

Eppure diviene sempre più evidente che l’affrancamento degli uomini si produrrà precisamente con l’affrancamento di ogni individuo. Questo affrancamento d’individui isolati, nel nome del concetto cristiano, nei tempi andati fenomeno molto raro e che passava inosservato, è divenuto molto più frequente in questi ultimi anni ed assai più pericoloso per il potere.

Se avveniva, nel tempo antico, all’epoca romana, che un cristiano rifiutasse di prender parte ai sacrifici o di inchinarsi davanti agli imperatori o agli idoli o, nel medio evo, di prosternarsi davanti alle icone o di riconoscere il potere del papa, questi casi erano eccezionali: l’uomo poteva essere posto nella necessità di confessare la sua fede, ma poteva anche terminare la sua vita senza essere stato messo una sola volta in presenza di quest’obbligo.

Oggi tutti gli uomini senza eccezione sono sottomessi a queste prove della fede. Essi devono partecipare alle crudeltà della vita pagana o rifiutarvisi. Inoltre, nei tempi antichi, il rifiuto di prosternarsi innanzi agli dei, alle icone o al papa non aveva una importanza considerevole per lo Stato, poiché il numero dei credenti o degli increduli non poteva influire sulla sua potenza. Invece oggi il rifiuto di soddisfare alle esigenze anticristiane dei governi minaccia il loro potere nel suo principio medesimo, poiché esso è fondato su queste esigenze.

Il corso della vita ha condotto i governi ad una situazione tale che, per mantenersi, essi devono chiedere agli uomini degli atti che sono in disaccordo con la vera dottrina cristiana. Ecco perché ogni vero cristiano compromette l’esistenza dell’organizzazione sociale odierna e deve produrre infallibilmente l’affrancamento di tutti.

Che importanza si può attribuire al rifiuto di alcune dozzine di pazzi, come li chiamano, di prestare giuramento al governo, di pagare le imposte, di partecipare alla giustizia e di servire nell’esercito? Si punisce questa gente, si manda all’ergastolo, e la vita continua il suo corso come prima. Eppure, sono questi fatti che più di ogni altra cosa compromettono il potere e preparano l’affrancamento degli uomini. Sono le api isolate, staccatesi prime dallo sciame, che volteggiano intorno, aspettando, ciò che non può tardare, che tutto lo sciame si stacchi a poco a poco. Ed i governi lo sanno e temono questi esempi più che non temano tutti i socialisti, i comunisti e gli anarchici con le loro congiure e la loro dinamite.

Un nuovo regno incomincia: è regola che tutti i sudditi prestino giuramento al nuovo sovrano. A tal uopo, li riuniscono tutti nelle chiese. Ed ecco che un uomo a Perma, un altro a Tula, un terzo a Mosca, un quarto a Kaluga, dichiarano di rifiutarsi di prestare giuramento, e tutti e quattro, senza essersi prima messi d’accordo, spiegano il loro rifiuto nello stesso modo, cioè che secondo la legge cristiana è proibito giurare e che, se anche il giuramento fosse lecito, essi non potrebbero, secondo lo spirito di questa legge, promettere di compiere le cattive azioni che loro si chiedono nella formula del giuramento, come: denunciare chiunque compromettesse gli interessi del governo, difenderlo con le armi ed attaccare i suoi nemici. Li conducono davanti ai commissari, ai preti, ai governatori; tentano di far loro intendere ragione, li pregano, li minacciano, li puniscono, ma essi restano irremovibili e non prestano giuramento. Così, in mezzo a milioni di uomini che hanno prestato giuramento, vivono alcuni uomini che non l’hanno fatto.

E se si chiede loro: Come! non avete prestato giuramento?

– No, non abbiamo prestato giuramento.

– E non vi è accaduto nulla?

– Nulla.

