Significato del servizio militare
Gli uomini colti delle classi superiori cercano di nascondere la necessità, sempre più evidente, di un cambiamento nell’ordine attuale delle cose, ma la vita, che continua a svilupparsi ed a complicarsi senza cambiare la sua direzione, aumenta le contraddizioni e le sofferenze degli uomini e li conduce al limite estremo che non può essere oltrepassato. Quest’ultimo limite della contraddizione è il servizio militare obbligatorio per tutti.
Generalmente, si crede che il servizio militare universale e l’aumento degli armamenti che ne risulta, come anche l’aumento delle imposte e dei debiti di Stato presso tutti i popoli, siano un fenomeno passeggero prodotto da una certa situazione politica dell’Europa, e che certe convenzioni internazionali potrebbero far sparire, senza che vi sia bisogno di modificare l’ordine attuale delle cose.
Ciò è assolutamente inesatto. Il servizio militare obbligatorio è una contraddizione interna che è entrata pienamente nel concetto sociale della vita, e che non è divenuta evidente se non perché raggiunge gli estremi limiti in un momento di sviluppo materiale abbastanza grande. Il concetto sociale della vita consiste, come si sa, in ciò che il senso della vita è trasportato dalla personalità al gruppo nei suoi diversi gradi: famiglia, tribù, razza, Stato. Secondo questo concetto, è evidente che, come il senso della vita risiede nel raggruppamento delle personalità, queste personalità sacrificano volontariamente i loro interessi a quelli del gruppo. Ciò si è prodotto e si produce ancora realmente in certe forme del raggruppamento, nella famiglia o nella tribù, nella razza ed anche nello stato patriarcale. In conseguenza dei costumi trasmessi dall’educazione e confermati dalla suggestione religiosa, le personalità subordinavano i loro interessi a quelli del gruppo e li sacrificavano alla comunità senza esservi obbligate. Ma, più le società divenivano grandi, più aumentavano di membri nuovi per la conquista, e più si affermava la tendenza delle personalità a perseguire il loro interesse personale a danno dell’interesse generale; e più allora il potere doveva ricorrere alla violenza per dominare queste personalità insubordinate. I difensori del concetto sociale cercano ordinariamente di confondere la nozione del potere, cioè la violenza, con la nozione dell’influenza morale, ma questa confusione è assolutamente impossibile.
L’influenza morale agisce sui desideri stessi dell’uomo e li modifica nel senso di ciò che gli si chiede. L’uomo che subisce l’influenza morale agisce secondo i suoi desideri. Mentre il potere, nel significato ordinario di questa parola, è un mezzo per forzare l’uomo ad agire contrariamente ai suoi desideri. L’uomo sottomesso al potere agisce, non come lui vuole, ma come è obbligato a fare; ed è soltanto con la violenza fisica, cioè con la prigione, con la tortura, con la mutilazione, o con la minaccia di questi castighi, che si può forzare l’uomo a fare ciò che non vuole. In ciò consiste ed ha sempre consistito il potere.
Nonostante gli sforzi continui dei governi per nasconderlo e per dare al potere un altro significato, vi è per l’uomo una corda, una catena, con la quale sarà legato e trascinato, lo knut col quale sarà flagellato, il coltello o la scure che gli taglieranno le braccia, le gambe, il naso, le orecchie, il capo; e ciò avveniva sotto Nerone e Gengis Kan; e ciò avviene ancora oggi, sotto il governo più liberale, quello della repubblica Americana o della repubblica Francese. Il pagamento delle imposte, l’adempimento dei doveri sociali, la sottomissione alle punizioni, tutte cose che sembrano volontarie, hanno sempre in fondo il timore di una violenza.
La base del potere è la violenza fisica; e la possibilità di far subire agli uomini una violenza fisica è dovuta soprattutto ad individui male organizzati, in modo che essi agiscono di accordo, pur sottomettendosi ad una volontà sola. Queste riunioni di individui armati che ubbidiscono ad una volontà unica formano l’esercito. Il potere si trova sempre in mano di coloro che comandano l’esercito, e sempre tutti i capi del potere – dai cesari romani fino agli imperatori, russi e tedeschi – si preoccupano dell’esercito più che di ogni altra cosa, e non adulano che esso solo, sapendo che se esso è con loro, il loro potere è assicurato.
