Capitolo II

Opinioni dei credenti e dei liberi pensatori sulla non resistenza al male con la violenza

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I commenti a cui il mio libro ha dato luogo hanno prodotto su di me questa stessa impressione. Io ho indovinato il desiderio che si aveva di fare il silenzio sulle idee che ho procurato di esprimere.

Alla sua apparizione, come mi aspettavo, questo libro fu interdetto. Secondo la legge, esso avrebbe dovuto essere bruciato. Invece fu ricercato dai funzionari; ne fu diffusa un’immensa quantità di copie e di autografie, oltre a diverse traduzioni stampate all’estero.

E subito dopo apparvero delle critiche, non solo religiose, ma laiche, che il governo ha tollerate ed anzi incoraggiate. Dopodiché la confutazione di un libro che nessuno avrebbe dovuto conoscere, fu data nelle accademie come tema di opere teologiche.

Le critiche del mio libro, russe o straniere, si dividono in due categorie: le critiche religiose di scrittori che si considerano come credenti, e le critiche di liberi pensatori. Comincio dalle prime.

Accuso, nel mio libro, i dottori della chiesa d’insegnare una dottrina contraria ai precetti del Cristo, nettamente formulati nel Sermone della Montagna e contraria soprattutto al comandamento della non-resistenza al male, e di togliere con questo fatto alla dottrina del Cristo tutta la sua importanza.

I teologi hanno ammesso il Sermone della Montagna, come anche il comandamento della non-resistenza al male con la violenza, quali rivelazioni divine. Perché dunque, essendosi già decisi a discutere il mio libro, essi non rispondono prima di tutto al punto principale dell’accusa? Dovrebbero dire francamente se riconoscono opportuno come obbligatoria per i cristiani la dottrina del Sermone della Montagna ed il comandamento alla non-resistenza al male con la violenza. Invece di rispondere, come troppo spesso fanno, che da una parte non si può certo negare, ma che, d’altra parte non si può certo affermare tanto più che... ecc..., essi dovrebbero rispondere nettamente com’è posta la domanda nel mio libro. Il Cristo chiedeva realmente ai suoi discepoli di conformarsi ai precetti del Sermone sulla Montagna? Quindi il cristiano può o non può partecipare alla giustizia, sia come giudice, sia anche come accusatore, cosa che costituisce un ricorso alla forza? Può o non può egli, rimanendo cristiano, partecipare all’amministrazione, cioè adoperare la forza contro i suoi simili? E infine, domanda più importante e che col servizio militare universale oggi interessi tutti, può il cristiano, contrariamente all’indicazione tanto precisa del Cristo, servire nell’esercito e commettere così l’omicidio o prepararvisi ?

Queste domande sono poste chiaramente e francamente, esse richiederebbero risposte altrettanto chiare ed altrettanto franche. Ma non si trova niente di simile in tutte le critiche, provocate dal mio libro, neanche d’altronde in tutte quelle che hanno risposto agli scritti con i quali si richiamano i dottori della chiesa alle vere prescrizioni del Vangelo, scritti dei quali è piena la storia sin dal tempo di Costantino.

In occasione del mio libro mi si è rimproverata l’interpretazione erronea di questo o quel passo della Bibbia; perché io non riconosco la Trinità, la Redenzione e l’immortalità dell’anima, si è parlato del mio traviamento. Si è parlato di molte cose, ma niente affatto di quella che costituisce per ogni cristiano la principale, la essenziale questione della vita: come conciliare la dottrina nettamente espressa dal Signore e contenuta nel cuore di ciascuno di noi – perdono, umiltà, pazienza, amore di tutti, amici o nemici – con l’esigenza della guerra e delle sue violenze contro i nostri concittadini o contro gli stranieri?

Le apparenze di risposta date a questa domanda possono essere raggruppate in cinque categorie.

Ho riunito qui non solo tutto ciò che ho trovato nelle critiche del mio libro, ma anche tutto ciò che è stato scritto su questo argomento nel tempo passato.

Il primo genere di risposte e il più grossolano consiste nell’affermazione audace che la violenza non è in contraddizione con la dottrina del Cristo, che essa è autorizzata ed anche ordinata dall’Antico e dal Nuovo Testamento.