Tutti i sudditi sono obbligati a pagare le imposte e tutti le pagano. Ma un uomo a Carcov, un altro a Tver, un terzo a Samara, rifutano tutti per lo stesso motivo. Uno dice che non pagherà se non quando gli avranno detto a che cosa è destinato il denaro che gli si chiede. Se si tratta di opere buone, egli darà da sé e più di quanto gli si chiede. Se si tratta di opere cattive, non darà nulla volontariamente, perché, secondo la legge del Cristo, che egli professa, non può concorrere a fare il male. In altri termini, gli altri dicono lo stesso. Coloro che possiedono qualche cosa, sono costretti a pagare con la forza; coloro che non hanno nulla, sono lasciati in pace.

– Allora, tu non hai pagato le imposte?

– No.

– E non ti è accaduto nulla?

– Nulla.

Hanno stabilito i passaporti. Tutti coloro che lasciano il luogo della loro residenza sono obbligati a provvedersene ed a pagare una tassa a questo fine. Tutto ad un tratto, da diversi luoghi, appaiono degli uomini che rifiutano di servirsi di passaporti e di pagare la tassa, affermando che ciò è inutile e che non si deve dipendere da un governo fondato soltanto sulla violenza. Anche in questo caso le autorità sono impotenti. Mettono in prigione quegli uomini, ma poi li lasciano, ed essi vivono senza passaporti.

Tutti i contadini sono obbligati ad adempiere certe funzioni di polizia: centurione, decurione, ecc. Ma a Carcov, un contadino rifiuta di adempiere a questa funzione, dando per motivo che la legge cristiana da lui professata proibisce di legare, d’imprigionare, di condurre da un luogo ad un altro chicchessia. Lo stesso fatto si riproduce a Tver, a Tambov. Questi contadini sono ingiuriati, battuti, imprigionati, ma essi rimangono fermi e non vanno contro la loro fede. E si cessa di sceglierli come centurioni e di nuovo “nulla”.

Tutti i cittadini devono partecipare alla giustizia come giurati. Ed ecco delle persone appartenenti alle classi più diverse: carrozzieri, professori, negozianti, mugichi, nobili, che rifiutano queste funzioni fondandosi, come se si fossero data la parola di ordine, non su motivi riconosciuti dalla legge, ma sul fatto che il tribunale stesso, secondo la loro credenza, è illegittimo, anticristiano e non deve esistere. Le autorità li assoggettano ad ammende, procurando di non lasciar loro esprimere pubblicamente le ragioni del rifiuto e li sostituiscono con altri. Si procede nello stesso modo con coloro che, per la stessa ragione, rifiutano di essere testimoni. Anche qui “nulla”.

Tutti i giovani di 21 anni sono soggetti alla leva. Ad un tratto, un giovane a Mosca, un altro a Tver, un terzo a Carcov, un quarto a Kiev, come se si fossero intesi prima, si presentano all’ufficio di reclutamento e dichiarano di non volere né prestare giuramento, né servire, perché sono cristiani.

Ecco uno dei primi casi che io conosco personalmente di questi rifiuti che divengono sempre più frequenti.1

Un giovane di cultura media rifiuta il servizio, al municipio di Mosca. Non si bada alle sue parole e gli si chiede come agli altri di pronunziare il giuramento. Egli rifiuta indicando il luogo esatto del Vangelo che proibisce di giurare. Non si bada neanche questa volta a ciò che egli dice e si pretende che si conformi alla regola, ma egli rifiuta. Allora lo si considera come un settario che intende male il cristianesimo, cioè diversamente da come lo intendono i preti pagati dallo Stato. Lo si manda dunque dai preti. Questi lo catechizzano, ma le loro esortazioni a rinnegare il Cristo nel nome del Cristo rimangono senza effetto sul giovane, e lo si incorpora nell’esercito segnalandolo come incorreggibile. Egli continua a non prestare giuramento e rifiuta apertamente di adempiere ai doveri militari.

