Capitolo VI

Gli uomini della nostra società e la guerra

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La soluzione delle contraddizioni fra la vita e la coscienza è possibile in due modi. Cambiare la vita o cambiare la coscienza. E non sembra che possa esservi dubbio nella scelta.

L’uomo può cessare di fare ciò ch’egli crede essere cattivo, ma non può cessare di trovare cattivo ciò che è cattivo.

Del pari, tutta l’umanità può cessare di far ciò che considera come cattivo, ma non può, non solo cambiare, ma neanche arrestare per un momento il progresso della coscienza, ogni giorno più lucida e più diffusa, di ciò ch’è cattivo e, quindi, non deve esistere. Ecco perché sembra inevitabile per l’umanità cristiana del nostro tempo la necessità di rinnegare le forme pagane che essa condanna, e di prendere per base della sua vita i principi cristiani che riconosce.

Avverrebbe così se non vi fosse la legge d’inerzia, immutabile nella vita degli uomini e dei popoli come negli oggetti inanimati, e che si esprime per gli uomini con la legge psicologica così bene formulata in queste parole del Vangelo: “Ed essi non sono andati verso la luce, perché le loro azioni erano cattive”. Questa legge esiste per questo fatto: che la maggior parte degli uomini non pensano con il fine di conoscere la verità, ma per persuadersi che stanno nella verità; per convincersi che la vita di cui vivono e che trovano gradevole ed alla quale sono abituati, è precisamente quella che armonizza con la verità.

La schiavitù fu contraria a tutti i principi morali che predicavano Platone ed Aristotele, eppure né l’uno né l’altro se ne accorsero perché la soppressione della schiavitù avrebbe distrutto tutto l’ordinamento della vita alla quale erano abituati. Lo stesso avviene nel tempo nostro.

La divisione degli uomini in due caste, come anche la violenza politica e militare, è contraria a tutti i principi morali che la nostra società professa, e tuttavia gli uomini colti dell’avanguardia del nostro tempo non sembrano avvedersene.

Gli uomini moderni colti, se non tutti, almeno per la maggior parte, si sforzano inconsciamente di ritenere l’antico concetto sociale della vita che giustifica la loro posizione e di nascondere a loro stessi ed agli altri l’insufficienza di questo concetto e soprattutto la necessità di adottare il concetto cristiano che distrugge tutto l’ordine di cose attuale. Essi cercano di mantenere il regime fondato sul concetto sociale della vita, ma non ci credono neanche loro, perché esso è vieto e non ci si può più credere.

Tutta la letteratura filosofica, politica ed artistica del nostro tempo è caratteristica sotto questo rapporto. Che ricchezze d’idee, di forme, di colori! Che erudizione e che arte, e nello stesso tempo che assenza di tesi serie, che timidezza innanzi all’espressione di ogni pensiero esatto! Delle sottigliezze, delle allegorie, degli scherzi, i concetti più vasti, e nulla di semplice, di preciso, che si riferisca all’argomento trattato, cioè alla questione della vita. Di più: si scrivono e si raccontano delle futilità graziose o delle franche impudicizie; si spacciano delle frottole; si sostengono i paradossi più raffinati che riconducono l’uomo alla selvatichezza primitiva, ai principi della vita non solo pagana, ma anche animale che traversammo 5000 anni addietro.

D’altronde non può avvenire altrimenti. Volgendo le spalle al concetto cristiano della vita che distrugge l’ordine delle cose soltanto abituale per gli uni, abituale e vantaggioso per gli altri, gli uomini non possono non tornare al concetto pagano ed alle dottrine che ne derivano. Nel nostro tempo si predica non solo il patriottismo e l’aristocraticismo, come due mila anni addietro, ma anche l’epicureismo più grossolano, la bestialità, con questa sola differenza: che gli uomini che lo predicavano un tempo vi credevano, mentre oggi i predicatori non credono in ciò che dicono e non possono credervi, perché non ha più senso. Non si può stare fermi in un posto, quando il secolo si muove: se non si va innanzi, si va indietro, e, cosa strana e terribile! gli uomini colti del tempo nostro, quelli che camminano nell’avanguardia, coi loro ragionamenti speciali, trascinano la società indietro, non già verso lo stato pagano, ma verso lo stato della primitiva barbarie.

Non si possono rilevare meglio queste tendenze degli uomini colti del tempo nostro che dalla loro attitudine in presenza del fenomeno per via del quale si è manifestata l’insufficienza del concetto sociale della vita: la guerra, l’armamento generale ed il servizio militare universale.

La mancanza di chiarezza – a meno che non sia di buona fede – nell’attitudine degli uomini colti in presenza di questo fenomeno, è sorprendente. Questa attitudine si manifesta in tre modi: gli uni considerano questo fenomeno come qualcosa di occasionale prodotto dalla situazione politica dell’Europa, e suscettibile di essere migliorato senza cambiamenti nell’ordine interno della vita dei popoli, ma con semplici misure esterne, internazionali e diplomatiche; gli altri guardano questo fenomeno come qualcosa di terribile e di atroce, ma inevitabile e fatale come la malattia o la morte; altri ancora considerano la guerra con tranquillità e con sangue freddo, come un fenomeno necessario, benefico e, quindi, desiderabile.

Gli uomini trattano questo argomento diversamente, ma gli uni e gli altri parlano della guerra come di un avvenimento che non dipende affatto dalla volontà degli uomini, che nondimeno vi partecipano e, quindi, essi non ammettono la domanda che si presenta naturalmente a chiunque conserva il proprio buon senso: devo prendervi parte? A parer loro, questo genere di questioni non esiste neanche, ed ogni uomo, qualunque sia la sua opinione personale sulla guerra, deve servilmente sottomettersi alle esigenze del potere.

L’attitudine dei primi, di coloro che credono alla possibilità di evitare la guerra con misure internazionali e diplomatiche, si mostra benissimo nelle risoluzioni dell’ultimo Congresso universale della pace, a Londra, e negli articoli e nelle lettere, scritti sulla guerra da scrittori celebri e riuniti nel numero 8 della Rivista delle Riviste, 1891. Ecco i risultati del Congresso.


Avendo riunito da tutti i punti del globo le opinioni verbali o scritte dei dotti, il Congresso, nei suoi lavori, incominciati con un servizio religioso nella cattedrale e terminati con un banchetto seguito da diversi brindisi, ascoltò durante cinque giorni numerosi discorsi, e giunse alle risoluzioni seguenti:

Risoluzione 1. Il Congresso afferma che la fratellanza fra gli uomini implica come conseguenza necessaria una fratellanza fra le nazioni, nella quale i veri interessi di ognuna siano riconosciuti identici. Il Congresso è convinto che la vera base di una pace durevole consista nell’applicazione di questo grande principio da parte dei popoli, in tutte le loro relazioni mutue.

2. Il Congresso riconosce l’influenza importante che il cristianesimo esercita sul progresso morale e politico dell’umanità, e rammenta con insistenza ai ministri del Vangelo ed altre persone che si occupano di educazione religiosa, la necessità di diffondere questi principi di pace e di buona volontà che sono la base degli insegnamenti di Gesù Cristo, dei filosofi e dei moralisti; ed il Congresso raccomanda che ogni anno si scelga la terza domenica del mese di dicembre per fare una speciale dichiarazione di questi principi.

3. Il Congresso emette l’opinione che i professori di storia dovrebbero richiamare l’attenzione dei giovani sui mali terribili inflitti all’umanità in tutti i tempi dalla guerra, e sul fatto che quasi tutte le guerre sono state provocate, in generale, da ragioni affatto insignificanti.

4. Il Congresso protesta contro l’uso degli esercizi militari dati come esercizi fisici nelle scuole, e suggerisce la formazione di brigate di salvataggio, invece di quelle aventi un carattere quasi militare. Ed insiste sull’utilità d’inculcare alle commissioni di esaminatori incaricati di formulare le domande per gli esami, la necessità di dirigere l’intelligenza dei ragazzi verso principi di pace.