Le risposte di tale genere vengono per la maggior parte da persone che si trovano alla sommità della gerarchia amministrativa o religiosa, e che perciò sono assolutamente certe che nessuno oserà loro opporre una contraddizione che d’altronde non udirebbero. A causa dell’ebbrezza del potere, questi uomini hanno perduto talmente la nozione di ciò che è il cristianesimo (nel cui nome essi occupano la loro posizione), che tutto ciò che vi si trova di realmente cristiano loro sembra eretico, mentre tutto ciò che nella Sacra Scrittura può essere interpretato nel senso anti-cristiano e pagano sembra a loro il principio stesso del cristianesimo.

In appoggio dell’affermazione che il cristianesimo non sia in contraddizione con la violenza, essi invocano con la massima audacia i passi più equivoci dell’Antico e del Nuovo Testamento, interpretandoli nel senso meno cristiano come, per esempio, l’esecuzione di Anania e di Safira, quella di Simon Mago, ecc. Essi citano tutto ciò che sembra loro giustificare la violenza, come l’espulsione dei mercanti dal tempio e le parole: “Però ti dico che nel giorno del giudizio alla terra dei Sodomiti sarà usato maggiore riguardo che a te” (S. Matteo XI, 24).

Secondo il concetto di questi uomini, un governo cristiano non ha niente affatto il dovere di lasciarsi guidare dallo spirito della carità, del perdono delle offese e dell’amore dei nemici.

È inutile confutare una simile tesi, perché coloro che la difendono si confutano da sé stessi o piuttosto si dividono dal Cristo, immaginando il loro proprio Cristo ed il loro proprio cristianesimo invece di quello nel cui nome esistono la chiesa e la situazione da essi occupata. Se tutti sapessero che la chiesa riconosce un Cristo vendicatore, implacabile e guerriero, nessuno sarebbe partigiano di questa chiesa e nessuno ne difenderebbe le dottrine.

Il secondo mezzo un poco meno grossolano consiste nel riconoscere che il Cristo insegnava, è vero, di porgere la guancia e di dare la tonaca, e che questa è davvero un’alta morale..., ma... poiché sulla terra esiste un gran numero di malfattori, bisogna tenerli in rispetto con la forza, per non vedere perire i buoni ed anche il mondo intero. Ho trovato quest’argomento per la prima volta in San Giovanni Crisostomo e ne dimostro la falsità nel mio libro La mia Religione.

Quest’argomento è senza valore, perché, se ci permettiamo di dichiarare non importa qual uomo un malfattore fuori dalla legge raca (pazzo), distruggiamo tutta la dottrina cristiana secondo la quale siamo tutti eguali e fratelli come figli di un solo Padre celeste. E poi, se anche Dio ci avesse permessa la violenza contro i malfattori, essendo impossibile determinare in modo assolutamente certo la distinzione fra il malfattore e colui che non lo è, avverrebbe che gli uomini e le società si considererebbero a vicenda quali malfattori: cosa che avviene oggi. Infine, supponendo che fosse possibile distinguere sicuramente il malfattore da colui che non lo è, non si potrebbe incarcerarlo, torturarlo o metterlo a morte in una società cristiana, perché non vi si troverebbe nessuno per compiere quegli atti, essendo ogni violenza proibita al cristiano.

Il terzo mezzo di rispondere – più sottile dei precedenti – consiste nell’affermazione che il precetto della non-resistenza al male con la violenza è certamente obbligatorio per il cristiano, ma soltanto quando il male minaccia solo lui. Esso però cessa di essere un obbligo quando il male è diretto contro i propri simili. In questo caso, non solo il cristiano non ha da conformarsi al precetto, ma, al contrario, egli deve opporsi alla violenza con la violenza. Quest’affermazione è assolutamente arbitraria, ed è impossibile trovarne la conferma in tutta la dottrina del Cristo. Questa interpretazione fa più che restringere il precetto: è la sua negazione assoluta. Se ogni uomo ha diritto di usare la violenza per respingere un pericolo che minaccia il suo simile, la questione è spostata: non si tratta più di sapere se la violenza sia proibita o permessa, ma si tratta di sapere qual è la definizione di ciò che può essere pericolo per un altro. E se il mio ragionamento particolare potesse decidere la questione, io direi che non esiste un solo caso di violenza che non possa essere spiegato dall’altrui pericolo. Si sono bruciati e messi a morte degli stregoni; si sono messi a morte aristocratici e girondini; si sono messi a morte anche i loro nemici, perché coloro che occupavano il potere li consideravano un pericolo per la nazione.