Questo caso non è previsto dalla legge. Non è possibile tollerare che uno non si sottometta agli ordini dell’autorità, ma non è neanche possibile mettere questo caso fra le insubordinazioni ordinarie. Dopo un conciliabolo, le autorità militari, per sbarazzarsi di questo giovane incomodo, si decidono a riconoscerlo come rivoluzionario e lo mandano sotto scorta alla polizia segreta. I poliziotti ed i gendarmi lo interrogano, ma nulla di tutto ciò che egli dice può essere incluso in alcuna categoria dei delitti che sono nelle loro attribuzioni, e non è possibile accusarlo di alcun atto rivoluzionario, poiché dichiara che non vuole distruggere nulla, ma che anzi condanna ogni violenza. D’altronde egli non nasconde le sue opinioni e cerca piuttosto l’occasione per formularle apertamente. Ed i gendarmi, benché la legalità non li preoccupi affatto, non trovando nessun motivo di accusa, lo restituiscono come il clero alle autorità militari. I capi si consultano di nuovo e decidono d’iscrivere e d’incorporare il giovane nell’esercito, benché non abbia prestato giuramento. Egli è vestito e diretto sotto scorta verso il luogo in cui si trova il distaccamento al quale è destinato. Il capo del distaccamento gli chiede alla sua volta l’adempimento dei doveri militari, e il giovane rifiuta di nuovo e in presenza degli altri soldati dichiara che non può, come cristiano, prepararsi all’assassinio, già proibito dalla legge di Mosé.

Questo incidente è avvenuto in una città di provincia. Esso desta l’interesse, la simpatia, non solo delle persone estranee all’esercito, ma anche degli ufficiali; cosicché i capi esitano ad adoperare le misure disciplinari applicate ordinariamente contro l’insubordinazione.

Nondimeno, per la forma, il giovane è messo in prigione e si scrive all’amministrazione militare superiore per chiedere istruzioni. Dal punto di vista ufficiale, il rifiuto di servire nell’esercito a cui appartiene lo stesso zar, e che è benedetto dalla chiesa, è una follia. Da Pietroburgo si scrive dunque che, secondo tutte le apparenze, il giovane, avendo probabilmente perduto la ragione, bisogna, senza ricorrere a misure di rigore, mandare a farlo osservare e curare in un manicomio. Ve lo mandano con la speranza che ci rimanga lungo tempo, come dieci anni addietro avvenne a Tver ad un altro giovane che aveva rifiutato il servizio militare e che torturarono, nel manicomio, finché non si sottomise. Ma questo mezzo non riesce sempre. I medici esaminano il giovane, s’interessano al suo caso e finalmente, non trovando in lui nessun sintomo di alienazione mentale, lo rimandano alle autorità militari. Lo incorporano, avendo l’aria di non ricordarsi né del suo rifiuto, né dei motivi che egli addusse. Lo mandano di nuovo agli esercizi e, di nuovo, in presenza degli altri soldati, egli rifiuta di sottomettervisi, invocando le medesime ragioni.

L’affare attira sempre di più l’attenzione dei soldati e degli abitanti della città. Si scrive di nuovo a Pietroburgo e questa volta si riceve l’ordine di mandare il recalcitrante nell’esercito che occupa le regioni di frontiera in Asia, esercito sul piede di guerra, dove si può fucilare per rifiuto di obbedienza e dove questo genere di affari passa inavvertito, perché, in quei paesi lontani vi sono pochissimi Russi e cristiani, ma molti maomettani ed idolatri. E si fa così. Il giovane è mandato nell’esercito della regione transcaucasica, in compagnia di delinquenti e sotto il comando di un capo noto per la sua severità.

Durante tutte queste peregrinazioni l’infelice è trattato duramente, gli si fa subire il freddo, la fame, la sporcizia; in una parola, gli si fa soffrire il martirio. Ma tutte queste sofferenze non scuotono la sua risoluzione.