5. Il Congresso è di opinione che la dottrina dei diritti imprescrittibili dell’uomo esiga che le razze indigene e deboli siano difese nel loro territorio, nella loro libertà e nelle loro proprietà da ogni ingiustizia e da ogni abuso, quando si trovano in contatto coi popoli civili, e che siano garantite dai vizi così prevalenti presso le nazioni che si dicono avanzate. Esso afferma, inoltre, la convinzione che le nazioni dovrebbero agire di accordo per raggiungere questo fine. Il Congresso desidera esprimere il suo cordiale apprezzamento delle conclusioni della Conferenza antischiavista, tenuta recentemente a Bruxelles sul miglioramento dello stato delle popolazioni africane.

6. Il Congresso è convinto che i pregiudizi militari e le tradizioni che sono ancora profondamente abbarbicate in certe nazioni, come le dichiarazioni esagerate che fanno, nelle assemblee legislative e negli organi della stampa, certi conduttori dell’opinione pubblica, sono assai frequentemente la causa indiretta delle guerre. Il Congresso fa dunque voti perché si tagli corto a questi errori, pubblicando fatti esatti ed informazioni che dissiperebbero i malintesi che s’infiltrano fra le nazioni. Il Congresso raccomanda inoltre alla Conferenza interparlamentare di esaminare attentamente se non convenga creare un giornale internazionale, destinato a corrispondere al bisogno sopra espresso.

7. Il Congresso propone alla Conferenza interparlamentare di raccomandare ai suoi membri la difesa, innanzi ai loro Parlamenti rispettivi, dei progetti di unificazione dei pesi e delle misure, delle monete, delle diverse tariffe dei regolamenti postali e telegrafici, dei mezzi di trasporto, ecc.; questa unificazione costituirà una vera unione commerciale, industriale e scientifica dei popoli.

8. Il Congresso, in vista dell’enorme influenza morale e sociale della donna, impegna ogni donna, come sposa, madre, sorella, cittadina, ad incoraggiare tutto ciò che tende ad assicurare la pace; perché altrimenti, essa incorre in una grande responsabilità con la continuazione dello stato di guerra e di militarismo che non solo affligge, ma bensì corrompe la vita delle nazioni. Per concentrare ed applicare questa influenza in modo pratico, il Congresso invita le donne ad unirsi alle società per la propaganda della pace universale.

9. Il Congresso esprime la speranza che l’Associazione per la riforma finanziaria ed altre società dello stesso genere in Europa ed in America si uniscano per convocare in un avvenire prossimo una Conferenza che esamini i migliori mezzi atti a stabilire relazioni commerciali eque fra gli Stati, con la riduzione delle tasse d’importazione, come un primo passo verso il libero scambio. Il Congresso crede di poter affermare che il mondo civile desidera la Pace, ed aspetta impazientemente il momento di veder cessare gli armamenti che, fatti a titolo di difesa, divengono alla loro volta un pericolo, mantenendo la reciproca diffidenza, e sono nello stesso tempo la causa del malessere economico generale che impedisce di discutere in condizioni soddisfacenti le questioni che dovrebbero andare avanti a tutte le altre, quelle del lavoro e della miseria.

10. Il Congresso, riconoscendo che il disarmo generale sarebbe la migliore garanzia della Pace e condurrebbe a risolvere dal punto di vista degli interessi generali le questioni che adesso dividono gli Stati, emette il voto che un Congresso di rappresentanti di tutti gli Stati dell’Europa sia riunito al più presto possibile, per provvedere ai mezzi di effettuare il disarmo graduale generale, che già s’intravede come possibile.

11. Il Congresso, atteso che la timidezza di un solo governo potrebbe bastare a ritardare indefinitamente la convocazione del Congresso sopra indicato, è di parere che il governo il quale per primo si risolverà a rimandare ai loro focolari un numero notevole di soldati avrà reso uno dei più grandi servizi all’Europa ed all’umanità, perché obbligherà gli altri governi, spinti dall’opinione pubblica, a seguire il suo esempio e, con la forza morale di questo fatto compiuto, avrà aumentato, invece di diminuirle, le condizioni della sua difesa nazionale.

12. Il Congresso, considerando che la questione del disarmo, come quella della Pace in generale, dipende dall’opinione pubblica, raccomanda alle società della Pace, qui rappresentate, ed anche a tutti gli amici della Pace, di dedicarsi ad una propaganda attiva nel pubblico, specialmente durante i periodi delle elezioni parlamentari, affinché gli elettori diano i loro voti ai candidati che avranno fatto entrare nel loro programma la Pace, il Disarmo e l’Arbitrato.

13. Il Congresso si congratula con gli amici della Pace per la risoluzione adottata dalla Conferenza americana internazionale (i rappresentanti del Messico eccettuati) a Washington, nello scorso mese di aprile, con la quale si raccomandò che l’arbitrato divenga obbligatorio in tutte le contestazioni riguardanti privilegi diplomatici o consolari, frontiere o confini, territori, indennità, diritti di navigazione, oppure concernenti la validità, la stipulazione e l’esecuzione di trattati, e in tutti gli altri casi, qualunque ne siano l’origine, la natura o l’occasione, eccetto quelli che, secondo il giudizio di qualsivoglia nazione, parte interessata nella contesa, potrebbero mettere in pericolo l’indipendenza di questa nazione.

14. Il Congresso raccomanda rispettosamente questa risoluzione all’attenzione degli uomini di stato di Europa e d’America ed esprime l’ardente desiderio che trattati in termini simili siano prontamente firmati dalle altre nazioni del mondo, in modo da prevenire ogni causa di conflitti futuri fra loro e nello stesso tempo, da servire d’esempio agli altri Stati.

15. Il Congresso esprime la sua soddisfazione sull’adozione da parte del senato spagnolo, il 16 dello scorso giugno, di un progetto di legge che autorizza il governo a concludere trattati generali o speciali di arbitrato, per il regolamento di ogni contesa, eccetto quelle che si riferiscono all’indipendenza od all’amministrazione interna degli Stati in litigio. Esso esprime altresì il suo soddisfacimento per l’adozione di risoluzioni tendenti allo stesso fine da parte dello Storthing norvegiano il 6 dello scorso marzo e da parte della Camera italiana il, 1 luglio corrente.

16. Il Congresso domanda che si formi un Comitato di cinque membri per preparare in suo nome un indirizzo o comunicazione ai principali ordinamenti religiosi, politici, commerciali, del lavoro e della pace, di tutte le nazioni civili, per domandar loro di far pervenire petizioni ai governi dei loro paesi rispettivi, pregandoli di prendere le misure necessarie alla costituzione di tribunali convenevoli, chiamati a troncare le questioni internazionali, ed evitare così di ricorrere alla guerra.

17. Considerando: 1° che il fine a cui aspirano tutte le società della Pace è lo stabilimento dell’ordine giuridico fra le nazioni; 2° che la neutralizzazione garantita da trattati internazionali costituisce un avviamento verso questo stato giuridico e diminuisce il numero dei luoghi in cui la guerra potrà essere fatta;

Il Congresso raccomanda un’estensione sempre maggiore del regime della neutralizzazione;

Ed emette il voto: 1°, che tutti i trattati che assicurano presentemente a certi Stati i vantaggi della neutralità, rimangano in vigore, oppure, occorrendo, siano modificati in modo da rendere la neutralità più effettiva, sia estendendo la neutralizzazione alla totalità dello Stato di cui solo una parte fosse neutralizzata, sia ordinando la demolizione dì fortezze che costituiscono piuttosto un pericolo che una garanzia per la neutralità; 2° che nuovi trattati, purché siano conformi alla volontà delle popolazioni alle quali si riferiscono, siano conclusi per stabilire la neutralità di altri Stati.

