Conclusione. Fate penitenza, perché il Regno di Dio è prossimo, esso è alla nostra porta
Terminavo finalmente quest’opera alla quale lavoravo da due anni, allorché traversando in ferrovia i governi di Tula e di Riazan, allora come adesso afflitti dalla carestia, il treno che mi portava s’incrociò ad una stazione con un treno di soldati che accompagnava lo stesso governatore del paese. Questi soldati avevano dei fucili, delle cartucce e delle verghe per martirizzare gli infelici affamati.
Le battiture con le verghe per fare rispettare le decisioni dell’autorità, benché le pene corporali siano state legalmente abolite trent’anni fa, diventano da parecchi anni sempre più frequenti.
Avevo già sentito parlare di simili cose; avevo anche letto nei giornali il resoconto delle esecuzioni avvenute a Cernigov, a Tambov, a Saratov, ad Astracan e ad Orel, e di quelle di cui il governatore di Nijni-Novgorod, Baranov, si era vantato; però non mi era mai accaduto come in quel giorno, di vedere gli uomini all’opera. Così io ho visto dei Russi buoni e compenetrati dello spirito cristiano, armati di fucili, di cartucce e di verghe, che andavano a martirizzare i loro fratelli affamati!
Il motivo per cui essi viaggiavano era questo:
In una delle più belle proprietà del paese, i contadini coltivavano una foresta sopra una terra appartenente in comune a loro e ad uno dei più ricchi proprietari del paese, quando costui se l’attribuì tutta intera e cominciò a praticarvi dei tagli. I contadini, che da lunghi anni godevano di questa foresta che consideravano come loro propria od almeno come proprietà comune, sporsero querela. In prima istanza i giudici pronunziarono una sentenza ingiusta. (Dico ingiusta con il governatore e con il procuratore che la dichiararono tale essi medesimi). Il giudice diede ragione al proprietario.
Tutte le altre sentenze che seguirono, inclusa quella del senato, benché ciascuno vedesse chiaramente che la prima sentenza era ingiusta, la confermarono, e la foresta fu aggiudicata tutta intera al proprietario.
Il proprietario continuò i tagli; ma i contadini, non potendo credere che un’ingiustizia così flagrante potesse essere commessa dai poteri supremi, non si sottomisero. Essi cacciarono gli operai venuti per tagliare, dichiarando che la foresta apparteneva a loro, che sarebbero andati fino dallo zar, ma che non avrebbero lasciato toccare la foresta.
La cosa fu riferita a Pietroburgo da dove fu trasmesso ordine al governatore di eseguire la sentenza, e questi chiese la truppa, ed ecco i soldati col loro rifornimento di fucili, di cartucce, e di fasci di verghe preparate espressamente per l’occasione, tutto ciò alla rinfusa, nel vagone, eccoli diretti a fare eseguire la decisione suprema.
L’esecuzione della decisione delle autorità superiori si traduce con l’omicidio, con supplizi o con la minaccia dell’uno o dell’altro, a seconda che la gente si rivolti o si sottometta.
Nel primo caso, cioè se il contadino si rivolta, in Russia (come in tutti i paesi nei quali esiste il diritto di proprietà) le cose avvengono nel modo seguente:
Il governatore pronunzia un discorso nel quale domanda la sottomissione. La folla sovreccitata ed ordinariamente raggirata dai più esaltati, non ha capito per nulla il linguaggio pomposo del funzionario; allora il governatore domanda la sottomissione della folla e le ordina di sciogliersi, altrimenti sarà obbligato a ricorrere alla forza.
Se la folla non si sottomette e non si scioglie, il governatore ordina di far fuoco a polvere. Se la folla non si scioglie neanche allora, il governatore ordina di tirare sulla folla, non importa su chi; il soldato tira, i morti ed i feriti cadono nella via. Allora la folla si scioglie ed i soldati, per ordine del governatore, si impadroniscono in mezzo ad essa di coloro che ritengono più pericolosi e li conducono via sotto scorta; poi si raccolgono i moribondi insanguinati, gli storpiati, i morti, gli uomini feriti, qualche volta delle donne e dei bambini. I morti sono seppelliti, gli storpiati sono mandati negli ospedali.
Coloro che sono considerati come i caporioni più esaltati, sono condotti in città e giudicati da un consiglio di guerra. Quando è provato che la loro ribellione arrivò alla violenza, essi sono condannati all’impiccagione. Allora si rizza la forca. Si strozzano delle vittime senza difesa, come avviene sovente in Russia e come non può non avvenire dovunque l’ordinamento sociale è fondato sulla forza. Ecco ciò che avviene in caso di rivolta.
Nel secondo caso, cioè nel caso in cui il contadino si sottomette, avviene qualcosa di speciale, assolutamente russo. Ecco che cosa avviene: il governatore arriva sul luogo designato, pronunzia un discorso col quale rimprovera al popolo la sua insubordinazione, ovvero fa occupare dall’esercito le case del villaggio dove, talvolta durante un mese, i soldati esauriscono i mezzi di sussistenza del contadino, ovvero, essendosi limitato alla minaccia, se ne torna indietro senza usare maltrattamenti, oppure, cosa che accade il più delle volte, dichiara che i caporioni debbono essere puniti. Si sceglie a casaccio, senza giudizio, ed una certa quantità d’individui, riconosciuti come caporioni, sono battuti con le verghe alla sua presenza.
Per darvi un’idea del modo col quale si procede, voglio descrivervi un’esecuzione di questo genere e che ebbe l’approvazione delle autorità superiori.
Ecco che cosa è accaduto a Orel:
Come nel governo di Tula, il proprietario ebbe l’idea di appropriarsi la roba dei contadini, e ugualmente, come laggiù, i contadini si opposero alle sue pretese. Il motivo della lite era questo: il proprietario voleva deviare sull’altura, a beneficio del suo mulino, una cascata di acqua che annaffiava i campi dei contadini. Questi si ribellarono. Il proprietario ricorse al commissario rurale che, ingiustamente (come d’altronde fu poi riconosciuto dalla giustizia) diede ragione al proprietario. Gli permise di deviare l’acqua. Il proprietario mandò degli operai a scavare i condotti per mezzo dei quali gli doveva venire l’acqua. I contadini esasperati da questa sentenza iniqua, mandarono le loro mogli per impedire agli operai del proprietario di scavare i condotti: giunte sulle dighe, esse rovesciarono le carrozze e cacciarono gli operai.
Il proprietario ricorse contro le donne. Il commissario rurale ordinò di mettere in prigione una donna di ogni famiglia.
L’ordine non era facile da eseguire, perché in ogni casa vi erano parecchie donne e non si poteva sapere quale bisognava imprigionare; così la sentenza non fu eseguita. Il proprietario si lagnò della negligenza della polizia, col governatore, il quale, senza rendersi esatto conto delle cose, ordinò semplicemente di fare eseguire la sentenza del commissario rurale.
Il commissario del distretto giunse nel paese e comandò severamente ai suoi agenti di arrestare in ogni casa una donna qualunque: ma, come abbiamo detto, essendoci parecchie donne in ogni casa, sorsero delle discussioni; il commissario del distretto ordinò di non tenerne conto, di agguantare la prima donna che vedessero e di condurla in prigione.
I contadini difesero le loro mogli e le loro madri; essi impedirono che la polizia compisse la sua missione; picchiarono gli agenti ed il commissario dei distretto. Un nuovo delitto si aggiunse dunque all’altro, la ribellione alle leggi; si mandò notizia di questo nuovo fatto in città; ed ecco, come già a Smolensco, il governatore del paese, a capo di un battaglione di soldati armati di fucili e di verghe, con grande rinforzo di telegrafo e di telefono, viaggiante in treno direttissimo, accompagnato da un dotto medico incaricato di sorvegliare che la bastonatura fosse applicata igienicamente, ecco, diciamo, il governatore incarnante il Gengis Kan moderno predetto da Herzen, arrivato sul luogo dell’esecuzione.
Nel municipio del cantone si trovavano la truppa, un reggimento di gendarmi con le rivoltelle pendenti dai loro cordoni rossi, i principali tra i contadini del luogo ed infine i colpevoli. All’intorno si era radunata una folla di più di mille individui.
Il governatore, arrivato in carrozza, scese, pronunziò il discorso di uso e domandò i colpevoli ed una panca. Sulle prime, questa domanda non fu capita, ma un gendarme che il governatore conduceva dappertutto dietro di sé e che si occupava specialmente di organizzare siffatte esecuzioni, ripetute parecchie volte in quel governo, spiegò che la panca richiesta doveva servire per flagellare.
La panca fa portata, come le verghe, ed i carnefici furono chiamati. I carnefici sono preparati anticipatamente, vengono scelti fra i ladri di cavalli dello stesso villaggio, perché i soldati rifiutano assolutamente questo genere di funzioni.
Quando tutto fu pronto, il governatore ordinò di far uscire dalle file il primo tra i dodici uomini additati dal proprietario come i più colpevoli. Era un padre di famiglia onorevole, stimato da tutti, un uomo di quarant’anni che difendeva energicamente gli interessi della sua classe e che godeva perciò di molta considerazione fra gli abitanti. Lo condussero presso la panca, lo svestirono e lo distesero.
Il contadino cominciò a supplicare, ma, vedendo che sarebbe stato inutile, fece un gran segno di croce e si coricò. Due gendarmi si precipitarono per tenerlo. Il dotto medico stava lì presso, per il caso in cui il suo aiuto e la sua alta scienza medicale diventassero necessari. I carnefici si sputarono nelle mani, alzarono le verghe e cominciarono a picchiare. Accadde che la panca non era abbastanza larga e che era difficile mantenervi la vittima che si torceva. Il governatore ordinò di portare un’altra panca e di mettere un’asse. I soldati, facendo il saluto militare e ripetendo: “Benissimo, Eccellenza”, si prepararono ad eseguire l’ordine, mentre seminudo, pallido, l’uomo martirizzato aspettava, aggrottando le ciglia, guardando la terra e battendo i denti. Quando la panca fu allargata, vi ricollocarono la vittima e di nuovo i ladri di cavalli cominciarono a picchiare. Le spalle e le reni dell’uomo si coprivano sempre più di strisce marmoree, e ad ogni colpo, si sentivano i gemiti sordi che lo straziato non poteva reprimere.
Nella folla che stava intorno, si sentivano le grida della moglie, della madre, dei figli, dei parenti del martirizzato, e di tutti coloro che erano stati chiamati ad assistere al supplizio.
Il disgraziato governatore, ebbro del suo potere, contava ogni colpo sulle dita, piegandoli uno dopo l’altro, senza cessare di fumare il sigaretto che varie persone servizievoli si affrettavano a ravvivare, offrendogli dei cerini accesi.
Quando i colpi furono più di cinquanta, il contadino cessò di gridare e di agitarsi, e il medico che aveva fatto i suoi studi in una istituzione dello Stato per potere poi mettere la sua alta scienza al servizio del suo sovrano e della sua patria, il medico si avvicinò allo straziato, tastò il polso, auscultò il cuore e dichiarò al governatore che l’uomo punito aveva perduto conoscenza e che, secondo i dati della scienza, poteva essere pericoloso per la vita del paziente continuare l’esecuzione. Ma il disgraziato governatore, già ebbro per la vista del sangue, ordinò di continuare, e l’esecuzione si proseguì fino al settantesimo colpo, limite ch’egli aveva fissato, non si sa perché. Allora soltanto il governatore disse: “Basta! Al seguente”. E portarono via il martirizzato, con le spalle ammaccate, privo di sensi; poi condussero un altro. I singhiozzi della folla aumentavano, ma il rappresentante dell’autorità fece continuare l’esecuzione.
Si fece così fino al dodicesimo, e ciascuno ricevette settanta colpi. Tutti imploravano il loro perdono, gridavano e gemevano. I singhiozzi della folla e soprattutto quelli delle donne divenivano strazianti. Il viso degli uomini s’imbruniva sempre di più. Ma la truppa li circondava e l’esecuzione non cessò se non quando parve sufficiente a quel disgraziato mezzo ebbro e smarrito che si chiamava il governatore. I funzionari, gli ufficiali, i soldati, non solo assistevano a quella esecuzione, ma vi partecipavano, poiché, con la loro presenza, rendevano impossibile ogni resistenza della folla.
Quand’io chiesi ad uno di questi governatori il motivo di siffatte esecuzioni di gente già sottomessa, con l’importanza di un uomo che conosce tutte le finezze della saggezza governativa, egli mi rispose essere provato dall’esperienza che, se i contadini non fossero puniti, si rivolterebbero di nuovo e che l’esecuzione di alcuni afferma per sempre l’autorità del potere.
Ed ecco perché il governatore di Tula, con i suoi funzionari, i suoi ufficiali ed i suoi soldati, andava a, sua volta a compiere un’esecuzione simile.
Anche qui l’assassinio ed il supplizio dovevano ratificare la decisione dell’autorità superiore. Si trattava di dare la possibilità ad un giovane proprietario fondiario che aveva già cento mila rubli di rendita, di riceverne ancora tremila con la legna tolta da lui ad un’intera comunità di contadini affamati, per potere spendere questo danaro in due o tre settimane nelle trattorie di Mosca, di Pietroburgo o di Parigi. Ecco l’opera che andava a compire la gente da me incontrata.
Come se fosse fatto apposta, il caso, dopo due anni di meditazione sullo stesso oggetto, mi rendeva testimone, per la prima volta in vita mia, di un fatto la cui realtà brutale mi mostrava, con piena evidenza, ciò che avevo visto da lungo tempo chiarissimamente in teoria, che il nostro ordinamento sociale è fondato, non come vorrebbero darlo ad intendere uomini interessati all’attuale ordine di cose, su basi giuridiche, ma sulla violenza più grossolana, sull’assassinio e sul supplizio.
Gli uomini che possiedono grandi quantità di terre e di capitali, o che ricevono grossi stipendi prelevati sulla classe più miserabile, la classe operaia, ed anche quelli che, come i negozianti, i medici, gli artisti, gli impiegati, gli scienziati, i cocchieri, i cuochi, gli scrittori, i camerieri, gli avvocati, si nutrono presso questi uomini ricchi, amano credere che i privilegi di cui godono risultano non dalla violenza, ma da uno scambio assolutamente regolare e libero di servizi. Essi preferiscono credere che i privilegi di cui godono esistono da loro stessi e sono il risultato di una libera convenzione fra gli uomini, e che le violenze, esistendo pure da loro stesse, risultano da non so quali leggi generali. Essi si sforzano di non vedere che i loro privilegi sono sempre la conseguenza della medesima causa, di quella che obbliga i contadini, sotto pena di essere battuti con le verghe od uccisi, ad abbandonare la loro legna ad un proprietario che non ne ha bisogno e che non ha preso nessuna parte alla coltivazione della foresta.
E tuttavia, se è vero che, grazie alle minacce, le battiture e l’assassinio aumentò la rendita del mulino di Orel, e che le foreste coltivate dai contadini furono date al proprietario ozioso, è ugualmente vero che tutti gli altri privilegi eccezionali di cui godono i ricchi, privando i poveri del necessario, sono fondati sulle stesse cause.
Se coloro che hanno bisogno di terra per nutrire la loro famiglia non possono coltivare quella che circonda le loro case, e se un solo uomo, qual che egli sia, russo, inglese, austriaco, o non importa quale gran proprietario che non coltiva da sé stesso, ne possiede un’estensione capace di nutrire mille famiglie; se il ricco mercante, profittando della miseria del coltivatore, può comprare il grano per il terzo del suo valore e, senza incorrere in una punizione, conservarlo nei suoi magazzini in mezzo a gente affamata a cui egli lo rivende tre volte più di quanto vale, è chiaro che tutto ciò proviene dalla stessa causa.
E se non si possono comprare certi prodotti, a causa di una linea di separazione che si chiama la frontiera, senza pagare la dogana a gente che non ha preso nessuna parte alla produzione di queste mercanzie; se i contadini devono vendere la loro ultima vacca per pagare le imposte che il governo distribuisce ai suoi funzionari o destina a nutrire dei soldati incaricati alla loro volta di uccidere questi medesimi taglieggiati, dovrebbe apparire evidente che tutto ciò non è la conseguenza di qualche principio astratto, ma ha comune la causa con ciò che avvenne ad Orel, con ciò che avrebbe potuto avvenire adesso nel governo di Tula e che si presenta periodicamente, sotto una forma o sotto un’altra, nel mondo intero, dovunque c’è un governo e ci sono dei ricchi e dei poveri.
Gli uomini che godono i privilegi delle classi dirigenti si persuadono e persuadono gli altri, unicamente perché vi sono casi di violenza senza supplizi e senza assassini, che i vantaggi dei quali godono non sono la conseguenza di martiri e di esecuzioni, ma bensì quella di alcune cause generali e misteriose.
Eppure, se gli uomini che vedono l’ingiustizia di tutto questo (come gli operai, oggi) danno ciò nonostante la maggior parte del prodotto del loro lavoro ai capitalisti, ai proprietari fondiari, e pagano le imposte, sapendo a quale cattivo uso sono destinate, è evidente che essi lo fanno non per ubbidire a certe leggi astratte, di cui non hanno nessuna idea, di cui non hanno neanche udito mai parlare, ma perché sanno che saranno battuti e saranno uccisi, se rifiutano.
E, se non si è costretti ad imprigionare, ad accoppare, a giustiziare ogni volta che il proprietario esige i suoi fitti, ogni volta che coloro che hanno bisogno di pane devono pagarlo tre volte più di quanto vale, ogni volta che l’operaio è costretto a contentarsi di un salario insufficiente mentre il padrone guadagna due volte di più, ed ogni volta che il povero è ridotto a dare i suoi ultimi rubli per pagare le tasse e le imposte, ciò risulta da questo: che, in un modo o in un altro, si sono già talmente accoppati ed uccisi gli uomini per i loro antichi tentativi d’indipendenza, che essi se ne ricordano per sempre. Come una tigre domata che, nella sua gabbia, non prende la carne che le si mette davanti e che salta un bastone quando le viene ordinato, agisce così perché si ricorda della spranga di ferro arroventato, o del digiuno con cui è stata castigata per la sua disobbedienza, allo stesso modo, gli uomini che si sottomettono a ciò che è contrario al loro interesse ed a ciò che considerano come ingiusto, si ricordano di quello che hanno sofferto quando hanno voluto resistere.
In quanto agli uomini che approfittano dei vantaggi risultanti dalle violenze anteriori, essi dimenticano spesso ed amano dimenticare come questi vantaggi furono acquistati. Tuttavia basta rileggere la storia, non quella delle gesta dei diversi sovrani, ma la storia vera, quella dell’oppressione della maggioranza per opera della minoranza, per accorgersi che tutti i privilegi dei ricchi non sono fondati che sulle verghe, le prigioni, gli ergastoli, le esecuzioni capitali.
Si possono citare casi di oppressione, rari è vero, che non hanno il fine di procurare vantaggi alle classi dirigenti, ma si può dire senza esitazione che nella nostra società, in cui, per ogni uomo che vive nell’agiatezza, ve ne sono dieci consunti dal lavoro, invidiosi, avidi, e spesso sofferenti crudelmente con le loro famiglie, tutti i privilegi dei ricchi, tutto il loro lusso, tutto il loro superfluo non è acquistato ed assicurato che dai cattivi trattamenti, dagli imprigionamenti, dalle esecuzioni capitali.
