Capitolo I

La dottrina della non-resistenza al male con la violenza è stata insegnata dalla minoranza degli uomini sin dall’origine del cristianesimo

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Il Regno di Dio è in voi

ovvero

Il cristianesimo dato non come una dottrina mistica, ma come una morale nuova

E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. (S. Giovanni, VIII, 32)

E non temiate di coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; ma temete piuttosto colui che può far perdere l’anima e il corpo nella geenna.(S. Matteo, X, 28)

Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini. (Prima lettera ai Corinzi, VII, 23)

I primi commenti ai quali il mio libro diede luogo mi furono indirizzati dai quaccheri americani. Esprimendomi la loro perfetta conformità di vedute rispetto all’illegittimità, per il cristiano, di ogni guerra e di ogni violenza, i quaccheri mi comunicarono interessanti particolari sulla loro setta che, da più di duecento anni, pratica la dottrina del Cristo riguardo alla non-resistenza al male con la violenza. Nello stesso tempo mi mandavano i loro giornali, opuscoli e libri che trattavano di questa questione, indiscutibile per loro già da lungo tempo, e dimostravano l’errore della dottrina della chiesa che ammette le esecuzioni capitali e la guerra.

Dopo avere provato, con una lunga serie di ragionamenti, appoggiati su dei testi, che la religione, fondata sulla concordia e sull’amore del prossimo, non può ammettere la guerra, cioè la mutilazione e l’omicidio, i quaccheri affermano che nulla contribuisce tanto ad oscurare la verità del Cristo e ad impedirle di diffondersi sul mondo, quanto la non riconoscenza di questo principio da parte di uomini che si dicono cristiani.

“La dottrina del Cristo, dicono essi, che è entrata nella coscienza degli uomini, non per mezzo del ferro né della violenza, ma con la non-resistenza al male, con la rassegnazione, con l’umiltà e con l’amore, non può diffondersi nel mondo che con l’esempio della concordia e della pace tra i suoi seguaci.

“Il cristiano, secondo l’insegnamento di Dio stesso, non può essere guidato, nei suoi rapporti col prossimo, che dall’amore. Perciò non può esservi nessuna autorità capace di costringerlo ad agire contrariamente all’insegnamento di Dio ed allo spirito stesso del cristianesimo.

“La regola della necessità di stato, dicono essi, non può obbligare a tradire la legge di Dio se non coloro i quali, per interessi della vita materiale, cercano di conciliare l’inconciliabile; ma, per il cristiano che crede fermamente che la salute è nella pratica della dottrina del Cristo, questa necessità non può avere alcuna importanza.”

La storia dei quaccheri e lo studio delle loro opere, di quelle del Fox, del Perin e soprattutto dei libri del Dymond (1827), mi hanno dimostrato che l’impossibilità di conciliare il cristianesimo con la guerra e con la violenza è stata non solo riconosciuta da lungo tempo, ma inoltre così nettamente e indiscutibilmente provata, che non si può comprendere questa unione impossibile della dottrina del Cristo con la violenza, ch’è stata predicata e che continua ad essere predicata dalle chiese.

Oltre alle informazioni ricevute dai quaccheri, io ebbi, verso lo stesso tempo, anche dall’America, e sul medesimo argomento, dei particolari da una fonte, a me assolutamente sconosciuta. Il figlio di William Lloyd Garrison,1 il celebre difensore della libertà dei neri, mi scrisse ch’egli aveva ritrovato nel mio libro le idee espresse da suo padre nel 1848, e, supponendo che mi sarebbe interessato constatarlo, mi mandò il testo di un manifesto o di una dichiarazione intitolata: Non-Resistenza, e scritta da suo padre più di cinquant’anni fa.

Questa dichiarazione ebbe luogo nelle circostanze seguenti: William Lloyd Garrison, esaminando nel 1838, in una Società di America per lo stabilimento della pace fra gli uomini, i mezzi adatti a far cessare la guerra, venne alla conclusione che la pace universale non può essere fondata che sulla riconoscenza pubblica del comandamento della non-resistenza al male con la violenza (San Matteo V, 39) in tutte le sue conseguenze, come praticano i quaccheri coi quali il Garrison si trova in relazioni di amicizia. Venuto a questa conclusione, egli compose e propose alla Società la dichiarazione seguente che fu sottoscritta nel 1838 da parecchi suoi componenti:


Dichiarazione di principi, accettata dai membri della Società fondata per lo stabilimento tra gli uomini della pace universale

Boston, 1838.

Noi, sottoscritti, sentiamo il dovere, rispetto a noi stessi e all’opera cara al nostro cuore, rispetto al paese in cui viviamo ed al mondo intero, di proclamare la nostra fede, esprimendo i principi che professiamo, il fine da noi proseguito ed i mezzi che abbiamo intenzione di adoperare per giungere ad una rivoluzione benefica, pacifica e generale.

Ecco i nostri principi:

Noi non riconosciamo alcuna autorità umana. Non riconosciamo altro che un re e legislatore, un giudice e capo dell’umanità. La nostra patria è il mondo intero; i nostri compatrioti sono tutti gli uomini. Noi amiamo tutti i paesi come il nostro paese proprio, ed i diritti dei nostri compatrioti non ci sono più cari di quelli di tutta l’umanità. Perciò non ammettiamo che il sentimento del patriottismo possa giustificare la vendetta di una offesa o di un male fatto al paese nostro.

Noi riconosciamo che il popolo non ha il diritto né di difendersi contro i nemici esterni, né di assalirli. Riconosciamo inoltre che gli individui isolati non possono aver questo diritto nelle loro relazioni reciproche, non potendo l’unità avere diritti maggiori di quelli della collettività. Se il governo non deve opporsi ai conquistatori stranieri che mirano alla rovina della nostra patria e alla distruzione dei nostri concittadini, parimenti non si può opporre la violenza agli individui che minacciano la tranquillità e la sicurezza pubblica. La dottrina, insegnata dalle chiese, che tutti gli Stati della terra siano formati ed approvati da Dio, e che le autorità che esistono negli Stati Uniti, in Russia, in Turchia, ecc., emanino dalla sua volontà, non solo è stupida, ma pur anche blasfema. Questa dottrina rappresenta il nostro Creatore come un essere parziale, che stabilisce ed incoraggia il male. Nessuno può affermare che le autorità esistenti in qualsivoglia paese agiscano verso i loro nemici secondo la dottrina e l’esempio del Cristo. Neanche i loro atti possono essere gradevoli a Dio. Quindi essi non possono essere stabiliti da Lui e devono essere rovesciati, non con la forza, ma con la rigenerazione morale degli uomini.

Noi non riconosciamo come cristiane e legali non solo le guerre — offensive o difensive — ma neanche le organizzazioni militari quali che siano: arsenali, fortezze, navi da guerra, eserciti permanenti, monumenti commemorativi di vittorie, trofei, solennità guerresche, conquiste per mezzo della forza; infine, noi reprimiamo egualmente come anti-cristiana ogni legge che ci obbliga al servizio militare.