18.La sezione del Comitato ha proposto:

I. Che le riunioni ulteriori del Congresso della Pace siano fissate o prima della riunione stessa della Conferenza internazionale annuale, oppure subito dopo e nella stessa città;

II. Che la questione della scelta dell’emblema internazionale della pace sia rimessa ad una data indeterminata;

III. Che le risoluzioni seguenti siano prese:

a. Indirizzare una testimonianza di soddisfazione alla Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti per la sua proposta ufficiale, ai rappresentanti superiori di ogni società religiosa di confessione cristiana, di riunirsi per esaminare in comune i mezzi adatti a sostituire alla guerra un arbitrato internazionale;

b. Indirizzare in nome del Congresso un omaggio rispettoso alla memoria di Aurelio Saffi, il gran giurista italiano, membro del comitato della Lega internazionale della Pace e della Libertà;

IV. Che gli atti del Congresso, firmati dal presidente, siano trasmessi, per quanto è possibile, ai capi di tutti i paesi civili, da deputazioni autorizzate.

V. Che il Comitato di organizzazione sia autorizzato a far le correzioni necessarie nei documenti e nei processi verbali adottati;

VI. Che le risoluzioni seguenti siano prese:

a. Il Congresso esprime la sua riconoscenza ai presidenti delle sue diverse sessioni;

b. Al presidente, ai segretari ed ai membri del suo ufficio;

c. Ai membri delle sue diverse sezioni;

d. Al reverendo Scott Holland, al reverendo dottore Ruen Thomas, ed al reverendo S. Morgari Gibbon per i loro discorsi prima dell’apertura del Congresso, come altresì al clero della cattedrale di San Paolo, di City Temple e della chiesa di Stamford Hill, per avere prestato questo edificio al Congresso;

e. Di presentare una lettera di riconoscenza a Sua Maestà, per avere autorizzato i membri del Congresso a visitare il palazzo di Windsor;

f. Di ringraziare egualmente il lord Mayor e sua moglie, come il signor Passmore Edwards e le altre persone che hanno concesso la loro ospitalità ai membri del Congresso.

Il Congresso esprime la sua riconoscenza a Dio, per l’accordo notevole che non ha cessato di regnare, durante le sessioni, fra tanti uomini e tante donne di nazionalità e di confessioni diverse, riuniti in un lavoro comune, e per la lieta fine dei lavori del Congresso.

Il Congresso esprime la sua ferma ed irremovibile fiducia nel trionfo finale della Pace e nei principi che sono stati difesi nelle sue sedute.

L’idea fondamentale del Congresso è la necessità: in primo luogo, di propagare fra gli uomini, con tutti i mezzi, la convinzione che la guerra è assolutamente contraria al loro interesse e che la pace è un gran beneficio; in secondo luogo, di agire sui governi per dimostrar loro i vantaggi che offrono in paragone alla guerra i tribunali di arbitrato e, quindi, l’interesse e la necessità del disarmo.

Per raggiungere il primo fine, il Congresso si rivolge ai professori di storia, alle donne ed al clero, e consiglia loro di consacrare la terza domenica del mese di dicembre a predicare agli uomini i mali della guerra ed i benefici della pace. Per raggiungere il secondo fine, il Congresso si rivolge ai governi e propone loro il disarmo e la sostituzione dell’arbitrato alla guerra.


Predicare agli uomini i mali della guerra ed i benefici della pace! Ma essi li conoscono tanto bene questi mali e questi benefici che, dacché esistono, il migliore augurio è sempre stato: La pace sia con voi!

Non solo i cristiani, ma bensì tutti i pagani, da migliaia di anni, conoscono i mali della guerra ed i benefici della pace.

Il cristiano non può non predicarli ogni giorno della sua vita; e se i cristiani ed i preti del cristianesimo non lo fanno, ciò non è senza ragioni; e non lo faranno finché queste ragioni non saranno allontanate. Il consiglio dato ai governi di licenziare i loro eserciti e di sostituirli con l’arbitrato internazionale è più vano ancora. I governi non ignorano le difficoltà che presentano il reclutamento ed il mantenimento delle truppe; se dunque, essi le organizzano e le mantengono sotto le armi a prezzo di sforzi inauditi, è perché, evidentemente non possono fare altrimenti, ed i consigli del Congresso non cambieranno questa situazione. Ma i dotti non vogliono avvedersene, e sperano sempre di trovare una combinazione che decida i governi a restringere da loro stessi il proprio potere.

“Si può scongiurare la guerra ? scrive un dotto nella Rivista delle Riviste.

“Tutti sono di accordo nel riconoscere che, se mai essa scoppia in Europa, avrà conseguenze forse eguali a quelle delle grandi invasioni. Essa comprometterà perfino l’esistenza medesima delle nazionalità, e, per conseguenza, sarà sanguinosa, accanita, atroce.

“Così, questa considerazione unita a quella dei terribili strumenti di distruzione dei quali dispone la scienza moderna, ritarda forse la dichiarazione e mantiene le cose in uno stato che potrebbe essere respinto fino a limiti indefiniti, se non fossero i pesi enormi che opprimono le nazioni europee e minacciano, prolungandosi, di condurre a rovine e a disastri non meno grandi di quelli prodotti dalla stessa guerra.

“Colpite da queste idee, persone di tutti i paesi hanno cercato i mezzi pratici, per arrestare o almeno per attenuare gli effetti della spaventevole carneficina la cui minaccia è sospesa sopra il nostro capo.

“Tali sono le questioni, messe all’ordine del giorno dalla prossima apertura del Congresso universale della Pace a Roma, e la pubblicazione di un recente opuscolo sul Disarmo.

“Disgraziatamente è purtroppo certo che con l’organizzazione attuale della maggior parte degli Stati moderni, isolati gli uni dagli altri, e guidati da interessi differenti, la soppressione assoluta della guerra è un’illusione dalla quale sarebbe pericoloso lasciarsi adescare. Però, alcune leggi o alcuni regolamenti più saggi imposti ai duelli fra le nazioni, avrebbero almeno il risultato di circoscriverne gli orrori.

“È del pari cosa assai chimerica contare sui progetti di disarmo, la cui esecuzione è resa pressoché impossibile da considerazioni di un carattere popolare, presenti allo spirito dei nostri lettori. (Ciò vuol dire probabilmente che la Francia non può disarmare prima della rivincita). L’opinione pubblica non è preparata ad accettarli, e d’altronde i legami internazionali stabiliti fra i diversi popoli non sono tali da potersi accettare. Un disarmo imposto da un popolo ad un altro in condizioni pericolose per la sua sicurezza equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra.

“Tuttavia, si può ammettere che uno scambio di vedute fra i popoli interessati aiuterà, in una certa misura, l’accordo internazionale indispensabile ad una transazione, e renderà possibile una riduzione sensibile delle spese militari che schiacciano le nazioni europee, con grave danno delle soluzioni sociali, la cui necessità, nondimeno, s’impone ad ognuna di esse, prese individualmente, sotto pena di avere all’interno la guerra che essa avrebbe impedita all’esterno.

“Si può almeno chiedere la riduzione delle spese enormi che risultano dall’organizzazione attuale della guerra, col fine d’invadere un territorio in ventiquattr’ore e dare una battaglia decisiva nella settimana che seguirà la sua dichiarazione.”

Bisogna agire in modo che gli Stati non possano assalirsi fra loro ed impadronirsi in ventiquattr’ore di possedimenti stranieri.

Questa idea pratica fu espressa da Maxime du Camp e forma la conclusione del suo scritto.