Di là dal Caucaso, quando lo mandano come sentinella, di nuovo egli rifiuta di ubbidire. Non rifiuta di mettersi al posto, ma rifiuta di prendere il fucile, dichiarando che in nessun caso farà violenza ad alcuno. Come tutto, ciò avviene in presenza di altri soldati, non è possibile lasciare impunita questa disobbedienza. Il giovane è processato per insubordinazione e condannato a due anni di prigione militare. Di nuovo, lo mandano, a tappe, in compagnia di volgari delinquenti, nel Caucaso dove è messo in prigione e lasciato in balia del carceriere. Lo martirizzano durante diciotto mesi, ma rimane irremovibile nella sua risoluzione di non portare le armi e ne fa conoscere la ragione a tutti coloro che lo circondano. Alla fine del secondo anno lo rimettono in libertà,e, per sbarazzarsene al più presto possibile, lo congedano prima del termine, contando contrariamente alla legge, come tempo di servizio, gli anni passati in prigione.

Gli stessi fatti si sono prodotti in diverse parti della Russia, e sempre l’azione del governo è stata così timida, esitante e segreta. Alcuni di questi insubordinati sono mandati nei manicomi; altri sono addetti agli uffici militari; altri sono mandati in servizio in Siberia; altri sono incorporati tra le guardie forestali; altri sono chiusi in prigione o condannati ad una ammenda. In questo momento parecchi di loro sono tuttavia in prigione, non per avere negato il diritto del governo, ma per non avere obbedito agli ordini dei loro capi militari. Così, recentemente, un ufficiale della riserva che non ha indicato il luogo della sua dimora e che ha dichiarato di non voler più servire nell’esercito, fu condannato, per disobbedienza alle autorità, ad un’ammenda di 30 rubli, che d’altronde egli rifiutò di pagare di buon grado. Pure recentemente, parecchie reclute e soldati, che rifiutarono di prendere parte agli esercizi e di armarsi, furono messi nella sala di disciplina per insubordinazione.

Questi casi di rifiuto di adempire agli ordini del governo contrari al cristianesimo, si producono in questi ultimi tempi, non solo in Russia, ma anche altrove. Così, io so che in Serbia i membri della setta chiamata Nazoren rifiutano costantemente di sottomettersi al servizio militare, ed il governo lotta invano con loro da parecchi anni, imprigionandoli. Nel 1885 vi furono centotrenta di questi rifiuti. Io so che in Svizzera sono stati rinchiusi dal 1890 in poi, nel forte, di Chillon, per avere rifiutato di sottomettersi al servizio militare, molti uomini che nonostante ciò sono rimasti fermi nelle loro risoluzioni. Lo stesso rifiuto si è verificato in Svezia ed i colpevoli sono stati pure imprigionati, ed il governo ha nascosto accuratamente questi casi al popolo. Vi sono anche stati dei casi simili in Prussia. Io so che un sottoufficiale della guardia dichiarò, a Berlino, nel 1891, che, come cristiano, egli non poteva continuare a servire; e malgrado le esortazioni, le minacce e le punizioni, egli si ostinò nella sua risoluzione. In Francia, nel Mezzogiorno, è sorta negli ultimi tempi una comunità che porta il nome di Hinschist (queste informazioni sono prese dal Peace Herald, luglio 1891), i cui membri respingono il servizio militare, fondandosi sui principi cristiani. Da prima, li incorporavano nel servizio delle ambulanze, ma oggi, a misura che il caso diviene più frequente, essi sono puniti per insubordinazione, e, nonostante ciò, essi rifiutano sempre di portare le armi.

I socialisti, i comunisti, gli anarchici con le loro bombe, le loro sommosse, le loro rivoluzioni, sono lungi dall’essere così pericolosi per i governi con questi uomini isolati che proclamano da ogni parte il loro rifiuto, fondandosi sulla stessa dottrina conosciuta da tutti.

Ogni governo sa come e con quali mezzi difendersi dai rivoluzionari; così, non teme i suoi nemici esterni. Ma, che cosa mai può esso fare contro gli uomini che dimostrano l’inutilità, anzi il male di ogni autorità, che non combattono il governo, ma l’ignorano semplicemente, possono farne a meno, e, per conseguenza, rifiutano di parteciparvi?