Questa composizione e questa forza dell’esercito, necessarie alla garanzia del potere, sono appunto quelle che hanno introdotto nel concetto sociale della vita il germe demoralizzatore. Il fine del potere e la sua ragione di essere stanno nella limitazione della libertà degli uomini che vorrebbero mettere i loro interessi personali al di sopra degli interessi della società. Ma, che il potere sia acquistato con l’esercito, con l’eredità o con l’elezione, gli uomini che lo possiedono non si distinguono in nulla dagli altri uomini, e, come loro, sono inclinati a non subordinare il proprio interesse all’interesse generale; tutt’altro. Quali che siano i mezzi adoperati, non si è potuto, fino al giorno di oggi, effettuare l’ideale di non affidare il potere che ad uomini infallibili, o soltanto di togliere a coloro che lo possiedono la possibilità di subordinare agli interessi loro quelli della società.
Tutti i procedimenti conosciuti, e il diritto divino, e l’elezione, e l’eredità, danno tutti gli stessi risultati negativi.
Tutti sanno che nessuno di questi procedimenti è capace di assicurare la trasmissione del potere ai soli infallibili, od anche di impedire l’abuso del potere. Tutti sanno che, al contrario, coloro che lo possiedono – siano sovrani, ministri, prefetti o guardie municipali – sono sempre, perché hanno il potere, più inclinati all’immoralità, cioè a subordinare gli interessi generali agli interessi propri, di quanto lo siano coloro che non hanno il potere. D’altronde, non può essere altrimenti.
Il concetto sociale poteva giustificarsi soltanto finché gli uomini sacrificavano volontariamente l’interesse proprio agli interessi generali; ma appena vi furono alcuni che non sacrificavano volontariamente l’interesse loro, si sentì il bisogno del potere, cioè della violenza, per limitare la loro libertà, ed allora entrò nel concetto sociale e nell’ordinamento che ne risulta il germe demoralizzatore del potere, cioè della violenza degli uni sugli altri.
Perché il dominio degli uni sugli altri raggiungesse il suo fine, perché potesse limitare la libertà di coloro che fanno passare i loro interessi privati davanti a quelli della società, il potere avrebbe dovuto trovarsi nelle mani di infallibili, come suppongono i Cinesi, o come si credeva nel medio evo, e come credono oggi coloro che hanno fede nella grazia dell’unzione. Solo in queste condizioni l’ordinamento sociale si può comprendere.
Ma, poiché ciò non esiste, poiché, al contrario, gli uomini che hanno il potere sono sempre ben lungi dall’essere santi, precisamente perché hanno il potere, l’ordinamento sociale fondato sull’autorità non può più essere giustificato.
Se pure vi fu un tempo nel quale, in seguito all’abbassamento del livello morale e alla disposizione degli uomini alla violenza, l’esistenza del potere offrì qualche vantaggio, la violenza dell’autorità essendo minore di quella dei privati, è cosa evidente che questo vantaggio non poteva essere eterno. Più la tendenza delle personalità alla violenza diminuiva, più i costumi si addolcivano, più il potere si demoralizzava in conseguenza della sua libertà di azione, più questo vantaggio spariva.
Questo cambiamento del rapporto fra lo sviluppo morale delle masse e la demoralizzazione dei governi è tutta la storia degli ultimi duemila anni.
Ecco semplicemente come sono avvenute le cose:
Gli uomini vivevano in famiglie, in tribù, in razze, provocandosi, violentandosi, spogliandosi, uccidendosi reciprocamente. Queste violenze si commettevano in grande ed in piccolo: individuo contro individuo, famiglia contro famiglia, tribù contro tribù, razza contro razza, popolo contro popolo. L’aggruppamento più numeroso, più forte, s’impadroniva del più debole e, più esso diveniva forte, più le violenze interne diminuivano, e più la durata e la vita dell’aggruppamento parevano assicurate.
I membri della famiglia o della tribù, riuniti in un solo gruppo, sono meno ostili gli uni agli altri, e la famiglia o la tribù non muore come l’individuo isolato. Fra i membri di uno Stato, sottomesso ad una sola autorità, la lotta fra le personalità sembra anche più debole, e la durata dello Stato più certa.
Queste riunioni in gruppi sempre più grandi si sono prodotte non perché gli uomini hanno avuto coscienza di trovarvi un vantaggio, come si narra nella leggenda della chiamata dei Vareghi in Russia, ma a causa dell’aumento delle popolazioni e quindi delle lotte e delle conquiste.