Le proposte di Maxime du Camp sono le seguenti:

“1° Un congresso diplomatico nel quale siano rappresentate le diverse potenze si riunirà ogni anno a una data e durante un tempo determinato, per esaminare la situazione dei popoli fra loro, per appianare le difficoltà e per servire di arbitro in caso di conflitto latente;

“2° Nessuna guerra potrà essere dichiarata prima di due mesi dopo l’incidente che l’avrà provocata. Nell’intervallo il dovere dei neutri sarà di proporre un arbitrato;

“3° Nessuna guerra sarà dichiarata prima di essere sottoposta per via plebiscitaria all’approvazione delle nazioni che si preparano ad essere belligeranti;

“4° Le ostilità non potranno essere aperte che un mese dopo la dichiarazione ufficiale della guerra.”

Ma chi potrebbe impedire che le ostilità cominciassero? Chi costringerà gli uomini a fare questo o quello? Chi forzerà i governi ad aspettare i periodi fissati? – Tutti gli altri Stati. Ma tutti gli altri Stati sono anch’essi delle potenze, che bisogna moderare e forzare. E chi li forzerebbe e come? – L’opinione pubblica. Ma, se c’è un’opinione pubblica che può forzare la potenza ad aspettare i periodi fissati, la stessa opinione pubblica può forzare la potenza a non dichiarare affatto la guerra.

Ma, si obbietta, è possibile ottenere una tale ponderazione di forze che impedisca alle potenze di uscire dalla riserva. Non lo si è forse già tentato e non lo si tenta ancora? La Santa Alleanza non era altro; la Lega della pace non è altro, ecc., ecc.

Ma se tutti si mettono d’accordo? si risponde. Se tutti si mettono d’accordo, la guerra non esisterà più, e tutti i tribunali di arbitrato diverranno inutili.

“Il tribunale di arbitrato! L’arbitrato sostituirà la guerra. Le questioni saranno risolte dall’arbitrato. La questione dell’Alabama fu risolta da un tribunale di arbitrato, quella delle Isole Caroline fu sottoposta all’arbitrato del papa. La Svizzera, il Belgio, la Danimarca, l’Olanda hanno tutti dichiarato di preferire l’arbitrato alla guerra.”

Sono persuaso che anche Monaco abbia espresso il medesimo desiderio.

Non manca che una piccola cosa, ed è questa: che né la Germania, né la Russia, né l’Austria, né la Francia hanno fatto finora la stessa dichiarazione.

Come gli uomini si berteggiano facilmente da loro medesimi quando vi hanno interesse!

I Governi acconsentiranno a risolvere le loro discordie con l’arbitrato ed a licenziare i loro eserciti.

Le contese fra la Russia e la Polonia, fra l’Inghilterra e l’Irlanda, fra l’Austria e la Boemia, fra la Turchia e gli Slavi, tra la Francia e la Germania saranno appianate per via di conciliazione, amichevolmente.

Sarebbe né più né meno come se si proponesse ai negozianti ed ai banchieri di non vendere nulla al di sopra del prezzo di acquisto, di occuparsi senza beneficio della distribuzione delle ricchezze e di sopprimere il danaro, divenuto inutile.

Ma, siccome il commercio e le operazioni di banca consistono unicamente nel vendere più caro del prezzo di acquisto, questa proposta equivarrebbe all’invito di suicidarsi. Così per i governi. La proposta di non adoperare la forza, ma di regolare i loro malintesi con giustizia, è un consiglio di suicidio. È poco probabile che essi vi acconsentano.

Gli scienziati si riuniscono in società (ve ne sono di recentemente a Parigi, a Londra, a Rouen); essi pronunziano dei discorsi, si raccolgono in banchetti, fanno dei brindisi, pubblicano delle riviste, e dimostrano così con tutti i mezzi che i popoli, costretti a mantenere milioni d’uomini sotto le armi, non ne possono più, e che questi armamenti sono in opposizione con il progresso, con gli interessi e con i desideri delle popolazioni; ma che, sporcando molta carta, spacciando molte parole, si potrebbero mettere tutti gli uomini d’accordo e far sì che non vi siano più interessi opposti e, quindi, che non vi sia più guerra.

Quand’ero fanciullo, mi si fece credere che, per prendere un uccello, bastava mettergli un granello di sale sulla coda. Tentai dunque di avvicinarmi col sale ad un uccello, ma mi convinsi presto che se avessi potuto mettergli del sale sulla coda, mi sarebbe stato altrettanto facile prenderlo, e compresi che mi avevano burlato.

Gli uomini che leggono gli articoli ed i libri sull’arbitrato e sul disarmo devono accorgersi egualmente che qualcuno si burla di loro.

Se si può mettere un granello di sale sulla coda di un uccello, è perché esso non vola via ed è facile prenderlo. Se ha delle ali e non vuol essere preso, non si lascia mettere del sale sulla coda, perché la qualità propria dell’uccello è il volare. Allo stesso modo, la qualità propria del governo è il comandare e non l’ubbidire. Ecco perché vi tende sempre e non abbandonerà mai il potere volontariamente. Ora, poiché il potere glielo dà l’esercito, esso non rinuncerà mai all’esercito ed alla sua ragione di essere: la guerra.

L’errore viene da questo: che dotti giuristi – ingannandosi ed ingannando gli altri – affermano nei loro libri che il governo non è ciò che è: una riunione di uomini che sfruttano gli altri, ma, secondo la scienza, la rappresentanza dell’insieme dei cittadini. L’hanno affermato per tanto tempo che hanno finito col crederci essi medesimi; così, si sono persuasi che la giustizia può essere obbligatoria per i governi. Ma la storia dimostra che, da Cesare a Napoleone, e da questi a Bismarck, il governo è sempre, nella sua essenza, una forza che viola la giustizia, e che non può essere diversamente. La giustizia non può essere obbligatoria per colui o per coloro che dispongono di uomini ingannati e addestrati alla violenza – i soldati – e che, mercé loro, dominano gli altri. Ecco perché i governi non possono acconsentire a diminuire il numero di questi uomini addestrati e ubbidienti che costituiscono tutta la loro forza e tutta la loro influenza.

Tale è il modo di vedere di una parte dei dotti circa la contraddizione che pesa sulla nostra società, e tali sono i loro mezzi di risolverla. Dite a questi uomini che la soluzione dipende unicamente dall’attitudine personale di ogni uomo in presenza della questione morale e religiosa posta oggi –cioè: la legittimità o l’illegittimità del servizio militare obbligatorio – questi dotti non faranno altro che stringersi nelle spalle e non si degneranno neanche di rispondere. Essi non vedono in questa questione che un’occasione per pronunziare dei discorsi, pubblicare dei libri, nominare dei presidenti, dei vicepresidenti, dei segretari, un’occasione per riunirsi o parlar in questa o quella città. Secondo loro, da tutte queste ciance, scritte o parlate, deve venir fuori questo risultato: che i governi cesseranno di reclutare soldati, base della loro forza, e, seguendo i loro consigli, licenzieranno gli eserciti e rimarranno senza difesa, non solo innanzi ai loro vicini, ma anche innanzi ai loro propri sudditi. Sarebbe come se una banda di briganti che avessero legato strettamente alcuni uomini disarmati per derubarli, si lasciassero intenerire da discorsi sulla sofferenza causata alle loro vittime dalla corda che li lega, e si affrettassero a tagliarla.

Eppure vi sono persone che credono a tutto questo, che si occupano dei congressi della pace, pronunziano discorsi e scrivono libri: i governi, questo si capisce, danno loro molte prove di simpatia e fingono d’incoraggiarli, come fingono di proteggere le società di temperanza, mentre non vivono, per la maggior parte, che grazie all’ubriachezza dei popoli; come fingono di proteggere l’istruzione, mentre invece la loro forza ha precisamente l’ignoranza per base; come fingono di garantire la libertà e la costituzione, mentre il loro potere si mantiene grazie all’assenza di libertà; come fingono di curare il miglioramento della sorte dei lavoratori, mentre la loro esistenza si basa sull’oppressione dell’operaio; come fingono di sostenere il cristianesimo, mentre il cristianesimo distrugge ogni governo.