Se questa importante restrizione che aumenta l’importanza del precetto fosse stata nella mente del Cristo, essa sarebbe formulata in qualche luogo. Non solo essa non si trova nelle prediche né nella vita del Maestro, ma vi si trova precisamente, al contrario, un avvertimento contro questa restrizione altrettanto falsa quanto seducente. Ciò risalta con una chiarezza speciale dalla relazione del ragionamento di Caifa che fa per l’appunto questa restrizione. Egli riconosce che è ingiusto condannare Gesù, innocente, ma vede il pericolo, non per sé, per il popolo intero. Ecco perché egli dice: “Vale meglio che un uomo solo perisca, piuttosto che tutto il popolo”. Lo stesso insegnamento risalta più chiaramente ancora dalle parole dette a Pietro quando questi tentò di opporre la violenza alla violenza diretta contro Gesù (S. Matteo, XXIV, 52). Pietro non difendeva sé stesso, difendeva il suo maestro divino e adorato. Però il Cristo glielo proibì dicendo: “Colui che colpisce di spada perirà di spada” .

Inoltre, la violenza per difendere il proprio simile da un’altra violenza non è mai giustificata, perché il male che voi volete impedire non essendo ancora commesso, è impossibile che voi possiate indovinare quale male sarà maggiore, se quello che state per commettere voi o quello che volete impedire. Noi mettiamo a morte un delinquente per sbarazzarne la società, e nulla ci prova che questo delinquente non avrebbe cambiato condotta domani e che la sua esecuzione non sia una crudeltà inutile. Noi mettiamo in prigione un membro della società, pericoloso a parer nostro, ma domani questo individuo potrebbe cessare di essere pericoloso, e quindi il suo incarceramento diviene inutile. Io vedo un brigante perseguitare una giovanetta. Ho un fucile in mano. Lo uccido. Salvo la giovanetta; ma la morte o la ferita del brigante è un fatto certo, mentre ciò che sarebbe accaduto alla giovanetta mi è ignoto. Qual male immenso deve risultare e risulta in realtà, dal diritto riconosciuto dagli uomini di prevenire i misfatti che potrebbero accadere! Dall’Inquisizione alle bombe di dinamite, le esecuzioni capitali e le torture di decine di migliaia di delinquenti detti politici sono, novantanove volte su cento, fondate su questo ragionamento.

La quarta categoria di risposte, più sottili ancora, consiste nell’affermare che il precetto della non-resistenza al male col male, lungi dall’essere negato, è al contrario formalmente riconosciuto come tutti gli altri; che però non si deve attribuirgli un significato assoluto, come fanno i settari. Il farne una condizione sine qua non della vita cristiana, ad imitazione del Garrison, del Ballou, dei Dymond, dei mennoniti, degli shakers e come fanno i Fratelli Moravi, i valdesi, gli albigesi, i bogomili, i pauliciani, è un settarismo limitato. Questo precetto non ha un’importanza maggiore o minore di tutti gli altri, e l’uomo che infrange, a causa della sua debolezza, non importa quale comandamento, compreso quello della non-resistenza, non cessa di essere cristiano, se ha la fede.

Questa astuzia è molto abile, ed una quantità di persone che desiderano essere ingannate vi soggiacciono facilmente. Essa consiste nel trasformare la negazione conscia del precetto in una infrazione occasionale. Ma basta paragonare l’attitudine dei ministri della chiesa di fronte a questo precetto, e la loro attitudine di fronte a quelli che essi riconoscono realmente, per convincersi della differenza che fanno tra l’uno e gli altri.

Essi riconoscono realmente, per esempio, il precetto contro la lussuria; così, mai, in nessun caso, ammettono che la lussuria non sia un male; non indicano mai un caso nel quale il precetto contro l’adulterio potrebbe essere infranto, ed insegnano sempre che dobbiamo evitare le tentazioni della lussuria. Niente di simile per il precetto della non-resistenza. Tutti i preti riconoscono dei casi in cui questo precetto può essere violato, ed insegnano in questo senso. E non solo non insegnano di evitare le tentazioni tra le quali va primo il giuramento, ma essi stessi lo pronunziano. In nessun caso approvano la violenza di alcun altro comandamento; mentre, rispetto alla non-resistenza, professano apertamente che non bisogna prendere questa interdizione troppo alla lettera; che non bisogna conformarvisi sempre e che anzi vi sono circostanze, situazioni le quali esigono appunto il contrario, cioè in cui si deve giudicare, fare la guerra, mettere a morte. Di modo che, quando trattano del precetto della non resistenza, è il più delle volte per insegnare come non vi si debba conformare. L’osservanza di questo precetto è, dicono essi, molto difficile; esso è l’appannaggio della perfezione. Come non sarebbe difficile osservarlo, infatti, se la sua violazione, lungi dall’essere riprovata, al contrario, è incoraggiata, poiché si benedicono apertamente i tribunali, le prigioni, i cannoni, i fucili, l’esercito e le battaglie? Non è dunque vero che questo comandamento sia riconosciuto come gli altri dai ministri della chiesa.