Il treno rapido ch’io incontrai il 9 di settembre si componeva di un vagone di prima classe per il governatore, per i funzionari e per gli ufficiali, e di alcuni vagoni da merci pieni di soldati. Quelle autorità e quei soldati si recavano a Tula per commettere un’ingiustizia flagrante. Questo fatto prova all’evidenza come gli uomini possono compiere degli atti assolutamente contrari alla loro convinzione ed alla loro coscienza, senza accorgersene.
I soldati, bravi giovani, nelle loro uniformi fiammanti nuove e pulite, erano aggruppati in piedi o seduti con le gambe pendenti dalla larga apertura dei vagoni merci. Gli uni fumavano, altri si urtavano coi gomiti, scherzavano, ridevano, mostrando tutti i denti; altri, rosicchiando semi di girasole, sputavano le pellicole con aria d’importanza. Alcuni correvano a bere alla botte di acqua che si trovava sulla piattaforma, e, incontrando degli ufficiali, rallentavano il passo, facevano il loro gesto stupido, portando la mano alla fronte con aria seria, come se facessero qualcosa di molto importante, passavano innanzi e poi si rimettevano a correre più allegramente ancora, picchiando sulle assi della piattaforma, ridendo e ciarlando come è naturale a giovani di buona salute ed a buoni ragazzi che viaggiano in allegra compagnia. Andavano ad accoppare i loro padri ed i loro nonni affamati, come se andassero ad un divertimento.
I funzionari in uniforme di gala e gli ufficiali, disseminati sulla piattaforma e nella sala di prima classe, producevano la stessa impressione. Davanti ad una tavola ingombra di bottiglie era seduto, in abito semi militare, il governatore, capo di tutta la spedizione. Mangiava e discorreva tranquillamente del bel tempo con alcuni conoscenti che aveva incontrato; come se lo scopo del suo viaggio fosse così semplice ed ordinario da non poter disturbare la sua quiete e l’interesse ch’egli prendeva al cambiamento del tempo.
Un poco discosto dalla tavola era seduto il generale di gendarmeria con aria impenetrabile, ma annoiata, come se tutte quelle formalità lo stancassero grandemente. Dappertutto, ufficiali, nelle loro uniformi a galloni d’oro, andavano e venivano rumorosamente. Chi, a tavola, finiva la sua bottiglia di birra; chi, in piedi accanto al banco, mangiava una pasta, scuoteva le briciole cadute sul davanti dell’uniforme e gettava la moneta con un gesto altezzoso; chi, dondolandosi, passeggiava davanti al nostro treno e guardava le donne leggiadre.
Tutti costoro, andando ad assassinare o martirizzare della gente affamata ed inoffensiva che li nutre, avevano l’aria di sapere benissimo ciò che facevano ed anche di gloriarsene. Che significa tutto questo?
Tutti costoro si trovano a mezz’ora circa dal luogo in cui vanno a compiere gli atti più terribili che sia possibile immaginare, e vi si avvicinano tranquillamente!
Dire che tutti codesti funzionari, ufficiali e soldati non sappiano ciò che vanno a fare è impossibile, poiché vi si sono preparati. Il governatore ha dovuto dare degli ordini relativi alle verghe, i funzionari hanno dovuto dibatterne il prezzo, comprarle ed iscriverle nel libro delle spese; i militari hanno dato o ricevuto degli ordini relativi alle cartucce. Sanno tutti che vanno a martirizzare, forse ad uccidere i loro fratelli sfiniti dalla carestia e che si metteranno a quest’opera fra un’ora, forse.
Dire, come si dice generalmente e come essi stessi ripetono, che agiscono per convinzione della necessità di mantenere l’ordinamento governativo, sarebbe ingiusto, in primo luogo, perché è dubbio che tutti quegli uomini si siano mai preoccupati dell’ordinamento governativo e della sua necessità; poi, perché non possono essere convinti che l’atto al quale partecipano servirà al mantenimento e non alla rovina dello Stato; ed infine, perché in realtà il maggior numero fra loro, se non tutti, non solo non sacrificheranno mai la loro tranquillità e la loro gioia per mantenere lo Stato, ma non lasceranno neanche mai passare l’occasione di approfittare, a danno dello Stato, di tutto ciò che può aumentare la loro tranquillità ed il loro benessere. Quindi, non sono guidati da nessun principio.
Che significa tutto questo?
Nondimeno, io li conosco tutti quegli uomini. Se non li conosco personalmente, conosco più o meno il loro carattere, il loro passato, il loro modo di vedere. Hanno tutti delle madri, alcuni hanno moglie e figli. La maggior parte sono bravi figliuoli, buoni, docili, spesso sensibili, che detestano ogni crudeltà; senza parlare dell’assassinio, molti non possono uccidere o martirizzare un animale, di più, sono cristiani, e considerano ogni violenza su gente inoffensiva come un’azione vile e vergognosa. Nella vita ordinaria nessuno di quegli uomini è capace di fare, per il suo minimo profitto, la centesima parte di ciò che ha fatto il governatore di Orel; anzi si offenderebbero di esserne creduti capaci. E tuttavia, eccoli ad un’ultim’ora di distanza dal luogo in cui possono necessariamente essere spinti a farlo.
Che significa tutto questo?
Non solo quegli uomini che quel treno porta sono pronti all’assassinio ed alla violenza, ma anche gli altri che sono la causa di tutto questo affare: il proprietario, il gerente, il giudice, e coloro che, da Pietroburgo, diedero l’ordine, come hanno potuto, quegli uomini, anch’essi buoni, anch’essi cristiani, intraprendere ed ordinare un atto simile? Come gli stessi semplici spettatori che non vi concorrono, che s’indignano di ogni caso di violenza nella vita privata, quand’anche non si tratti che di un cavallo martirizzato, come mai possono lasciare perpetrare un’opera così terribile? Come mai non s’indignano, come mai non sbarrano la strada e non gridano: “No, noi non permetteremo mai che si battano e si uccidano degli affamati solo perché non cedono l’ultima poca roba che loro si vuol togliere indebitamente!” Invece, questi uomini ed anche quelli che sono stati causa dell’affare, il proprietario, il gerente, il giudice e quelli che hanno dato gli ordini, come il governatore, il ministro, hanno la coscienza assolutamente tranquilla. Tutti quelli che andavano a compiere quel delitto sembravano pure tranquilli.
Gli spettatori, che apparentemente non potevano avere nessun interesse personale a questo affare, guardavano piuttosto con simpatia che con ribrezzo tutta quella gente che si preparava a commettere un’azione così atroce. Nello stesso vagone con me viaggiava un mercante di legna, antico contadino. Egli esprimeva francamente e ad alta voce la sua approvazione.
“Non si deve disobbedire all’autorità, diceva. Essa è fatta per essere obbedita. Aspettate un poco, saranno spulciati bene. Non faranno più sommosse. Così va fatto!”
Che significa tutto questo?
Non si può dire che tutti costoro, provocatori, partecipanti, indifferenti, fossero talmente degradati da agire in modo contrario alle loro convinzioni, gli uni per uno stipendio, gli altri per paura di una punizione. In certi casi, essi sanno difendere le loro convinzioni. Nessuno di questi funzionari ruberà una borsa, leggerà una lettera non diretta a lui, sopporterà un’offesa senza domandarne soddisfazione; nessuno di questi ufficiali trufferà al gioco, denuncerà un compagno, fuggirà dal campo di battaglia o abbandonerà la bandiera; nessuno di questi soldati acconsentirebbe a sputare l’ostia, e neanche a mangiare della carne il venerdì santo. Tutti costoro sono pronti a sopportare ogni specie di privazioni e di sofferenze piuttosto che acconsentire a fare ciò che considerano come una cattiva azione. Essi hanno dunque la forza di resistenza, quando si tratta delle loro convinzioni.
Dire che tutti costoro sono delle belve a cui non ripugna di commettere queste crudeltà, è ancora meno possibile. Basta parlargli per vedere che tutti, e il proprietario, e il giudice, il ministro, ed il sovrano, ed il governatore, e gli ufficiali, ed i soldati, non solo in cuor loro non approvano quest’azione, ma anzi soffrono di essere obbligati a parteciparvi quando se ne ricorda loro l’iniquità. Essi cercano solo di non pensarvi.
Basterebbe parlargli per avvedersi che hanno coscienza di questa iniquità, che avrebbero preferito di non parteciparvi e che ne soffrono.
Una signora che professava opinioni liberali e che viaggiava nel nostro stesso treno, avendo visto il governatore e gli ufficiali nella sala di prima classe, ed avendo saputo lo scopo del loro viaggio, si mise, alzando con ostentazione la voce, a criticare violentemente i costumi del nostro tempo e ad inveire contro gli uomini che erano gli strumenti di questa iniquità. Tutti si sentirono a disagio, non si sapeva dove volgere gli sguardi. Ma nessuno la contraddisse. Si finse di non dare nessuna importanza alle sue parole, ma il contegno imbarazzato dei viaggiatori provava che essi avevano vergogna. Notai lo stesso imbarazzo nei soldati. Anch’essi sapevano che l’azione che andavano a commettere era indegna, ma non volevano pensarci.
Quando il mercante di legna – senza sincerità, suppongo, ma solo per mostrare che non era più un contadino – si mise a dire quanto simili misure fossero necessarie, i soldati che l’avevano sentito gli volsero le spalle aggrottando le ciglia e facendo mostra di non avere udito.
Tutti coloro che concorrevano all’adempimento di quella repressione, come i viaggiatori del nostro treno, che, senza parteciparvi, assistevano soltanto ai preparativi, tutti avevano vergogna.
Perché dunque lo facevano e lo tolleravano? Domandatelo a ciascuno di loro. I funzionari risponderanno che ciò avviene per assicurare l’ordine necessario al bene del paese, indispensabile al progresso di ogni società costituita.
Quelli che obbediscono, quelli che devono con le loro mani compiere la violenza, i contadini, i soldati, risponderanno che la cosa e stata ordinata dall’autorità superiore e che l’autorità sa quello che fa. In quanto al sapere se l’autorità debba essere fra le mani degli uomini che la tengono, per essi la cosa è indiscutibile. Quand’anche essi potessero ammettere la possibilità di un errore, non potrebbero comprenderlo che in un funzionario inferiore; in quanto all’autorità superiore, essa è per loro sempre infallibile.
Benché spieghino la loro condotta con diversi motivi, i capi ed i subordinati sono d’accordo nel dire che agiscono così perché l’ordine di cose esistente è necessario e perché ognuno ha il sacro dovere di contribuire al suo mantenimento.
Essi si fondano sulla necessità e sull’immutabilità di quest’ordine di cose per giustificare la loro partecipazione alle violenze del governo. Poiché questo ordinamento è immutabile, dicono, il rifiuto di obbedire di un individuo isolato non potrebbe portarvi il minimo cambiamento. Avverrebbe solo che la missione di cui questo insubordinato non volesse incaricarsi sarebbe affidata ad un altro che la compierebbe forse in un modo più rigoroso e più crudele.
Questo l’argomento che permette ad uomini, onesti e buoni nella vita privata, di partecipare con la coscienza più o meno tranquilla, ad atti come quelli avvenuti ad Orel o come quelli ai quali si preparavano i viaggiatori del treno che andava a Tula.
Ma su che cosa è fondata questa affermazione ?
Si capisce facilmente che per un proprietario è piacevole e desiderabile credere alla necessità e all’immutabilità dell’attuale ordine di cose che gli assicura la rendita di centinaia e migliaia di acri di terra e gli permette di vivere la sua vita abituale, oziosa e lussuosa.
Si capisce ugualmente che il giudice creda volentieri alla necessità dell’ordine di cose che gli permette di ricevere cinquanta volte più dell’operaio più laborioso. Così per tutti gli altri funzionari superiori. Solo grazie a quest’ordine di cose il governatore, il procuratore, i senatori, i membri di ogni specie di consigli possono ricevere i grossi stipendi senza dei quali perirebbero immediatamente con tutta la loro famiglia, perché tutta la loro intelligenza, tutto il sapere e tutto il lavoro non darebbe loro, in tutt’altra situazione, la centesima parte di ciò che guadagnano. Nello stesso caso si trovano i ministri, il capo dello Stato e tutte le autorità superiori, con la sola differenza che più in alto sono locati, più la loro situazione è eccezionale e maggiormente essi devono credere che il regime attuale sia l’unico possibile, perché non solo non potrebbero avere fuori di esso una situazione equivalente, ma anzi cadrebbero più in basso di tutti gli altri uomini. Un uomo ingaggiato volontariamente come guardia municipale con una paga di dieci rubli al mese, ecc., che egli potrebbe facilmente guadagnare in qualunque altro modo, è poco interessato alla conservazione dell’attuale ordine di cose e, quindi, può non credere alla sua necessità assoluta. Ma un re o un imperatore, che riceve dei milioni, che sa che intorno a lui si trovano migliaia di uomini invidiosi del suo posto, che sa che in nessun’altra posizione egli riceverebbe gli stessi onori e la stessa rendita, e che anzi, se lo rovesciassero, lo potrebbero processare per i suoi abusi di potere; ogni re o imperatore, dico, non può non credere al carattere immutabile e sacro dell’ordine di cose esistente. Quanto più alta è la posizione di un uomo, tanto più ,essa è instabile; e quanto più la sua caduta sarebbe terribile, tanto più egli ha fede nella durata illimitata dell’organizzazione esistente e può commettere delle violenze e delle crudeltà con una maggiore e più perfetta tranquillità di animo, come se egli non agisse nel suo proprio interesse, ma solo nell’interesse del regime. Tale è la situazione di tutti i funzionari che occupano delle posizioni più lucrose di quelle che potrebbero occupare con un altro ordinamento, dai poliziotti più umili all’autorità più alta.
Ma i contadini, i soldati, posti sui gradini inferiori della scala sociale, che non hanno nessun beneficio da quest’ordine di cose, che si trovano nella posizione più infima e più umiliante, perché mai credono che quest’ordine di cose è proprio quello che deve esistere e che si deve, quindi, mantenere, anche a prezzo di atti contrari alla coscienza? Chi obbliga questi uomini a credere alla sua immutabilità, poiché è evidente che esso non è immutabile se non perché essi lo mantengono?
Chi obbliga questi contadini, tolti ieri dal vomere ed infagottati di abiti sgraziati e sconvenienti, col colletto turchino e coi bottoni dorati, ad andare, armati di fucili e di sciabole, ad assassinare i loro padri ed i loro fratelli affamati? Costoro non hanno nessun interesse al mantenimento del regime attuale e non possono temere di perdere la loro posizione, poiché essa è peggiore di quella a cui furono strappati.
I capi, spesso buoni, umani, oltre il profitto che vi trovano, sono capaci di partecipare a simili atti perché la loro partecipazione è limitata all’istigazione, alle decisioni, agli ordini. Per lo più non vedono neanche come si commettono tutte queste atrocità provocate o ordinate da loro. Ma i disgraziati delle classi inferiori che, senza il minimo profitto – anzi sono disprezzati – strappano con le loro proprie mani degli uomini alle loro famiglie, li legano, li imprigionano, li deportano, li custodiscono, li fucilano, perché lo fanno?
Tutte le violenze non si possono commettere che grazie all’opera loro. Senza di loro, nessuno di quegli uomini che firmano delle sentenze di morte, di imprigionamento e di reclusione perpetua, non si sarebbe mai deciso ad impiccare, ad imprigionare, a martirizzare egli stesso la millesima parte di coloro che, dal suo gabinetto, egli ha così tranquillamente fatto impiccare e martirizzare, unicamente perché non lo vede, perché non lo fa da sé stesso, ma perché lo fa fare lontano, dai suoi docili esecutori.
Tutte queste ingiustizie e crudeltà sono divenute abituali soltanto perché c’è della gente sempre pronta a commetterle servilmente, poiché se non ve ne fosse, coloro che danno gli ordini non avrebbero mai neppure osato sognare ciò che ordinano con una così grande disinvoltura, e nessuno oserebbe affermare, come fanno oggi tutti i proprietari oziosi, che la terra che circonda i contadini miserabili appartiene ad un uomo che non la coltiva, e che le riserve di grano, truffate ai coltivatori debbono essere serbate intatte in mezzo ad una popolazione affamata, perché i negozianti devono guadagnarvi sopra.
Se questi esecutori non esistessero, il proprietario non avrebbe mai avuto l’idea di sottrarre ai mugichi la foresta che hanno coltivata, né i funzionari quella di considerare come legittimi i loro stipendi tolti al popolo affamato e che essi guadagnano opprimendo il popolo o perseguitando degli uomini che rifiutano la menzogna e predicano la verità.
Tutte queste azioni come quelle di tutti i tiranni, da Napoleone fino all’ultimo comandante di compagnia che fa fuoco sulla folla, non si spiegano se non perché essi sono inebriati dalla potenza che dà loro la sottomissione degli uomini pronti a compiere tutti i loro ordini e sui quali sentono di poter contare. Tutta la forza risiede dunque negli uomini che compiono con le loro proprie mani gli atti di violenza, negli uomini che servono nella polizia, nell’esercito, soprattutto nell’esercito, perché la polizia non agisce che quando essa sente l’esercito dietro di sé.
Che cosa dunque ha condotto queste masse oneste, dalle quali tutto dipende, a questa aberrazione sorprendente che un ordine di cose così micidiale debba esistere necessariamente?
Chi dunque le ha fatto cadere in un errore così grossolano?
Questi uomini non hanno potuto persuadersi da loro medesimi che essi devono fare ciò che è contrario alla loro coscienza, nocivo, micidiale per loro e per tutta la loro classe che rappresenta i nove decimi della popolazione.
“Come potrai uccidere degli uomini, quando la legge di Dio dice: Tu non ucciderai?”, ho chiesto più di una volta a diversi soldati. Ed io li mettevo sempre nell’imbarazzo ricordando loro con questa domanda una cosa a cui non volevano pensare. Essi sapevano che esiste una legge di Dio obbligatoria: Tu non ucciderai, e sapevano che c’è pure un servizio militare obbligatorio, ma non avevano mai pensato che in questo vi fosse una contraddizione. Il senso delle risposte timide che io ottenevo era sempre che uccidere in guerra o mettere a morte un delinquente per ordine dell’autorità non entra nella proibizione generale. Ma quando io dicevo che questa distinzione non è fatta nella legge di Dio, e ricordavo l’obbligo per tutti della dottrina cristiana, della fratellanza, del perdono delle offese, dell’amore, che, in nessun caso può conciliarsi con l’assassinio, gli uomini del popolo me l’accordavano generalmente, ma a loro volta mi domandavano: “Come avviene dunque che il governo (che a parer loro, non può ingannarsi) mandi l’esercito alla guerra e faccia giustiziare i delinquenti?” Quand’io rispondevo che il governo agisce male dando questi ordini, il mio interlocutore si turbava di più e cessava la conversazione oppure s’irritava contro di me.
“È probabile che si sia trovata una legge per questo. Voglio sperare che gli arcivescovi siano dotti quanto voi”, mi rispose un soldato.
Poi, assolutamente sicuro che i suoi capi hanno trovato una legge che autorizzava i loro avi, i loro credi, e milioni di uomini e lui stesso a servire nell’esercito, egli si sentì visibilmente tranquillizzato e si convinse ch’io ricorrevo semplicemente ad un’astuzia, che gli ponevo innanzi una specie d’indovinello.