Dopo la conquista, infatti, il potere del conquistatore fa sparire i dissensi intestini, ed il concetto sociale della vita riceve la sua giustificazione. Ma questa giustificazione non è che temporanea. I dissensi intestini non spariscono che in ragione di una pressione più forte del potere sulle personalità che erano in ostilità. La violenza della lotta interna, repressa dal potere, rinasce nel potere medesimo. Esso si trova fra le mani di uomini che, come tutti gli altri, sono inclini a sacrificare il bene generale al loro bene personale, con la differenza che i violentati non possono resistere e subiscono l’influenza demoralizzatrice del potere. Ecco perché il male della violenza, passando nel potere, non cessa di aumentare e diviene più grande di quello per cui il potere fu un rimedio. E ciò avviene mentre presso i membri della società le tendenze alla violenza s’indeboliscono sempre di più, e mentre la violenza del potere diventa, per conseguenza, sempre meno necessaria.
Il potere governativo, quando anche faccia sparire le violenze interne, introduce sempre nella vita degli uomini delle violenze nuove, sempre più grandi, in ragione della sua durata e della sua forza. Per cui, se la violenza del potere è meno evidente di quella dei privati, perché si manifesta non con la lotta, ma con l’oppressione, ciò nonostante esiste, e il più sovente in un grado più elevato.
E non può essere altrimenti, perché, oltre che il potere corrompe gli uomini, i calcoli o la tendenza incosciente di coloro che lo possiedono, avranno sempre per obbiettivo il massimo indebolimento possibile dei violentati, poiché, più essi sono deboli, meno sforzi occorrono per dominarli.
Ecco perché la violenza aumenta sempre fino al limite estremo che può raggiungere senza uccidere la gallina che fa le uova d’oro. E se questa gallina non fa più uova, come gli Indiani d’America, come gli abitanti della Terra dei Fuoco, come i neri, la si uccide, nonostante le sincere proteste dei filantropi.
La migliore conferma di tutto questo è la situazione degli operai del nostro tempo, che, a dir vero, non sono altro che servi.
Nonostante tutti i pretesi sforzi delle classi superiori per migliorare la sorte dei lavoratori, questi sono sottomessi ad una legge di ferro immutabile che accorda loro soltanto il puro necessario, affinché siano sempre costretti al lavoro, pur conservando abbastanza forza per lavorare a profitto dei loro padroni, il cui dominio rammenta quello dei conquistatori antichi.
È avvenuto sempre così. Sempre, a misura dell’aumento e della durata del potere, i vantaggi per coloro che vi erano sottomessi diminuivano, e gli inconvenienti aumentavano.
Ciò è avvenuto ed avviene, indipendentemente dalle forme di governo sotto cui vivono i popoli; con la sola differenza che, nella forma autocratica il potere è concentrato fra le mani di un piccolo numero di violenti, e la forma delle violenze è più sensibile, mentre nelle monarchie costituzionali e nella repubblica, come in Francia ed in America, il potere è diviso fra un maggior numero di violenti, e la forma in cui si traduce la violenza, è meno sensibile; ma il suo risultato – gli svantaggi del governo maggiori dei vantaggi – e il suo modo di procedere – indebolimento degli oppressi – sono sempre gli stessi.
Tale è stata e tale è la situazione degli oppressi, ma essi l’ignoravano fino ad ora e, per la maggior parte, credevano ingenuamente che il governo esistesse per loro bene; che senza governo essi sarebbero perduti; che non si può, senza sacrilegio, esprimere l’idea di vivere senza governo; che sarebbe una dottrina terribile – perché? – di anarchia e che si presenta accompagnata da un corteggio di calamità.
Si credeva, come a qualcosa di assolutamente provato, che, poiché finora tutti i popoli si sono sviluppati sotto la forma di Stati, questa forma rimane per sempre la condizione essenziale dello sviluppo della umanità.
Tutto ciò ha continuato così centinaia e migliaia di anni, ed i governi si sono sempre sforzati e si sforzano ancora di mantenere i popoli in questo errore
Le cose avvenivano così sotto gli imperatori romani, ed avvengono ancora così nei giorni nostri, benché l’idea della inutilità e degli inconvenienti del potere penetri sempre di più nella coscienza delle masse; e le cose avverrebbero così eternamente se i governi non si trovassero nell’obbligo di aumentare continuamente i loro eserciti per mantenere la loro autorità.