La nostra società prende cura della temperanza, ma in modo che questa cura non possa diminuire l’ubriachezza; dell’istruzione, ma in modo che, lungi dal distruggere l’ignoranza, non si fa che accrescerla; della libertà e della costituzione, ma in modo che non s’impedisca il dispotismo; della sorte degli operai, ma in modo che non siano affrancati dalla schiavitù; del cristianesimo, ma del cristianesimo ufficiale che sostiene i governi, invece di distruggerli.

Ora c’è una nuova cura: la pace.

I sovrani che oggi prendono consiglio dai loro ministri, decidono per sola volontà loro se la grande strage comincerà quest’anno, oppure l’anno prossimo. Essi sanno benissimo che tutti i discorsi di questo mondo non impediranno loro, quando ne avranno idea, di mandare milioni di uomini al macello. Essi ascoltano con piacere siffatte dissertazioni pacifiche, le incoraggiano e vi prendono parte.

Lungi dall’essere nocivi, anzi esse sono utili ai governi, perché cambiano le carte in mano ai popoli e li distraggono dalla questione principale, essenziale: Si deve o non si deve sottomettersi all’obbligo del servizio militare?

“La pace sarà fra poco organizzata, grazie alle alleanze, i congressi, i libri e gli opuscoli. Nel frattempo, indossate la vostra uniforme e tenetevi pronti a commettere ed a soffrire delle violenze per noi” dicono i governi; e i dotti organizzatori di congressi, e gli autori di memorie per la pace approvano pienamente.

Così agiscono e così pensano gli scienziati di questa prima categoria. La loro attitudine è quella che profitta di più ai governi, e quindi quella che i governi abili incoraggiano.

Il modo di vedere di una seconda categoria è più tragico. È quello degli uomini a cui sembra che l’amore della pace e la necessità della guerra formino una contraddizione terribile, ma che tale è il destino dell’uomo. Sono per la maggior parte uomini d’ingegno, di carattere impressionabile, che vedono e capiscono tutto l’orrore, tutta l’imbecillità e tutta la barbarie della guerra; ma, per una strana aberrazione, essi non vedono e non cercano alcuna uscita a questa situazione desolante dell’umanità, come se volessero irritare la piaga deliberatamente.

Eccone un esempio stupendo, tratto dal celebre scrittore francese Guy de Maupassant. Guardando dal suo yacht le manovre e gli esercizi di tiro dei soldati francesi, gli vengono le riflessioni seguenti.


Quando penso soltanto a questa parola, la guerra, mi viene uno sgomento, come se mi si parlasse di stregoneria, d’Inquisizione, di una cosa lontana, finita, abominevole, mostruosa, contro natura.

Quando si parla d’antropofagi, sorridiamo con orgoglio, proclamando la nostra superiorità su quei selvaggi. Quali sono i selvaggi, i veri selvaggi? Coloro che si battono per mangiare i vinti o coloro che si battono per uccidere, non per altro che per uccidere ?

I fantaccini che corrono laggiù sono destinati alla morte, come il branco di montoni che un macellaio caccia innanzi a sé, sullo stradale. Andranno a cadere in una pianura, con la testa spaccata da un colpo di sciabola o col petto perforato da una palla; e sono giovani che potrebbero lavorare, produrre, essere utili. I loro padri sono vecchi e poveri, le loro madri che, per venti anni, li hanno amati, adorati come adorano le madri, sapranno fra sei mesi, o forse fra un anno, che il loro figlio, il bambino, il gran bambino allevato con tanta pena, con tanto danaro, con tanto amore, fu gettato in un fosso, come un cane, dopo essere stato sventrato da una palla di cannone e calpestato, schiacciato, stritolato dalle cariche della cavalleria. Perché hanno ucciso il suo figliuolo, il suo bel figliuolo, la sua unica speranza, il suo orgoglio, la sua vita? Ella non lo sa. Sì, perché?

La guerra... battersi!... sgozzare!... massacrare degli uomini!… e noi abbiamo oggi, nel tempo nostro con la nostra civiltà, con la vastità di scienza e col grado di filosofia al quale si crede giunto il genio umano, delle scuole in cui s’impara ad uccidere, ad uccidere da molto lontano, con perfezione, molta gente nello stesso tempo, ad uccidere dei poveri diavoli di uomini innocenti, carichi di famiglia e senza fedina criminale.

E la cosa più stupefacente è che il popolo non si solleva contro i governi. Che differenza c’è dunque fra le monarchie e le repubbliche ? La cosa più stupefacente è che la società intera non si ribelli a questa parola di guerra.

Ah! vivremo sempre sotto il peso dei vecchi e odiosi costumi, dei pregiudizi criminosi, delle idee feroci dei nostri avi barbari, perché siamo bestie e rimarremo bestie che l’istinto domina e che nulla cambia. Forse non avrebbe sofferto il bando, un altro che non fosse stato Victor Hugo, allorché gettò quel gran grido di liberazione e di verità? Oggi, la forza si chiama violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è posta in stato di accusa. La civiltà, per querela del genere umano, istruisce il processo e mette insieme il grande incartamento criminale dei conquistatori e dei capitani. I popoli cominciano a comprendere che l’ingrandimento di un misfatto non può esserne la diminuzione; che se l’uccidere è un delitto, l’uccider molto non può essere una circostanza attenuante; che se il rubare è una vergogna, l’invadere non può essere una gloria! Ah! proclamiamo queste verità assolute, disonoriamo la guerra!

Vane collere, continua Maupassant, sdegno di poeta. La guerra è più venerata che mai.

Un artista abile in queste cose, un massacratore di genio, il signor di Moltke, rispose, un giorno, ai delegati della pace, queste strane parole:

“La guerra è santa, l’ha istituita Dio; è una fra le leggi sacre del mondo; mantiene negli uomini tutti grandi e nobili sentimenti: l’onore, il disinteresse, la virtù, il coraggio, e impedisce loro, in una parola, di cadere nel più orribile materialismo.”

Così, riunirsi in mandrie di quattrocentomila uomini, marciare giorno e notte senza riposo, non pensare a nulla, non studiare nulla, non imparare nulla, non leggere nulla, non essere utile a nessuno, e marci di sudiciume dormire nel fango, vivere come i bruti in un ebetismo continuo, saccheggiare le città, incendiare i villaggi, rovinare i popoli, poi imbattersi in un’altra agglomerazione di carne umana, piombarle addosso, fare dei laghi di sangue, delle pianure di carne pesta mischiata alla terra fangosa e arrossata da mucchi di cadaveri; avere portate via le braccia o le gambe, frantumato il cervello senza profitto per alcuno, e crepare nell’angolo di un campo, mentre i vostri vecchi genitori, vostra moglie e i vostri figli muoiono di fame: ecco ciò che si chiama non cadere nel più orribile materialismo!

Gli uomini di guerra sono il flagello del mondo. Noi lottiamo contro la natura e l’ignoranza, contro ostacoli di ogni specie, per rendere meno dura la nostra misera vita. Vi sono uomini, benefattori, scienziati, che consumano l’esistenza a lavorare, a cercare ciò che può aiutare, ciò che può soccorrere, ciò che può riuscire di sollievo ai loro fratelli. Perennemente immersi nella loro utile attività, essi accumulano le scoperte, allargano l’orizzonte della mente umana, arricchiscono il patrimonio della scienza, danno ogni giorno alla loro patria benessere, agiatezza, forza.

La guerra viene. In sei mesi i generali hanno distrutto venti anni di sforzi, di pazienza e di genio.

Ecco ciò che si chiama non cadere nel più orribile materialismo.