Tutti gli uomini del nostro mondo cristiano sanno, in modo assoluto, e per la tradizione, e per la rivelazione, e per la coscienza, che l’uccisione è uno dei più grandi delitti che possa commettere un uomo, come è detto nel Vangelo, e che questo delitto non può essere limitato, cioè che uccidere sia un peccato per gli uni e non lo sia per gli altri. Tutti sanno che è sempre peccato, quale che sia la vittima. È un peccato come l’adulterio, come il furto, o qualunque altro. Tuttavia gli uomini vedono, sin dalla loro infanzia, che l’assassinio è non solo ammesso, ma anche benedetto da coloro che essi sono abituati a considerare come loro guide spirituali, designate da Dio stesso, e vedono i capi laici portare con perfetta tranquillità e perfino con fierezza delle armi micidiali, e, nel nome della legge, esigere dai cittadini ed anche da Dio, la loro partecipazione agli assassini. Gli uomini sentono una contraddizione, in tutto questo; ma non potendo risolverla, suppongono che sia apparente e non risulti che dalla loro ignoranza.
La loro convinzione è raffermata dalla medesima rozzezza e dall’evidenza di questa contraddizione. Essi non possono immaginarsi che coloro che camminano alla testa della civiltà possano predicare con tanta disinvoltura due obblighi che loro paiono così opposti: la legge cristiana e l’uccisione. Un semplice bambino, non corrotto, adolescente poi, non può immaginarsi che uomini che hanno un così alto posto nella sua stima, possano per un fine qualunque, ingannarlo così impudentemente.
Eppure ciò si fa e non cessa di farsi. Ciò si fa: 1° perché a tutti i lavoratori che non hanno il tempo di esaminare da loro stessi le questioni morali e religiose, si suggerisce sin dalla loro fanciullezza, con l’esempio e con l’insegnamento, che la tortura e l’uccisione sono conciliabili col cristianesimo e che, in certi casi, non solo possono, ma anche devono essere adoperati; 2° perché, ad alcuni di loro, arruolati nell’esercito, sia per il servizio obbligatorio, sia volontariamente, si suggerisce che infliggere con le proprie mani la tortura e commettere omicidio è un dovere sacro ed anche un’impresa gloriosa, degna di lode e di ricompensa.
Questa menzogna universale è diffusa da tutti i catechismi o dai libri che li sostituiscono e che servono oggi all’istruzione obbligatoria. In essi è detto che la violenza, la tortura, l’imprigionamento e le esecuzioni capitali, come anche l’assassinio durante la guerra civile o straniera, che hanno il fine di mantenere e di difendere l’ordinamento sociale esistente, quale che sia – monarchia assoluta o costituzionale, convenzione, consolato, impero, repubblica o comune – sono assolutamente legittimi e non contraddicono né la morale, né il cristianesimo.
E gli uomini si persuadono così bene di tutto questo, che crescono, vivono e muoiono in questa convinzione senza mai dubitare un solo istante.
Questa è la menzogna universale, ma c’è anche la menzogna speciale, propria ai soldati od ai poliziotti, che commettono le crudeltà o le uccisioni necessarie al mantenimento dell’attuale ordine di cose.
In tutti i codici militari è detto, in termini più o meno somiglianti, ciò che si legge nel codice militare russo:
“§ 87. Compiere rigorosamente e senza osservazioni gli ordini dei capi, vuol dire compierli senza discutere se sono buoni o cattivi e se la loro esecuzione è possibile. Il capo solo è responsabile delle conseguenze del suo ordine.
“§ 88. Il subordinato non deve disobbedire all’ordine del capo che nel caso in cui veda chiaramente che ubbidendo, egli viola.... (vi aspettate che si dica, nel caso in cui violi la legge di Dio: niente affatto), quando vede chiaramente che egli viola il giuramento di fedeltà al sovrano.”
In quel codice è detto che l’uomo, quand’è soldato, può e deve eseguire senza eccezione tutti gli ordini del capo; ora, questi ordini consistendo soprattutto in omicidi, egli deve per conseguenza violare tutte le leggi divine ed umane, ma non deve violare il suo giuramento di fedeltà a colui che, a un dato momento, si trova per caso al potere. E non può essere altrimenti, perché tutta la potenza dello Stato riposa su questa menzogna. Qui sta la ragione della credenza strana delle classi inferiori che l’attuale ordine di cose, così micidiale per esse, è proprio quello che deve esistere, e che si deve mantenerlo con la tortura e con l’uccisione.
In questi ultimi giorni sono di nuovo stato testimone di questa menzogna svergognata e cinica e di nuovo mi sono stupito che si possa perpetrare così impudentemente.
Al principio del mese di novembre, passando per la città di Tula, vidi di nuovo alla porta del municipio la folla che conosco così bene ed al cui rumore si mischiavano le voci avvinazzate degli uomini ed i lamenti delle madri e delle mogli. Era il consiglio di revisione. Non posso mai passare davanti a questo spettacolo senza fermarmi; esso sembra attirarmi mio malgrado, come per fascinazione. Mi confusi ancora tra la folla, guardando, interrogando, e fui sorpreso della libertà con la quale si commette questo gran delitto in pieno giorno e nel cuore di una città.
Come ogni anno, il 1 novembre, in tutti i borghi ed in tutti i villaggi di questa Russia dai cento milioni di abitanti, gli starosta1 hanno riunito gli uomini iscritti su certe liste, spesso i loro propri figli, e li hanno condotti in città. Per strada, si beveva, senza che le reclute ne fossero impedite dagli anziani, perché recarsi a compiere un affare così insensato, abbandonando mogli madri e tutto ciò che si ha di più caro, semplicemente per divenire un’arma passiva di distruzione, sarebbe troppo crudele se non si stordissero col vino.
Eccoli dunque sdrucciolanti nelle slitte, facendo festa, bestemmiando, cantando, dandosi degli spintoni, passando la notte nelle osterie. La mattina si sono dati coraggio vuotando nuovi bicchieri e si sono riuniti davanti al municipio. Sono là, coperti di pellicce di montone nuove nuove, con sciarpe di lana al collo, con gli occhi gonfi per l’ebbrezza, gli uni strillando selvaggiamente per eccitarsi, gli altri calmi e tristi; si accalcano presso la porta, aspettando il loro turno, circondati dalle madri e dalle mogli con gli occhi pieni di lacrime. Altri si affollavano nel vestibolo dell’ufficio di reclutamento.
All’interno, nel frattempo, il lavoro avanza rapidamente. La porta si apre e la guardia chiama Petr Sidorov. Questi sussulta, fa il segno della croce ed entra in una piccola stanza con una porta a vetri, dove si svestono i coscritti. Un camerata di Petr Sidorov, che in quel punto è stato dichiarato abile al servizio ed è uscito tutto nudo dalla sala del consiglio di revisione, con le mascelle tremanti, si veste in fretta. Sidorov ha già sentito e d’altronde vede, dal viso del suo camerata, che egli è stato dichiarato abile al servizio.
Vuole interrogarlo, ma lo sollecitano e gli ordinano di svestirsi al più presto. Egli si leva la pelliccia di montone, gli stivali, scalzandosi un piede con l’altro, poi il panciotto; si leva la camicia rovesciandola, e coi fianchi sporgenti, interamente nudo, tremando in tutto il corpo ed esalando odore di vino, di tabacco e di sudore, entra nella sala del consiglio, non sapendo dove mettere le sue braccia muscolose.
Nella sala, in evidenza, è sospeso al muro, in una cornice dorata, il ritratto dell’Imperatore in grande uniforme, col gran cordone al collo e, in un angolo, un piccolo ritratto del Cristo in camicia e coronato di spine. In mezzo alla sala è posta una tavola coperta di panno verde, sulla quale stanno delle carte ed un gingillo triangolare sormontato da un’aquila, chiamato lo specchio della giustizia.
Attorno alla tavola stanno seduti i membri del consiglio, con aria disinvolta e tranquilla. Uno fuma un sigaretto, un altro compulsa un incartamento.
Appena Sidorov è entrato, la guardia gli si avvicina e lo mette sotto la tesa rialzandogli bruscamente il mento, e gli aggiusta i piedi. L’uomo dal sigaretto si avvicina, è il medico e, senza guardarlo in faccia, palpa con ripugnanza il corpo del coscritto, lo misura, l’ausculta, gli fa aprire la bocca dalla guardia, lo fa respirare, parlare. Qualcuno scrive qualche, cosa. Infine, senza averlo guardato una sola volta in faccia, egli dice: “Abile!,Venga un altro”. E con aria stanca si rimette a sedere.
Di nuovo il soldato spinge il giovane, lo affretta. Questi si rimette rapidamente la camicia come può, non trovando l’apertura delle maniche, si abbottona precipitosamente i calzoni, si rimette gli stivali, cerca la sciarpa, il berretto, mette la pelliccia sotto il braccio e lo riconducono nella sala del consiglio, separandolo dagli altri con una panca. Lì aspettano i coscritti riconosciuti abili al servizio. Un giovane, contadino come lui, ma di una provincia lontana, già soldato, armato di un fucile con una baionetta alla punta, lo sorveglia, pronto a trafiggerlo se gli venisse l’idea di fuggire.
Frattanto la folla dei padri, delle madri e delle mogli, spinta dalla guardia municipale, si accalca alla porta, ansiosa di sapere chi è dichiarato abile, chi è salvo.
Esce un riformato il quale dichiara che Petr è ritenuto e, nello stesso momento, si sente un grido della giovane moglie di Petr, per la quale questa parola “ritenuto” significa separazione per quattro o cinque anni, la vita di moglie di soldato, come serva, nella dissolutezza.
Ma ecco che in quel momento arriva in carrozza un uomo dai capelli lunghi e rivestito di un abito che lo distingue dagli altri; egli si avvicina alla porta del municipio. La guardia municipale gli apre un passaggio in mezzo alla folla. È il “padre”, che è venuto per fare prestare il giuramento. Ed allora questo “padre” a cui si è dato a credere che egli è il servitore particolare, esclusivo del Cristo, e che la maggior parte del tempo non vede egli stesso la menzogna dalla quale è circondato, entra nella sala del consiglio dove l’aspettano i coscritti. Egli indossa, a guisa di vestito, una tendina di broccato, ne libera i suoi lunghi capelli, apre quello stesso Vangelo in cui è proibito il giuramento, prende la croce, la stessa croce su cui fu inchiodato il Cristo per non avere voluto fare ciò che ordina il suo preteso servitore, li pone sul leggio, e tutti quegli infelici giovani, senza difesa ed ingannati, ripetono dopo di lui la menzogna che egli spiffera con tono fermo ed abituale. Egli legge ed essi ripetono: “Prometto e giuro per Dio onnipotente e davanti al suo santo Vangelo, ecc., di difendere (cioè con l’uccisione) tutti coloro che mi saranno indicati, e di fare tutto ciò che mi ordineranno degli uomini che io non conosco e che hanno bisogno di me per opprimere i miei fratelli e compiere i delitti che li mantengono nella loro posizione”.
Tutti i coscritti ripetono stupidamente queste parole selvagge. Poi questo sedicente “padre” se ne va, persuaso di avere coscienziosamente e correttamente adempito al suo dovere, mentre quei giovani ingannati sono convinti che le parole inette, inintelligibili che hanno pronunciate li dispensano, per tutto il tempo del loro servizio, da ogni obbligo umano, e ne creano loro dei nuovi e più rigorosi: gli obblighi del soldato.
E quest’atto si commette pubblicamente e nessuno grida agli ingannatori ed agli ingannati: “Riflettete! è una menzogna, la più vile e più perfida menzogna che perde non solo i vostri corpi ma anche le vostre anime”.
Nessuno lo fa. Anzi, l’operazione terminata, come per burlarsi dei coscritti, il colonnello entra con aria solenne nella sala in cui sono rinchiusi e grida loro militarmente: “Buon giorno, giovanotti! Vi felicito di vedervi entrare al servizio dello zar”. E gli sventurati (qualcuno lo ha già insegnato loro) balbettano con la lingua inabile e pesante ancora per gli stravizi della vigilia, alcune parole che sembrano voler manifestare la loro contentezza.
Fuori, la folla dei parenti aspetta sempre alla porta. Le donne, con gli occhi rossi dalle lagrime, stanno con lo sguardo fisso alla porta. Questa si apre alla fine ed i coscritti riconosciuti abili al servizio escono barcollanti, ma facendo mostra di coraggio. Essi evitano di guardare i loro parenti. Ad un tratto scoppiano le grida ed i gemiti delle madri e delle mogli. Gli uni si gettano nelle loro braccia e piangono; gli altri riescono a contenersi, altri li consolano. Le madri, le mogli, sapendo che adesso rimangono abbandonate, senza sostegno, per tre, quattro o cinque anni, gridano e si lamentano ad alta voce. I padri parlano poco. Essi fanno schioccare la lingua con tristezza e sospirano. Ognuno di loro sa che non vedrà più il compagno, l’aiutante allevato e formato con tanto stento; ognuno sa che, per la maggior parte, quei giovani non torneranno più quali ora sono agricoltori docili e laboriosi, ma bensì dei dissoluti e dei mascalzoni disabituati alla vita semplice.
Infine, la folla risale nelle slitte e sfila nella strada verso le locande e le bettole, e più e più forti ancora echeggiano confusamente i canti, il pianto, le grida avvinazzate, i lamenti delle madri e delle mogli, i suoni degli organetti e le bestemmie. Vanno a spendere il loro danaro nelle bettole e nei traktir,2 il cui commercio forma una delle rendite del governo. E già comincia la festa che soffoca in loro il sentimento dell’ingiustizia di cui sono vittime.
Essi rimangono due o tre settimane a casa dove si ubriacano quasi costantemente.
Poi, il giorno fissato, li riuniscono come una greggia e cominciano ad insegnar loro gli esercizi militari.
Gli istruttori sono degli omicidi al pari di loro, ma che sono stati ingannati ed abbrutiti un anno, o due, o tre anni prima. I mezzi per istruirli sono la menzogna, l’abbrutimento, le busse, l’acquavite. In meno di un anno, quei giovani, sani di corpo e di anima, intelligenti, buoni, divengono degli esseri selvaggi come i loro istruttori.
– Ebbene! e se tuo padre, arrestato, volesse fuggire, che cosa faresti ? domandai ad un giovane soldato.
– Lo trafiggerei con la mia baionetta, rispose egli con la voce stupida, propria ai soldati, – e, se “scappasse”, io dovrei far fuoco su di lui, soggiunse, visibilmente superbo di sapere ciò che dovrebbe fare nel caso che suo padre scappasse.
Allora, quando il buon ragazzo è disceso più in basso delle belve, diviene ciò che deve essere per coloro che lo adoperano come strumento di violenza. Egli è pronto: l’uomo è perduto ed un nuovo strumento di violenza è fabbricato. E tutto ciò si commette in ogni autunno, dappertutto, in tutta la Russia, di giorno chiaro, in mezzo alla città, in vista ed a saputa di tutti, e l’inganno è così abile che, pur conoscendone nel fondo dell’anima tutta l’infamia, tutti lo temono e non possono liberarsene.
Quando gli occhi si aprono su questa menzogna terribile, si è stupefatti di vedere i predicatori della religione cristiana, della morale, i maestri della gioventù o semplicemente i buoni genitori intelligenti che si trovano sempre in ogni società, predicare, non importa quale dottrina morale, in questa società in cui si riconosce apertamente che la tortura e l’omicidio costituiscono la condizione indispensabile dell’esistenza degli uomini, e che in mezzo a noi si devono sempre trovare degli esseri speciali, pronti ad uccidere i loro fratelli ed ai quali ognuno di noi può divenire simile.
Come dunque insegnare ai fanciulli, agli adolescenti, a tutti in generale, senza neanche parlare dell’istruzione cristiana, qualche dottrina morale, accanto a quella che predica che l’assassinio è necessario per mantenere il benessere generale e che, per ciò stesso, legittimamente, vi sono degli uomini (nel numero dei quali potremmo essere anche noi), che sono obbligati a violentare e ad uccidere i loro simili, per volontà di coloro che tengono il potere? Se una simile dottrina è possibile, non vi è e non vi può essere alcuna dottrina morale, non vi è che il diritto del più forte. In realtà, questa dottrina giustificata per certuni dalla teoria della lotta per l’esistenza, domina nella nostra società.
Infatti, come mai una dottrina morale può ammettere la necessità dell’assassinio per un fine qualunque? Ciò è inammissibile come una teoria matematica la quale ammettesse che due è uguale a tre. Il riconoscere come sacra la vita di ogni uomo è la prima e l’unica base di ogni morale.
La dottrina occhio per occhio, dente per dente e vita per vita, è precisamente annullata dal cristianesimo perché essa non è che la giustificazione dell’immoralità e non è che una parvenza di equità senza nessun senso. La vita è un valore che non ha né peso né misura e che non può essere paragonato a nessun altro e, quindi, l’annientamento della vita per la vita non ha nessun senso. Inoltre, ogni legge sociale ha per fine il miglioramento dell’esistenza. Come dunque la distruzione della vita di alcuni uomini potrebbe migliorare quella degli altri in generale? La distruzione di una vita non è un atto di miglioramento, ma un suicidio.
Quest’atto è simile a quello che commetterebbe un uomo che, volendo rimediare alla disgrazia che gli è accaduta di perdere un braccio, per essere giusto, si tagliasse anche l’altro.
Senza parlare della menzogna che permette di considerare il delitto come un obbligo, senza parlare dell’abuso spaventoso che si fa del nome e dell’autorità del Cristo per legittimare un’azione condannata da lui, senza parlare della tentazione con cui si uccide non solo il corpo, ma anche l’anima “dei pargoli”, come mai gli uomini possono tollerare, anche per la loro propria sicurezza, questa forza stupida, crudele e micidiale che rappresenta ogni governo organizzato il quale si appoggi sull’esercito? La banda dei più feroci briganti offre un ordinamento meno temibile. Il potere di ogni capo di briganti è, per sé stesso, limitato dal fatto che coloro che formano la sua banda godono almeno di una parte di libertà e possono opporsi al compimento degli atti contrari alla loro coscienza. Invece, grazie all’appoggio dell’esercito, nessun ostacolo incomoda gli uomini che fanno parte di un governo organizzato. Non c’è delitto che gli uomini i quali fanno parte del governo e dell’esercito non siano pronti a commettere, ad un ordine di colui che il caso ha messo alla loro testa. Spesso, quando si assiste al reclutamento dei coscritti, agli esercizi militari, alle manovre, oppure quando si vedono i gendarmi con le rivoltelle cariche, le sentinelle coi fucili armati di baionette, quando si sente per giornate intere (come io sento a Khamovniki, dove abito) il fischio delle palle ed il loro strepitio sul bersaglio, e quando si vedono, nel mezzo alla città dove ogni tentativo di violenza personale, di vendita di polvere, di commercio illecito di medicamenti, di esercizio della medicina senza diploma, ecc., è proibito, delle migliaia di uomini disciplinati, sottomessi ad un uomo solo, esercitarsi all’uccisione, ci si domanda: Come mai gli uomini che tengono alla loro sicurezza, possono tranquillamente ammettere e sopportare tutto questo? perché, senza parlare dell’immoralità, nulla è più pericoloso. Che fanno dunque tutti coloro – non dico cristiani, pastori cristiani, filantropi, moralisti – ma semplicemente coloro che tengono alla loro vita, alla loro sicurezza, al loro benessere? Questa organizzazione sociale funzionerà allo stesso modo nelle mani di chiunque si trovi. Supponiamo che oggi il potere sia fra le mani di un capo di Stato moderato; ma domani esso può passare in quelle di un Biron, di una Elisabetta, di una Caterina, di un Pugačëv, di un Napoleone I o di un Napoleone III. Ed anche il capo moderato nelle cui mani si trova oggi il potere, può domani diventare una belva, o può avere per erede un matto od un mattoide, come il re di Baviera o Paolo I.