I rivoluzionari dicono: “L’ordinamento sociale attuale pecca per questo e per questo che bisognerebbe sopprimere e sostituire con quest’altro”. Il cristiano dice: “Io non mi occupo dell’ordinamento sociale, ignoro se è buono o cattivo, e non voglio distruggerlo, precisamente perché non so se sia buono o cattivo; ma, per lo stesso motivo, io non voglio neppure sostenerlo; – e non solo non voglio, ma non posso, perché ciò che mi si domanda è contrario alla mia coscienza. Ora, tutti gli obblighi del cittadino sono contrari alla coscienza del cristiano, ed il giuramento, e le imposte, e la giustizia, e l’esercito; ed è su questi obblighi che si fonda tutto il potere dello Stato.”

I nemici rivoluzionari lottano esternamente contro il governo, mentre i cristiani, senza lotta, distruggono internamente tutti i principi sui quali riposa lo Stato.

Nel popolo russo in mezzo al male, soprattutto da Pietro I in poi, la protesta del cristianesimo contro lo Stato non è mai cessata; nel popolo russo, il cui ordinamento sociale è tale che gli uomini se ne vanno a comunità intere in Turchia, in Cina, in paesi inabitati, e che, lungi dal sentire la necessità di un governo, lo considerano sempre come un peso inutile che si sopporta soltanto, sia turco, russo o cinese; nel popolo russo l’affrancamento cristiano della sottomissione al governo si manifesta in questi ultimi tempi, a casi isolati sempre più frequenti. Queste manifestazioni sono tanto più pericolose per il governo, in quanto i manifestanti appartengono spesso alle classi medie e superiori, e spiegano il loro rifiuto, non più con una religione mistica e settaria come prima, accompagnandola di pratiche superstiziose e fanatiche, come fanno i “suicidati col fuoco”, oppure i beguni, ma lo motivano appoggiandosi sulle verità più semplici, comprese e riconosciute da tutti.

Così si rifiuta il pagamento delle imposte, perché adoperate in atti di violenza. Si rifiuta il giuramento, perché promettere di ubbidire alle autorità, cioè ad uomini che adoperano la violenza, è contrario al senso della dottrina cristiana, e perché, in ogni caso, ciò è proibito dal Vangelo. Si rifiutano le funzioni di polizia, perché è proibito al cristiano adoperare la violenza contro i suoi fratelli. Si rifiuta di partecipare alla giustizia, perché essa adempie alla legge della vendetta, inconciliabile con la legge del perdono e dell’amore cristiano. Si rifiuta di sottomettersi al servizio militare, perché il cristiano non deve uccidere.

Tutti questi motivi di rifiuto sono così giusti che, per quanto autoritari siano i governi, non possono punire apertamente chi li adduce. Per farlo, bisogna negare assolutamente la ragione ed il bene, ed i governi affermano, al contrario, che il loro potere si fonda precisamente sulla ragione e sul bene.

Che cosa possono fare i governi contro questi insubordinati?

Infatti, essi possono mettere a morte, imprigionare e deportare a perpetuità tutti coloro che desiderano rovesciarli con la forza; possono coprire di oro e comprare gli individui dei quali hanno bisogno; possono sottomettere al loro potere milioni di uomini armati, pronti ad uccidere i loro nemici. Ma che cosa possono contro uomini che non volendo né distruggere né creare nulla, non hanno che un solo desiderio, non fare nulla che sia contrario alla legge del Cristo, e rifiutano, per questo motivo, di adempire agli obblighi più elementari e, per conseguenza, più necessari ai governi?