Noi l’abbiamo vista la guerra. Abbiamo visto gli uomini, ridiventati bruti, usciti di senno, uccidere per piacere, per terrore, per bravata, per ostentazione. Quando il diritto non esiste più, quando la legge è morta, quando ogni nozione del giusto sparisce, abbiamo visto fucilare gli innocenti trovati in uno stradale e divenuti sospetti perché avevano paura. Abbiamo visto uccidere dei cani incatenati davanti alla porta dei loro padroni, per provare delle rivoltelle nuove; abbiamo visto mitragliare per piacere delle vacche sdraiate in un campo, senza alcuna ragione, per tirare dei colpi di fucile, così per fare la burletta.

Ecco ciò che si chiama non cadere nel più orribile materialismo.

Entrare in un paese, trucidare l’uomo che difende la sua casa perché è vestito di un camiciotto e perché non ha un kepì in testa, bruciare le abitazioni di meschinelli che non hanno più pane, rompere dei mobili, rubarne altri, bere il vino trovato nelle cantine, violare le donne trovate per le vie, bruciare migliaia di lire in polvere, e lasciare dietro di sé la miseria ed il colera.

Ecco ciò che si chiama non cadere nel più orribile materialismo.

Che cosa hanno dunque fatto per dare prova di un po’ d’intelligenza, gli uomini di guerra? Nulla. Che cosa hanno inventato? Dei cannoni e dei fucili. Ecco tutto.

L’inventore della carriola non ha fatto più per l’uomo con questa semplice e pratica idea di applicare una ruota a due bastoni, che non l’inventore delle fortificazioni moderne?

Che cosa ci rimane della Grecia? Dei libri, dei marmi. È forse grande perché ha vinto? o perché ha prodotto ?

Fu l’invasione dei Persiani che le impedì di cadere nel più orribile materialismo?

Furono le invasioni dei barbari che salvarono Roma e la rigenerarono?

Napoleone I continuò forse il gran movimento intellettuale iniziato dai filosofi alla fine del secolo scorso?

Ebbene, sì, poiché i governi si arrogano così il diritto di morte sui popoli, non vi è da stupire che i popoli si arroghino il diritto di morte sui governi.

Essi si difendono. Hanno ragione. Nessuno ha il diritto assoluto di governare gli altri. Non si può farlo che per il bene di coloro che si dirigono. Chiunque governa ha il dovere di evitare la guerra, come un capitano di nave ha quello di evitar il naufragio.

Quando un capitano ha perduto il suo bastimento, lo si giudica e lo si condanna, se riconosciuto colpevole di negligenza od anche d’incapacità.

Perché non si dovrebbe giudicare il governo dopo ogni guerra dichiarata? Se i popoli intendessero questo, se facessero giustizia da loro medesimi dei poteri assassini, se rifiutassero di lasciarsi uccidere senza ragione, se si servissero delle loro armi contro coloro da cui le ricevettero per uccidere, quel giorno la guerra sarebbe morta… Ma quel giorno non verrà mai. (Sull’Acqua, p. 71-80)1


L’autore vede tutto l’orrore della guerra, vede che essa è cagionata dai governi che, ingannando i popoli, li spingono a sgozzarsi reciprocamente senza alcuna utilità; vede inoltre che i cittadini che compongono gli eserciti potrebbero rivolgere le loro armi contro i governi e farsi render conto; ma pensa che questo non avverrà mai, e che, per conseguenza, non c’è via di uscita possibile.

“Io penso che l’opera della guerra è terribile, ma che essa è inevitabile; che l’obbligo del servizio militare è inevitabile come la morte, e che, poiché i governi la vorranno sempre, la guerra esisterà sempre.”

Così scrive questo scrittore d’ingegno, sincero, dotato di quella facoltà di penetrare nel vivo dell’argomento, che costituisce l’essenza del dono poetico. Egli ci rappresenta tutta la crudeltà della contraddizione fra la coscienza degli uomini e le loro azioni, ma non cerca di risolverla e sembra riconoscere che questa contraddizione debba esistere e che essa contenga in sé la tragedia poetica della vita.

Un altro scrittore, non meno bravo, Édouard Rod,2 dipinge con colori anche più vivi la barbarie e la follia della situazione attuale, ma pur egli col solo fine di constatarne il carattere tragico, e senza proporre alcuna via di uscita.


A che pro agire? A che pro intraprendere qualsiasi cosa? E come amare gli uomini, in questo tempo perturbato nel quale il domani non è che una minaccia!… Tutto ciò che abbiamo incominciato, le nostre idee che maturano, le nostre opere intraviste, quel po’ di bene che avremo potuto fare, non sarà portato via dalla tempesta che si prepara?… Dappertutto il terreno ci trema sotto ai piedi, e il nostro orizzonte si va coprendo di nuvole che non ci faranno grazia.

Ah! se non vi fosse da temere che la rivoluzione di cui ci si è fatto uno spettro!... Incapace d’immaginare una società più detestabile della nostra, io ha per quella che le succederà più diffidenza che timore. Se dovessi soffrire della trasformazione, mi consolerei pensando che i carnefici del giorno sono le vittime della vigilia, e che l’aspettativa del meglio farebbe sopportare il peggio. Ma non è questo pericolo lontano quello che mi sbigottisce: io ne vedo un altro, più vicino, e soprattutto più crudele; più crudele, perché non ha nessuna scusa, perché è assurdo, perché non ne può risultare alcun bene: ogni giorno si pesano le probabilità di guerra del domani, ed ogni giorno esse divengono più spietate.

Il pensiero indietreggia davanti a una catastrofe che appare all’alto del secolo come il termine del progresso dell’era nostra, e tuttavia bisogna abituarsi: da vent’anni, tutte le forze del sapere si esauriscono ad inventare strumenti di distruzione, e fra poco alcuni colpi di cannone basteranno per abbattere un esercito; si mettono sotto le armi, non più, come prima, delle migliaia di poveri diavoli il cui sangue era pagato, ma dei popoli interi che stanno per sgozzarsi a vicenda; si ruba loro il tempo (obbligandoli a servire) per rubar loro più sicuramente la vita; al fin di prepararli al massacro, si attizza il loro odio, persuadendoli che sono odiati: ed uomini docili si lasciano invischiare, e presto si vedranno gettarsi l’uno sull’altro, con feroca di belve, turbe furibonde di pacifici cittadini ai quali un ordine inetto metterà il fucile in mano, Dio sa, per quale ridicolo incidente di frontiere o per quali mercantili interessi coloniali!… Essi marceranno, come pecore al macello, ma, sapendo dove vanno, sapendo che lasciano le loro mogli, sapendo che i loro figli patiranno la fame, ansiosi ed ebbri, tuttavia, per le parole sonore e menzognere strombettate alle loro orecchie. Marceranno senza ribellarsi, passivi e rassegnati, mentre sono la massa e la forza, e potrebbero, se sapessero intendersi, stabilire il buon senso e la fratellanza al posto delle astuzie selvagge della diplomazia. Marceranno, talmente ingannati, talmente raggirati, che crederanno la strage un dovere e chiederanno a Dio di benedire i loro appetiti sanguinari. Marceranno, calpestando le messi che hanno seminate, incendiando le città che hanno costruito, con canti di entusiasmo, con grida di gioia, con musiche di festa. E i loro figli innalzeranno delle statue a coloro che li avranno meglio massacrati!...

La sorte di una generazione intera dipende dall’ora in cui qualche funebre uomo politico darà il segnale, che sarà seguito. Noi sappiamo che i migliori di noi saranno falciati e che l’opera nostra sarà distrutta in germe. Lo sappiamo, e fremiamo di collera, e non possiamo nulla. Siamo stati presi nella rete degli uffici e delle cartacce, per rompere la quale occorrerebbe una scossa troppo rude. Apparteniamo alle leggi che abbiamo fatto per proteggerci e che ci opprimono. Non siamo più che le cose di questa antinomica astrazione, lo Stato, che rende ogni individuo schiavo nel nome della volontà di tutti, i quali tutti, presi isolatamente, vorrebbero il contrario esatto di ciò che si farà far loro.