E non solo il capo dello Stato, ma tutti i piccoli satrapi che sono sparsi dappertutto, i governatori, i capi di polizia, perfino i commissari, i capi di compagnie, possono commettere i delitti più gravi prima che si abbia il tempo di sostituirli. E ciò accade infatti.
Uno si domanda suo malgrado come mai gli uomini possono tollerare tutto questo, pur avendo a cuore la propria sicurezza.
Si può rispondere che ciò non è tollerato da tutti gli uomini (la maggior parte, ingannati e sottomessi, non hanno nulla da tollerare né da proibire). Ciò è tollerato solo da coloro che, in un tale ordinamento, occupano una posizione vantaggiosa. Essi lo tollerano perché gli svantaggi che avrebbe per loro la presenza di un pazzo alla testa del governo o dell’esercito sono sempre minori di quelli che risulterebbero per loro dalla scomparsa dell’ordinamento medesimo.
Un giudice, un commissario di polizia, un governatore, un ufficiale, occuperà indifferentemente la sua posizione in una monarchia o in una repubblica; ma egli la perderebbe certamente se l’ordine di cose che glielo assicura, sparisse. Ecco perché tutti codesti individui non temono di vedere chicchessia a capo dell’ordinamento della violenza: si faranno accogliere bene da tutti. Ecco perché sostengono sempre il governo, e spesso inconsciamente.
Deve recare meraviglia il vedere degli uomini liberi che non vi sono affatto obbligati, ciò che si chiama il fiore della società, farsi militari in Russia, in Inghilterra, in Germania, in Austria e perfino in Francia, e desiderare delle occasioni di strage. Perché i genitori, persone oneste, fanno entrare i loro figli nelle scuole militari? perché le madri comprano loro come giocattoli preferiti, dei caschetti, dei fucili, delle sciabole? (È da notare che i figli di contadini non giocano mai ai soldati). Perché, degli uomini buoni, e perfino delle donne, che non hanno nulla a vedere nel militarismo, nelle imprese di Skobelev ed altri, non la fanno mai finita quando cominciano a lodarli? Perché degli uomini che non vi sono affatto obbligati, che non ricevono all’uopo nessuno stipendio, come per esempio i marescialli della nobiltà in Russia, consacrano dei mesi interi ad un lavoro fisicamente penoso e moralmente doloroso, per il reclutamento? Perché tutti gli imperatori ed i re portano l’abito militare ? Perché si fanno delle manovre, delle riviste, si distribuiscono delle ricompense ai militari e s’innalzano monumenti ai generali ed ai conquistatori? perché degli uomini liberi, ricchi, considerano come un onore le funzioni di lacchè presso i sovrani, umiliandosi davanti a loro, adulandoli e fingendo di credere alla loro superiorità particolare? Perché degli uomini che non credono da lungo tempo alle superstizioni religiose del medio evo fingono di credere seriamente all’empia istituzione della chiesa e la sostengono? Perché non solo i governi, ma anche le classi superiori cercano di mantenere così gelosamente gli uomini nell’ignoranza? Perché gli storici, i romanzieri, i poeti, che non possono ottenere nulla in ricambio delle loro piaggerie, dipingono quali eroi certi imperatori, re e capi militari morti da lungo tempo? Perché degli uomini che si dicono dotti consacrano vite intere alla creazione di teorie secondo le quali la violenza commessa sul popolo dal potere è una violenza legittima, un diritto?
Fa spesso meraviglia vedere una signora della buona società o un artista, che non sembra s’interessino alle questioni sociali o militari, condannare gli scioperi degli operai, predicare la guerra e sempre, senza esitazione, attaccare un campo e difendere l’altro.
Ma non fa meraviglia che fino al momento in cui si capisce che ciò avviene solo perché tutti i membri delle classi dirigenti sentono istintivamente ciò che mantiene e ciò che distrugge l’ordinamento grazie al quale possono godere i loro privilegi.
La signora della buona società non ha neanche pensato che, se non esistessero né capitalisti né eserciti per difenderli, suo marito non avrebbe denaro e lei né salotto né ricche vesti; e neanche il pittore ha pensato che i capitalisti difesi dall’esercito gli sono necessari per la vendita dei suoi quadri, ma l’istinto, che in questo caso sostituisce il ragionamento, è la loro guida più sicura. E il medesimo istinto guida, salvo rare eccezioni, tutti gli uomini che sostengono le istituzioni politiche, religiose, economiche, che loro sono profittevoli.
Ma forse gli uomini delle classi superiori possono davvero sostenere quest’ordine di cose, solo perché vi sono interessati? Essi non possono non vedere che quest’ordine di cose è irrazionale, che non corrispondo più al grado di sviluppo morale degli uomini, all’opinione pubblica, e che è pieno di pericoli. Gli uomini delle classi dirigenti, onesti, buoni, intelligenti, non possono non soffrire di queste contraddizioni e non vedere i pericoli che li minacciano. I milioni di uomini delle classi inferiori possono forse compiere, con la coscienza tranquilla, tutti gli atti evidentemente cattivi che eseguono soltanto per timore del castigo ? Infatti, ciò non potrebbe accadere, e né gli uni né gli altri potrebbero non vedere la demenza dei loro, atti, se i particolari dell’ordinamento sociale non la nascondessero agli occhi loro.
Tanti istigatori, complici, indifferenti concorrono ad ognuno di questi atti che nessuno si considera come moralmente responsabile.
Gli assassini obbligano tutti i testimoni dell’assassinio a colpire la vittima già uccisa, con l’idea di dividere la responsabilità fra il maggior numero possibile. La stessa cosa avviene nell’ordinamento sociale quando si compiono tutti i delitti senza cui esso non potrebbe esistere. I governanti cercano sempre di conglobare il maggior numero di cittadini nel compimento di tutti gli atti criminosi che hanno interesse di commettere.
In questi ultimi tempi il fatto si è manifestato in modo evidentissimo con la chiamata dei cittadini nei tribunali in qualità di giurati, nell’esercito in qualità di soldati, e nell’amministrazione comunale o legislativa in qualità di elettori o di eletti.
Grazie all’ordinamento governativo, come in un paniere tessuto di vimini in cui tutte le punte sono nascoste così bene che riesce difficile trovarle, le responsabilità sono così bene dissimulate che gli uomini, senza avvedersi di quella che incorrono, compiono gli atti più orribili.
Nei tempi antichi si accusavano i tiranni dei delitti commessi, mentre oggi si commettono misfatti impossibili sotto i Neroni senza che se ne possa accusare alcuno.
Gli uni hanno domandato, gli altri hanno proposto, i terzi hanno riferito, i quarti hanno deciso, i quinti hanno confermato, i sesti hanno ordinato ed i settimi hanno eseguito. Si impicca, si fustigano a morte delle donne, dei vecchi, degli innocenti, come recentemente da noi, in Russia, nella fabbrica di Iusov; o, come si fa dappertutto in Europa ed in America, nella lotta contro gli anarchici ed altri rivoluzionari, si fucilano, si uccidono centinaia, migliaia di uomini; o, come si fa in guerra, si massacrano milioni di uomini; o, come si fa sempre, si rovinano degli uomini con l’imprigionamento cellulare, con la dissolutezza delle caserme, e nessuno è responsabile.
Sul più basso gradino della scala sociale, i soldati, armati di fucili, di pistole, di sciabole, violentano ed uccidono, e con queste violenze e questi assassini costringono gli uomini ad entrare nel servizio militare, ed essi sono assolutamente sicuri che la responsabilità di questi atti incombe soltanto ai capi che li comandano.
Sul gradino più alto, il re, il presidente, i ministri, i parlamenti ordinano le violenze e le uccisioni, e il reclutamento, e sono assolutamente sicuri che, essendo messi al potere, o dalla grazia di Dio o dalla società che governano e che loro chiede appunto ciò che ordinano, essi non possono essere responsabili.
Fra gli uni e gli altri si trova una classe intermedia che sorveglia l’esecuzione delle violenze, ed è assolutamente sicura che la sua responsabilità è annientata in parte dagli ordini dei superiori, in parte dal fatto che questi ordini sono domandati da tutti coloro che sono situati sul gradino inferiore della scala.
L’autorità che comanda e l’autorità che esegue, situate alle due estremità dell’ordinamento governativo. Si riuniscono come i due capi di un anello: esse dipendono l’una dall’altra e si mantengono a vicenda.
Senza la convinzione che una persona o più persone assumono la responsabilità degli atti commessi, nessun soldato oserebbe alzare il braccio per commettere una violenza. Senza la convinzione che ciò è richiesto da tutto il popolo, nessun imperatore, re, presidente, nessuna assemblea oserebbe ordinare siffatte violenze. Senza la convinzione che vi sono dei superiori che assumono la responsabilità di quegli atti, e degli inferiori che li chiedono per loro bene, nessun uomo della classe intermedia oserebbe concorrere all’esecuzione degli atti di cui è incaricato.
L’ordinamento governativo è tale che, a qualsivoglia grado della scala sociale si trovi, la responsabilità di ogni uomo è sempre la stessa. Più in alto egli è situato su questa scala, più subisce l’influenza delle richieste di giù e meno è sottomesso all’influenza degli ordini di su.
Ma, oltre che gli uomini legati dall’ordinamento governativo si rigettano scambievolmente la responsabilità degli atti commessi – il contadino arruolato come soldato, sui nobili e sui negozianti usciti dalle scuole come ufficiali; l’ufficiale sul nobile che occupa il posto di governatore; il governatore sul ministro, il ministro sul sovrano, il sovrano alla sua volta su tutti, sui funzionari, sui nobili, sui negozianti, sui contadini – perdono tutti la coscienza della loro responsabilità anche per il fatto che, formandosi in un ordinamento governativo, si persuadono a vicenda e persuadono gli altri, per tanto tempo e in modo così costante, che essi non sono uguali fra loro, che finiscono col credervi sinceramente essi medesimi. Così, si assicura agli uni che essi sono uomini speciali, che devono essere specialmente onorati; agli altri si suggerisce con tutti i mezzi possibili che sono più bassi di tutti gli altri uomini e quindi devono sottomettersi senza brontolare agli ordini dei superiori.
Su questa disuguaglianza, sull’elevazione degli uni e sull’umiliazione degli altri si fonda soprattutto la facoltà degli uomini di non avvedersi della follia della vita attuale, della sua crudeltà e della menzogna che commettono gli uni e di cui sono vittime gli altri.
Gli uni – coloro ai quali si è suggerito che sono investiti di una grandezza e di un’importanza speciali – sono talmente inebriati di questa grandezza immaginaria che cessano già di vedere la loro responsabilità negli atti che commettono; gli altri – coloro ai quali, al contrario, si fa credere che sono degli esseri inferiori che devono sottomettersi in tutto, per conseguenza di questa umiliazione costante – cadono in uno stato strano di servilità abbrutita e, sotto l’influenza di questo abbrutimento, non vedono neanche l’importanza dei loro atti e perdono la coscienza della loro responsabilità. La classe intermedia, in parte sottomessa ai superiori, in parte considerandosi essa stessa come superiore, è contemporaneamente inebriata dal potere e dalla servilità, e per conseguenza perde la coscienza della sua responsabilità.
Basta gettare uno sguardo, durante una rivista, sul comandante superiore, tutto orgoglioso della sua importanza, accompagnato dal suo seguito su cavalli superbi e parati, tutti gli ufficiali in uniformi splendidi, ornati di decorazioni, quando, al suono delle trombe armoniose e solenni, questo comandante passa davanti alle truppe come pietrificate di servilità, presentanti le armi, basta vedere tutto ciò per capire che in quel momento, trovandosi in quello stato di ebbrezza al più alto grado, il comandante, gli ufficiali ed i soldati possono compiere tali atti che non avrebbero mai osato in altre condizioni.
L’ebbrezza che provano gli uomini sotto l’influenza di questi eccitanti: riviste, passeggiate militari, solennità religiose, incoronazioni, è uno stato acuto e provvisorio, ma vi sono altri stati di ebbrezza cronici: quello degli uomini che tengono una particella qualunque del potere, dal sovrano fino al più umile poliziotto, e quello degli uomini che si sottomettono al potere e che sono abbrutiti dalla servilità e che, per giustificare questo stato, attribuiscono sempre, come tutti gli schiavi, la più grande importanza e la più alta dignità a coloro ai quali ubbidiscono.
Riposa principalmente su questa menzogna della disuguaglianza fra gli uomini e sulla ebbrezza di potere e di servilità che ne risulta, la facoltà degli uomini costituiti in ordinamento sociale, di commettere senza rimorso degli atti contrari alla loro coscienza.
Sotto l’influenza di questa ebbrezza, gli uomini si credono degli esseri speciali – nobili, negozianti, governatori, giudici, ufficiali, sovrani, ministri, soldati – che non hanno più doveri umani ordinari, ma prima di tutto i doveri della classe a cui appartengono.
Così, il proprietario fondiario che fece il processo relativo alla foresta, agì perché non si credeva un uomo ordinario come i contadini suoi vicini, aventi gli stessi diritti di vivere, ma un gran proprietario, un membro della nobiltà e quindi, sotto l’influenza dell’ebbrezza del potere, egli si sentiva offeso dal reclami dei contadini. Fu solo a causa di ciò che, nonostante le possibili conseguenze, egli presentò una domanda per essere reintegrato nei suoi pretesi diritti. Così pure i giudici che attribuirono ingiustamente la proprietà della foresta al proprietario, lo fecero solo perché non si credono uomini come gli altri, che devono lasciarsi guidare soltanto dalla verità, ma sotto l’influenza dell’ebbrezza del potere, essi si credono i rappresentanti di una giustizia che non può ingannarsi, e contemporaneamente, sotto l’influenza della servilità, si credono obbligati ad applicare certi testi di un certo libro chiamato codice. Così pure tutte le altre persone che parteciparono a questo affare, dai rappresentanti dell’autorità superiore fino all’ultimo soldato pronto a far fuoco adesso sui suoi fratelli, si credono anch’essi dei personaggi convenzionali. Nessuno di loro si domanda se deve partecipare oppure no ad un atto che la sua coscienza riprova, ma ciascuno si crede investito di una missione speciale: chi, zar, unto del Signore, essere eccezionale chiamato a vegliare sulla felicità di cento milioni di uomini; chi, rappresentante della nobiltà; chi, prete, che ha ricevuto la grazia con l’ordinazione; chi, soldato, obbligato dal giuramento a fare senza ragionare tutto ciò che gli si ordina.
Le posizioni convenzionali, stabilite da centinaia di anni, riconosciute da secoli, additate con nomi e con abiti speciali, e sanzionate da diverse solennità, si impongono talmente agli uomini che, dimenticando le condizioni ordinarie della vita, essi non giudicano le loro azioni e quelle degli altri se non da questo punto di vista convenzionale.
Così, un uomo assolutamente sano di spirito e già vecchio, per il solo fatto che gli attaccano qualche ciondolo o gli fanno indossare un abito ridicolo, e gli mettono delle chiavi dietro o, sul petto, un cordone azzurro, come converrebbe soltanto ad una ragazza civetta, e gli dicono che è generale, ciambellano, cavaliere di Sant’Andrea, o un’altra sciocchezza simile, diviene subito orgoglioso, arrogante e tutto contento; e, al contrario, se perde o non ottiene il ciondolo o il nomignolo sperato, diventa malinconico ed infelice fino al punto di cadere ammalato. Oppure, cosa ancora più sorprendente, un giovane sano di mente, libero ed interamente a coperto dal bisogno, per il solo fatto che l’hanno nominato giudice istruttore, imprigiona una povera vedova, la separa dai figlioletti che rimangono abbandonati, e tutto ciò perché quella infelice vendeva di nascosto del vino e frustrava così il tesoro di una rendita di 25 rubli; ed egli non prova il minimo rimorso. Oppure, ciò che è ancora più sorprendente, un uomo onesto e docile in tutti gli altri casi, per il solo fatto che è vestito di un uniforme, o perché porta una medaglia e gli hanno detto che è guardia campestre o guardia di dogana, si mette a far fuoco sulla gente; e coloro che lo circondano, non solo non lo rendono responsabile, ma anzi lo considererebbero come colpevole se non facesse fuoco. E tutto ciò senza parlare dei giudici e dei giurati che condannano a morte, e dei militari che uccidono migliaia di uomini senza il minimo rimorso, soltanto perché fu loro suggerito che non sono semplicemente uomini, ma giurati, giudici, generali, soldati. Questo stato anormale e strano si esprime con le parole seguenti: “Come uomo, egli mi fa pietà; come guardia campestre, giudice, generale, governatore, sovrano, soldato, io debbo ucciderlo o martirizzarlo.”
Così, per esempio, nel caso attuale, certi uomini se ne vanno a violentare e ad uccidere degli affamati e riconoscono che nel conflitto fra i contadini ed il proprietario, sono i primi che hanno ragione (tutti i capi me l’hanno confermato). Essi sanno che i contadini sono infelici, poveri, affamati e che il proprietario è ricco e non ispira la minima simpatia. Ed ecco che tutti quegli uomini vanno ciò nonostante ad uccidere i contadini per assicurare al proprietario il possesso di 3000 rubli, solo perché quegli uomini si credono in quel momento non già uomini, ma bensì governatore, funzionari, generale di gendarmeria, ufficiali, soldati, e perché considerano loro dovere di obbedire, non alle esigenze eterne della coscienza, ma alle richieste temporanee, occasionali della loro posizione.
Per quanto strana possa sembrare, l’unica spiegazione di questi fenomeni sorprendenti è che questi uomini si trovano nello stesso stato di quelli che sono ipnotizzati e che si credono nella posizione che loro suggerisce l’ipnotizzatore. Come, per esempio, se si suggerisce all’ipnotizzato che egli è zoppo e si mette a zoppicare, che egli è cieco e non vede più, che egli è una belva e si inette a mordere. Nella stessa posizione ci trovano tutti coloro che adempiono ai loro doveri sociali e governativi prima e a danno dei doveri dell’uomo.
La differenza fra gli ipnotizzati coi mezzi ordinari e quelli che si trovano sotto l’influenza della soggezione governativa, è che si suggerisce ai primi una posizione immaginaria, ad un tratto, da una sola persona e per pochissimo tempo, e che, in conseguenza, questa posizione si presenta a noi in una forma che ci sorprende per la sua rapidità brusca, mentre la suggestione governativa si opera a poco a poco, insensibilmente, sin dall’infanzia, e talvolta non solo durante degli anni, ma durante parecchie generazioni, e non per mezzo di una persona sola, ma per mezzo di tutti coloro che ci circondano.
“Ma, si obbietterà, sempre, in tutte le società, la maggioranza degli uomini, tutti i fanciulli, tutte le donne, assorte nei doveri e nelle cure della maternità, tutta la grande massa dei lavoratori, assorti nel toro lavoro, tutti gli uomini deboli di mente, anormali, tutti gli indeboliti attossicati dalla nicotina, dall’alcool, dall’oppio o da altre cause, tutti si trovano nella condizione di non poter pensare con indipendenza, e si sottomettono a coloro che occupano un più alto grado intellettuale, oppure rimasti sotto l’influenza delle tradizioni domestiche o sociali, si sottomettono a ciò che si chiama l’opinione pubblica, e non vi è nulla di anormale e di contraddittorio in questa sottomissione.”