Per conseguenza, consideriamo come impossibile per noi non solo ogni servizio attivo nell’esercito, ma anche ogni funzione che ci dia la missione di mantenere gli uomini nel bene con la minaccia d’incarceramento o di condanna a morte. Noi ci escludiamo dunque da tutte le istituzioni governative, respingiamo ogni politica e rifiutiamo tutti gli onori e tutte le funzioni umane.

Non riconoscendoci il diritto di occupare uffici nelle istituzioni governative, ci rifiutiamo egualmente ogni diritto di eleggere a questi uffici altre persone. Consideriamo che non abbiamo il diritto di ricorrere alla giustizia per farci restituire ciò che ci fu preso, e crediamo che, invece di fargli violenza, siamo tutti obbligati a lasciare anche il mantello a colui che ha preso la nostra tonaca (San Matteo, V, 40).

Noi professiamo che la legge criminale dell’Antico Testamento – occhio per occhio, dente per dente – è stata annullata da Gesù Cristo, e che, secondo il Nuovo Testamento, tutti i fedeli devono perdonare ai loro nemici in tutti i casi, senza eccezione, e non vendicarsi. Estorcere danaro per forza, incarcerare, mandare in galera o mettere a morte, non costituisce evidentemente il perdono, ma la vendetta.

La storia dell’umanità è piena di prove che la violenza fisica non contribuisce al rialzamento morale e che le cattive inclinazioni dell’uomo non possono essere corrette che dall’amore; che il male non può sparire che per mezzo del bene; che non si deve fare assegnamento sulla forza del proprio braccio per difendersi dal male; che la vera forza dell’uomo è nella bontà, la pazienza e la carità; che solo i pacifici erediteranno la terra e che coloro i quali di spada avran ferito di spada periranno.

Perciò, tanto per garantire più sicuramente la vita, la proprietà, la libertà e la felicità degli uomini, quanto per eseguire la volontà di Colui che è il Re dei re ed il Signore dei signori, noi accettiamo di tutto cuore il principio fondamentale della non-resistenza al male per mezzo del male, perché crediamo fermamente che questo principio il quale risponde a tutte le circostanze possibili della nostra esistenza e nello stesso tempo esprime la volontà di Dio, deve finalmente trionfare. Non predichiamo una dottrina rivoluzionaria. Lo spirito della dottrina rivoluzionaria è uno spirito di vendetta, di violenza e di uccisione, senza timore di Dio e senza rispetto per la personalità umana, e noi non vogliamo lasciarci penetrare che dallo spirito del Cristo. Il nostro principio fondamentale della non-resistenza al male per mezzo del male non ci permette né congiure, né sommosse, né violenze. Noi ci sottomettiamo a tutte le regole ed a tutte le esigenze del governo, salvo a quelle che sono contrarie ai comandamenti del Vangelo. Non resisteremo altrimenti che sottomettendoci passivamente alle punizioni che potranno esserci inflitte a cagione della nostra dottrina. Sopporteremo tutte le aggressioni senza cessare, da parte nostra, di combattere il male dovunque lo troveremo, in alto o in basso, nel campo politico, amministrativo e religioso, e cercheremo di raggiungere, servendoci di tutti i mezzi possibili, la fusione di tutti i regni terrestri nel solo regno del Nostro Signore Gesù Cristo. Noi consideriamo come una verità indiscutibile che tutto ciò che è contrario al Vangelo deve essere addirittura annientato. Crediamo col profeta che verrà un tempo in cui le spade saranno trasformate in vomeri e le lance in falci, e che noi dobbiamo lavorare senza indugio, nella misura delle nostre forze, alla effettuazione di questa profezia. Per conseguenza, coloro che fabbricano, vendono o si servono di armi contribuiscono ai preparativi della guerra e si oppongono per ciò stesso al potere pacifico del Figlio di Dio sulla terra.

Dopo avere esposto i nostri principi, diciamo adesso in quale modo speriamo raggiungere il nostro fine. Noi speriamo di vincere “per mezzo della follia della predicazione”.

Procureremo di diffondere le nostre idee fra tutti gli uomini, a qualunque nazione, religione o classe della società appartengano. A questo fine organizzeremo conferenze pubbliche, diffonderemo programmi e opuscoli, formeremo società e manderemo petizioni a tutte le potestà pubbliche.

Insomma, eviteremo con tutti i mezzi che ci sono accessibili, di produrre una rivoluzione radicale nelle opinioni, nei sentimenti e nei costumi della nostra società in tutto ciò che concerne l’illegittimità della violenza contro i nemici interni od esterni. Intraprendendo questa grande opera, comprendiamo perfettamente che la nostra sincerità forse ci prepara crudeli prove.

La nostra missione può esporci a molti oltraggi e a molte sofferenze ed anche alla morte. Saremo incompresi, derisi e calunniati. Una tempesta si solleverà contro di noi. L’orgoglio ed il farisaismo, l’ambizione e la crudeltà, i capi dello Stato ed i potenti, tutto può collegarsi contro di noi. Non altrimenti fu trattato il Messia che noi cerchiamo d’imitare nella misura delle nostre forze. Ma tutto ciò non ci spaventa. Noi non poniamo la nostra speranza negli uomini, ma nel Signore Onnipotente. Se abbiamo rifiutato ogni protezione umana è perché abbiamo per sostenerci la nostra sola fede, più potente di tutto.

Non ci meraviglieremo delle prove e saremo felici di avere meritato di poter condividere le sofferenze del Cristo.

Così dunque noi consegniamo le nostre armi a Dio, avendo fiducia nella sua parola che colui il quale lascerà campi e case, fratello e sorella, padre e madre, moglie e figli per seguire il Cristo, riceverà cento volte di più ed erediterà la vita eterna.

Credendo fermamente, nonostante tutto ciò che si potrebbe ordire contro di noi, al trionfo sicuro nel mondo intero, dei principi esposti in questa dichiarazione, noi apponiamo qui le nostre firme, fidando nel senno e nella coscienza degli uomini, ma più ancora nella potenza divina, alla quale ci rimettiamo.


In seguito a questa dichiarazione, il Garrison fondò la Società della Non-Resistenza ed una rivista intitolata: “Non-Resistente”, nella quale egli svolgeva la propria dottrina in tutta la sua importanza e con tutte le sue conseguenze, quale essa è formulata nella sua dichiarazione.

Informazioni sulla sorte ulteriore di questa società e di questa rivista mi sono state fornite dall’eccellente biografia di W. L. Garrison, scritta da suo figlio. Né la società, né la rivista hanno avuto lunga durata. La maggior parte dei collaboratori del Garrison nell’opera della liberazione dei neri, temendo di alienarsi i partigiani di quest’opera coi principi radicali della rivista, rinunziò a proseguire questa campagna, e la società e la rivista non tardarono a sparire.