Si crede generalmente, che i governi aumentano gli eserciti unicamente per la difesa esterna del paese, mentre invece gli eserciti son loro principalmente necessari per la loro propria difesa contro i sudditi oppressi e ridotti in schiavitù.
Ciò è sempre stato necessario e lo diviene sempre di più a misura che l’istruzione si propaga, a misura che le relazioni fra i popoli e fra gli abitanti di uno stesso paese divengono più facili, e soprattutto a causa del movimento comunistico, socialistico, anarchico ed operaio. I governi lo comprendono ed aumentano la forza dei loro eserciti.1
Recentemente, nel Reichstag tedesco, rispondendo all’interpellanza che domandava perché si aveva bisogno di capitali per aumentare la paga dei sottufficiali, il cancelliere dichiarò francamente che bisognava avere dei sottufficiali sicuri, per lottare contro il socialismo. Il signor di Caprivi2 non fece altro che dire ad alta voce ciò che ognuno sa nel mondo politico, ma che si nasconde accuratamente al popolo. Per lo stesso motivo si formavano guardie svizzere e scozzesi per i re di Francia e per i papi, e oggi ancora, in Russia, si mischiano con tanta cura le reclute in modo che i reggimenti destinati alle guarnigioni del centro siano composti di soldati appartenenti alle province di frontiera, e reciprocamente.
Il senso del discorso del signor di Caprivi tradotto in lingua volgare è che il denaro è necessario non contro il nemico esterno, ma per comprare dei sottufficiali, pronti a marciare contro i lavoratori oppressi.
Caprivi ha detto involontariamente ciò che tutti sanno benissimo o ciò che sentono coloro che non lo sanno, cioè: che l’ordine attuale di cose è tale, non perché dev’essere così naturalmente, non perché il popolo vuole che sia così, ma perché il governo lo mantiene cosi con la violenza, appoggiato sull’esercito coi suoi sotto ufficiali ed i suoi generali comprati.
Se il lavoratore non ha terra, se egli è privo del diritto più naturale, quello di estrarre dal suolo la sua sussistenza e quella della sua famiglia, non è perché il popolo voglia così, ma bensì perché una certa classe, i proprietari fondiari, ha il diritto di ammettervi o di non ammettervi il lavoratore. E quest’ordine di cose contro natura è mantenuto dall’esercito. Se le immense ricchezze accumulate dal lavoro sono considerate come appartenenti non a tutti, ma ad alcuni; se il prelevamento delle imposte ed il loro uso sono abbandonati al capriccio di alcune personalità; se gli scioperi degli operai sono repressi, e quelli dei capitalisti protetti; se certi uomini possono scegliere i modi dell’educazione (religiosa o laica) dei ragazzi; se certi uomini hanno il privilegio di fare delle leggi a cui tutti gli altri devono sottomettersi, e di disporre così dei beni e della vita di ciascuno, tutto ciò avviene non perché il popolo lo voglia e perché debba avvenire naturalmente, ma perché i governi e le classi dirigenti vogliono così per loro profitto e s’impongono per mezzo di una violenza materiale.
Ognuno lo sa, oppure, se non lo sa, lo saprà al primo tentativo di insubordinazione o di cambiamento di quest’ordine di cose.
Ma non c’è un governo solo. Accanto ad esso ne esistono altri che dominano ugualmente con la violenza e sono sempre pronti a togliere al vicino il prodotto dei suoi sudditi già ridotti alla schiavitù. Ecco perché ognuno di essi ha bisogno di un esercito, non solo per mantenersi all’interno, ma anche per difendere la sua preda dai vicini rapaci. Gli Stati sono dunque ridotti a gareggiare nell’aumento degli eserciti, e questo aumento è contagioso, come ha fatto notare Montesquieu cento cinquant’anni addietro.
Ogni aumento di effettivi, diretto da uno Stato contro i suoi sudditi, diviene inquietante per lo Stato vicino e l’obbliga a rinforzare alla sua volta il proprio esercito.