E, infatti, non vi è nulla di anormale in questo, e la tendenza degli uomini che ragionano poco a sottomettersi alle indicazioni degli uomini situati a un più alto grado di coscienza è un fenomeno costante e necessario alla vita in società: gli uni – la minoranza – si sottomettono costantemente ai principi ragionati, sempre gli stessi in conseguenza della loro concordanza con la ragione; gli altri, la maggioranza si sottomettono agli stessi principi, inconsciamente, semplicemente perché l’opinione pubblica lo esige.
Una tale sottomissione all’opinione pubblica, da parte degli uomini che ragionano poco, non offre nessun carattere anormale, finché l’opinione pubblica non si divide in due. Ma viene un momento in cui la coscienza di una verità più alta, dopo essersi rivelata ad alcune persone, s’impone gradatamente ad un così gran numero di uomini che l’antica opinione pubblica comincia a vacillare per far posto alla nuova già pronta a stabilirsi. Viene un momento in cui gli uomini cominciano a ponderare i loro atti secondo i nuovi principi, mentre, nella vita generale, per inerzia, per tradizione, essi continuano ad applicare i principi che nel tempo antico formavano il grado superiore della coscienza ragionante, ma che si trovano già in contraddizione evidente con lei.
Da ciò una situazione anormale per tutti, appartengano alle classi superiori privilegiate od alle classi inferiori sottomesse a tutti gli ordini.
Gli uomini delle classi dirigenti, non avendo più la spiegazione ragionevole dei loro privilegi sono obbligati per serbarli a soffocare dentro di loro i sentimenti superiori di amore, ed a riconoscere la necessità delle loro condizioni eccezionali, poiché quelli delle classi laboriose, oppresse dal lavoro ed abbrutite appositamente, rimangono sotto l’influenza costante delle classi superiori.
Solo così si spiega il fenomeno stupefacente del quale fui testimone il 9 di settembre: degli uomini onesti e miti viaggianti con perfetta tranquillità di animo, per andare a commettere il delitto più atroce, più stupido, più vile.
Ciò non significa che in loro vi sia la totale assenza della coscienza che proibisce di fare il male che si preparano a commettere; no, la coscienza esiste, ma essa è soltanto addormentata, nei capi da ciò che gli psicologi chiamano l’auto-suggestione, e negli esecutori, nei soldati, dall’ipnotizzazione delle classi superiori.
Per quanto addormentata sia, la coscienza si manifesta anche a traverso l’auto-suggestione e la suggestione, essa comincia a parlare e, fra poco, si desterà.
Tutti quegli uomini si trovano nella situazione di un ipnotizzato al quale si ordinasse un atto contrario alle sue nozioni del bene e del giusto – per esempio, di uccidere sua madre o il suo bambino; – sentendosi legato dalla suggestione, gli sembra ch’egli non possa fermarsi, ma, d’altra parte, più egli si avvicina al momento ed al luogo dell’esecuzione, più la voce della coscienza soffocata si sveglia in lui, e più egli cerca di reagire, di destarsi. E non si può dire anticipatamente se egli commetterà oppure no l’atto suggerito; non si può sapere se prevarrà la coscienza ragionata o la suggestione irragionata: tutto dipende dalla forza relativa dell’una e dell’altra.
Vi fu un tempo in cui gli uomini, partiti con un fine di violenza e di uccisioni, per dare un esempio, non tornavano che dopo aver compiuta questa missione, senza rimorsi né dubbi, ma tranquillamente; e, dopo aver colpito, tornavano nelle loro famiglie, accarezzavano i bambini, scherzavano, ridevano, si abbandonavano a tutte le pure gioie del focolare domestico. Allora gli uomini che approfittavano di queste violenze, i proprietari ed i capitalisti non sospettavano neanche che i loro interessi avevano un legame diretto con queste crudeltà. Oggi gli uomini sanno già, o sono vicini a sapere, ciò che fanno e con qual fine lo fanno. Possono chiudere gli occhi, far tacere la coscienza, ma una volta gli occhi aperti e la coscienza svincolata, essi non possono più – né coloro che danno gli ordini – non vedere l’importanza degli atti commessi. Avviene che gli uomini non comprendono l’importanza di ciò che hanno fatto se non dopo averlo fatto; può anche avvenire che lo comprendano esattamente prima di farlo. Così, gli uomini che hanno ordinato le violenze di Nijni Novgorod, di Saratov, di Orel, dell’opificio di Iusov, non hanno compreso il significato dei loro atti se non dopo averli compiuti, ed attualmente ne arrossiscono davanti all’opinione pubblica e davanti alla loro coscienza, tanto quelli che hanno dato quanto quelli che hanno eseguito gli ordini. Io ne ho parlato ad alcuni soldati che si affrettavano a cambiar discorso o non ne parlavano che con ripugnanza.
Ma vi sono casi nei quali gli uomini ricuperano l’esatto sentimento delle cose, giusto prima di compiere l’atto. Così, io conosco il caso di un sergente che era stato battuto da due mugichi durante la repressione dei disordini e che ne aveva fatto rapporto; ma, al domani, quando vide come si maltrattavano altri contadini, egli supplicò il capo della sua compagnia di stracciare il rapporto e di mettere in libertà i mugichi che lo avevano battuto. Conosco un caso in cui alcuni soldati designati per una esecuzione militare, hanno rifiutato di ubbidire, e conosco molti casi in cui gli ufficiali hanno ricusato di comandare le esecuzioni.
Gli uomini che viaggiavano nel treno del 9 settembre andavano per uccidere e per violentare i loro fratelli, ma nessuno sapeva se lo avrebbe fatto oppure no. Per quanto nascosta fosse per ognuno la sua parte di responsabilità in quell’affare, per quanto forte fosse la loro convinzione che essi non sono uomini, ma funzionari o soldati, e che, come tali, potevano violare tutti gli obblighi umani, più si avvicinavano al luogo dell’esecuzione, e più hanno dovuto esitare.
Il governatore poteva fermarsi al momento di dare l’ordine decisivo. Sapeva che l’affare del governatore di Orel aveva provocato l’indignazione degli uomini più onorevoli, e già egli stesso, sotto l’influenza dell’opinione pubblica, aveva più di una volta espresso la sua disapprovazione in proposito. Sapeva che il procuratore che sarebbe dovuto venire si era rifiutato, perché considerava quest’azione come vergognosa; sapeva inoltre che, nelle sfere governative, possono succedere dei cambiamenti, e che coloro i quali potevano far avanzare ieri, possono divenire domani una causa di disgrazia; sapeva che esiste una stampa, se non in Russia, almeno all’estero, che potrebbe parlare di questo affare e disonorarlo per tutta la vita. Egli avvertiva già un cambiamento nell’opinione pubblica che condanna ciò che prima era glorificato. Inoltre, egli non poteva essere assolutamente sicuro dell’obbedienza dei suoi subordinati, all’ultimo momento. Esitava e non si poteva sapere come avrebbe agito.
Tutti i funzionari od ufficiali che l’accompagnavano provavano più o meno lo stesso sentimento; sapevano tutti in cuor loro che l’atto che andavano a commettere era vergognoso, degradante agli occhi di certi uomini alla cui opinione tenevano; sapevano che si ha vergogna di presentarsi alla propria fidanzata o ad una donna amata, dopo aver commesso un’uccisione o fatto violenza a degli uomini senza difesa; infine, al pari del governatore, essi dubitavano dell’obbedienza assoluta dei soldati. Quanto tutto ciò differisce dalla disinvoltura con la quale passeggiavano tutte le autorità sulla spianata e nelle sale della stazione! In fondo, non solo essi soffrivano, ma esitavano. D’altronde, assumevano un tono disinvolto e sicuro per calmare la loro esitazione interna. E questo sentimento aumentava a misura che si avvicinavano al luogo dell’azione.
E per quanto impercettibile fosse, per quanto strano sembri, tutti quei giovani soldati che parevano così sommessi, si trovavano nelle stesse disposizioni di animo.
Non sono più gli antichi soldati che avevano abbandonato la vita naturale del lavoro ed avevano consacrato tutta la loro esistenza alla gozzoviglia, alla rapina, all’assassinio, come i legionari romani o i combattenti della Guerra dei trent’anni, od anche i soldati più recenti che avevano da compiere venticinque anni di servizio. Quelli di oggi sono, per la maggior parte, uomini strappati da poco tempo alle loro famiglie, ancora pieni del ricordo della vita. buona, naturale e razionale alla quale sono stati tolti. Tutti quei giovani, per la maggior parte contadini, sanno ciò che vanno a fare; sanno che i proprietari sfruttano sempre i loro fratelli contadini e che anche questa volta lo stesso fatto è probabile. Inoltre, i più fra loro sanno già leggere, ed i libri che leggono non fanno sempre l’elogio del militarismo; anzi, alcuni dimostrano tutta la sua immoralità. Fra loro si trovano spesso dei camerati liberi pensatori, degli arruolati volontari e dei giovani ufficiali liberali, ed il granellino del dubbio sulla legittimità assoluta e sul merito di ciò che essi vanno a fare, è già seminato nella loro coscienza.
È vero che tutti sono passati per l’educazione abile, terribile, elaborata da secoli, che uccide ogni iniziativa, e che essi sono talmente abituati all’obbedienza meccanica che al comando: “Fuoco su tutta la linea!... Fuoco!... ecc...” i loro fucili si alzano soli ed i gesti abituali si producono. Ma questo “Fuoco” non significherà più l’esercizio divertente del tiro a segno, significherà far fuoco sui padri, sui fratelli sfiniti, sfruttati, che essi vedono là nella folla, con le donne, coi bambini, e che gridano non si sa che cosa, gesticolano. Eccoli, chi in caftano tutto rattoppato, coi lapti3 ai piedi, con la barbetta rada, tutto il ritratto del padre lasciato nel villaggio, nel governo di Kazan o di Riazan; chi con le spalle curve, appoggiato su di un lungo bastone, con la barba tutta bianca, tutto il ritratto del nonno; chi giovane in stivali ed in camicia rossa, tutto il ritratto di ciò che l’anno prima era egli medesimo, il soldato che adesso deve far fuoco su loro. Ecco pure la donna in lapti ed in paneva,4 tutta il ritratto della madre...
E si deve far fuoco su loro!
E Dio sa che cosa farà ogni soldato in quel momento supremo. Una sola parola, un’allusione basterebbe per trattenerlo.
Al momento di agire tutti quegli uomini si trovano nella stessa situazione dell’ipnotizzato a cui si è suggerito di tagliare in due una trave e che, essendosi già avvicinato all’oggetto che gli è stato indicato come trave ed avendo già alzato la scure, si accorgesse che non è già una trave, ma suo fratello addormentato. Egli può compiere l’atto che gli è stato suggerito, ma può anche svegliarsi al momento di farlo. Allo stesso modo, tutti quegli uomini possono recuperare i sensi o andare sino in fondo. Se vanno fino in fondo, l’atto terribile si compierà come ad Orel ed allora l’autosuggestione e la suggestione che conducono alla sottomissione saranno più forti che mai in tutti gli altri uomini; se si fermano, non solo quest’atto terribile non sarà compiuto, ma anzi molti di coloro che ne avranno conoscenza si libereranno dalla suggestione sotto la cui influenza si trovano o, per lo meno, penseranno a liberarsene.
Se soltanto alcuni si fermano ed esprimono audacemente agli altri tutto ciò che vi è di criminoso in quell’azione, l’influenza di questi pochi uomini può condurre gli altri a svegliarsi dalla suggestione sotto la cui influenza agiscono, e l’atto criminoso non sarà compiuto.
Meglio ancora, immaginiamo che alcuni uomini, anche fra coloro che non concorrono a quest’atto, ma che sono semplicemente testimoni dei preparativi, oppure che, conoscendo già dei fatti simili, non rimangano indifferenti ed esprimano francamente e audacemente tutto il loro disgusto per coloro che vi hanno partecipato; ciò solo avrà un’influenza salutare.
E ciò che avvenne nel caso di Tula. Bastò che alcune persone esprimessero la loro ripugnanza di partecipare a quest’atto; bastò che una viaggiatrice ed altre persone manifestassero alla stazione il loro sdegno; bastò che uno dei comandanti ai quali erano state richieste delle truppe per reprimere il disordine, dicesse che i militari non sono dei carnefici, perché, grazie a questi piccoli fatti ed alle altre influenze che sembrato di poca importanza, l’affare prendesse tutt’altra piega e le truppe, giunte sul posto, non commettessero violenze e si limitassero a tagliare la legna ed a consegnarla al proprietario.
Se la coscienza che ciò che essi fanno è cattivo non esistesse in certi uomini,e se, per conseguenza, non vi fosse in questo senso l’influenza degli uni sugli altri, ciò che è avvenuto a Orel avrebbe ancora avuto luogo. Se questa coscienza fosse stata più potente ancora, è molto probabile che il governatore e le truppe non si sarebbero neanche decisi a tagliare la legna ed a consegnarla al proprietario, o che il governatore non si sarebbe neanche recato sul teatro dell’azione, e che il ministro non avrebbe preso questa decisione, e che il sovrano non l’avrebbe confermata.
Tutto, quindi, dipende dal grado di coscienza della verità cristiana.
L’azione di tutti gli uomini del nostro tempo, i quali dicono di desiderare il benessere umano, dovrebbe dunque essere rivolta sullo sviluppo di questa coscienza.
Ma, cosa strana! gli uomini che precisamente parlano più degli altri del miglioramento delle condizioni della vita e che sono considerati come gli esploratori dell’opinione pubblica, affermano che bisogna non fare precisamente questo e che non esistono altri mezzi più efficaci per migliorare la condizione degli uomini. Essi affermano che il miglioramento delle condizioni della vita umana non risulta dagli sforzi morali isolati, né dalla propagazione della verità, ma da modificazioni progressive delle condizioni generali e materiali della vita e che, per conseguenza, gli sforzi di ogni individuo isolato devono essere diretti in questo senso, mentre ogni confessione individuale della verità contraria all’ordine di cose esistente, lungi di essere utile, è nociva, perché provoca da parte del potere un’opposizione che impedisce all’individuo isolato di continuare la sua azione utile alla società. Secondo questa tesi, tutte le modificazioni della vita umana si producono per via delle stesse leggi che reggono la vita degli animali.
Da questa teoria risulterebbe che tutti i fondatori di religioni, come Mosé ed i profeti, Confucio, Lao Tse, Buddha, il Cristo ed altri, predicarono le loro dottrine e che i loro partigiani le accettarono non perché amavano la verità, ma perché le condizioni politiche, sociali e soprattutto economiche dei popoli in mezzo ai quali queste dottrine apparvero, erano favorevoli alla loro manifestazione ed al loro sviluppo.
L’azione dell’uomo che desidera servire la società e migliorare le condizioni della vita, non deve dunque, secondo questa tesi, essere diretta verso l’accertamento e l’osservazione della verità, ma verso il miglioramento delle condizioni esterne, politiche, sociali e soprattutto economiche. E la modificazione di queste condizioni si fa in parte servendo il governo ed introducendo nell’amministrazione principi di liberalismo e di progresso, in parte favorendo lo sviluppo dell’industria e propagando le idee socialistiche e principalmente concorrendo alla propagazione della scienza.
Ciò che importa, secondo questa dottrina, non è professare la verità rivelata e, per conseguenza, effettuarla nella vita od almeno non commettere degli atti che le sono contrari: servire il governo, informare il potere se è nocivo, approfittare dell’ordinamento del capitale se è cattivo, dimostrare rispetto a certe cerimonie se sono considerate come superstiziose, sedere nei tribunali se il loro ordinamento è falso, servire nell’esercito, giurare, mentire, avvilirsi in generale; ma ciò che importa si è, senza cambiare le forme attuali della vita e sottomettendovisi contrariamente alle proprie convinzioni, introdurre il liberalismo nelle istituzioni esistenti. Secondo questa teoria si può, rimanendo proprietario, negoziante, fabbricante, giudice, funzionario, ufficiale, soldato, essere nello stesso tempo non solo umano, ma anche socialista e rivoluzionario.
L’ipocrisia che, prima, era soltanto religiosa con la dottrina del peccato originale, della redenzione e della chiesa, è divenuta, con questa nuova dottrina, scientifica, ed ha preso nelle sue reti tutti gli uomini ai quali il loro sviluppo intellettuale non permetteva più di appoggiarsi sull’ipocrisia religiosa. Come un tempo l’uomo che professava la dottrina religiosa ufficiale, poteva, pur credendosi puro di ogni peccato, partecipare a tutti i delitti dello Stato ed approfittarne, purché compisse le pratiche esterne della sua religione, oggi gli uomini che non credono al cristianesimo ufficiale trovano nella scienza le stesse ragioni di considerarsi come puri ed anzi altamente morali, nonostante la loro partecipazione ai misfatti governativi ed ai vantaggi che ne ritraggono.
Un ricco proprietario fondiario, sia egli russo, francese, inglese, tedesco o americano, esiste per i tributi, decime che egli preleva sugli uomini che vivono sulla sua terra, per la maggior parte miserabili ed ai quali egli prende tutto quello che può. Il suo diritto di proprietà riposa su questo fatto che ad ogni tentativo degli oppressi di godere senza il suo consenso la terra ch’egli crede sua, arrivano delle truppe che li sottomettono ad ogni genere di violenze. Dovrebbe sembrare evidente che l’uomo il quale vive così è un essere malvagio, egoista e non può affatto considerarsi come cristiano o come liberale. Dovrebbe sembrare evidente che la prima cosa da farsi se vuole in qualche modo conformarsi allo spirito del cristianesimo o del liberalismo, è cessare di spogliare e di rovinare gli uomini con l’aiuto delle violenze governative che gli assicurano il diritto sulla terra. Ciò avverrebbe infatti, se non esistesse una metafisica ipocrita, la quale afferma che dal punto di vista della religione il possesso od il non-possesso della terra è indifferente per la salvezza e, dal punto di vista scientifico, che l’abbandono della terra sarebbe un sacrificio individuale inutile, visto che il miglioramento del benessere degli uomini si compie non per questa via, ma con le modificazioni progressive delle forme esterne della vita. E, allora, quest’uomo, senza il minimo turbamento e il minimo dubbio, organizzando un’esposizione agricola, fondando una società di temperanza, o mandando per mezzo di sua moglie e dei suoi figli delle flanelle e del brodo a tre vecchie donne, predica audacemente nella famiglia, nei salotti, nei comitati e nella stampa, l’amore evangelico od umanitario del prossimo in generale e, in particolare, dei lavoratori agricoli che non cessa di sfruttare e di opprimere. E gli uomini che occupano la stessa posizione sua lo credono, lo lodano ed esaminano seriamente con lui altri mezzi di miglioramento della sorte del popolo lavoratore sullo sfruttamento del quale è fondata la loro vita, inventando a questo fine ogni specie di modi di procedere, salvo questo, l’unico, senza il quale ogni miglioramento della condizione del popolo è impossibile, cioè: cessare di prendergli la terra necessaria alla sua esistenza.
(Come esempio notevolissimo di questa ipocrisia, si possono citare le cure dei proprietari fondiari russi durante l’ultimo anno della carestia, la lotta contro questa carestia provocata da loro stessi e della quale profittarono vendendo ai contadini non solo il pane al prezzo più alto, ma anche le foglie delle patate a ragione di cinque rubli per dessiatina – circa un ettaro – come combustibile).