Si potrebbe credere che la professione di fede del Garrison, di una eloquenza così grande, avesse dovuto impressionare fortemente il pubblico, essere conosciuta dal mondo intero e divenire oggetto di un esame profondo. Nulla di simile avvenne. Non solo essa è sconosciuta in Europa, ma è anche pressappoco ignota agli Americani che, nondimeno, professano un culto così profondo per la memoria del Garrison. La stessa indifferenza era riserbata ad un altro difensore del principio della non-resistenza al male per mezzo del male, l’americano Adin Ballou, morto recentemente e che, durante cinquant’anni, combatté per questa dottrina.

Per mostrare fino a qual punto tutto ciò che si riferisce a questa questione è ignoto, citerò il caso del Garrison figlio, autore di un’eccellente biografia di suo padre, in quattro volumi. Alla mia domanda relativa agli adepti sopravviventi della “Società Non Resistente” egli mi rispose che questa società si era sciolta e che, a sua conoscenza, non esisteva più nessun partigiano di questa dottrina. Ora, nel momento, in cui egli mi scriveva, viveva ancora a Hopedale, nel Massachusset, Adin Ballou,2 il quale aveva collaborato alle opere del Garrison ed aveva consacrato cinquant’anni della sua vita alla propaganda, con la parola e cogli scritti, della dottrina della non-resistenza.

Più tardi, ricevetti una lettera del Wilson, discepolo e collaboratore del Ballou, ed entrai in relazioni col Ballou stesso. Io gli scrissi; egli mi rispose e mi mandò le sue opere. Eccone alcuni passaggi:

“Gesù Cristo è il mio signore ed il mio padrone,” dice il Ballou in uno dei suoi studi che dimostra l’incoerenza dei cristiani che ammettono il diritto della difesa e della guerra.

“Io ho promesso di abbandonare tutto e di seguirlo fino alla morte, nella gioia o nel dolore. Ma sono cittadino della Repubblica democratica degli Stati Uniti, alla quale ho promesso di essere fedele e di sacrificare la mia vita, se occorre, per la difesa della sua costituzione. Cristo mi comanda di fare ad altri ciò che io voglio che sia fatto a me stesso. La costituzione degli Stati Uniti esige da me ch’io faccia a due milioni di schiavi (allora vi erano degli schiavi, oggi si possono francamente mettere al loro posto gli operai) appunto il contrario di ciò che io vorrei che fosse fatto a me stesso, cioè aiutare a tenerli nella schiavitù. E ciò non mi turbò! Io continuo ad eleggere o a farmi eleggere, aiuto a dirigere gli affari dello Stato, sono anche prontissimo ad accettare qualche ufficio governativo. E ciò non m’impedisce di essere cristiano! lo continuo a praticare la mia religione, non trovo la minima difficoltà di adempire nello stesso tempo ai miei doveri verso il Cristo e verso lo Stato!

“Gesù Cristo mi proibisce di resistere a coloro che commettono il male e di togliere loro occhio per occhio, dente per dente, sangue per sangue, vita per vita.

“Lo Stato esige da me appunto il contrario e fonda la sua difesa contro i nemici interni od esterni sul patibolo, sul fucile e sulla spada, ed il paese è largamente provvisto di forche, di arsenali, di navi da guerra e di soldati.

“Non c’è mezzo di distruzione che sembri troppo caro! E noi troviamo molto facile di praticare il perdono delle offese, di amare i nostri nemici, di benedire coloro che ci maledicono e di fare il bene a coloro che ci odiano!

“Noi abbiamo per questo un clero permanente che prega per noi e invoca le benedizioni di Dio sulle nostre sante stragi.

“Io vedo benissimo tutto questo (la contraddizione tra la dottrina e gli atti), e continuo a praticare la mia religione e ad amministrare il paese, e mi glorifico di essere allo stesso tempo un cristiano ed un servo pio e fedele del governo. Io non voglio ammettere questo pazzo concetto della non-resistenza al male; non posso rinunziare alla mia parte d’influenza, ed abbandonare il potere ai soli uomini immorali. La costituzione dice: Il governo ha il diritto di dichiarare la guerra, — e ne convengo, ed approvo, e giuro di aiutarlo, eppure non cesso di essere cristiano!

“Anche la guerra è un dovere cristiano! Non è forse far opera da cristiano uccidere centinaia di migliaia dei propri simili, violentare le donne, distruggere ed incendiare le città e commettere ogni specie di crudeltà?

“È tempo di abbandonare tutto questo sentimentalismo puerile! Ecco il vero mezzo di perdonare le offese e di amare i nostri nemici. Purché siano fatte nel nome dell’amore, nulla è più cristiano di queste stragi”.

In un altro opuscolo intitolato: Quanti uomini ci vogliono per trasformare un delitto in un’opera giusta, egli dice: “Un uomo solo non deve uccidere: s’egli ha ucciso, è un reo, un omicida. Due, dieci, cento uomini, se uccidono, sono anche omicidi. Ma lo Stato od il popolo può uccidere finché vuole, e il suo non sarà un omicidio, ma bensì un’azione gloriosa. Si tratta soltanto di riunire il più gran numero di gente possibile, e la strage di decine di migliaia di uomini diviene un’occupazione innocente. E quanti uomini ci vogliono per questo? Ecco la questione. Un individuo non può rubare e saccheggiare, ma tutto un popolo lo può.

Perché uno, dieci, cento uomini non devono infrangere le leggi di Dio, mentre una gran quantità lo può?”

Ecco ora il catechismo del Ballou composto per i suoi fedeli:


Catechismo della non-resistenza3

Domanda. Da dove è presa la parola: non-resistenza?

Risposta. Dall’espressione: Non vi opponete al male. (S. Matteo, V, 39)

D. Che cosa esprime questa parola?

R. Essa esprime un’alta virtù cristiana insegnata dal Cristo.

D. Dobbiamo accettare la parola della non-resistenza nel suo senso più largo, cioè che essa significa che non dobbiamo opporre alcuna resistenza al male?

R. No. Essa deve essere compresa nel senso preciso del comandamento del Cristo, cioè non rendere male per male. Bisogna resistere al male con tutti i mezzi giusti, ma non per mezzo del male.

D. Da cosa si vede che il Cristo abbia comandata la non-resistenza in questo senso ?

R. Dalle parole che egli ha pronunciato a questo proposito: “Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio, e dente per dente. Ed io vi dico: Non ti opporre al malvagio; anzi, se alcuno ti percuote in su la guancia destra, porgigli la sinistra. E se alcuno vuole contendere con te, e toglierti il mantello, lasciagli anche la tonaca” .

D. Di che parla egli dicendo : “Voi avete udito che fu detto ?”

R. Dei patriarchi e dei profeti e di ciò che essi hanno detto e che è contenuto nell’Antico Testamento che gli Israeliti chiamano generalmente la Legge ed i Profeti.

D. A quale comandamento il Cristo fa allusione con queste parole: “Vi fu detto?”

R. Al comandamento col quale Noè, Mosé e gli altri profeti danno il diritto di fare un male personale a coloro che vi hanno fatto male per punire e per sopprimere le cattive azioni.