Se fossero rivoluzionari predicanti e praticanti la violenza e l’assassinio, la repressione sarebbe facile: una parte potrebbe essere comprata; un’altra ingannata; un’altra atterrita; e coloro coi quali nessuno di questi mezzi riuscisse, si farebbero passare per delinquenti, nemici della società; sarebbero imprigionati, sarebbero messi a morte, e la folla approverebbe. Se fossero dei fanatici, appartenenti a qualche setta speciale, sarebbe facile, grazie alle superstizioni mischiate alla loro dottrina, confutare allo stesso tempo la verità che essa contiene. Ma che fare con uomini che non predicano né la rivoluzione, né alcun dogma religioso, ma rifiutano, semplicemente perché non vogliono far male a nessuno, il giuramento, le imposte, la partecipazione alla giustizia, il servizio militare, obblighi che sono la base dello Stato attuale? Che si può far loro? Comprarli è impossibile: lo stesso rischio a cui si espongono volontariamente dimostra il loro disinteresse. Ingannarli, affermando che Dio ha ordinato ciò che loro si chiede è ugualmente impossibile, perché il loro rifiuto è fondato sulla legge di Dio, chiara ed indiscutibile, professata egualmente da coloro che vogliono costringere questi uomini ad agire contrariamente al suo spirito. Impaurirli per via di minacce è ancora meno possibile, perché le privazioni e le sofferenze che subiranno non faranno che aumentare il loro desiderio di seguire la legge divina che dice di ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini e di non temere coloro che possono uccidere il corpo, ma di temere coloro che possono uccidere il corpo e l’anima. Imprigionarli a perpetuità o metterli a morte è del pari impossibile: questi uomini hanno un passato, degli amici; il loro modo di pensare e di agire è noto, tutti sanno che essi sono buoni e docili e non si può farli passare per delinquenti che bisogna sopprimere nell’interesse della società. E l’esecuzione di uomini riconosciuti da tutti come buoni farebbe nascere dei difensori, dei commentatori dell’insubordinazione. E basterebbe che le cause dell’insubordinazione fossero spiegate perché divenisse evidente per tutti che siffatte cause sono giuste e che tutti devono seguire il loro esempio.

Innanzi all’insubordinazione dei cristiani, i governi sono disarmati. Essi vedono che la predizione del cristianesimo si avvera, che i legami degli incatenati cadono, che gli schiavi scuotono il giogo, e che questo affrancamento deve infallibilmente essere la rovina degli oppressori; lo vedono e sanno che i loro giorni sono contati e non possono far nulla. Una sola cosa possono per la loro salvezza: ritardare il momento della loro rovina. Non mancano di farlo; ma la loro situazione ciò nonostante è disperata. È simile a quella di un conquistatore che volesse conservare una città incendiata dagli abitanti. Il fuoco, spento per ordine suo, da un lato, si accenderebbe subito dopo, da due altri.

I focolari sono rari ancora, ma si riuniranno in un incendio che, nato da una scintilla, non si arresterà se non quando avrà consumato tutto.

La situazione dei governi davanti agli uomini che professano il cristianesimo è così precaria che poco manca alla caduta dei loro potere innalzato da tanti secoli e così solido in apparenza. E nonostante ciò, l’uomo sociale viene a predicare che è proprio inutile, anzi nocivo ed immorale affrancarsi isolatamente.

Alcuni individui vogliono deviare un fiume. Hanno lavorato lungo tempo per scavargli un nuovo letto, ma infine non resta da far altro che dargli uno sbocco. Ancora pochi colpi di zappa, e l’acqua, sgorgando con forza, si sbarazzerà da sé degli ultimi ostacoli. Ma in questo punto arrivano altri uomini che trovano cattivo il modo di procedere e dichiarano che vale meglio costruire al di sopra del fiume una macchina per mezzo della quale si possa alzare l’acqua e farla passare da un lato all’altro.

Ma le cose sono troppo avanzate.

I governi sentono già la loro impotenza e la loro debolezza, e già gli uomini dal concetto cristiano si svegliano dal loro torpore e cominciano a sentire la loro forza.

“Ho portato il fuoco sulla terra, disse il Cristo; oh, come sospiro il momento di vederlo acceso”.

Quel fuoco comincia ad accendersi.


Note

  1. Tutti i particolari di questo fatto come di quelli che precedono, sono autentici. ↩