Un negoziante, il cui commercio – come d’altronde ogni commercio – è fondato interamente sopra una serie di mariolerie, approfitta dell’ignoranza o del bisogno: egli compra le merci al di sotto del loro valore e le rivende molto al di sopra. Parrebbe naturale che l’uomo la cui attività intera è fondata su ciò che egli stesso chiama mariolerie, dovesse vergognarsi della sua posizione e non potesse mai, continuando il suo commercio, dirsi cristiano o liberale. Ma la metafisica dell’ipocrisia gli dice che egli può passare per un uomo virtuoso continuando la sua azione nociva: l’uomo religioso deve soltanto credere, il liberale deve soltanto aiutare il cambiamento delle condizioni esterne, il progresso dell’industria. E allora quel mercante (che, inoltre, vende della cattiva merce, inganna sul peso, sulla misura, o vende dei prodotti nocivi alla salute, come l’alcool, l’oppio) si considera ed è considerato dagli altri, se tuttavia egli non inganna i suoi colleghi, come un modello di onestà e di probità. E, se spende soltanto la millesima parte del denaro rubato, per qualche istituzione pubblica – un ospedale, un museo, una scuola – è considerato come il benefattore del popolo sul cui sfruttamento e sulla cui dissolutezza è fondata tutta la sua fortuna; e, se ha data una piccola parte del denaro rubato, alle chiese ed ai poveri, egli è per giunta un cristiano esemplare.
Un fabbricante è un uomo le cui rendite sono tutte composte del salario estorto agli operai, e la cui azione è interamente fondata sul lavoro forzato ed anormale che logora generazioni intere. Parrebbe naturale che, se egli professa principi cristiani o liberali, dovesse prima di tutto cessare di rovinare a suo beneficio delle vite umane; ma, secondo la teoria esistente, egli concorre al progresso dell’industria e non deve cessare la sua azione, perché ciò sarebbe dannoso alla società. E, allora, quest’uomo, questo rude possessore di schiavi, dopo avere costruito per gli operai storpiati nella sua fabbrica, delle casette con giardinetti di due metri, ed una cassa di pensione, ed un ospedale, è assolutamente certo di avere, con questi sacrifici, pagato oltre il loro valore le vite umane che egli ha rovinato fisicamente e moralmente, e continua a vivere tranquillo, orgoglioso dell’opera sua.
Un funzionario, civile, religioso o militare, che serve lo Stato per soddisfare alla sua ambizione o, come avviene più spesso, per uno stipendio prelevato sul prodotto del lavoro del popolo, se, cosa molto rara, non ruba anche direttamente il danaro del Tesoro, si considera ed è considerato dai suoi simili come il membro più utile, più virtuoso della società.
Un giudice, un procuratore il quale sa che per sua decisione o per sua richiesta, centinaia e migliaia di infelici, strappati alla loro famiglia, sono rinchiusi, in prigione, nell’ergastolo ed impazziscono o si uccidono con qualche pezzo di vetro o lasciandosi morire di fame, il quale sa che hanno anch’essi delle madri, delle mogli, dei figli desolati dalla separazione, disonorati, chiedenti inutilmente il perdono od anche un miglioramento della sorte dei loro padri, figli, mariti, fratelli; questo giudice, questo procuratore sono talmente abbeverati d’ipocrisia che essi medesimi ed i loro simili, le loro mogli ed i loro amici sono assolutamente sicuri che essi possono essere con tutto questo degli uomini buonissimi e sensibilissimi. Secondo la metafisica dell’ipocrisia essi compiono una missione sociale molto utile. E questi uomini che sono causa della perdita di migliaia di uomini, con la fede nel bene e con la credenza in Dio, si recano in chiesa col volto raggiante, ascoltano il Vangelo, pronunciano dei discorsi umanitari, carezzano i loro figli, predicano loro la moralità e s’inteneriscono a proposito di sofferenze immaginarie.
Tutti questi uomini e quelli che vivono intorno a loro, le loro mogli, i loro figli, i precettori, i cuochi, gli attori, i fantini, si nutrono dei sangue che in tale o in tal altro modo, con tali o tali altre sanguisughe si succhia dalle vene del lavoratore, e ciascuno dei loro giorni di piacere costa migliaia di giorni di lavoro. Essi vedono le privazioni e le sofferenze di questi operai, dei loro bambini, delle loro mogli, dei loro vecchi, dei loro ammalati; sanno a quali punizioni si espongono coloro che vogliono resistere a questa rapina organizzata, e non solo essi non diminuiscono il loro lusso, non solo non lo dissimulano, ma lo sfoggiano impudentemente innanzi agli operai oppressi dai quali sono odiati, come per eccitarli deliberatamente. E, d’altra parte, continuano a credere ed a far credere agli altri che essi s’interessano molto al benessere del popolo che non cessano di calpestare, e la domenica, coperti di ricche vesti, si recano in carrozze lussuose nella casa del Cristo, eretta per l’ipocrisia, e là ascoltano degli uomini, istruiti per questa menzogna, predicare l’amore che negano tutti con tutta la loro esistenza. E quegli uomini s’investono talmente della loro parte che finiscono col credere essi stessi alla sincerità della loro attitudine.
L’ipocrisia generale è talmente penetrata nel corpo e nell’anima di tutte le classi della società attuale, che nulla vale più ad indignare alcuno. Non per nulla ipocrisia nel suo senso proprio significa rappresentare una parte; e rappresentare una parte quale che sia, è sempre possibile. Fatti come questi: vedere i rappresentanti del Cristo, benedicenti gli uccisori che stanno disposti in riga, armati contro i loro fratelli, tenendo il fucile per la preghiera; vedere i preti di tutte le confessioni cristiane partecipare necessariamente come il carnefice alle esecuzioni capitali, riconoscere con la loro presenza che l’uccisione è conciliabile col cristianesimo (un pastore assistette all’esperienza dell’esecuzione con l’elettricità), tutti questi fatti non meravigliano più nessuno.
Un’esposizione internazionale penitenziaria ebbe luogo ultimamente a Pietroburgo. Vi erano esposti gli strumenti di tortura, le catene, dei modelli di prigioni cellulari, cioè degli strumenti di supplizio peggiori dello knut e delle verghe, e le signore ed i signori sensibili andavano a vedere tutto ciò e si divertivano.
Nessuno si meraviglia più neanche del fatto che la scienza liberale, pur riconoscendo l’uguaglianza, la fratellanza e la libertà, dimostri la necessità dell’esercito, delle esecuzioni capitali, delle dogane, della censura, della prostituzione, dell’espulsione degli operai stranieri che rinviliscono i salari, della proibizione di emigrare. della colonizzazione fondata sull’avvelenamento, sul saccheggio, sull’annientamento di razze intere di uomini chiamati selvaggi, ecc.
Si parla di ciò che avverrà quando tutti gli uomini professeranno ciò che si chiama il cristianesimo (cioè diverse confessioni ostili le une alle altre), quando tutti potranno vestirsi e mangiare a sazietà, quando tutti gli abitanti della terra saranno uniti fra loro col telegrafo, col telefono, e si troveranno in comunicazione per mezzo dei palloni, quando tutti gli operai saranno penetrati dalle teorie socialistiche e le società operaie riuniranno milioni di aderenti e possederanno milioni di rubli, quando tutti saranno istruiti, leggeranno i giornali, conosceranno tutte le scienze.
Ma quali cose utili e buone potranno risultare da tutti questi perfezionamenti, se gli uomini non dicono e non fanno ciò che considerano come verità?
La sventura degli uomini proviene dalla loro disunione, e la loro disunione proviene dal fatto che essi non seguono la verità, che è unica, ma la menzogna, che è molteplice.
L’unico mezzo di unione è dunque quello di unirsi nella verità. Ecco perché più gli uomini cercano sinceramente la verità, più si avvicinano all’unione.
Ma come mai gli uomini possono unirsi nella verità o anche avvicinarsene, quando non solo essi non esprimono la verità che conoscono, ma la considerano come inutile e fingono di riconoscere come verità ciò che sanno essere una menzogna?
Così, nessun miglioramento sarà possibile nella condizione degli uomini finché nasconderanno a loro stessi la verità, finché non riconosceranno che la loro unione e per conseguenza la felicità, non è possibile che nella verità, e finché non metteranno al di sopra di tutto il riconoscimento e la pratica della verità che loro è rivelata.
Tutti i perfezionamenti esterni che possono sognare gli uomini religiosi o gli uomini di scienza si compiano pure; tutti gli uomini si convertano al cristianesimo e tutti i miglioramenti desiderati dai Bellamy5 e dai Richet6 si avverino anche al di là del loro desiderio: se l’ipocrisia che regna oggi sussiste, se gli uomini non professano la verità che conoscono, ma continuano a simulare la credenza in ciò a cui non credono, la stima per ciò che non stimano, la loro condizione non solo rimarrà la stessa, ma diverrà peggiore. Più gli uomini saranno al coperto dal bisogno, più aumenteranno i telegrafi, i telefoni, i libri, i giornali, le riviste; più cresceranno i mezzi per propagare le menzogne e le ipocrisie contraddittorie, e più gli uomini saranno disuniti, per conseguenza infelici, come avviene presentemente.
Si avverino pure tutte queste modificazioni materiali, la situazione dell’umanità non sarà migliorata per questo. Ogni uomo, nella misura delle sue forze, segua personalmente la verità che conosce o per lo meno non difenda la menzogna, e subito, in questo medesimo anno 1893, si compiranno cambiamenti che non osiamo sognare in cent’anni: l’affrancamento degli uomini e lo stabilimento della verità sulla terra.
Non senza ragione l’unica parola dura e minacciosa del Cristo fu rivolta agli ipocriti. Non è il furto, il saccheggio, l’assassinio, l’adulterio, il falso, ma la menzogna, la menzogna speciale dell’ipocrisia che cancella nella coscienza degli uomini ogni distinzione fra il bene e il male, che li corrompe, li rende cattivi e simili alle belve, che loro impedisce di fuggire il male e di cercare il bene, che toglie loro ciò che costituisce il senso della vera vita umana, e, per conseguenza, sbarra loro la via di ogni perfezione.
Gli uomini che ignorano la verità e fanno il male provocano negli altri la pietà per le loro vittime e il disgusto per loro medesimi; essi fanno del male soltanto a coloro che assalgono; ma gli uomini che conoscono la verità e fanno il male sotto il velo dell’ipocrisia, lo fanno a loro stessi ed alle loro vittime, ed a migliaia e migliaia di altri uomini, tentati dalla menzogna che nasconde questo male.
I ladri, gli assassini, i truffatori, che commettono degli atti riconosciuti come cattivi da loro stessi e da tutti gli altri uomini, sono l’esempio di ciò che non si deve fare e ne disgustano gli altri. Invece, coloro che commettono gli stessi furti, violenze, uccisioni, dissimulandoli con ogni specie di giustificazioni religiose o scientifiche, che fanno tutti i proprietari, commercianti, fabbricanti e funzionari, provocano l’imitazione e fanno del male non solo a coloro che ne soffrono direttamente, ma anche a migliaia e milioni di uomini che pervertono e perdono, facendo sparire ogni distinzione fra il bene ed il male.
Un solo patrimonio acquistato col commercio dei prodotti necessari al popolo o dei prodotti che lo corrompono, o acquistato con operazioni di borsa, o con l’acquisto a un prezzo della terra che aumenta di valore a causa dei bisogni del popolo, o con un’industria che rovina la salute e compromette la vita, o col servizio civile o militare allo Stato, o con qualche occupazione che incoraggia i cattivi istinti – un patrimonio acquistato in tal modo, non solo con l’autorizzazione, ma anzi con l’approvazione dei governanti, e mascherato da una filantropia ostentata – perverte gli uomini incomparabilmente più che non milioni di furti, di truffe, di saccheggi, compiuti contro le leggi stabilite e contro i quali si procede criminalmente.
Una sola esecuzione capitale, compiuta da uomini colti al coperto del bisogno e non sotto l’impulso della passione, con l’approvazione e la partecipazione dei preti cristiani, e messa avanti come qualcosa di necessario ed anzi di giusto, perverte e rende feroci gli uomini più che non facciano centinaia e migliaia di assassini compiuti da ignoranti e spesso sotto l’impulso della passione. L’esecuzione capitale come quella che proponeva di adottare Žukovskij,7 mercé la quale gli uomini proverebbero perfino una commozione religiosa, sarebbe l’atto più corruttore che si possa immaginare (vedere il IV volume delle Opere complete di Jukovsky).
Ogni guerra, la più benigna, con tutte le sue conseguenze ordinarie, la distruzione delle messi, i furti, i ratti, la dissolutezza, l’assassinio, con le giustificazioni della sua necessità e della sua legittimità, con l’esaltazione delle gesta militari, l’amore della bandiera, della patria, con le finte sollecitudini per i feriti, ecc., perverte, in un solo anno, più gente che migliaia di saccheggi, d’incendi, di assassini commessi durante un secolo da individui isolati, spinti dalla passione.
Una sola esistenza lussuosa, anche nei limiti ordinari, di una famiglia sedicente onesta e virtuosa, che spende per i suoi bisogni il prodotto di un lavoro che basterebbe a nutrire migliaia di uomini languenti nella miseria accanto a lei, perverte più gente che non le innumerevoli orge di rozzi mercanti, di ufficiali, di operai dediti all’ubriachezza e alla dissolutezza, i quali rompono per semplice divertimento gli specchi, il vasellame, ecc...
Una sola processione solenne, una funzione, o, dall’alto del pergamo della menzogna, un sermone a cui il predicatore stesso non crede, produce, senza paragone possibile, più male che non migliaia di falsificazioni di derrate alimentari, ecc.
Si parla dell’ipocrisia dei farisei. Ma l’ipocrisia degli uomini del tempo nostro sorpassa di gran lunga quella relativamente innocua dei farisei. Costoro, almeno, avevano una legge religiosa esterna, il cui adempimento impediva che vedessero i loro veri obblighi verso i loro simili. D’altronde questi obblighi non erano allora chiaramente definiti. Oggi una simile legge non esiste (non parlo della gente rozza e stupida che crede ancora che i sacramenti o le dispense del papa assolvano da ogni peccato). Al contrario, la legge evangelica che noi professiamo sotto una forma o sotto un’altra, prescrive direttamente i nostri obblighi; inoltre questi obblighi stessi che allora non erano stati espressi che da certi profeti in termini vaghi, sono oggi così chiaramente formulati, sono divenuti assiomi tali che li ripetono perfino i giovani usciti dal collegio ed i giornalisti. Così gli uomini del tempo nostro non dovrebbero fingere di ignorarli.
L’uomo moderno che profitta dell’attuale ordine di cose fondato sulla violenza e che allo stesso tempo afferma di amare i suoi simili, e non si avvede che tutta la sua esistenza è funesta al suo prossimo, somiglia al brigante il quale, essendo sorpreso col coltello alzato sulla vittima che grida disperatamente chiamando aiuto, assicurasse di non sapere che ciò recava dispiacere a colui che egli svaligiava e si apprestava a sgozzare. Come quel brigante non potrebbe negare un fatto così evidente, allo stesso modo l’uomo moderno che vive a detrimento degli oppressi, non potrebbe, a quanto sembra, persuadersi e persuadere gli altri che desidera il bene di coloro che non cessa di spogliare, e che ignorava come fu acquistato il patrimonio di cui gode.
Noi non possiamo più persuaderci che ignoriamo l’esistenza dei centomila uomini che, nella sola Russia, sono rinchiusi nelle prigioni o negli ergastoli col fine di assicurare la nostra proprietà e la nostra tranquillità; né che ignoriamo l’esistenza dei tribunali, dei quali noi stessi facciamo parte, e che, a nostra domanda, condannano coloro che hanno leso la nostra proprietà o la nostra sicurezza, alla prigione, alla deportazione, ai lavori forzati, dove degli uomini che non sono peggiori di coloro che li giudicano si perdono e si corrompono; né che ignoriamo che tutto quello che abbiamo lo possediamo solo perché fu acquistato e difeso con l’uccisione e con la violenza. Non possiamo fingere di non accorgerci della presenza dei poliziotti che, armati di una rivoltella, vanno innanzi e indietro, sotto le nostre finestre, per assicurare la nostra sicurezza, mentre mangiamo le nostre pietanze succulente o assistiamo ad un nuovo lavoro teatrale, o dell’esistenza dei soldati che apparirebbero armati di fucili e di cartucce appena si verificasse qualche aggressione alla nostra proprietà.
Sappiamo benissimo che, se finiamo in pace il nostro pranzo, o vediamo la fine del nuovo lavoro teatrale, o finiamo di divertirci al ballo, alla festa dell’albero di Natale, alla passeggiata, alle corse o a caccia, è solo grazie alla palla della rivoltella del poliziotto, o grazie al fucile del soldato che trafiggerà il ventre affamato dei diseredato il quale, da lontano, con l’acquolina in bocca, guarda i nostri piaceri e li interromperebbe appena il poliziotto o i soldati non fossero più lì per accorrere alla nostra prima chiamata.
Ecco perché, come un brigante arrestato di giorno chiaro, in flagranza di delitto, non può assicurare che egli non ha alzato il coltello per impadronirsi della borsa della sua vittima, noi non possiamo, alla nostra volta, affermare che i soldati ed i poliziotti ci circondano non per proteggerci contro i diseredati, ma per difenderci contro il nemico esterno, per assicurare l’ordine, per le feste e per le riviste; non possiamo affermare che ignoravamo che gli uomini non si piacciono a morire di fame, non avendo il diritto di guadagnare il loro pane sulla terra in cui vivono, che non si divertono a lavorare sotto terra, nell’acqua, in una temperatura opprimente, da dieci a quattordici ore al giorno, anche la notte, per fabbricare gli oggetti dei nostri piaceri. Negare questa evidenza, parrebbe impossibile. Eppure, si nega.
Eppure si trovano fra i ricchi, soprattutto fra i giovani e fra le donne, degli uomini che fortunatamente io incontro sempre più spesso, i quali, allorché si mostra loro da che cosa e come sono comprati i loro piaceri, non cercano di nascondere la verità e, col capo fra le mani, dicono: “Ah! non mi parlate di ciò. Se così, la vita è impossibile”. Ma, se esistono persone sincere che vedono la loro colpa e non possono rinunziarvi, la gran maggioranza degli uomini del tempo nostro sono talmente investiti della loro parte ipocrita che negano audacemente ciò che salta agli occhi di tutti coloro che vedono.
“Tutto ciò è ingiusto, dicono, nessuno obbliga il popolo a lavorare presso il proprietario o il fabbricante. È questione di libero impegno. La gran proprietà ed i capitali sono necessari perché organizzano il lavoro per la classe operaia. D’altronde il lavoro nelle fabbriche e negli opifici non è affatto così terribile come voi dite. Se pure certi abusi esistono, il governo e la società prendono delle misure per impedirli e rendere il lavoro dell’operaio più facile e perfino piacevole. La classe laboriosa è abituata ai lavori fisici ed incapace, per il momento, di far altro.”