Se gli eserciti oggi ascendono a milioni di uomini, non è soltanto perché ogni Stato ha sentito la minaccia dei suo vicini, ma soprattutto perché ha dovuto reprimere dei tentativi di rivolte interne. Una cosa è il risultato dell’altra; il dispotismo dei governi aumenta con la loro forza e con il loro buon successo esterno; e le loro disposizioni aggressive aumentano col dispotismo interno.
Questa rivalità negli armamenti ha condotto i governi europei alla necessità di stabilire il servizio militare universale, che solo procura il maggior numero di soldati con le minori spese possibili.
La Germania fu la prima ad avere quest’idea, e le altre nazioni la imitarono. Ed allora tutti i cittadini furono chiamati sotto le armi per mantenere le ingiustizie che si commettono in mezzo a loro, per cui cittadini sono divenuti i loro propri tiranni.
Il servizio militare universale è una necessità logica alla quale si doveva giungere, ma esso è pure l’ultima espressione della contraddizione interna del concetto sociale, contraddizione che si rivelò allorché per il suo mantenimento bisognò ricorrere alla violenza.
Nel servizio militare universale questa contraddizione è divenuta evidente. Infatti, il senso del concetto sociale consiste in questo: che l’uomo, avendo coscienza della barbarie della lotta fra personalità e della mancanza di sicurezza, trasportò il senso della sua vita nell’associazione della personalità. Col servizio militare universale avviene che gli uomini, avendo fatto tutti i sacrifici possibili per evitare le crudeltà della lotta e l’instabilità della vita, sono ad onta di ciò chiamati a correre tutti i pericoli che credevano evitare, e che, per giunta, l’associazione – Stato – a cui sacrificarono i loro interessi personali, corre gli stessi pericoli di morte che prima minacciavano l’individuo isolato.
I governi dovevano risparmiare agli uomini la lotta fra individui, e dar loro la certezza dell’inviolabilità del regime adottato; invece essi espongono l’individuo agli stessi pericoli, con la differenza che, invece di una lotta fra personalità dello stesso aggruppamento, si ha una lotta fra aggruppamenti.
La creazione del servizio militare universale fa pensare ad un uomo il quale, perché la sua casa non crolli, la riempie di sostegni, di puntelli, di travi e di assi, in modo che non giunge a tenerla in piedi se non rendendola assolutamente inabitabile.
Allo stesso modo il servizio militare universale rende nulli tutti i vantaggi della vita sociale che esso è chiamato a difendere.
I vantaggi della vita sociale consistono nella sicurezza della proprietà e del lavoro, e nella possibilità di un miglioramento generale delle condizioni della vita. Ora, il servizio militare universale distrugge tutto questo.
Le imposte riscosse per le spese militari assorbono la maggior parte del prodotto del lavoro che l’esercito deve difendere.
L’incorporazione di tutti gli uomini validi nell’esercito compromette la stessa possibilità del lavoro. Le minacce della guerra, sempre pronta a scoppiare, rendono inutili e vani tutti i miglioramenti delle condizioni della vita sociale.
Se nei tempi andati si fosse detto all’uomo che senza lo Stato egli sarebbe esposto alle aggressioni dei malfattori, dei nemici interni od esterni, che egli avrebbe dovuto difendersi solo contro tutti, che la sua vita sarebbe minacciata, che, in conseguenza, sarebbe vantaggioso per lui sottomettersi ad alcune privazioni per evitare questi mali, l’uomo avrebbe potuto prestarvi fede poiché il sacrificio che faceva allo Stato gli dava la speranza di una vita tranquilla in un ordine di cose che non poteva sparire. Ma oggi che i suoi sacrifici sono aumentati e che i vantaggi sperati sono scomparsi, è naturale che ognuno chieda a sé medesimo se la sua sottomissione allo Stato non sia assolutamente inutile.
Ma non in questo fatto risiede il fatale significato del servizio militare, come manifestazione della contraddizione che racchiude il concetto sociale. La manifestazione principale di questa contraddizione consiste nel fatto col servizio militare obbligatorio, ogni cittadino diviene il sostegno dell’ordine attuale di cose e partecipa a tutti gli atti dello Stato, senza riconoscerne la legittimità.
I governi affermano che gli eserciti sono necessari dappertutto per la difesa esterna. È falso. Essi sono principalmente necessari contro i cittadini stessi, ed ogni soldato partecipa a suo malgrado alle violenze dello stato sui cittadini.