Essi non lo riconoscono, semplicemente, ma, non osando convenirne, cercano di dissimulare questo modo di vedere.

Tale è il quarto modo di rispondere.

Il quinto modo, il più abile, il più adoperato ed il più forte, consiste nell’evitare di rispondere, fingendo di considerare questa questione come già risolta da lungo tempo e nella maniera più netta e più soddisfacente, così che non si debba più parlarne. Questo modo è adoperato da tutti gli scrittori religiosi troppo istruiti per disconoscere le leggi della logica. Sapendo che è impossibile spiegare la contraddizione esistente fra la dottrina del Cristo, che noi professiamo a parole, e tutto il nostro ordine sociale, e che parlandone non si può che renderla più evidente, essi girano la difficoltà con maggiore o minore abilità, facendo mostra di credere che la questione della conciliazione della dottrina cristiana con la violenza è già stata risolta o non esiste affatto.1

La maggior parte dei critici religiosi che si sono occupati del mio libro adoperano questo mezzo. Potrei citare a decine questi apprezzamenti, nei quali, senza eccezione, si ripete sempre la stessa cosa. Si parla di tutto, tranne dell’argomento principale del libro. Come esempio caratteristico di questo genere di critiche, citerò l’articolo del celebre ed arguto scrittore e predicatore inglese Farrar,2 gran maestro, come tutti i teologi sapienti, nell’arte dei sotterfugi e delle reticenze. Questo articolo fa pubblicato nella rivista americana Forum del mese di ottobre 1888.

Dopo avere coscienziosamente e rapidamente riassunto il mio libro, il Farrar dice:

“Tolstoj è giunto alla convinzione che il mondo è stato grossolanamente ingannato quando fu assicurato agli uomini che la dottrina del Cristo di non resistere al male col male, è conciliabile con la guerra, coi tribunali, con le esecuzioni capitali, con il divorzio, con il giuramento, con il patriottismo ed in generale con la maggior parte delle istituzioni della vita sociale e politica. Egli crede oggi che il regno del Cielo esisterà quando gli uomini seguiranno i cinque comandamenti del Cristo, cioè: 1° di vivere in pace con tutti; 2° di condurre una vita pura; 3° di non giurare; 4° di non resistere mai al male; 5° di abbandonare ogni frontiera tra le nazioni.

“Tolstoj, dice egli, nega la provenienza divina dell’Antico Testamento, delle Epistole e di tutti i dogmi della chiesa, quali la Trinità, la Redenzione, la discesa dello Spirito Santo e l’ordinazione, e non riconosce che le parole ed i precetti del Cristo.”

Ma una tale interpretazione della dottrina del Cristo è poi giusta? egli domanda. Gli uomini, sono essi tenuti ad agire secondo ciò che insegna il Tolstoj, cioè conformarsi ai cinque comandamenti del Cristo?”

A questa domanda essenziale, l’unica che abbia spinto l’autore a scrivere questo articolo sul mio libro, voi aspettate che egli vi dica che questa interpretazione della dottrina del Cristo è giusta e che bisogna conformarvisi, oppure ch’essa è inesatta, che egli ve lo provi e vi dia una spiegazione più giusta delle parole ch’io intendo così male. Nulla di tutto ciò. Il Farrar si restringe ad esprimere la “convinzione” che il Tolstoj, benché guidato dalla sincerità più nobile, è caduto nell’errore delle interpretazioni ristrette del significato del Vangelo e del pensiero (mind) e della volontà del Cristo. In che consiste questo errore? Egli non lo spiega; dice soltanto:

Mi è impossibile, in quest’articolo, entrare nella dimostrazione di ciò, perché ho già oltrepassato il numero delle pagine che mi fu fissato.