“In quanto alla povertà del popolo, essa non risulta affatto dalla grande proprietà fondiaria né dal concentramento dei capitali, ma da altre cause: l’ignoranza, il disordine, l’ubriachezza, e noi, uomini di governo, che reagiamo contro questo impoverimento con una savia amministrazione; noi, capitalisti, che reagiamo con l’estensione delle invenzioni utili; noi, preti, con l’istruzione religiosa; noi, liberali, con la formazione di società operaie, con la diffusione della cultura, noi aumentiamo con questi mezzi, senza cambiare la nostra posizione, il benessere del popolo. Non vogliamo che tutti siano poveri come i poveri, vogliamo che tutti siano ricchi come i ricchi. In quanto all’affermazione che si violentano e si uccidono degli uomini per obbligarli a lavorare a beneficio dei ricchi, essa non è che un sofisma. L’esercito non è mandato contro il popolo se non quando, senza comprendere il suo interesse, esso si rivolta e compromette la tranquillità necessaria al benessere generale. Allo stesso modo è necessario tenere in rispetto i malfattori, per i quali abbiamo le prigioni, i patiboli e gli ergastoli. Noi stessi vorremmo sopprimerli e lavoriamo in questo senso.”
L’ipocrisia è mantenuta nel tempo nostro da due cose: la quasi-religione e la quasi-scienza, ed ha raggiunto tali proporzioni che, se non vivessimo in questo ambiente, non potremmo credere che gli uomini possano arrivare a siffatto grado di aberrazione. Gli uomini sono arrivati ad uno stato così sorprendente, il loro cuore si è talmente indurito, che essi guardano e non vedono, ascoltano e non sentono e non capiscono.
Gli uomini vivono, già da lungo tempo, contrariamente alla loro coscienza. Se non vi fosse ipocrisia, essi non potrebbero vivere così. Questo ordinamento sociale, contrario alla loro coscienza, non continua ad esistere se non perché è nascosto dall’ipocrisia.
E più la distanza fra la realtà e la coscienza degli uomini cresce, più l’ipocrisia si estende; ma anche essa ha un limite, e mi pare che l’abbiamo raggiunto oggi. Ogni uomo del tempo nostro, con la morale cristiana assimilata suo malgrado, si trova assolutamente nella posizione di un uomo addormentato che in sogno si vede costretto a fare ciò che, anche in sogno, egli sa che non si deve fare. Lo sa, ne ha l’intimo sentimento e tuttavia gli sembra di non poter cambiare la sua posizione e cessare di agire contrariamente alla sua coscienza.
E, come accade in sogno, la sua situazione, divenendo sempre più dolorosa, egli arriva a dubitare della realtà di ciò che vede è uno sforzo morale per sbarazzarsi dell’ossessione che lo possiede.
Nella stessa situazione si trova l’uomo ordinario del nostro mondo cristiano. Egli sente che tutto ciò che si fa intorno a lui è assurdo, infame, intollerabile e contrario alla sua coscienza; egli sente che questa situazione diventa sempre più dolorosa e che è giunta al parossismo.
È impossibile che noi, uomini moderni, con la coscienza cristiana della dignità umana e dell’uguaglianza che ci ha già penetrato il corpo e l’anima, col nostro bisogno di comunione pacifica, di unione fra i popoli, possiamo vivere in modo che ognuna delle nostre gioie o delle nostre soddisfazioni sia comprata a prezzo della sofferenza e della vita dei nostri fratelli, e che, inoltre, noi siamo sempre, come delle belve, sul punto di darci una battaglia accanita, uomo contro uomo, popolo contro popolo, distruggendo senza pietà gli averi e gli uomini, semplicemente perché un diplomatico stordito o il capo di uno Stato dirà o scriverà qualche sciocchezza ad un altro diplomatico o al capo di un altro Stato.
È impossibile. E nondimeno ogni uomo del nostro tempo assiste a questo spettacolo e prevede questa catastrofe.
E la situazione diviene sempre più dolorosa.
E come l’uomo che sogna non crede che ciò che egli vede sia la realtà e vuole svegliarsi per tornare alla vita vera, così l’uomo medio del nostro tempo non può credere in fondo che la situazione terribile in cui egli si trova e che peggiora sempre più sia reale, e vuole svegliarsi per tornare alla vita vera.
E come basta all’uomo addormentato fare uno sforzo d’intelligenza e chiedersi: “Non è questo un sogno?” perché la situazione che gli pareva così disperata svanisca istantaneamente e perché egli si svegli nella realtà tranquilla e felice, così l’uomo del nostro tempo non ha che a mettere in dubbio ciò che la sua propria ipocrisia generale gli presentano come realtà, ed a chiedersi: “Non è questa una illusione?”, per sentirsi subito, come l’uomo addormentato, trasportato dal mondo immaginario e spaventevole nella realtà vera, tranquilla e felice.
E per questo, l’uomo non ha bisogno di azioni gloriose, né di eroismo, egli non ha bisogno che di un semplice sforzo morale.
Ma può l’uomo fare questo sforzo?
Secondo la teoria attuale, necessaria all’ipocrisia, l’uomo non è libero e non può cambiare la sua vita.
“L’uomo non può cambiare la sua vita perché non è libero, e non è libero perché tutti i suoi atti sono conseguenza di cause antiche. E qualunque cosa l’uomo faccia, i suoi atti hanno sempre una causa a cui egli obbedisce. Ed ecco perché l’uomo non è libero di modificare il suo modo di vivere”, dicono i difensori della metafisica dell’ipocrisia. Ed avrebbero perfettamente ragione se l’uomo fosse un essere inconscio, incapace, dopo avere riconosciuto la verità, di elevarsi ad un grado morale superiore. Ma l’uomo, al contrario, è un essere conscio e che si eleva, ad onta di tutto, sempre di più verso la verità. Quindi, se pure non è libero nei suoi atti, egli può impadronirsi delle cause stesse dei suoi atti che consistono nel riconoscimento di tale o tal’altra verità.”
Per cui l’uomo che non è libero di non compiere certi atti, è libero di lavorare a sopprimerne le cause. Così un meccanico che non è libero di modificare il movimento della sua locomotiva, già compiuto o che sta compiendosi, è libero di regolare anticipatamente questo movimento per l’avvenire.
Qualunque cosa faccia l’uomo conscio, egli agisce così e non altrimenti perché: o egli riconosce di essere nella verità, o l’ha già riconosciuto altra volta ed agisce ora per abitudine.”
Mangi l’uomo o non mangi, lavori o si riposi, fugga il pericolo o lo cerchi, se egli è conscio, agisce così perché considera ragionevole agire così, perché riconosce che la verità gli indica di agire così e non altrimenti, o perché l’ha già riconosciuto prima.”
Il riconoscimento o il non riconoscimento di una certa verità dipende non da cause esterne, ma dalla coscienza stessa dell’uomo. Per cui, talvolta, nelle condizioni esterne più favorevoli al riconoscimento della verità, vi sono uomini che non la riconoscono, ed altri, al contrario, che, nelle condizioni più sfavorevoli, la riconoscono senza motivi apparenti, come è stato detto nel Vangelo: “E nessuno verrà verso di me, se egli non va verso mio Padre”. Ciò significa che il riconoscimento della verità, che è la causa di tutte le manifestazioni della vita umana, non dipende dai fenomeni esterni, ma da alcune facoltà interne dell’uomo, che sfuggono all’osservazione.
Ecco perché l’uomo che non è libero nei suoi atti si sente sempre libero in ciò che è la causa dei suoi atti, nel riconoscimento o nel non riconoscimento della verità.
Così l’uomo che ha compiuto, sotto l’influenza della passione, un atto contrario alla verità della quale ha coscienza, rimane ciò nonostante libero di riconoscerla oppure no, cioè può, non riconoscendo la verità, considerare il suo atto come necessario e giustificarlo, e può, riconoscendo la verità, considerare il suo atto come cattivo ed averne rimorso.
Così un giocatore od un ubriacone che non ha potuto dominare la sua passione, rimane ad ogni modo libero di riconoscere il gioco o l’ubriachezza, sia come un male, sia come un divertimento senza conseguenza. Nel primo caso, quand’anche egli non rinunzi subito alla sua passione, se ne libera tanto meglio in quanto riconosce sinceramente che essa è funesta; nel secondo caso, la sua passione aumenta ed egli non ha più nessuna possibilità di liberarsene.
Così l’uomo che non ha avuto la forza di affrontare un incendio per salvare un altro uomo e che è fuggito solo dalla casa in fiamme, rimane libero, riconoscendo la verità che l’uomo deve, a rischio della propria vita, soccorrere il suo simile, di considerare il suo atto come cattivo e di rimproverarselo, oppure, non riconoscendo questa verità, di considerare il suo atto come naturale, necessario, e giustificarlo. Nel primo caso, egli si prepara per l’avvenire una serie di atti di abnegazione che derivano necessariamente dalla riconoscenza della verità; nel secondo, una serie di atti egoistici.
Non dico che l’uomo è sempre libero di riconoscere o di non riconoscere ogni verità. Vi sono delle verità riconosciute da lungo tempo e che sono trasmesse dall’educazione, dalle tradizioni, e che sono talmente entrate nell’animo che esse sono divenute come naturali, e vi sono delle verità che si presentano mal definite, vaghe. L’uomo non è libero di non riconoscere le prime, e non è libero di riconoscere le seconde. Ma vi è una terza categoria di verità che non sono potute ancora divenire i motivi non ragionati della sua azione, ma che gli son già rivelate con una tale chiarezza che egli non può non prendere partito e deve o riconoscerle o rigettarle. La libertà dell’uomo si manifesta precisamente in presenza di queste verità.
Ogni uomo si trova, durante la sua vita, rispetto alla verità, nella posizione di un viandante che cammina nell’oscurità al chiarore di una lanterna della quale egli proietta la luce davanti a sé; egli non vede ciò che la lanterna non rischiara ancora; non vede neanche la via percorsa e che è già ricaduta nella oscurità; ma, in qualunque luogo si trovi, egli vede ciò che è rischiarato dalla lanterna, ed è sempre libero di scegliere l’uno o l’altro lato della via.
Vi sono sempre delle verità invisibili che non sono state ancora rivelate allo sguardo intellettuale dell’uomo; vi sono altre verità già vissute, dimenticate ed assimilate dall’uomo, e vi sono certe verità che sorgono davanti a lui alla luce della sua intelligenza e che egli non può non riconoscere. E ciò che noi chiamiamo libertà si manifesta col riconoscimento o col non riconoscimento di queste verità.
Tutta la difficoltà apparente della questione della libertà proviene dal fatto che gli uomini i quali debbono risolverla si rappresentano l’uomo come immobile davanti alla verità.
L’uomo non è certo libero se noi lo rappresentiamo come immobile, se dimentichiamo che la vita dell’umanità non è che un movimento continuo dall’oscurità verso la luce, dalla verità inferiore alla verità superiore, dalla verità più mista di errori alla verità più pura.
L’uomo non sarebbe libero se non conoscesse nessuna verità, e non sarebbe ugualmente libero e non avrebbe neanche la nozione della libertà se la verità gli fosse rivelata in tutta la sua purezza, senza mescolanza di errori.
Ma l’uomo non è immobile davanti alla verità, e sempre, a misura che s’inoltra nella vita, la verità gli è rivelata sempre meglio, ed egli si libera sempre più dall’errore.
La libertà dell’uomo non consiste nella sua facoltà di agire indipendentemente dal corso della vita e delle cause che vi influiscono, ma nel potere, riconoscendo e professando la verità che gli è stata rivelata, di divenire libero e felice artigiano dell’opera eterna compiuta da Dio o dall’umanità o, chiudendo gli occhi a questa verità, di divenire il suo schiavo e di essere trascinato penosamente là dove egli non vuole andare.
La verità ci apre l’unica via che l’umanità possa ascendere. Ecco perché gli uomini seguiranno necessariamente, liberi o no, la via della verità: gli uni, per loro propria iniziativa, compiendo la missione che si sono imposta; gli altri, sottomettendosi loro malgrado alla legge della vita. La libertà dell’uomo è in questa scelta.
Questa libertà, in limiti così ristretti, sembra agli uomini così insignificante che essi non la osservano; gli uni, i deterministi, considerano questa particella di libertà così poca cosa, che non la riconoscono affatto; altri – i difensori della libertà perfetta – avendo in mira la loro libertà immaginaria, disprezzano una libertà che loro sembra così imperfetta. Chiusa fra i limiti dell’ignoranza assoluta della verità e del riconoscimento di una parte di questa verità, questa libertà è poco apparente, perché gli uomini, riconoscano oppure no la verità rivelata, sono costretti a conformarvi la loro vita.
Il cavallo attaccato con altri cavalli ad una carretta non è libero di non camminare davanti alla carretta. Se non cammina, la carretta l’urterà ed esso sarà costretto ad andare innanzi. Ma, nonostante questa libertà limitata, esso è libero di trascinare la carretta o di esserne spinto. Così l’uomo.
Questa libertà, paragonata alla libertà fantastica che noi desideriamo, sia grande oppure no, non importa; essa sola esiste realmente ed in essa consiste la felicità accessibile all’uomo. E, non solo essa dà la felicità agli uomini, ma inoltre è l’unico mezzo per compiere l’opera che l’umanità persegue.
Secondo la dottrina del Cristo, l’uomo che vede il senso della vita nel dominio dove essa non è libera, nel dominio degli effetti, cioè degli atti, non vive veramente. Vive veramente solo colui che ha trasportato la sua vita nel dominio in cui essa è libera, nel dominio delle cause, cioè il riconoscimento, la pratica della verità rivelata.
Consacrando la sua vita ad atti sensuali, l’uomo compie delle azioni dipendenti sempre da cause temporanee che si trovano fuori di lui. Per sé stesso, egli non fa nulla, gli sembra soltanto di agire, ma in realtà tutti i suoi atti sono compiuti sotto l’influenza di una forza maggiore; egli non è il creatore della vita, egli ne è lo schiavo. Mettendo il movente della sua vita nel riconoscimento e nella pratica della verità che gli è rivelata egli compie, identificandosi con la sorgente della vita universale, degli atti già non personali che dipendono dalle condizioni di spazio e di tempo, ma che non hanno cause, che costituiscono le cause di tutto il resto e che hanno un significato infinito che nulla limita.
Negando l’essenza della vita vera, che consiste nel riconoscimento e nella pratica della verità, e facendo degli sforzi per migliorare la vita materiale, gli uomini dal concetto pagano rassomigliano ai viaggiatori di una nave i quali, per raggiungere il fine del loro viaggio, spegnessero i fuochi della macchina e cercassero durante la tempesta di andare innanzi per mezzo di remi che non toccassero l’acqua, invece di continuare il viaggio con l’aiuto del vapore e delle eliche di cui già dispongono.
“Il regno di Dio si acquista con lo sforzo e soltanto coloro che fanno lo sforzo lo raggiungono”. E questo sforzo del sacrificio delle condizioni materiali per riconoscere e per praticare la verità, questo sforzo con cui si raggiunge il regno di Dio, deve e può essere fatto nel tempo nostro. Basterebbe che gli uomini lo comprendessero, che cessassero di preoccuparsi della vita materiale, dove non sono liberi, e mettessero in opera, nella sfera in cui possono agire liberamente, solo la centesima parte della loro energia per il riconoscimento e la pratica della verità che è davanti a loro, per la loro propria liberazione dalla menzogna e dall’ipocrisia che nasconde la verità, perché, senza sforzo né lotta, sparisse subito il falso ordinamento sociale che rende gli uomini infelici e li minaccia di sventure ancora più grandi nell’avvenire. E allora si effettuerebbe il regno di Dio, o almeno la prima tappa verso di esso, alla quale gli uomini sono già preparati dallo sviluppo della coscienza.
Come basta una scossa perché il sale di cui è saturo un liquido si cristallizzi istantaneamente, così basterebbe forse oggi il minimo sforzo perché la verità già rivelata si diffondesse fra centinaia, migliaia e milioni di uomini, perché si stabilisse un’opinione pubblica corrispondente alla coscienza esistente e perché, quindi, tutto l’ordinamento sociale si modificasse. E dipende da noi il fare questo sforzo.
Che ciascuno di noi cerchi soltanto di comprendere e di riconoscere la verità cristiana che, sotto le forme più variate, ci circonda da ogni parte e ci incalza; che ciascuno di noi cessi di mentire, facendo mostra di non vederla o di volerla praticare, ma non in ciò che essa ci domanda prima di ogni cosa; che ciascuno di noi riconosca questa verità che ci chiama, e presto ci accorgeremo che centinaia, migliaia, milioni di uomini si trovano nella stessa situazione nostra, che, come noi, essi vedono la verità, ma temono, come noi, di essere soli a praticarla ed aspettano soltanto che gli altri la riconoscano.
Che gli uomini cessino di essere ipocriti, e vedranno presto che il duro ordinamento sociale che solo li lega ed appare ai loro occhi loro come qualcosa d’indistruttibile, di necessario, di sacro che viene da Dio, già vacilla e non si mantiene che con la menzogna e con l’ipocrisia, e che sta in piedi soltanto per opera nostra.
Ma se è così, se è vero che dipende da noi sopprimere il regime attuale, abbiamo noi il diritto di farlo, non sapendo chiaramente che cosa metteremo al suo posto? Che diverrebbe la società?
“– Che cosa troveremo dall’altra parte del muro del mondo che abbandoniamo?
“La paura ci assale, – vuoto, spazio, libertà... – come andare innanzi senza sapere verso che cosa? Come perdere con la speranza di non acquistare nulla!...
“Se Colombo avesse ragionato così, non avrebbe mai levato l’ancora. Era una follia lanciarsi sull’oceano senza conoscere la strada, sull’oceano dove nessuno si era mai arrischiato, per vogare verso un paese la cui esistenza era ipotetica. Grazie a questa follia egli scoprì un nuovo mondo. Certo, se i popoli potessero sloggiare da una locanda per un’altra migliore, sarebbe più facile, ma sventuratamente non vi è nessuno per preparare il nuovo alloggio. L’avvenire è ancora più incerto dell’oceano, – non vi è nulla; – esso sarà quale lo faranno le circostanze e gli uomini.
“Se siete contenti del vecchio mondo, procurate di conservarlo, perché esso è gravemente ammalato e non vivrà lungo tempo; ma, se vi riesce insopportabile vivere in eterno disaccordo fra la vostra convinzione e la vita, pensare una cosa e farne un’altra, affrettatevi a lasciare il rifugio delle volte imbiancate del medio evo, qualunque cosa accada. So bene che la cosa non è facile. Non è certo un piccolo sacrificio abbandonare tutto ciò a cui si è abituati sin dalla fanciullezza, tutto ciò in mezzo a cui si è cresciuti. Gli uomini sono pronti a grandi sacrifici, ma non a quelli che richiede da loro la vita nuova. Sono essi pronti a sacrificare la civiltà moderna, il loro modo di vivere, la religione, la loro morale convenzionale? Siamo noi pronti ad abbandonare tutti i frutti prodotti con tanti sforzi, e dei quali ci vantiamo da tre secoli, ad abbandonare tutte le comodità, tutte le attrattive dell’esistenza, a preferire la giovinezza selvaggia alla senilità incivilita, a rovesciare il palazzo eretto dai nostri padri per il solo piacere di partecipare alle fondamenta di una nuova casa che sarà costruita molto tempo dopo di noi? (Herzen, v. V, p. 55).”8
Così parlava, quasi cinquant’anni fa, lo scrittore russo che vedeva già, col suo spirito profetico, ciò che oggi vede ogni uomo che riflette un poco: l’impossibilità di continuare l’esistenza sulle sue antiche basi e la necessità di stabilire delle nuove forme di vita.
È già chiaro per l’uomo più semplice, per il meno intelligente, che sarebbe follia rimanere sotto il tetto di una casa che minaccia rovina, e che bisogna uscirne. E, infatti, sarebbe difficile inventare una situazione più infelice di quella in cui si trova oggi il mondo cristiano, con i suoi popoli armati gli uni contro gli altri, con le sue imposte sempre crescenti per continuare i suoi armamenti, con l’odio delle classi operaie contro i ricchi sempre aumentante, con la guerra sospesa sopra tutti come la spada di Damocle, pronta a cadere ad ogni istante, e che infatti cadrà un giorno o l’altro.