D. Citate questi comandamenti.

R. Il sangue di colui che spanderà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo. (Genesi, IX, 6.)

Chi avrà percosso un uomo sì ch’egli muoia, sarà fatto morire.

Ma, se vi è caso di morte, metti vita per vita; occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede; arsura per arsura, ferita per ferita, livido per livido. (Esodo, XXI, 192, 293, 24, 25.)

Ugualmente, chi avrà percosso a morte qualcuno, sia fatto morire.

E quando alcuno avrà fatto alcuna lesione corporale al suo prossimo, si faccia a lui la stessa cosa che lui ha fatto.

Rottura per rottura, occhio per occhio, dente per dente. (Levitico, XXIV, 17, 19, 20.)

E se i giudici, dopo diligente inchiesta, trovano che quel testimone sia falso testimone e che abbia testimoniato il falso contro al suo fratello, fategli come egli aveva deliberato di fare al suo fratello...

L’occhio tuo non lo risparmi; vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede. (Deuteronomio, XIX, 18, 921.)

Ecco i comandamenti di cui parla Gesù.

Noè, Mosè ed i profeti insegnano che colui che uccide, o mutila o martirizza il suo simile commette il male.

Per opporsi a questo male e per sopprimerlo, essi vogliono che colui che l’ha commesso sia punito di morte, di mutilazione o di qualunque altro castigo. Essi vogliono opporre l’offesa all’offesa, l’omicidio all’omicidio, la sofferenza alla sofferenza, il male al male. Ma il Cristo respinge tutto questo. “Io vi dico, scrive nel Vangelo, non vi opponete al male, non rendete offesa per offesa, neanche se doveste sopportarla di nuovo”. Ciò che era lecito, è proibito. Avendo noi compreso che genere di resistenza insegnavano Noè, Mosè ed i profeti, sappiamo egualmente che cosa significa la non-resistenza insegnata dal Cristo.

D. Ammettevano gli antichi la resistenza all’offesa con l’offesa?

R. Sì. Ma Gesù l’ha proibita. Il cristiano non ha in alcun caso il diritto di togliere la vita o di colpire di una pena colui che gli ha fatto del male.

D. Può egli uccidere o ferire per difendersi?

R. No.

D. Può egli portar accusa innanzi ai tribunali per ottenere la punizione dell’offensore?

R. No; perché ciò che egli fa per mezzo altrui, è lui che lo fa in realtà.

D. Può egli combattere nell’esercito contro i nemici esterni o contro i ribelli interni?

R. No, certo. Egli non può prendere alcuna parte alla guerra, neanche all’organizzazione della guerra. Egli non può usare armi micidiali, non può resistere all’offesa con l’offesa, sia solo o unito ad altri, agisca da sé o per mezzo di altri.

D. Può egli volontariamente riunire e mettere in armi dei soldati per il servizio dello Stato?

R. Egli non può fare nulla di tutto questo, se vuole essere fedele alla legge del Cristo.

D. Può egli benevolmente dare del denaro al governo che è sostenuto dalla forza armata, dalla pena di morte e dalla violenza?

R. No, a meno che questo denaro non sia destinato a qualche oggetto speciale, giusto in sé stesso e il cui fine ed i mezzi siano buoni.

D. Può egli pagare imposte ad un governo simile?

R. No, egli non deve volontariamente pagare imposte; ma non deve resistere alla riscossione delle imposte. L’imposta decretata dal governo è riscossa indipendentemente dalla volontà dei contribuenti. L’uomo non può sottrarvisi senza ricorrere alla violenza; ed il cristiano, non potendo usare violenza, deve abbandonare la sua proprietà alle esazioni del potere.

D. Un cristiano può essere elettore, giudice o agente del governo?

R. No, la partecipazione alle elezioni, alla giustizia, all’amministrazione ci fa partecipare alla violenza governativa.

D. Quale è la principale virtù della dottrina della non-resistenza?

R. La possibilità di sradicare il male dalla radice nel nostro proprio errore, come in quello dei nostri simili. Questa dottrina riprova ciò che perpetua e moltiplica il male nel mondo. Colui che attacca il suo prossimo o l’oltraggia, provoca sentimenti d’odio, origine di ogni male. Offendere il nostro prossimo perché egli ci ha offesi, col pretesto di respingere il male, è rinnovare una cattiva azione, è destare o almeno liberare, incoraggiare il demonio che pretendiamo scacciare. Satana non può essere scacciato da Satana; la menzogna non può essere purificata dalla menzogna, ed il male non può essere vinto dal male.

La vera non-resistenza è l’unica resistenza al male. Essa mozza il capo del drago. Essa distrugge e fa sparire interamente i cattivi sentimenti.

D. Ma, se l’idea della dottrina è giusta, è poi essa realizzabile?

R. Realizzabile come ogni bene comandato dalla Sacra Scrittura. Il bene per essere compiuto in qualsivoglia circostanza, esige delle rinunce, delle privazioni, delle sofferenze e, nei casi estremi, il sacrificio della vita stessa. Ma colui che tiene alla sua vita più che al compimento della volontà di Dio è già morto per la sola vita che sia vera. Un tal uomo, volendo salvare la sua vita, la perderà. E poi, in generale, dovunque la non-resistenza richiede il sacrificio di una sola vita o di qualche felicità essenziale della vita, la resistenza richiede migliaia di sacrifici simili. La non-resistenza conserva; la resistenza distrugge.

È molto meno pericoloso agire con equità che con ingiustizia, sopportare l’offesa che di resistervi con la violenza. Ciò è anche più sicuro nella nostra vita attuale. Se tutti gli uomini si astenessero dal resistere al male col male, la felicità regnerebbe sulla terra.

D. Ma, se soltanto alcuni agissero in tal modo, che sarebbe di loro?

R. Quand’anche un uomo solo agisse in tal modo e quando tutti gli altri convenissero di crocifiggerlo, non sarebbe più glorioso per lui morire per il trionfo dell’amore che vivere e portare la corona di Cesare inzaccherata dal sangue degli immolati? Ma, sia un uomo solo o siano mille uomini che abbiano deciso di non resistere al male col male, siano tra gli inciviliti o tra i selvaggi, essi sarebbero molto più al sicuro dalla violenza che non coloro i quali sì appoggiano sulla violenza. Il brigante, l’assassino, il furbo li lascerebbero in pace a preferenza di coloro che resistono con le armi.

Colui che colpisce con la spada perirà di spada, mentre coloro che cercano la pace, che vivono fraternamente, che perdonano e dimenticano le offese, godono per lo più la pace durante la loro vita e sono benedetti dopo la loro morte.