E conclude con un’ammirevole tranquillità di animo:

“Però, se il lettore si sente tormentato dal pensiero ch’egli debba, come cristiano, seguendo l’esempio del Tolstoj, rinunziare alle condizioni abituali della sua vita e vivere come un manovale, si calmi e pensi alla massima: Securus judicat orbis terrarum.3

Salvo alcune eccezioni, egli prosegue, tutta la cristianità, dal tempo degli apostoli fino ai nostri giorni, è giunta alla convinzione che il fine del Cristo era di dare agli uomini un gran principio, ma non di distruggere le basi delle istituzioni di tutte le società umane, le quali sono fondate sulla sanzione divina e sulla necessità. Se io avessi avuto la missione di provare l’impossibilità della dottrina del comunismo che il Tolstoj appoggia su paradossi divini (sic), i quali non possono essere interpretati che in base a principi storici in accordo con tutti i metodi della dottrina del Cristo — ciò avrebbe richiesto uno spazio maggiore di quello che ho a mia disposizione.”

Che disgrazia! egli non aveva spazio! E, cosa strana, da quindici secoli nessuno ha mai spazio per provare che il Cristo, al quale noi crediamo, non abbia detto ciò ch’egli ha detto! E nondimeno si sarebbe potuto fare, se si fosse voluto. È vero che non vale la pena di provare ciò che tutti sanno. Basta dire: Securus judicat orbis terrarum.

Tale è senza eccezione l’argomentazione di tutti i letterati credenti che comprendono, per conseguenza, la falsità della loro situazione. L’unica loro tattica consiste nell’appoggiarsi sull’autorità della chiesa, sulla sua antichità e sul suo carattere sacro, per intimidire il lettore, per distoglierlo dall’idea di leggere il Vangelo e di studiare a fondo la questione. E la cosa riesce. Chi potrebbe supporre, infatti, che ciò che gli arcidiaconi, i vescovi, gli arcivescovi, i santi sinodi ed i papi ripetono con tanta osservanza e tanta solennità, di secolo in secolo, non è altro che una perfida menzogna, e che essi calunniano il Cristo col fine di assicurarsi le ricchezze di cui hanno bisogno per condurre una vita piacevole a danno altrui? La loro falsità è oggi divenuta così evidente, che il loro unico mezzo di mantenervisi è quello di intimidire il pubblico con la loro audacia e con la loro disinvoltura.

Lo stesso avviene da parecchi anni nei consigli di revisione. Dinanzi ad una tavola si vedono seduti ai posti di onore, sotto il ritratto in piedi dell’imperatore, alcuni vecchi funzionari, tutti fregiati di decorazioni, chiacchierando liberamente, negligentemente, scrivendo, ordinando, chiamando. Accanto a loro, in sottana di seta, con una gran croce sul petto, coi capelli bianchi cadenti sulla stola, un prete venerabile siede presso al leggio sul quale stanno una croce di oro ed un Vangelo dagli angoli dorati. Chiamano Ivan Petrov. Un adolescente, mal vestito, sudicio, impaurito, si fa innanzi, col viso scomposto, con gli occhi irrequieti e febbrili, e dice a sbalzi, sottovoce: “Io... la legge... come cristiano... non posso...”.

– Che cosa dice? domanda con impazienza il presidente, strizzando gli occhi, tendendo l’orecchio ed alzando la testa dal suo libro.

– Parlate ad alta voce! grida il colonnello i cui galloni brillano.

– Io... io... come cristiano... Alla fine si capisce che il giovane rifiuta il servizio militare, perché egli è cristiano.

– Non dire sciocchezze. Mettiti sotto la tesa. Dottore, favorisca misurarlo. Va bene?

– Va bene.

– Padre, fategli prestare giuramento. Non solo nessuno è turbato, ma non si bada neanche a ciò che balbetta quel meschino adolescente impaurito.

– Hanno tutti qualcosa a dire, come se noi avessimo il tempo di ascoltarli. Restano ancora tante reclute da esaminare!

Il coscritto sembra voler aggiungere qualche cosa.

– Ciò è contrario alla legge del Cristo.

– Via, via! non abbiamo bisogno di voi per sapere ciò che è conforme alla legge e ciò che non lo è. Via! Andate! Padre, catechizzatelo. Passiamo ad un altro: Vassili Nikitine!

Ed il giovane è condotto via tutto tremante.