E la generazione che dovrà essere sacrificata fosse almeno una sola! Ma vi sono altri interessi impegnati nella partita.

I declamatori salariati, gli ambiziosi sfruttatori delle cattive inclinazioni delle moltitudini ed i poveri di spirito, che la sonorità delle parole inganna, hanno talmente inasprito gli odi nazionali che la guerra di domani metterà in pericolo l’esistenza di una razza: uno degli elementi che hanno costituito il mondo moderno è minacciato, quello che sarà vinto dovrà moralmente sparire, e quale che esso sia, si vedrà annientare una forza, – come se ve ne fosse una di troppo per il bene! – si vedrà formarsi un’Europa nuova, su basi tali, così ingiuste, così brutali, così sanguinose, bruttata di una così mostruosa macchia, che essa non può essere che peggiore ancora di quella di oggi, più iniqua, più barbara e più violenta.

Così, ognuno sente pesare su di sé un immenso scoraggiamento. Ci agitiamo in una via senza uscita, coi fucili appuntati su noi da tutti i tetti. Il nostro lavoro somiglia a quello dei marinai che eseguono l’ultima manovra quando la nave comincia ad affondare. I nostri piaceri somigliano a quelli del condannato a cui si offre una pietanza di suo gusto, un quarto d’ora prima del supplizio. L’angoscia paralizza il nostro pensiero, e lo sforzo più bello del quale sia capace è quello di calcolare, compitando i vaghi discorsi dei ministri, alterando il senso delle parole dei sovrani, rivoltando le parole attribuite ai diplomatici e che i giornali divulgano a casaccio – se sarà domani o dopodomani, quest’anno o l’anno prossimo che ci sgozzeranno. Di modo che si cercherebbe invano nella storia un’epoca più incerta e più carica di angosce...” (Il Senso della vita, p. 208-213)


Da queste righe risulta che la forza è fra le mani di coloro che si perdono da loro stessi, fra le mani d’individui isolati che compongono la massa, e che la sorgente del male è nello Stato. Sembra evidente che la contraddizione fra la coscienza e la vita abbia raggiunto limiti che non possono essere oltrepassati, e nei quali la soluzione s’impone.

Ma l’autore non è di questo parere. Egli vede il carattere tragico della vita umana, e, dopo avere mostrato tutto l’orrore della situazione, conclude che la vita umana deve trascorrere in questo errore.

Tale è il modo di vedere di questa seconda categoria di scrittori che considerano la guerra come qualcosa di fatale.

La terza categoria è quella degli uomini che hanno perduto la coscienza e, quindi il buon senso ed ogni sentimento umano.

A questa categoria appartiene Moltke, la cui opinione è stata citata dal Maupassant, come anche la maggior parte dei militari, educati in questa superstizione crudele che li fa vivere, e sono spesso ingenuamente convinti che la guerra sia un’istituzione non solo inevitabile, ma necessaria ed utile.

Alcuni borghesi sedicenti dotti e civili hanno la medesima opinione.

Ecco ciò che scrive, nel numero della Rivista delle Riviste, in cui sono riunite le lettere sulla guerra, il celebre accademico Camille Doucet:3

“Caro Signore,

“Quando voi domandate al meno bellicoso degli accademici se egli sia partigiano della guerra, la sua risposta è fatta in anticipo.

“Sventuratamente, signore, voi stesso qualificate di sogno il pensiero pacifico a cui s’ispirano oggi i vostri generosi compatrioti.

“Dacché sono al mondo ho sempre sentito molta gente onesta protestare contro l’orribile abitudine di strage internazionale che il mondo riconosce cattiva e deplora; ma come rimediarvi?

“Molto spesso si è anche tentato di sopprimere il duello, e sembrava cosa facile; ebbene, no! neanche tutto ciò che si è fatto con questo nobile fine ha mai giovato e gioverà mai a nulla.

“Tutti i congressi dei due mondi avranno un bel votare contro la guerra e contro il duello; al di sopra di tutti i compromessi, di tutte le convenzioni, di tutte le legislazioni, vi sarà eternamente:

“l’onore degli uomini, che ha sempre voluto il duello;

“e l’interesse dei popoli, che vorrà sempre la guerra.

“lo non desidero meno, e con tutto il cuore, che il Congresso della pace universale riesca infine nella sua onorevolissima impresa.

“Gradite, signore, l’assicurazione, ecc…

“Camille Doucet.”

Il senso di questa lettera è che l’onore degli uomini vuole ch’essi si battano fra loro, e che l’interesse dei popoli esige ch’essi si rovinino e si massacrino reciprocamente. In quanto ai tentativi per sopprimere la guerra, non meritano altro che un sorriso.

Dello stesso genere è l’opinione di un altro accademico, Jules Claretie:4

“Caro Signore,

“Non vi può essere che una sola opinione, per un uomo assennato, sulla questione di pace o di guerra.

“L’umanità è fatta per vivere, per vivere libera di perfezionare e di migliorare la sua sorte mediante un pacifico lavoro. L’accordo generale, che predica “the universal Peace Congress” è forse un bel sogno, ma certo il più bello dei sogni. L’uomo ha sempre innanzi agli occhi la Terra promessa, e su questa terra dell’avvenire le messi dovranno maturare senza tema di essere tritate dagli obici, né schiacciate dalle ruote dei cannoni. Soltanto... Ah! soltanto, come i filosofi ed i benefattori dell’umanità non sono i padroni, sarà bene che i nostri soldati veglino alla frontiera e presso il focolare, e le loro armi, ben portate e ben maneggiate, sono forse i più sicuri garanti della pace che noi tutti amiamo.

“Non si dà la pace che ai risoluti ed ai forti.

“Credete, caro signore, ai miei più sinceri e distinti sentimenti.

Jules Claretie.”

Il senso di questa lettera è che nulla impedisce di parlare di ciò che nessuno ha intenzione né dovere di fare. Ma, quando si tratta della pratica, bisogna battersi.

Ecco ora l’opinione recentemente espressa sull’argomento dal più popolare romanziere di Europa, Emilio Zola:

“Io considero la guerra come una necessità fatale che sembra inevitabile a causa dei suoi legami intimi con la natura umana e con l’universo intero. Vorrei differire la guerra il più lungo tempo possibile. Nondimeno giunge un momento in cui siamo obbligati a batterci. In questo momento mi metto al punto di vista universale, e non faccio in nessun modo allusione al nostro disaccordo con la Germania, che non è altro che un incidente insignificante nella storia dell’umanità. Ho detto che la guerra è necessaria ed utile, perché appare come una condizione di esistenza per l’umanità. Troviamo la guerra dappertutto, non solo presso le diverse razze e i diversi popoli, ma bensì nella vita di famiglia e nella vita privata. Essa è uno degli elementi principali del progresso, ed ogni passo innanzi fatto finora dall’umanità è stato fatto nel sangue.

“Si è parlato è si parla ancora del disarmo. Nondimeno il disarmo è una cosa impossibile, e quando anche fosse possibile, si dovrebbe rifiutarlo. Solo, un popolo armato è potente e grande. Io sono convinto che il disarmo generale avrebbe per risultato una specie di decadenza morale che si manifesterebbe con l’indebolimento generale ed arresterebbe il cammino progressivo dell’umanità. Una nazione guerriera gode sempre una salute florida.

“L’arte militare porta con sé lo sviluppo di tutte le altre arti. La storia ne fa testimonianza. Così, ad Atene ed a Roma, il commercio, l’industria e la letteratura non raggiunsero mai uno sviluppo tanto alto quanto all’epoca in cui queste città dominavano con la forza delle armi il mondo allora conosciuto. Per prendere un esempio in tempi più vicini, ricordiamo il secolo di Luigi XIV. Le guerre del gran re non solo non arrestarono i progressi delle arti e delle scienze, ma, al contrario, sembrano averne attivato e favorito lo sviluppo.”