Se dunque tutti gli uomini osservassero il comandamento della non-resistenza, non vi sarebbe più né offesa né delitto. Se per poco essi fossero la maggioranza, stabilirebbero ben presto il potere dell’amore e della benevolenza anche sugli offensori, senza adoperare mai la violenza. Se non fossero che una minoranza importante, eserciterebbero sempre una tale azione moralizzatrice e rigeneratrice sull’umanità, che ogni castigo crudele sarebbe annullato; la violenza e l’odio cederebbero il posto alla pace ed all’amore. Quand’anche non fossero che una piccola minoranza, essi avrebbero raramente a subire qualcosa di peggio che il disprezzo del mondo, e tuttavia il mondo, senza accorgersene e senza esserne riconoscente, diventerebbe progressivamente migliore e più saggio in conseguenza della loro influenza nascosta. Anche ammettendo che certi membri di questa minoranza fossero perseguitati fino alla morte, queste vittime della verità lascerebbero dopo di loro la loro dottrina già resa sacra dal sangue del martirio.

La pace sia con coloro che cercano la pace, e l’amore vincitore rimanga l’eredità imperitura di ogni anima che si sottomette liberamente alla legge del Cristo!

Non resistere al male con la violenza.

Adin Ballou


Nell’arco di cinquant’anni il Ballou scrisse e pubblicò dei libri che si riferiscono soprattutto alla non resistenza. In queste opere, notevoli per la lucidità del pensiero e la bellezza dello stile, la questione è esaminata sotto tutti gli aspetti possibili. Egli fa dell’osservanza di questo comandamento un dovere per ogni cristiano che crede nella Bibbia come in una rivelazione divina. Egli passa in rivista tutte le obiezioni, tanto quelle tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento — come, per esempio, l’espulsione dei mercanti dal Tempio — quanto quelle indipendenti dalla Scrittura, e le confuta vittoriosamente, mostrando il senno pratico della non-resistenza. Così, un intero capitolo della sua opera è consacrato all’esame di casi speciali. Egli riconosce che un caso solo nel quale la non-resistenza al male non potrebbe essere ammessa, basterebbe per provare la falsità di questa regola. Ma, esaminando quelle occasioni eccezionali, egli dimostra che precisamente allora è utile e saggio conformarsi a questo precetto. Dico tutto questo per meglio mostrare l’interesse evidente che questi lavori hanno per i cristiani. Parrebbe che essi dovessero conoscere la missione del Ballou ed averne ammesso o confutato i principi. Ma non è così.

Più ancora delle mie relazioni coi quaccheri, l’opera del Garrison padre, la Società della non-resistenza da lui fondata, e la sua dichiarazione mi hanno provato che da lungo tempo è stata constatata la derogazione del cristianesimo di Stato dalla legge del Cristo sulla questione del non-opporsi al male con la violenza, e che molte persone hanno lavorato e lavorano ancora a dimostrarne l’evidenza. Il Ballou mi ha confermato ancora di più in questa opinione. Ma il destino del Garrison e soprattutto quello del Ballou, ignoto a tutti nonostante cinquant’anni di un lavoro ostinato ed incessante, mi hanno convinto che esiste una specie di cospirazione del silenzio, tacita, ma formale, contro tutti questi tentativi.

Il Ballou morì nell’agosto del 1890, ed un giornale americano che porta un titolo cristiano (Religio-philosophical Journal – August 23) gli consacrò un necrologio.

In questa orazione funebre-lodativa è detto che il Ballou era il capo spirituale della comunità, che egli pronunziò da 8000 a 9000 prediche, unì in matrimonio 1000 coppie e scrisse circa 500 articoli e studi; ma non una sola parola è pronunziata rispetto alla missione alla quale egli consacrò la sua vita. Neanche la parola della non-resistenza è menzionata.

Come tutto ciò che predicano i quaccheri da duecento anni, come l’opera del Garrison padre, la sua dichiarazione, la fondazione della sua società e della sua rivista, sembra che neanche i lavori del Ballou siano mai esistiti.

Come esempio stupendo di questa ignoranza delle opere che mirano a spiegare la non-resistenza ed a confondere coloro che non riconoscono questo comandamento, si può citare la sorte del libro del ceco Chelčický,4 che è stato conosciuto solo recentemente e non è ancora pubblicato.

Poco dopo l’apparizione della traduzione tedesca del mio libro ricevetti una lettera di un professore dell’Università di Praga, che mi faceva conoscere l’esistenza di un’opera inedita del ceco Chelčický, del xv secolo, intitolata La Rete della Fede. In quest’opera, mi diceva quel professore, il Chelčický ha espresso, quattro secoli fa, sul cristianesimo vero o falso, le idee espresse nel mio libro La mia Religione. Il mio corrispondente aggiungeva che l’opera del Chelčický stava per essere pubblicata per la prima volta, in lingua ceca, nelle memorie dell’Accademia delle scienze di Pietroburgo. Non avendo io potuto procurarmi quell’opera, ho ricercato tutto ciò che si sa del Chelčický ed ho raccolto alcune informazioni in un libro tedesco, che mi fu comunicato dallo stesso professore di Praga, nella Storia della letteratura ceca del Pypine. Ecco ciò che dice quest’ultimo:

“La Rete della Fede è la dottrina del Cristo che deve trarre l’uomo dalle oscure profondità dell’oceano della vita e delle sue menzogne. La vera fede è nella credenza alle parole di Dio, ma il tempo è venuto in cui gli uomini considerano la vera fede come un’eresia. È per questo che la ragione deve mostrare in che cosa consiste la verità, se qualcuno l’ignora. La notte l’ha nascosta agli uomini. Essi non riconoscono più la vera legge del Cristo.

“Per spiegare questa legge, il Chelčický ricorda l’organizzazione primitiva della società cristiana, organizzazione che sarebbe oggi, dice, considerata dalla chiesa romana come un’orribile eresia.

“Questa chiesa primitiva è stata l’ideale dell’organizzazione sociale fondata sulla libertà, sull’eguaglianza e stilla fraternità, che sono finora, secondo il Chelčický, le fondamenta del cristianesimo. Se la società tornasse alla sua pura dottrina, l’esistenza dei re e dei papi diverrebbe inutile: la legge unica dell’amore basterebbe all’ordine sociale.

“Storicamente, il Chelčický fa cominciare la decadenza del cristianesimo al tempo di Costantino il Grande che papa Silvestro indusse ad abbracciare il cristianesimo senza farlo rinunziare ai principi ed ai costumi dei pagani. Costantino, dal canto suo, diede a un papa la ricchezza ed il potere temporale. Da quel tempo i due poteri hanno riunito i loro sforzi ed hanno avuto di mira soltanto lo sviluppo della loro grandezza materiale.

“I dottori, i sapienti ed i preti non hanno più pensato ad altro che ad assoggettare il mondo e ad armare gli uomini gli uni contro gli altri per l’uccisione e per la rapina. Essi hanno fatto sparire del tutto la dottrina evangelica della religione e della vita.”

Il Chelčický respinge assolutamente il diritto della guerra e delle esecuzioni capitali; ogni guerriero, anche “cavaliere” non è, altro che un assassino ed un brigante.

Lo stesso è detto nel libro tedesco, che contiene inoltre alcune particolarità biografiche e parecchie citazioni della corrispondenza del Chelčický.