È dubbio che non importa quale rivoluzione possa essere funesta per la grande massa del popolo più dell’ordine, o piuttosto del disordine attuale, con le sue vittime abituali del lavoro sovrumano, della miseria, dell’ubriachezza, della dissolutezza, e con tutti gli orrori della prossima guerra che inghiottirà in un anno più vittime di tutte le rivoluzioni del secolo presente.
Che cosa diverrà l’umanità se ognuno di noi compie ciò che Dio gli chiede per mezzo della coscienza che è in noi?
È forse male che, per ordine di un maestro, io compia, nello studio da lui creato e da lui diretto, ciò che egli mi dice di fare, benché ciò mi sembri strano, a me che non conosco l’ultimo fine che egli si è proposto? Ma gli uomini non sono turbati neanche da questa domanda: “Che cosa succederà?”, allorquando esitano a compiere la volontà del maestro: essi si domandano come vivere fuori delle condizioni consuete della vita che chiamiamo civiltà, cultura, scienze, arti. Sentiamo personalmente tutto il peso della vita presente, vediamo pure che l’ordinamento di questa vita, se continua, ci rovinerà infallibilmente; ma allo stesso tempo vogliamo che le condizioni della nostra vita civiltà, cultura, scienze, arti rimangano le stesse nonostante i cambiamenti portati nell’ordine delle cose. Sarebbe come se l’uomo che abita una vecchia casa in cui soffre il freddo e mille altri incomodi, sapendo che essa crollerà da un momento all’altro, non acconsentisse alla sua ricostruzione se non a patto di non uscirne, patto che equivarrebbe al rifiuto di ricostruirla.
“E che cosa avverrà se, uscendo dalla casa, io mi privo di tutti i suoi vantaggi e se non se ne costruisce una nuova, oppure se la si costruisce in un altro modo, e non vi si trova più nulla di ciò a cui sono abituato?” Ma, poiché i materiali esistono, poiché i costruttori esistono, tutto ci fa credere che la nuova casa sarà costruita e in migliori condizioni dell’antica. D’altra parte, non solo è probabile, ma certo, che la vecchia casa crollerà e seppellirà sotto le sue macerie coloro che vi saranno rimasti. Che le antiche condizioni della vita spariscano, che se ne stabiliscano delle nuove, migliori, perché in ogni modo bisogna necessariamente abbandonare le antiche, divenute impossibili e mortali, e camminare incontro all’avvenire.
“Ma la scienza, l’arte, la civiltà, tutto sparirà!”
Ma, poiché tutte queste cose non sono che diverse manifestazioni della verità, poiché il cambiamento da farsi ha il fine di avvicinarci alla verità e di effettuarla, come mai le manifestazioni della verità potrebbero sparire in conseguenza della sua effettuazione? Esse saranno altre, migliori e superiori, ma non spariranno. Sparirà soltanto ciò che esse avevano di menzognero; ciò che contenevano di vero non farà che risplendere meglio.
Tornate in voi, uomini, e credete al Vangelo, alla dottrina della felicità. Se non tornate in voi, perirete tutti come perirono gli uomini uccisi da Pilato, come perirono coloro che furono schiacciati dalla torre di Siloam,9 come perirono milioni e milioni di uomini uccisi e che avevano ucciso, messi a morte e che avevano messo a morte, martirizzati e che avevano martirizzato, e come perì scioccamente l’uomo che murò i granai e che contava di vivervi lungo tempo, e vi morì la notte stessa in cui volle cominciare quella vita.
Tornate in voi, uomini, e credete al Vangelo, disse il Cristo diciotto secoli addietro; ed egli lo dice con maggior forza oggi che la sventura da lui predetta è venuta e che la nostra vita raggiunge l’ultimo grado di pazzia e di sofferenza.
Dopo tanti secoli di tentativi vani per assicurare la nostra vita con l’aiuto dell’ordinamento pagano della violenza, dovrebbe essere evidente che tutti gli sforzi diretti a questo fine non fanno che portare nuovi pericoli nella vita personale e sociale, invece di renderla più sicura.
Qualunque sia il nome che noi ci diamo, quali si siano gli abiti che indossiamo, quale si sia il prete che ci dà l’unzione, qualunque sia il numero dei nostri milioni, qualunque sia il numero delle guardie poste sulla nostra via, qualunque sia il numero dei poliziotti incaricati di proteggere la nostra ricchezza, qualunque sia il numero dei pretesi malfattori, rivoluzionari od anarchici che noi mandiamo a morte, quali si siano le nostre gesta, quali siano lo Stato che fondiamo, le fortezze e le torri che innalziamo, dalla torre di Babele fino alla torre Eiffel – due condizioni inevitabili stanno sempre ritte davanti a noi e sopprimono compiutamente il senso della vita; 1° la morte, che può colpirci ad ogni istante; 2° la fragilità di tutte le nostre opere che spariscono troppo presto e senza lasciare alcuna traccia. Qualunque cosa facciamo: sia che innalziamo palazzi e monumenti, sia che componiamo poemi e canti, tutto ciò non resta lungamente; tutto passa senza lasciare alcuna traccia. Ecco perché, sebbene lo nascondiamo accuratamente a noi stessi, non possiamo non vedere che il senso della nostra vita non può risiedere né nella nostra esistenza materiale, soggetta a sofferenze inevitabili ed alla morte, né in alcuna istituzione od ordinamento sociale.
Chiunque tu sia, tu che leggi queste righe, pensa alla tua situazione ed ai tuoi doveri, non alla tua situazione di proprietario, di negoziante, di giudice, d’imperatore, di presidente, di ministro, di prete, di soldato, che ti danno provvisoriamente gli uomini, e non ai doveri immaginari che questa situazione ti crea, ma alla situazione vera, eterna, dell’essere che, per volontà di Qualcuno, dopo tutta un’eternità di non esistenza, è uscito dall’incoscienza, e che può ad ogni istante, per la stessa volontà, tornarvi; e pensa ai tuoi veri doveri che risultano dalla tua vera situazione di essere chiamato alla vita e dotato d’intelligenza e di amore. Fai tu davvero ciò che ti domanda Colui che ti mandò nel mondo ed al quale tornerai fra poco? Fai tu davvero ciò ch’egli ti domanda? Lo fai quando, proprietario, fabbricante, togli ai poveri il frutto del loro lavoro, fondando la tua vita su questa spoliazione, o, quando, governante, giudice, tu fai violenza a degli uomini, li condanni e li fai mettere a morte, o quando, militare, ti prepari alla guerra e la fai, e saccheggi ed uccidi?
Tu dici che il mondo è organizzato così, che tutto ciò è inevitabile, che lo fai contro la tua volontà. Ma, con una ripugnanza così forte per le sofferenze degli uomini, per le violenze e per l’uccisione, con un bisogno così irresistibile di amore reciproco, vedendo chiaramente che solo l’uguaglianza fra tutti gli uomini, il loro desiderio di aiutarsi a vicenda possono effettuare la più gran somma di felicità possibile, quando il cuore, l’intelletto, la fede ti dicono lo stesso, e quando la scienza te lo ripete, è possibile che tu sia obbligato da non so quale argomentazione confusa ed arruffata, a fare tutto il contrario: proprietario o capitalista, fondare la tua vita sull’oppressione del lavoratore; imperatore o presidente, comandare l’esercito, cioè essere capo e guida di uccisioni; funzionario, togliere ai poveri il loro ultimo avere per approfittarne personalmente o per darlo, ai ricchi; giudice o giurato per condannare alle sofferenze od alla morte uomini traviati, perché non fu loro mostrata la verità, o soprattutto, e ciò è la base di tutto il male, che tu, giovane, tu sia obbligato a farti soldato e, rinunziando alla tua volontà ed a tutti i tuoi sentimenti umani, impegnarti ad uccidere, secondo la volontà di estranei, tutti coloro che essi ti ordineranno di uccidere?
Ciò è impossibile.
Se anche ti si dice che tutto ciò è necessario per il mantenimento dell’attuale ordine di cose, e che quest’ordine, col pauperismo, con le battiture, con le prigioni coi patiboli, con gli eserciti, con le guerre, è necessario alla società; che, se questo ordinamento sparisse, ne risulterebbero sventure più grandi, ciò ti si dice da coloro che profittano di questo ordinamento, mentre tutti coloro che ne soffrono – e sono dieci volte più numeros – pensano e dicono il contrario. E tu stesso, nell’intimo del tuo cuore, sai che ciò non è vero, e che l’ordinamento attuale ha fatto il suo tempo, che esso deve inevitabilmente essere ricostituito su nuove basi e che, per conseguenza, nulla ti obbliga a sostenerlo, sacrificando i sentimenti umani.
Anche ammettendo che questo ordinamento sia necessario, perché ti credi tu in dovere di sostenerlo calpestando i migliori sentimenti? Chi ti ha fatto bambinaia di questo ordinamento che si disaggrega? Né la società né lo Stato; nessuno te l’ha mai chiesto, a te che occupi la posizione di proprietario, di negoziante, di sovrano, di prete o di soldato; e tu sai benissimo che occupi la tua posizione, non per il fine disinteressato di mantenere l’ordinamento della vita necessario alla felicità degli uomini, ma bensì nel tuo proprio interesse: la soddisfazione della tua cupidigia, della tua vanità, della tua ambizione, della tua patrizia e della tua viltà. Se tu non desiderassi questa situazione, non faresti tutto ciò che occorre per mantenerti in essa. Prova a non commettere più gli atti crudeli, perfidi e vili che non cessi di commettere per mantenerti nella tua posizione, e la perderai presto.
Provati, capo dello Stato o funzionario, a non mentire più, a non partecipare più alle violenze ed alle esecuzioni a morte; prete, a non ingannare più; militare, a non uccidere più; proprietario o fabbricante, a non difendere più la tua proprietà con i cavilli e con la violenza, e perderai presto la situazione che pretendi ti sia stata imposta e sembra pesarti.
È impossibile che l’uomo sia messo contro la sua volontà in una situazione contraria alla sua coscienza.
Se ti trovi nella tua posizione, non è già perché ciò è necessario a chicchessia, ma semplicemente perché lo vuoi. Ecco perché, sapendo che questa posizione ripugna assolutamente al tuo cuore, alla tua ragione e alla tua fede, e perfino alla scienza nella quale hai fede, è impossibile non fermarsi alla questione di sapere se, conservandola e soprattutto cercando di giustificarla, tu fai davvero ciò che devi fare.
Potresti tentare l’avventura, se avessi il tempo di avvederti della tua colpa e di scontarla, e se corressi siffatto rischio per cosa di valore. Ma, quando sai in modo certo che puoi sparire da un momento all’altro, senza la minima possibilità, né per te, né per coloro che trascini nella tua colpa, di scontarla, quando inoltre sai che, qualunque cosa tu faccia nell’ordinamento materiale del mondo, tutto ciò sparirà presto e sicuramente come te stesso, senza lasciare nessuna traccia, è evidente che non hai nessuna ragione di assumere la responsabilità di una colpa così terribile.
Ciò sarebbe così semplice e così chiaro se la nostra ipocrisia non oscurasse la verità che ci è indiscutibilmente rivelata.
Dividi ciò che hai con gli altri, non accumulare ricchezze, non insuperbirti, non rubare, non fare soffrire, non uccidere, non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te stesso, tutto ciò è stato detto, non diciotto secoli, ma cinquemila anni fa, e non vi potrebbe essere dubbio sulla verità di questa legge se l’ipocrisia non esistesse. Non si sarebbe potuto se non metterla in pratica, almeno non riconoscerla e non dire che colui che la pratica agisce male.
Ma tu dici chi e vi è anche la felicità universale, che, per essa, si può e si deve non conformarsi a queste regole: per il benessere generale si può uccidere, violentare, saccheggiare. Val meglio che un sol uomo perisca, anziché un intero popolo, dici tu come Caifa, e sottoscrivi la condanna a morte di un uomo, di un altro, di un terzo; carichi il tuo fucile contro quell’uomo che deve perire per il bene generale, lo metti in prigione, gli togli ciò che possiede. Tu dici che compi queste crudeltà perché fai parte della società, dello Stato, perché hai il dovere di servirli, e, come proprietario, giudice, imperatore, soldato, di conformarti alle loro leggi.
Ma se tu appartieni allo Stato e se questa posizione ti crea dei doveri, tu appartieni anche alla vita eterna ed a Dio, ed anche ciò t’impone dei doveri. E, come i tuoi doveri di famiglia e di società sono sottoposti ai doveri superiori dello Stato, allo stesso modo questi ultimi devono necessariamente essere subordinati a quelli che ti sono dettati dalla vita eterna e da Dio. E, come sarebbe insensato atterrare i pali dei fili telegrafici per dare del combustibile ad una famiglia o ad una società e per accrescere così il suo benessere, cosa che comprometterebbe gli interessi generali, allo stesso modo è insensato violentare, giustiziare, uccidere per aumentare il benessere della nazione, perché ciò compromette gli interessi dell’umanità.
I tuoi doveri di cittadino non possono non essere subordinati agli obblighi superiori della vita eterna di Dio e non possono contraddirli, come dissero, diciotto secoli addietro, i discepoli del Cristo: “Giudicate voi, se è giusto nel cospetto di Dio, ubbidire a voi, anzi che a Dio” (Atti, IV, 19) e: “Conviene ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini” (Atti, V, 1.19).
Ti si afferma che tu devi, perché l’ordine di cose instabile, stabilito in qualche angolo del mondo per alcuni uomini, non sia distrutto, commettere violenze che distruggono l’ordine eterno ed immutabile stabilito da Dio o dalla ragione.
È forse possibile ?
Ecco perché tu non puoi non riflettere alla tua posizione di proprietario, negoziante, giudice, imperatore, presidente, ministro, prete, soldato, che è inerente all’oppressione, alla violenza, alla menzogna, all’uccisione, e non riconoscerne l’illegittimità.
Non dico che, se tu sei proprietario, tu debba abbandonare immediatamente la tua terra ai poveri; capitalista o industriale, il tuo denaro agli operai; che sovrano, ministro, funzionario, giudice, generale, tu debba rinunziare immediatamente ai vantaggi della tua situazione, e, soldato (su cui sono fondate tutte le violenze) rifiutare immediatamente di ubbidire, nonostante tutto il pericolo della tua insubordinazione.
Se lo fai, sarà un atto eroico. Ma può accadere ed è la cosa più probabile – che non ne avrai la, forza: hai delle relazioni, una famiglia, dei subordinati e dei capi, sei sotto un’influenza così forte che non puoi liberartene, ma puoi sempre riconoscere la verità e non mentire. Tu non affermerai che rimani proprietario, fabbricante, negoziante, artista, scrittore, perché ciò è utile agli uomini, che sei governatore, procuratore, sovrano, non perché ciò ti piace, perché ci sei abituato, ma per il bene pubblico, che continui ad essere soldato, non per paura di una punizione, ma perché consideri l’esercito come necessario alla società. Tu puoi sempre non mentire così a te stesso ed agli altri, anzi lo devi, perché l’unico fine della tua vita deve essere quello di affrancarti dalla menzogna e di professare la verità. E basterebbe che tu lo facessi perché la situazione cambiasse tosto da sé medesima.
Tu non sei libero di compiere che una sola cosa: riconoscere e professare la verità.
Ed ecco che, per il solo fatto che degli uomini traviati e miserevoli come te ti hanno fatto soldato, sovrano, proprietario, capitalista, prete, generale, tu ti metti a commettere delle violenze evidentemente contrarie alla tua ragione ed al tuo cuore, a fondare la tua vita sulla sventura altrui, e soprattutto, invece di compiere l’unico dovere della tua vita, riconoscere e professare la verità, tu fingi di non conoscerla e la nascondi a te stesso ed agli altri.
E in quali condizioni lo fai? Tu che puoi morire da un momento all’altro, tu firmi delle sentenze di morte, dichiari la guerra, vi prendi parte, giudichi, martirizzi, sfrutti gli operai, vivi nel lusso in mezzo ai poveri ed insegni agli uomini deboli che hanno fede in te che dev’essere così, e che questo è il dovere degli uomini; e tuttavia può accadere che al momento in cui tu agisci così, un bacillo o una palla ti colpisca e che tu cada e muoia, perdendo per sempre la possibilità di riparare il male che hai fatto agli altri e soprattutto a te stesso, consumando inutilmente una vita che ti è stata data una sola volta in tutta l’eternità, e senza avere compiuto la sola cosa che dovevi compiere.
Per quanto comune e vieta ci possa parere, per quanto turbati noi siamo dall’ipocrisia e dall’autosuggestione che ne risulta, nulla può distruggere la certezza di questa verità semplice e chiara: nessuna condizione materiale può assicurare la nostra vita che le sofferenze inevitabili accompagnano e che la morte termina infallibilmente, e che, per conseguenza, non può avere nessun altro senso tranne il compimento costante di ciò che ci chiede la Potenza che ci ha messi nella vita con una sola guida certa, la ragione cosciente.
Ecco perché questa Potenza non può chiederci ciò che è irrazionale ed impossibile: l’ordinamento della nostra vita temporanea materiale, della vita della società o dello Stato. Questa Potenza ci chiede ciò che solo è ragionevole, certo e possibile: servire il regno di Dio, cioè concorrere allo stabilimento della più grande unione fra tutti gli esseri viventi – unione possibile soltanto nella verità rivelata, cosa che è sempre in nostro potere.
“Anzi, cercate in prima il regno di Dio e la sua giustizia; e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte” (San Matteo, VI, 33). L’unico senso della vita è servire l’umanità, concorrendo allo stabilimento del regno di Dio, cosa che non può farsi se ciascuno degli uomini non riconosce e non professa la verità.
“Il regno di Dio non verrà in maniera che si possa osservare. E non si dirà: Eccolo qui, o eccolo là; perché ecco, il regno di Dio è in voi.” (San Luca, XVII, 20)
Yasnaia Poliana
14/26 maggio 1893
Note
-
Capi dell’amministrazione locale. (N.d.C.) ↩
-
Taverne.(N.d.C.) ↩
-
Le scarpe tradizionali dei contadini russi, fatte con rafia di betulla intrecciata. (N.d.C.) ↩
-
Gonna contadina. (N.d.C.) ↩
-
Edward Bellamy (1850-1898), scrittore statunitense, autore del romanzo utopico Looking Backward, 2000-1887. (N.d.C.) ↩
-
Charles-Robert Richet (1850-1935), fisiologo francese, premio Nobel per la medicina nel 1913. (N.d.C.) ↩
-
Vasilij Andreevič Žukovskij (1783-1852), poeta e traduttore russo. (N.d.C.) ↩
-
Aleksandr Ivanovič Herzen (1812-1870) è stato uno dei massimi scrittori russi dell’Ottocento. Non è stato possibile individuare l’opera da cui è tratta la citazione. (N.d.C.) ↩
-
Qui mi sono permesso di correggere la traduzione (“la dea di Siloam”), confrontando anche la traduzione inglese di Constance Garnett (Cassell Publishing Company, New York 1894) e quella di Leo Wiener nel vol. XX dei Complete Works of Count Tolstoy (Dana Estes & Company, Boston 1905). Il riferimento è al Vangelo di Luca, 13,4. (N.d.C.) ↩