Per convincersi di questa verità basta ricordare ciò che si commette in ogni Stato, in nome dell’ordine e della tranquillità del popolo, servendosi sempre dell’esercito come strumento. Tutte le liti intestine di dinastie o di partiti, tutte le esecuzioni capitali che accompagnano queste agitazioni, tutte le repressioni di sommosse, tutti gli interventi della forza armata per dissipare gli assembramenti o per impedire gli scioperi, tutte le estorsioni di imposte, tutti gli ostacoli alla libertà del lavoro, tutto ciò è fatto, o direttamente con l’aiuto dell’esercito, o dalla polizia, appoggiata dall’esercito. Ogni uomo che compie il suo servizio militare, partecipa a tutte queste pressioni che talvolta gli sembrano ambigue, ma per la maggior parte del tempo assolutamente contrarie alla sua coscienza.
Così alcuni uomini rifiutano di abbandonare la terra che coltivano di padre in figlio da parecchie generazioni, altri non vogliono circolare come l’autorità pretende, altri non vogliono pagare le imposte; altri non vogliono riconoscere come obbligatorie certe leggi che non hanno fatto; altri non vogliono perdere la loro nazionalità, ed io che sto adempiendo agli obblighi del servizio militare, io sono costretto ad assalire quella gente? Io non posso, prendendo parte a queste repressioni, non chiedere a me medesimo se sono giuste o ingiuste, e se io devo concorrere alla loro esecuzione.
Il servizio militare universale è l’ultimo grado della violenza necessaria al mantenimento dell’organizzazione sociale; è il limite estremo che possa raggiungere la sommissione dei sudditi; è la chiave di volta, la cui caduta determinerà quella dell’edificio intero.
Con gli abusi crescenti dei governi e col loro antagonismo, si è giunti a pretendere dai sudditi non solo dei sacrifici materiali, ma bensì tali sacrifici morali, che ognuno chiede a sé medesimo: Posso io ubbidire? In nome di chi devo io fare dei sacrifici? Questi sacrifici si domandano in nome dello Stato. In nome dello Stato mi si chiede di sacrificare tutto ciò che può essere caro all’uomo: la felicità, la famiglia, la sicurezza, la dignità umana. Ma che cosa è dunque questo Stato che pretende sacrifici così spaventosi? per cosa esso ci è poi così necessario ?
Lo Stato, ci si dice, è necessario, in primo luogo perché, senza lo Stato, voi ed io, noi tutti saremmo senza difesa contro la violenza dei malvagi; poi, perché senza lo Stato saremmo rimasti selvaggi e non avremmo avuto né religione, né istruzione, né educazione, né industria, né commercio, né mezzi di comunicazione, né altre istituzioni sociali, ed infine perché senza lo Stato avremmo corso il pericolo di essere conquistati dai popoli vicini.
“Senza lo Stato, ci si dice, avremmo corso il pericolo di subire le violenze dei malvagi nella nostra propria patria.”
Ma chi sono questi malvagi dalla cui malvagità e dalla cui violenza ci preservano il nostro Stato ed il nostro esercito? Tre o quattro secoli fa, quando eravamo orgogliosi della nostra abilità militare e delle nostre armi, quando l’uccidere era un’azione gloriosa, vi erano uomini di questo genere, ma oggi non ve ne sono più, e gli uomini del nostro tempo non portano più armi, ed ognuno predica leggi di umanità, di pietà per il prossimo, e desidera ciò che desideriamo noi, cioè: la possibilità di una vita tranquilla e stabile. Vuol dire che non vi sono più violenti dai quali lo Stato deve proteggerci. E se lo Stato deve difenderci dagli uomini considerati criminali, noi sappiamo che non sono uomini di un’altra natura, come le bestie feroci fra le pecore, ma uomini, come noi tutti, che non si compiacciono più di noi a commettere delitti. Oggì sappiamo che le minacce ed i castighi non possono far diminuire il numero di questi uomini, e che esso non sarà diminuito se non dal cambiamento dell’ambiente e dall’influenza morale. Per cui la protezione dello Stato contro i violenti, se era necessaria tre o quattro secoli fa, non lo è più oggi. Adesso è piuttosto vero il contrario: l’azione del governo con i suoi crudeli mezzi di coercizione, in ritardo sullo Stato della nostra civiltà, come le prigioni, gli ergastoli, il patibolo, la ghigliottina, concorre molto più alla barbarie dei costumi che non al loro addolcimento e, per conseguenza, accresce piuttosto che non diminuisca il numero dei violenti.