Avendo saputo così in che cosa consisteva la dottrina del Chelčický, aspettai con impazienza la pubblicazione della Rete della Fede nelle memorie dell’Accademia. Ma scorse un anno, poi due, poi tre, senza che l’opera fosse venuta alla luce. Solo nel 1888 intesi che la stampa, già cominciata, era stata sospesa. Mi procurai le bozze di quanto era già composto, e trovai un’opera stupenda per ogni verso.

Essa è stata molto bene riassunta dal Pypine. L’idea fondamentale del Chelčický è che il cristianesimo essendosi unito al potere sotto Costantino e continuando a svilupparsi in queste condizioni, si è compiutamente corrotto ed ha cessato di essere il cristianesimo. Il titolo di Rete della Fede fu dato dal Chelčický al suo libro perché avendo preso per epigrafe il versetto del Vangelo che chiama i discepoli a divenire pescatori di uomini, egli continua questo paragone e dice: “Cristo, per mezzo dei suoi discepoli, ha preso il mondo intero nella Rete della Fede; ma i grossi pesci, avendo rotto le maglie, se ne sono scappati, e dai buchi che essi hanno fatto sono passati anche i piccoli pesci, in modo che la rete è rimasta quasi vuota.”

I grossi pesci che hanno rotto la rete sono i governanti: gli imperatori, i papi, i re, i quali, senza abbandonare il potere, hanno accettato non il cristianesimo, ma la sua parvenza.

Il Chelčický insegna la dottrina che fu insegnata ed è insegnata ancor oggi dai “non-resistenti”, dai mennoniti, dai quaccheri e, nel tempo antico, dai bogomili, dai pauliciani e parecchi altri. Egli insegna che il cristianesimo che esige dai suoi adepti la rassegnazione, la sommissione, la dolcezza, il perdono delle offese, l’offerta della guancia destra a colui che ha colpito la sinistra, l’amore dei nemici, non può conciliarsi con la violenza, condizione essenziale del potere.

Il cristiano, secondo il Chelčický, non solo non può essere capo o soldato, ma non può neanche prendere una parte qualunque all’amministrazione; non può essere commerciante né proprietario di un dominio: non può esser altro che artigiano o agricoltore.

Questo libro è una delle rare opere che siano sfuggite agli auto-da-fè, tra quelle che hanno fustigato il cristianesimo officiale, ed è ciò che lo rende così specialmente interessante.

Ma, oltre il suo interesse, questo libro, da qualsivoglia punto di vista lo si esamini, è uno dei più notevoli prodotti del pensiero, così per la profondità delle vedute, come per l’energia straordinaria e per la bellezza della lingua popolare nella quale è scritto. Eppure questo libro rimane inedito già da più di quattro secoli e continua ad essere ignorato da tutti, tranne che dagli specialisti.

Sembrerebbe che questa specie di opere – quelle dei quaccheri, del Garrison, del Ballou, del Chelčický – le quali affermano e dimostrano, prendendo per base il Vangelo, che il mondo intende male la dottrina del Cristo, dovessero provocare l’interesse, l’agitazione, il rumore, le discussioni, tanto fra i pastori quanto fra le pecorelle. Riferendosi all’essenza stessa della dottrina cristiana, esse dovrebbero essere esaminate e riconosciute giuste, oppure essere confutate e respinte. Ma non è così.

Lo stesso fatto si riproduce per tutte queste opere. Persone dalle opinioni più diverse, così i credenti, come — e ciò è sorprendente – i liberi pensatori sembrano essersi data la parola di ordine per passarle sotto silenzio, e tutto ciò che gli uomini fanno per spiegare il senso vero della dottrina del Cristo rimane ignoto o dimenticato.

Ma ciò che è più sorprendente ancora, è l’oscurità nella quale sono rimaste due opere di cui venni a conoscere egualmente l’esistenza alla pubblicazione del mio libro. Sono quella del Dymond On War (Della Guerra),5 pubblicata per la prima volta a Londra nel 1824, e quella di Daniel Musser, Della non-resistenza, scritta nel 1864. È davvero strano che queste opere siano rimaste ignote, perché, senza parlare del loro valore, esse trattano non tanto della teoria della non resistenza, quanto della sua applicazione pratica nella vita, e del cristianesimo nei suoi rapporti col servizio militare; ciò che è oggi specialmente importante ed interessante a causa del servizio militare universale.

Si domanderà forse quale deve essere l’attitudine del suddito la cui religione sia inconciliabile con la guerra, ma da cui il governo esige il servizio militare.

Questa domanda sembra essenziale ed il servizio militare universale dà alla risposta una importanza speciale. Tutti o quasi tutti gli uomini sono cristiani, e tutti gli adulti maschi sono chiamati sotto le armi. Come dunque un uomo può, nella qualità di cristiano, rispondere a questa esigenza? Ecco ciò che risponde il Dymond:

“Il suo dovere è di rifiutare, con dolcezza, ma fermamente il servizio militare.

“Certi uomini, senza un ragionamento ben definito, concludono, non si sa bene perché, che la responsabilità delle misure governative spetti tutta intera a coloro che governano, cioè che i governanti ed i re decidono di ciò che è bene o male per i loro sudditi, e che il dovere di questi è soltanto quello di ubbidire. Io credo che questo modo di pensare non fa altro che offuscare la coscienza. ‘Non posso partecipare ai consigli del governo, e quindi non sono responsabile dei suoi delitti.’ Vero che noi non siamo responsabili dei misfatti dei governanti, ma siamo responsabili dei nostri misfatti, e quelli commessi dai nostri governanti divengono nostri se, sapendo che sono misfatti, noi partecipiamo al loro compimento. Coloro i quali credono che il loro dovere è di ubbidire al governo, e che la responsabilità dei delitti che commettono ricade tutta intera sul sovrano, s’ingannano del tutto.

“Alcuni dicono: ‘Noi sottoponiamo i nostri atti alla volontà altrui e questi atti non possono essere né cattivi né buoni. Nei nostri atti non vi può essere né il merito di una buona azione, né la responsabilità di una cattiva azione, poiché essi si compiono al di fuori della nostra volontà.’

“Dobbiamo notare che queste stesse idee sono sviluppate nelle istruzioni date ai soldati e che si fanno loro imparare a mente. In esse è detto che il capo solo sarà responsabile delle conseguenze dei suoi ordini.

“Ma ciò è inesatto. L’uomo non può sfuggire alla responsabilità dei suoi atti. Ecco perché:

“Se il capo comanda di uccidere il bambino del vostro vicino, di uccidere vostro padre, vostra madre, gli ubbidirete voi? E, se non gli ubbidirete, tutti i ragionamenti cadono, perché, se potete non ubbidire in un caso, dove troverete il limite fino al quale dovete ubbidire? Non vi è altro limite se non quello stabilito dal cristianesimo; e il rispettarlo è cosa saggia e facile ad un tempo.