E nessuno sospetta – né le guardie, né Vassili Nikitine che viene introdotto in quel punto, e non un solo di quanti hanno assistito a questa scena – che quelle poche parole incoerenti, pronunziate dall’adolescente e subito represse, contengono la verità, mentre i discorsi solenni dei funzionari e del prete, calmi e sicuri, non sono altro che menzogna ed inganno!

Gli articoli del Farrar producono la stessa impressione. Lo stesso avviene di tutti i discorsi ampollosi, dei trattati e dei libri che vengono fuori appena la verità appare in qualche parte, svelando la menzogna imperante. Senza perder tempo, scrittori ed oratori, verbosi od abili, eleganti o solenni, sollevano e trattano questioni che sfiorano l’argomento, avendo cura, per altro, di passare sotto silenzio l’argomento stesso.

È questo il quinto mezzo di controversia, il più efficace per nascondere la contraddizione nella quale si è posto il cristianesimo ufficiale, professando la dottrina del Cristo in teoria, ma negandola in pratica. Coloro che cercano di giustificarsi col primo mezzo, affermando apertamente e brutalmente che il Cristo abbia autorizzato la violenza, le guerre, le uccisioni, si allontanano scientemente dalla dottrina evangelica. Coloro che si difendono col secondo, col terzo e col quarto mezzo s’impigliano nella loro propria contraddizione, ed è facile convincerli di menzogna; ma gli ultimi che non ragionano, che non degnano ragionare, che si mettono al coperto dietro la loro grandezza, che hanno l’aria di credere che tutte queste questioni siano state risolte da lungo tempo da loro o da altri, e non lascino più luogo al dubbio, questi pretesi impassibili rimarranno impassibili finché gli uomini saranno sotto l’azione della soggezione ipnotica dei governi e delle chiese. Tale è stata, rispetto al mio libro, l’attitudine dei teologi, cioè di coloro che professano la religione cristiana.

Non potevano averne altra. Essi sono legati dalla contraddizione in cui si trovano – la fede nella divinità del Maestro e la negazione delle sue parole più chiare – contraddizione alla quale vogliono sottrarsi con qualunque mezzo.

In conseguenza, non si poteva aspettare da loro un’argomentazione indipendente sull’essenza stessa della questione, sulle modificazioni delle condizioni dell’esistenza che risulterebbero dall’applicazione della dottrina del Cristo all’ordine attuale delle cose. Io me lo aspettavao questo genere di ragionamento da parte dei critici liberi pensatori che non sono legati dalla fede e possono giudicare liberamente; io mi aspettavo di vedere i liberi pensatori considerare il Cristo non solo come il fondatore di una religione di salvezza personale (come intendono i partigiani della chiesa), ma altresì come un riformatore che rovescia le antiche basi della società e ne pone delle nuove, riforma non compiuta ancora, ma la cui effettuazione si prosegue ogni giorno.

Questo concetto della dottrina del Cristo è quello del mio libro. A mia grande meraviglia, fra le numerose critiche da esso sollevate, non se n’è trovata una sola, russa o straniera, che abbia trattato l’argomento da questo punto di vista, cioè considerando la dottrina dei Cristo come una dottrina filosofica, morale e sociale (secondo l’espressione dei dotti).

I critici laici russi non hanno visto nel mio libro nient’altro che il precetto della non-resistenza al male, e (probabilmente per la comodità dell’obiezione) hanno inteso questo precetto nel senso assoluto, cioè come l’interdizione di ogni lotta contro il male. Essi l’hanno assalito con furore ed hanno dimostrato vittoriosamente, durante parecchi anni, che la dottrina del Cristo è falsa poiché essa proibisce di opporsi al male. Essi hanno confutato questa pretesa dottrina del Cristo con tanto maggior successo, in quanto sapevano benissimo, anticipatamente, che la loro argomentazione non sarebbe stata né rilevata né rettificata, poiché la censura avendo proibito il libro, proibiva del pari qualunque articolo in favore di esso.

Cosa notevole! da noi, dove non si può dire una parola sulla Sacra Scrittura senza che se ne immischi la censura, questo precetto del Cristo nettamente e formalmente espresso (S. Matteo, V, 39), è stato, durante parecchi anni, interpretato falsamente, criticato, condannato e reso ridicolo in tutte le riviste.