La guerra, opera utile!

Ma l’opinione più caratteristica in questo senso è quella dell’accademico de Vogüé,5 il meglio dotato fra gli scrittori di questa tendenza. Ecco ciò che egli scrive in un articolo sulla sezione militare all’Esposizione del 1889:

“Sulla spianata degli Invalidi, nel centro degli accampamenti esotici e coloniali, un edificio più severo domina il pittoresco bazar; tutti questi frammenti del globo sono venuti ad aggregarsi al palazzo della guerra, i nostri ospiti sottomessi montano la guardia per turno innanzi alla casa madre, senza la quale non sarebbero qui. Bell’argomento di antitesi per la retorica umanitaria; essa non manca di gemere su questi avvicinamenti e di affermare che una cosa ucciderà l’altra6 e che la fusione dei popoli, mercé la scienza ed il lavoro vincerà l’istinto militare. Lasciamole accarezzare la chimera di un’età d’oro che diverrebbe ben presto, se potesse effettuarsi, un’età di fango. Tutta la storia c’insegna che una cosa è creata per l’altra, che ci vuole del sangue per affrettare e cementare la fusione dei popoli. Le scienze della natura hanno ratificato ai giorni nostri la legge misteriosa, rivelata a Joseph de Maistre dall’intuizione del suo genio e dalla meditazione dei dogmi primordiali; egli vedeva il mondo riscattarsi dai suoi decadimenti ereditari per mezzo del sacrificio; le scienze ce lo mostrano perfezionantesi con la lotta e con la selezione violenta; le due parti danno la constatazione dello stesso decreto, redatto in termini diversi. La constatazione è spiacevole, senza dubbio; ma le leggi del mondo non sono fatte per nostro diletto, sono fatte per il nostro perfezionamento. Entriamo dunque in questo inevitabile, in questo necessario palazzo della guerra; avremo occasione di osservarvi come il più tenace dei nostri istinti, senza perdere mai nulla del suo vigore, si trasforma e si piega alle diverse esigenze dei momenti storici”.

La necessità della guerra si trova provata, per il signor de Vogüé, da due espressioni di due grandi pensatori, Joseph de Maistre e Darwin, e queste espressioni gli piacciono talmente ch’egli le ricorda di nuovo nella sua lettera al direttore della Rivista delle Riviste.

“Signore, scrive egli, voi mi domandate il mio sentimento sulla riuscita possibile del Congresso universale della Pace. Io credo con Darwin che la lotta violenta è una legge di natura che regge tutti gli esseri; credo con Joseph de Maistre che è una legge divina: due modi diversi di nominare la stessa cosa. Se, per un caso impossibile, una frazione della società umana – mettiamo tutto l’Occidente civile – giungesse a sospendere l’effetto di questa legge, delle razze più istintive s’incaricherebbero di applicarla contro di noi: queste razze darebbero ragione alla natura contro la ragione umana; esse riuscirebbero, perché la certezza della pace – non dico la pace dico la certezza della pace – genererebbe prima di un mezzo secolo una corruzione ed una decadenza più distruttive per l’uomo che non la peggiore delle guerre. Io stimo che bisogna fare per la guerra, legge criminale dell’umanità, ciò che dobbiamo fare per tutte le nostre leggi criminali, mitigarle, renderne l’applicazione più rara che sia possibile, adoperarci con tutte le nostre forze perché diventino inutili. Ma tutta l’esperienza della storia c’insegna che non si potrà sopprimerle finché esisteranno sulla terra due uomini, e del pane, del danaro ed una donna fra loro.

“Sarei lietissimo che il Congresso mi desse una smentita. Dubito che esso la dia alla storia, alla natura, a Dio.

“Vogliate gradire, signore, l’assicurazione della mia distinta considerazione.

“M. De Vogüé.”

Il senso di questa lettera è che la storia, la natura dell’uomo e Dio ci mostrano che la guerra sussisterà finché vi saranno due uomini e fra loro il pane, il denaro e la donna. Ciò significa che nessun pregresso indurrà gli uomini ad abbandonare il selvaggio concetto della vita che non ammette senza lotta la divisione del pane, del denaro (che cosa viene a fare qui il denaro?) e della donna.

Sono davvero strani, questi uomini che si riuniscono in congresso, pronunziano discorsi per insegnare come si prende un uccello mettendogli un granello di sale sulla coda, pur sapendo che ciò è impossibile. Sono strani anche coloro che, come il Maupassant, il Rod ed altri, vedono chiaramente tutto l’orrore della guerra, tutta la contraddizione risultante da questo: che gli uomini non fanno ciò che bisogna fare e che loro sarebbe giovevole, che gemono sulle fatalità tragiche della vita e non vedono che queste fatalità cesseranno appena gli uomini, rinunciando a ragionare su argomenti inutili, si decideranno a non fare più ciò che loro riesce penoso e ripugnante.

Questi uomini sono stupefacenti; ma quelli che, come il Vogüé e gli altri, adottano la legge di evoluzione che considera la guerra non solo come inevitabile, ma bensì come utile e, quindi, desiderabile, quegli uomini sono terribili, spaventevoli nella loro aberrazione morale. Quelli dicono almeno che odiano il male ed amano il bene, mentre questi dichiarano apertamente che non c’è né bene, né male. Tutte le dissertazioni sulla possibilità di stabilire la pace al posto della guerra eterna non sono che sentimentalismo nocivo da parolai. Esiste una legge di evoluzione dalla quale risulta che io devo vivere ed agire male; che farci? Io sono un uomo colto, conosco la legge di evoluzione, e, per conseguenza, agirò male. “Entriamo nel palazzo della guerra.” Esiste una legge di evoluzione, e, per conseguenza, non c’è né bene né male, e non bisogna vivere che per il proprio interesse personale, abbandonando il resto alla legge di evoluzione. Tutto ciò è l’ultima espressione della cultura raffinata e insieme dell’oscuramento della coscienza che distingue le classi illuminate del tempo nostro.

Il desiderio delle classi illuminate di conservare con tutti i mezzi le loro idee predilette e l’esistenza che ne è la conseguenza, raggiunge il parossismo. Questi uomini mentono, ingannano sé stessi ed ingannano gli altri, con le forme più raffinate, per giungere soltanto ad oscurare, ad offuscare la coscienza.

Invece di cambiare il loro modo di vivere, secondo le indicazioni della loro coscienza, essi cercano con tutti i mezzi di soffocarne la voce. Ma la luce brilla nell’oscurità, ed è così che la verità comincia a splendere fra le tenebre del tempo nostro.


Note

  1. Il testo citato è tratto da un articolo di Maupassant del 1883: La Guerre, “Gil Blas”, 11 décembre 1883, 1883, pp. 2-4. Sur l’eau è un racconto fantastico apparso nel 1876 su “Le Bulletin français”. (N.d.C.) ↩

  2. Edouard Rod (1857–1910) è stato uno scrittore francese, dopo una prima adesione al naturalismo scrisse romanzi centrati su tematiche morali. Ha tradotto in francese I Malavoglia di Verga. (N.d.C.) ↩

  3. Camille Doucet (1812-1895) è stato un poeta e drammaturgo francese, segretario dell’Académie Française. (N.d.C.) ↩

  4. Jules Claretie (1840-1913), è stato uno scrittore e storico francese, anch’egli membro dell’Académie Française. (N.d.C.) ↩

  5. Éugène-Melchior de Vogüé (1848-1910), scrittore francese noto soprattutto per la sua attività di divulgazione in Francia dei romanzieri russi. ↩

  6. Ceci tuera cela; parole prese dal romanzo di Victor Hugo Notre-Dame de Paris. ↩