“Perciò crediamo che il dovere di ogni uomo il quale consideri la guerra come inconciliabile con la sua religione sia di rifiutare, con dolcezza, ma fermamente, il servizio militare. Coloro che debbono agire in tal modo si ricorderanno allora che compiono un gran dovere. Dalla loro fedeltà alla religione dipende (per quanto ciò può dipendere dagli uomini) il destino della pace nell’umanità. Professino e difendano la loro convinzione, non solo con le parole, ma, se occorre, con le sofferenze. Se credete che il Cristo abbia condannato l’uccisione, non prestate fede né ai ragionamenti né agli ordini degli uomini che vi comandano di prendervi parte.

“Con questo fermo rifiuto di partecipare alla violenza, meriterete la benedizione di coloro che ascoltano questi ordini e li compiono, e verrà un giorno, in cui il mondo vi onorerà come gli artefici della rigenerazione umana”.

Il libro del Musser ha per titolo: Non-resistance asserted, ovvero: Kingdom of Christ and Kingdom of this word separated, 18646 (Affermazione della non-resistenza, ovvero separazione del regno del Cristo dal regno terrestre). Questo libro fu scritto in occasione della guerra di secessione, durante la quale il governo americano impose il servizio militare a tutti i cittadini. Esso ha anche un’importanza di attualità per gli argomenti che fornisce al rifiuto del servizio militare. Nella prefazione l’autore dice:

“Si sa che negli Stati Uniti molti negano la necessità della guerra. Costoro sono chiamati i cristiani non-resistenti, ovvero defenceless (senza difesa). Essi rifiutano di difendere il loro paese, di portare armi e di combattere i nemici a richiesta del governo. Fino agli ultimi tempi questa ragione religiosa è stata rispettata dal governo, e coloro che la invocavano furono liberati dal servizio militare. Ma, al principio della guerra di secessione, l’opinione pubblica s’indignò di questa situazione. È naturale che i cittadini i quali, per la difesa della loro patria, consideravano come un dovere sottomettersi alle fatiche ed ai pericoli della vita militare, non abbiano visto senza sdegno coloro che, pur evitando questi obblighi, profittavano da lungo tempo, al pari di loro, della protezione e dei vantaggi dello Stato che rifiutavano di difendere nel momento del pericolo. È anzi evidente che questa situazione aveva in sé qualcosa di mostruoso e d’inesplicabile.

“Una quantità di oratori e di scrittori, dice l’autore, si sono ribellati contro la dottrina della non resistenza, ed hanno cercato di provarne la falsità, sia per mezzo del ragionamento, sia per mezzo della Sacra Scrittura. Ciò è logico, ed in molti casi questi scrittori hanno ragione, quando si tratta di coloro i quali rifiutandosi alle fatiche del servizio militare, non rifiutano i vantaggi dello stato sociale; ma essi non hanno ragione quando si tratta del principio stesso della non-resistenza.”

Prima di tutto, l’autore stabilisce per i cristiani il dovere della non resistenza col fatto che il comandamento è espresso dal Cristo nettamente e senza equivoco possibile. “Giudicate voi stessi se sia giusto ubbidire all’uomo piuttosto che a Dio, hanno detto Pietro e Giovanni.” Quindi ogni uomo che vuol essere cristiano non ha che una condotta sola da tenere, quando vogliono mandarlo alla guerra, poiché il Cristo ha detto: “Non resistete al male con la violenza.”

Ecco perché l’autore considera la questione di principio come risolta. In quanto all’altra questione, relativa alle persone che, non rifiutando i vantaggi loro procurati da un governo fondato sulla violenza, pure rifiutano il servizio militare, l’autore la studia nelle sue particolarità e giunge alla conclusione che il cristiano che segue la legge del Cristo, se rifiuta di andare alla guerra, non può prendere alcuna parte all’amministrazione governativa, al potere giudiziario, né al potere elettivo. Egli non può neanche ricorrere all’autorità, alla polizia, né alla giustizia per regolare le sue faccende personali.

Più avanti l’autore esamina i rapporti che esistono fra l’Antico ed il nuovo Testamento e mostra che cosa significhi lo Stato per i non-cristiani. Egli espone le obiezioni fatte alla dottrina della non-resistenza e le confuta; infine conclude così: “I cristiani non hanno bisogno del governo e perciò non sono obbligati ad ubbidirgli ed a maggior ragione parteciparvi.”

Cristo ha scelto i suoi discepoli nel mondo, dice egli. Essi non aspettano le soddisfazioni e le felicità terrestri; aspettano, invece, la vita eterna. Lo spirito nel quale vivono, li rende soddisfatti e felici qualunque sia la loro condizione. Se il mondo li sopporta, sono contenti; se esso non vuole lasciarli in pace, se ne vanno in altri paesi, perché sono pellegrini sulla terra e non si fissano in alcun luogo. Essi pensano che spetta ai morti di sotterrare i loro morti; per quanto li riguarda, non devono fare altro “che seguire il loro maestro”.

Senza esaminare se la definizione del dovere del cristiano rispetto alla guerra sia giusta o no, definizione stabilita nei due libri, non si può negare la possibilità pratica ne l’urgenza di una soluzione di questo problema.

Centinaia di migliaia di uomini, i quaccheri, i mennoniti, i nostri duchobory, i nostri molokani ed una quantità di persone che non appartengono ad alcuna setta ben definita, considerano la violenza, e, per conseguenza, il servizio militare come inconciliabile col cristianesimo. Ecco perché ogni anno, da noi, in Russia, alcuni coscritti rifiutano il servizio militare, fondandosi sulla loro convinzione religiosa. E che cosa fa il governo? Forse li libera? No. Li obbliga a marciare e li punisce, in caso di rifiuto?

Nel 1818 il governo si regolò così. Ecco un estratto del giornale, che quasi nessuno conosce in Russia, di Nicolò Nicolaiewic Muraviev-Karsky, soppresso dalla censura:

2 Ottobre 1818. Tiflis.

“Stamani il comandante mi disse che furono mandati recentemente nella Georgia cinque contadini del governo di Tambov. Questi uomini sono stati arruolati nell’esercito, ma rifiutano di sottoporsi al servizio militare. Sono già stati a più riprese puniti col knut7 e col bastone; ma essi abbandonano senza resistenza i loro corpi alle torture più crudeli ed alla morte, per non essere soldati. ‘Lasciateci andare, dicono, non ci fate male e noi non ne faremo a nessuno. Tutti gli uomini sono eguali e lo Zar è un uomo come noi. Perché dovremmo pagargli l’imposta? Perché dovremmo andare ad esporre la nostra vita in guerra per uccidere uomini che non ci hanno fatto alcun male? Voi potete tagliarci a pezzi, ma non cambierete le nostre idee. Noi non indosseremo il cappotto e non mangeremo nella gamella. Colui che avrà pietà di noi ci farà l’elemosina; noi non abbiamo nulla che appartenga allo Zar e non vogliamo aver nulla da lui.’ Ecco ciò che dicono questi mugichi. Essi assicurano che in Russia molti pensano in ugual modo. Furono condotti quattro volte innanzi al comitato dei ministri, e finalmente fu deciso di sottoporre la questione al sovrano. Egli ordinò, per misura di punizione, di mandarli nella Georgia, ordinando al generale in capo di fargli un rapporto mensile sui progressi della loro conversione alle idee più sane.”