I critici laici russi, ignorando visibilmente ciò che era stato fatto circa l’esame della questione della non-resistenza al male con la violenza, anzi talvolta facendo finta di supporre ch’io abbia inventato personalmente questa regola, l’attaccavano, la falsificavano e la confutavano col massimo calore. Essi mettevano in campo argomenti esaminati e rifiutati da lungo tempo sotto ogni loro aspetto, per provare che l’uomo deve necessariamente difendere (con la violenza) tutti i deboli e tutti gli oppressi e che per conseguenza la dottrina della non-resistenza al male è una dottrina immorale.

Per i critici russi tutta l’importanza della predicazione del Cristo appare come un preteso impedimento volontario di una certa azione diretta contro ciò ch’egli considerava allora come un male. Per cui il principio della non-resistenza al male con la violenza è stato assalito da due campi opposti: dai conservatori, perché questo principio avrebbe impedito la resistenza al male fatto dai rivoluzionari, la loro persecuzione e la loro esecuzione capitale; e dai rivoluzionari, perché questo principio impediva la resistenza al male fatto dai conservatori e la loro caduta. I conservatori s’indignavano perché la dottrina della non-resistenza impediva di comprimere energicamente gli elementi rivoluzionari che potevano compromettere il benessere della nazione; i rivoluzionari s’indignavano perché questa dottrina impediva loro di rovesciare i conservatori che compromettevano il benessere della nazione. È notevole che i rivoluzionari attaccavano il principio della non-resistenza al male con la violenza, che pure è il più terribile, il più pericoloso per ogni dispotismo, poiché, dacché il mondo esiste, tutte le violenze – dall’Inquisizione alla fortezza di Schlusselburg4 – si sono fondate e si fondano ancora sul principio contrario.

Inoltre, i critici russi obbiettavano ancora che l’applicazione del precetto della non-resistenza alla vita pratica allontanerebbe l’umanità dalla via dell’incivilimento, da essa seguita.

Ora, la via dell’incivilimento che seguono i popoli europei è, a parer loro, precisamente quella che tutta l’umanità deve sempre seguire.

Tale è il principale carattere delle critiche russe.

Le critiche straniere erano concepite con lo stesso spirito, ma differivano alquanto nelle obiezioni.

Esse differivano dalle critiche russe non solo per il senso intimo, ma anche per maggiore urbanità e per minore passione nella forma.

Parlando, a proposito del mio libro, della dottrina evangelica in generale, quale essa è stabilita nel Sermone della Montagna, i critici stranieri affermano che questa dottrina non è, a dir vero, quella del cristianesimo (il quale, a parer loro, è rappresentato dal cattolicesimo o dal protestantesimo), ma semplicemente una serie di utopie incantevoli, ma non pratiche dell’incantevole dottore (charmant docteur), come diceva Renan, ammissibili per gli abitanti mezzo selvaggi che vivevano in Galilea, milleottocento anni fa, oppure per i mezzo selvaggi mugichi russi – Sutaiev, Bondarev5 ed il mistico Tolstoj – ma assolutamente inapplicabili alle società europee che hanno grande cultura.

I critici stranieri laici mi hanno fatto sentire in modo molto delicato e senza offendermi che io non ho potuto supporre l’umanità capace di conformarsi alla dottrina ingenua del Sermone della Montagna, se non grazie alla mia mancanza di sapere, alla mia ignoranza della storia e di tutti i vani tentativi fatti in passato per mettere in pratica nella vita i principi di questa dottrina. Essi mi hanno fatto intendere che io disconosco l’alto grado di civiltà al quale sono pervenute oggi le nazioni europee, coi cannoni Krupp, con la polvere senza fumo, con la colonizzazione dell’Africa, con l’amministrazione dell’Irlanda, col parlamento, col giornalismo, con gli scioperi, con le costituzioni, con la torre Eiffel.

Così scrissero il signor di Vogüé, il signor Leroy Beaulieu, Mathieu Arnold; così scrissero gli americani Savadje, Ingersoll6 , il popolare libero pensatore ed oratore americano, e tanti altri. “La dottrina del Cristo non è praticabile perché non corrisponde al nostro secolo industriale,” diceva ingenuamente Ingersoll, esprimendo così con molta franchezza e molta chiarezza, l’opinione della gente colta e raffinata sulla dottrina del Cristo. Essa non è pratica nel nostro secolo industriale! Come se l’ordinamento del nostro secolo industriale, quale esso esiste, fosse sacro e non potesse essere modificato! Sarebbe come se gli ubriachi rispondessero al consiglio di divenire più sobri, che un tal consiglio è fuor di luogo, dato il loro stato d’ubriachezza.