“Senza lo Stato, ci si dice, non avremmo né religione, né educazione, né industria, né commercio, né vie di comunicazione, né altre istituzioni sociali.”
Senza lo Stato, non avremmo potuto organizzare le istituzioni che sono necessarie a tutti. Ma questo argomento avrebbe potuto avere qualche valore anche parecchi secoli addietro. Se vi fu un tempo in cui gli uomini comunicavano così poco fra loro e nel quale i mezzi di avvicinarsi e di scambiare le idee mancavano talmente che non era possibile accordarsi per alcuno sforzo commerciale, industriale ed economico senza un centro di Stato, questi ostacoli sono scomparsi. Le vie di comunicazione così largamente sviluppate, e lo scambio delle idee hanno fatto sì che per la formazione delle società, delle corporazioni, dei congressi, delle istituzioni economiche e politiche, gli uomini del nostro tempo, non solo possono fare a meno dei governi, ma anzi per lo più sono impacciati dallo Stato che invece di aiutarli, piuttosto li contraria nella effettuazione dei loro progetti.
A cominciare dalla fine del secolo scorso, quasi ogni passo dell’umanità, invece di essere incoraggiato è stato contrariato dai governi. Così è avvenuto per la soppressione delle pene corporali, della tortura, della schiavitù; per la istituzione della libertà di stampa e della libertà di riunione. Non solo il governo non aiuta, ma si oppone ad ogni movimento, che metterebbe capo a nuove forme della vita. La soluzione delle questioni operaie, agrarie, politiche, religiose, lungi dall’esser incoraggiata, è contrariata dall’autorità governativa.
“Senza lo Stato e senza il governo, il popolo sarebbe stato conquistato dai popoli vicini.”
Inutile rispondere a questo argomento; esso si confuta da sé. Ci si dice che il governo ed il suo esercito ci sono necessari per difenderci dai popoli vicini, che potrebbero assoggettarci: ma ciò si dice da tatti i governi, presso tutte le nazioni, e non pertanto noi sappiamo benissimo che tutti i popoli d’Europa esaltano i principi della libertà e della fratellanza. Essi non dovrebbero dunque difendersi gli uni dagli altri. Ma, se si parla dei barbari, la millesima parte delle truppe che in questo momento sono sotto le armi basterebbe per tenerli in rispetto. Noi vediamo dunque precisamente il contrario di quello che ci si dice. Non solo l’esagerazione delle forze militari non ci preserva dalle aggressioni dei nostri vicini, ma essa sola, al contrario, potrebbe essere il motivo di queste aggressioni.
Da ciò consegue che per ogni uomo, indotto dal servizio obbligatorio a riflettere sul governo nel cui nome gli si chiede il sacrificio del proprio riposo, della propria sicurezza e della vita, è chiaro che questo sacrificio non è più giustificato da nulla, oggi.
Non solo è cosa evidente che i sacrifici richiesti dal governo non hanno in teoria alcuna ragione di essere, ma anche praticamente, cioè in presenza delle penose condizioni in cui l’uomo si trova per colpa dello Stato, ognuno vede necessariamente che soddisfare alle esigenze del governo e sottomettersi al servizio militare è sovente più svantaggioso che non sarebbe la ribellione.
Se i più preferiscono sottomettersi, non è per matura riflessione sul bene o sul male che può risultarne, ma bensì perché sono, per così dire, ipnotizzati. Ubbidendo, gli uomini si sottomettono semplicemente agli ordini che loro si danno, senza riflettere e senza fare uno sforzo di volontà. Per non ubbidire, bisogna riflettere con indipendenza, e ciò costituisce uno sforzo di cui non tutti sono capaci. Ma, se si mettesse da parte il significato morale della sottomissione o della ribellione, e se ne pesassero soltanto i vantaggi materiali, si vedrebbe che la ribellione è, in generale, più profittevole della sottomissione.
Chiunque io sia, appartenga io alla classe agiata ed oppressiva, oppure alla classe operaia ed oppressa, nell’uno e nell’altro caso i vantaggi della ribellione saranno maggiori di quelli dell’obbedienza.