Si è riusciti a sottometterli? Non si sa; ed ignoto è pure il fatto stesso intorno al quale si è mantenuto il più profondo segreto.

Così agiva il governo 75 anni addietro; così ha continuato ad agire nella maggior parte dei casi, sempre celati con molta cura al popolo; così agisce anche oggi, eccetto che con i Tedeschi mennoniti che vivono nel governo di Cherson, il cui rifiuto al servizio militare è rispettato, e che si fanno soltanto servire nel personale delle guardie forestali.

Nei casi recenti di rifiuto al servizio militare, fondato su convinzioni religiose da uomini non appartenenti alla setta dei mennoniti, le autorità si regolano così.

Prima di tutto si adoperano tutte le misure coercitive, che oggi sono in uso per “correggere” il ricalcitrante e per convertirlo alle idee sane, e si tiene segreta tutta l’istruzione di tale specie d’affari. Per quanto concerne uno di questi refrattari, io so che nel 1884, a Mosca, due mesi dopo il suo rifiuto, l’affare aveva già dato fuoco ad un voluminoso incartamento, conservato nel più profondo secreto negli archivi del ministero.

Si comincia generalmente col mandare il ricalcitrante dai preti che, per loro vergogna, cercano sempre d’indurlo alla sottomissione. Ma questa esortazione nel nome del Cristo di rinnegare il Cristo rimane per lo più senza effetto.

Allora lo consegnano ai gendarmi. Questi, non trovando generalmente nel suo caso alcuna ragione politica, lo rimandano via. Allora sono i dotti, i medici, che se ne occupano e lo mettono in osservazione in un manicomio.

In tutto questo va e vieni, l’infelice, privo di libertà, subisce ogni genere di umiliazioni e di sofferenze, come un delinquente condannato (il fatto si è ripetuto quattro volte). Quando i medici lo lasciano uscire dal manicomio, comincia una lunga serie di manovre occulte e perfide che mirano ad impedirgli di partire, affinché non porti il cattivo esempio a coloro che pensano al pari di lui. Si evita anche di lasciarlo fra i soldati, perché questi potrebbero imparare da lui che la loro chiamata sotto le armi è lungi dall’essere l’adempimento della legge di Dio, come si fa loro credere.

La cosa più comoda, per il governo, sarebbe semplicemente di recidere il capo al refrattario, di bastonarlo a morte, o di sopprimerlo in qualunque altro modo, come si faceva un tempo. Disgraziatamente è impossibile mettere a morte apertamente un uomo per il motivo ch’egli è fedele alla dottrina che noi stessi professiamo.

D’altra parte, è del pari impossibile lasciare in pace un uomo che rifiuta di ubbidire. Allora il governo s’ingegna di obbligare colle sofferenze quest’uomo a rinnegare il Cristo, oppure lo sopprime segretamente con un mezzo qualunque, affinché nessuno conosca né il suo supplizio né il suo esempio.

Hanno adoperato ogni genere di astuzie per far subire al refrattario ogni specie di torture. Lo hanno deportato in qualche paese lontano, o processato per violazione della disciplina, o l’ hanno messo in prigione, o incorporato nei battaglioni di disciplina, dove già si può liberamente torturarlo, o lo hanno fatto passare per pazzo e rinchiuso in un manicomio. Così, ne hanno deportato uno a Tashkent, cioè hanno preso il pretesto di mandarlo nell’esercito di Tashkent; un altro fu mandato a Omsk; un terzo fu giudicato per ribellione e fu incarcerato; un quarto infine fu rinchiuso in un manicomio.

Dappertutto la stessa cosa! Non solo il governo, ma anche la maggioranza della gente liberale, dei liberi pensatori, sembra essersi data la parola d’ordine per distogliere con cura il capo da tutto ciò che fu detto, scritto, fatto e si fa ancora per rivelare l’inconciliabilità della violenza nella sua forma più terribile, più grossolana, più netta — quella del caporalismo, cioè l’organizzazione dell’uccisione — con la dottrina, non dirò cristiana, ma semplicemente umanitaria, che la società pretende di professare.

Così le informazioni che io ho ricevute sulla questione di sapere fino a qual punto è stato spiegato da lungo tempo e si spiega sempre più il vero significato della dottrina del Cristo, e qual è, rispetto a questa spiegazione ed all’osservanza della dottrina, l’attitudine delle classi superiori e dirigenti non solo in Russia, ma anche in Europa ed in America, queste informazioni, dico, mi hanno convinto che in quelle classi esiste un’ostilità cosciente contro il vero cristianesimo, e che questa ostilità si traduce principalmente nella cospirazione del silenzio di cui sono circondate tutte le sue manifestazioni.


Note

  1. Nel testo il cognome è indicato in modo errato: Harrison e non Garrison. Si tratta di William Lloyd Garrison (1805–1879), stato uno dei fondatori della American Antislavery Society, direttore del giornale abolizionista “The Liberator”, che sosteneva la tesi della immediata, e non graduale, emancipazione di tutti gli schiavi.(NdC) ↩

  2. Adin Ballou (1803 – 1890) è una figura importante del radicalismo cristiano americano. Fondatore della comunità di Hopedale (Milford, Massachusetts), fu un sostenitore della non-resistenza da un punto di vista anarchico molto vicino a quello di Tolstoj. Tra le sue opere: Practical Christian Socialism: A Conversational Exposition of the True (1854) e Christian Non-resistance, in All Its Important Bearings (1846). (N.d.C.) ↩

  3. La traduzione è fatta liberamente con certe omissioni. ↩

  4. Petr Chelčický (1390 circa–1460 circa). Ancora oggi sono poche le pubblicazioni sulla sua figura. Una traduzione parziale della Rete della Fede è in E.C.S. Molnár, A Study of Peter Chelcický’s Life and a Translation from Czech of Part One of his Net of Faith, Pacific School of Religion, Berkeley, CA 1947. Tra gli studi si segnala: M. L. Wagner, Petr Chelcický. A Radical Separatist in Hussite Bohemia, Herald Press, Scottsdale, PA 1983. (N.d.C.) ↩

  5. Jonathan Dymond (1796–1828) è stato un filosofo quacchero inglese, noto soprattutto per i suoi Essays on the principles of morality & on the private & political rights & obligations of mankind (1896). (N.d.C.) ↩

  6. D. Musser, Non-resistance asserted, or The kingdom of Christ and the kingdom of this world separated, and no concord between Christ and Belial, Eliuas Barr & Co., Lancaster 1864. (N.d.C.) ↩

  7. Frusta con ganci metallici usata come strumento di tortura. (N.d.C.) ↩