I giudizi di tutti i critici, russi o stranieri, malgrado la differenza del tono e della forma, conducono in sostanza allo stesso strano malinteso, cioè: che la dottrina del Cristo, di cui uno dei principi è la non-resistenza al male con la violenza, non è possibile per noi, perché ci obbligherebbe a cambiare tutta la nostra vita.

La dottrina del Cristo non è possibile perché, se fosse seguita, il nostro modo di vivere non potrebbe continuare. In altre parole, se avessimo cominciato a vivere bene come ci insegna il Cristo, non avremmo potuto continuare a viver male come facciamo e come ne abbiamo preso l’abitudine. In quanto alla questione della non-resistenza al male, non solo essa non può essere discussa, ma il solo fatto di una tale prescrizione nel Vangelo è già una prova sufficiente dell’impossibilità di tutta la dottrina.

E nondimeno sembra necessario dare una soluzione qualunque a questa questione, perché essa è la base di tutto il nostro ordine sociale.

La difficoltà sta in questo. Come risolvere l’antagonismo tra persone, alcune delle quali considerano come un male ciò che le altre considerano come un bene, e viceversa? Perché il dichiarare come un male ciò che io considero tale, nonostante l’assicurazione del mio avversario, che dichiara che ciò è un bene, non è una risposta. Non possono esistere che due soluzioni: o trovare un criterio vero, indiscutibile di ciò che si chiama male, oppure non resistere al male col male.

La prima soluzione è stata tentata al principio dei tempi storici e, come sappiamo, non ha dato alcun risultato soddisfacente. La seconda soluzione è di non resistere col male a ciò che noi chiamiamo male, finché non avremo trovato un criterio certo: è ciò che ci ha insegnato il Cristo.

Si può trovare che questa soluzione non è buona, si può sostituirgliene un’altra migliore, dando un criterio che fissi per tutti che cosa è il male. Si possono ritenere semplicemente inutili queste questioni, come fanno i popoli selvaggi; ma non si può, come i critici versati nello studio della dottrina evangelica, avere l’aria di credere che queste questioni non esistano o che siano state risolte col diritto riconosciuto a certi uomini o a certe classi di uomini (soprattutto se noi ne facciamo parte) di definire il male e di resistervi con la violenza. Una tale attribuzione, lo sappiamo tutti, non risolve nulla, perché si trovano sempre degli uomini che rifiutano di riconoscere questo diritto ad altri uomini.

I critici laici della dottrina cristiana o non intendono affatto la questione o fondano la loro argomentazione sopra una definizione arbitraria del male, definizione che loro sembra indiscutibile. Per cui gli studi sul mio libro, laici o religiosi, mi hanno mostrato semplicemente che la maggior parte degli uomini non intende non solo la parola del Cristo, ma neanche le questioni alle quali essa corrisponde.


Note

  1. Conosco un solo studio – non una critica nel senso esatto della parola –che tratta lo stesso argomento e che ha di mira il mio libro, il quale si allontani alquanto da questa definizione generale. È l’opuscolo di Troitsky: Il Sermone della Montagna (Kazan). L’autore riconosce che il precetto della non-resistenza al male con la violenza vuol dire ciò che esso dice, come anche il precetto sul giuramento. Egli non nega, come altri, il significato della dottrina del Cristo; disgraziatamente egli non trae da questo riconoscimento le deduzioni inevitabili che ne derivano e che appaiono in modo naturalissimo quando si intende come lui la dottrina del Cristo. Se non si deve opporsi al male con la violenza, né prestare giuramento, ciascuno deve domandarsi: E il servizio militare? E il giuramento? – Ed è appunto a queste domande che l’autore non risponde. Ora, bisogna rispondere, oppure, se non si può, evitare di provocare queste domande. ↩

  2. Frederic Farrar (1831–1903) è stato uno scrittore, linguista e teologo indiano naturalizzato inglese. (N.d.C.) ↩

  3. Il mondo intero giudica leggermente. (N.d.C.) ↩

  4. Prigione dei condannati politici. (N.d.C.) ↩

  5. Due contadini-filosofi che hanno avuto grande influenza sul pensiero di Tolstoj. (N.d.C.) ↩

  6. Ingersoll, e non Ingersol come nell’edizione Bocca. Si tratta di Robert Green Ingersoll (1833-1899), scrittore e polemista agnostico molto noto al suo tempo. (N.d.C.) ↩