Se appartengo alla classe oppressiva, la meno numerosa, il mio rifiuto di ubbidire al governo avrà l’inconveniente di farmi processare come ribelle, e ciò che mi può accadere di meglio è che mi si assolva, ovvero, come si fa da noi coi mennoniti, che mi si costringa a fare il tempo del mio servizio nei lavori civili. Ma si può condannarmi alla deportazione o alla prigione per due o tre anni (parlo dei casi che sono avvenuti in Russia), o forse per una durata più lunga. Si può perfino condannarmi a morte, benché una tale condanna sia improbabile. Ecco gli inconvenienti del rifiuto di ubbidire.
Gli inconvenienti della sottomissione sono i seguenti: Nel caso più favorevole. non mi manderanno ad uccidere uomini, non mi faranno correre il rischio di essere mutilato od ucciso, ma mi sottometteranno alla schiavitù militare. Sarò vestito di un’uniforme da buffone; ognuno di coloro che hanno un grado mi comanderà, dal caporale al feld-maresciallo; ognuno mi obbligherà a contorcere il corpo a suo piacere, e, dopo avermi tenuto da uno a cinque anni, mi lasceranno per dieci anni ancora nella situazione di essere ad ogni istante richiamato per eseguire gli ordini che tutta quella gente mi darà. Nel caso meno favorevole succederà che, oltre a questa schiavitù, mi manderanno alla guerra, dove sarò costretto ad uccidere uomini di paesi stranieri che non mi hanno fatto nulla, dove posso essere storpiato od ucciso, o mandato ad una morte certa come a Sebastopoli, oppure ciò che è ancora più crudele, posso esser condotto contro i miei propri compatrioti ed essere obbligato ad uccidere i miei fratelli, per interessi dinastici o governativi che mi sono affatto estranei. Tali sono gli inconvenienti rispettivi.
In quanto ai vantaggi dell’ubbidienza o della ribellione, eccoli: Colui che non ha rifiutato il servizio militare, che è passato per tutte queste umiliazioni e che ha compiuto tutte queste crudeltà, può, se non è ucciso, ricevere sul suo vestito da buffone degli ornamenti rossi o dorati; egli può, nel caso più fortunato, comandare centinaia di migliaia di uomini abbrutiti come lui, ed essere chiamato feld-maresciallo, e guadagnare molto denaro.
Il ricalcitrante avrà i vantaggi di serbare la sua dignità di uomo, di essere stimato dalla gente onorevole e soprattutto di avere coscienza di adempiere ad un’opera di Dio, cioè ad un’opera utile agli uomini.
Tali sono i vantaggi e gli inconvenienti, nei due casi, per un uomo della classe agiata ed oppressiva. In quanto all’uomo della classe operaia povera, i vantaggi e gli inconvenienti saranno gli stessi, ma con un notevole aumento degli inconvenienti; inoltre, partecipando al servizio militare, egli consolida col suo appoggio l’oppressione alla quale è sottomesso.
Ma la questione della necessità di un governo non si può risolvere con riflessioni sull’utilità più o meno grande dello Stato al quale gli uomini prestano il loro appoggio partecipando al servizio militare, e molto meno con riflessioni sui vantaggi o i danni della sottomissione o della rivolta.
Questa questione non può essere risolta in un modo definitivo e senza appello che dalla coscienza di ogni uomo a cui si presenta, senza che egli lo voglia, col servizio militare obbligatorio.
Note
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Il fatto che gli abusi del potere esistono in America malgrado il numero ristretto dei soldati, non solo non contraddice questo dato, ma anzi non fa che confermarlo. Vi sono meno soldati negli Stati Uniti che presso le altre nazioni. Ecco perché non esiste in nessun luogo un’oppressione meno grande delle classi laboriose, e non si prevede in nessun luogo una scomparsa così prossima degli abusi governativi e del governo stesso. In questi ultimi tempi, man mano che i lavoratori si uniscono di più, delle voci sempre più frequenti chiedono l’aumento dell’esercito, benché nessuna aggressione esterna minacci la Repubblica.
Le classi dirigenti sanno che 50.000 soldati non basteranno più fra poco, e, non contando più sull’esercito di Pinkerton, esse comprendono che la garanzia dei loro privilegi è soltanto in un aumento di forze militari. ↩
-
Leo von Caprivi, (1831-1899), generale e politico tedesco, successore di Bismarck nella carica di cancelliere. (N.d.C.) ↩
