Contraddizione fra la nostra vita e la coscienza cristiana
L’inintelligenza della dottrina del Cristo da parte degli uomini ha diverse cause. Una di esse è che gli uomini credono di averla compresa quando, come i fedeli della chiesa, essi hanno ammesso la sua rivelazione soprannaturale, oppure quando, come i dotti, si sono limitati allo studio dei fenomeni esterni coi quali essa si è manifestata. Un’altra di queste cause sta nella convinzione che essa è impraticabile e si può sostituirle la dottrina dell’amore per l’umanità. Ma la principale di queste cause, quella che è la sorgente di tutti i malintesi, consiste nell’opinione che il cristianesimo sia una dottrina che si può accettare o respingere senza cambiar vita.
Gli uomini, abituati all’ordine di cose attuale, che vi sono attaccati e temono di modificarlo, cercano di intendere la dottrina come un complesso di rivelazioni e di regole, che si può accettare senza cambiar vita. Invece, il cristianesimo non è soltanto una dottrina che dà regole da seguire, ma bensì una spiegazione nuova del senso della vita, una definizione dell’azione umana assolutamente diversa dall’antica, poiché l’umanità è entrata in un nuovo periodo.
La vita dell’umanità si modifica, come la vita dell’individuo, passando per diverse età: ogni età ha sulla vita un concetto corrispondente, che gli uomini si assimilano infallibilmente. Coloro che non l’assimilano con la ragione, l’assimilano inconsciamente. Ciò che avviene per il cambiamento di vedute sulla vita degli individui, avviene del pari per il cambiamento di vedute sulla vita dei popoli e di tutta l’umanità. Se il padre di famiglia continuasse a comportarsi secondo il concetto della vita che egli aveva essendo fanciullo, la sua vita diverrebbe così difficile che cercherebbe da sé stesso un altro concetto, ed accetterebbe volentieri quello che corrisponde alla sua età.
È ciò che avviene oggi nell’umanità, nel periodo di tempo che noi traversiamo, periodo di transizione fra il concetto pagano della vita e il concetto cristiano. L’uomo sociale del nostro tempo è condotto dalla vita stessa alla necessità di respingere il concetto pagano della vita, improprio all’età presente dell’umanità, ed a sottomettersi alle esigenze della dottrina cristiana, le cui verità, per quanto siano corrotte e male interpretate, gli sono però note e sole gli offrono la soluzione delle contraddizioni che l’asserragliano.
Se l’uomo dal concetto sociale considera le esigenze del cristianesimo come strane ed anche pericolose, altrettanto strane, incomprensibili e pericolose parevano al selvaggio dei tempi antichi le esigenze della dottrina sociale, quand’egli non le capiva ancora e non poteva prevederne le conseguenze.
“È un’insensatezza, egli diceva, sacrificare la propria tranquillità e la propria vita alla difesa di qualcosa d’incomprensibile, d’intangibile e di convenzionale: la famiglia, la razza, la patria, e soprattutto è pericoloso mettersi in balìa di un potere straniero.”
Ma venne il tempo in cui il selvaggio capì, benché vagamente, il valore della vita sociale e del suo movente principale, l’approvazione o la riprovazione sociale: la gloria, e nel quale d’altra parte le difficoltà della sua vita personale divennero tali, ch’egli non poté continuare a credere nel valore del suo antico concetto della vita e dovette accettare la dottrina sociale e sottomettervisi.
La stessa cosa si ripete oggidì con l’uomo sociale.
“È un’insensatezza, dice egli, sacrificare la propria felicità, quella della propria famiglia, della propria patria, per soddisfare le esigenze di alcune leggi superiori sì, ma incompatibili col sentimento migliore, più naturale, l’amore di sé stesso, della propria famiglia, della propria razza, della propria patria, e soprattutto è pericoloso abbandonare la garanzia della vita che assicura l’ordinamento sociale”.
Ma viene il tempo in cui la vaga coscienza della legge superiore dell’amore di Dio e del prossimo e le sofferenze risultanti dalle contraddizioni della vita, forzano l’uomo a rigettare il concetto sociale e ad accettare quello che gli è proposto, che risolve tutte le contraddizioni e rimedia a tutte le sofferenze: il concetto cristiano della vita. E questo tempo è venuto.
Noi che abbiamo subìto, or sono migliaia di anni, la transizione del concetto animale della vita al concetto sociale, crediamo che questa transizione era allora necessaria, naturale, mentre questa nella quale ci troviamo da 1800 anni ci pare arbitraria, artificiale e spaventosa. Ma ci pare così soltanto perché la prima transizione è già compiuta e perché i costumi che essa ha fatto nascere ci sono divenuti abituali, mentre la transizione presente non è ancora terminata e dobbiamo proseguirla consciamente.
Lunghi secoli, migliaia di anni passarono prima che il concetto sociale penetrasse nella coscienza degli uomini. Esso passò per diverse forme ed è entrato oggi nel dominio dell’incoscienza per mezzo dell’eredità, dell’educazione e dell’abitudine. Ecco perché ci sembra naturale. Ma cinque mila anni fa, esso appariva agli uomini così poco naturale e così spaventoso come la dottrina cristiana, nel suo vero senso, sembra loro oggi.
Oggi ci sembra che le esigenze del cristianesimo, la fratellanza universale, la soppressione della nazionalità, la soppressione della proprietà, il precetto tanto strano della non-resistenza al male con la violenza, siano inaccettabili. Ma sembravano anche inaccettabili, migliaia di anni fa, tutte le esigenze della vita sociale, anche quelle della vita domestica, come l’obbligo per i parenti di nutrire i figli, e per i giovani di nutrire i vecchi; l’obbligo per gli sposi di essere fedeli l’uno all’altro. Più strane ancora, perfino insensate, sembravano le diverse esigenze sociali, come l’obbligo per i cittadini di sottomettersi al potere, di pagare le imposte, di fare la guerra per la difesa della patria, ecc. Tutte queste esigenze oggi ci paiono semplici, comprensibili, naturali, e non vediamo in esse niente di mistico o di spaventoso. Eppure, cinque o tremila anni fa, esse sembravano inammissibili.
Il concetto sociale serviva appunto di base alle religioni perché, al tempo in cui esso fu proposto agli uomini, appariva loro assolutamente incomprensibile, mistico e soprannaturale. Oggi, avendo traversato questa fase della vita umana, noi comprendiamo le cause razionali dell’aggruppamento umano in famiglie, comunità, Stati: ma, nell’antichità, la necessità di tali riunioni fu presentata nel nome del soprannaturale e confermata da esso.
Le religioni patriarcali divinizzavano la famiglia, la razza, il popolo; le religioni sociali divinizzavano i re e gli Stati. Anche oggi la maggior parte degli ignoranti – come i nostri contadini che chiamano lo zar un Dio terrestre – si sottomettono alle leggi sociali, non secondo la coscienza ragionata della loro necessità, non perché essi hanno un’idea dello Stato, ma per sentimento religioso.
Allo stesso modo, oggi la dottrina del Cristo appare sotto l’aspetto di una religione soprannaturale, mentre in realtà essa non ha niente di misterioso, di mistico, di soprannaturale. Essa è semplicemente una dottrina della vita, corrispondente al grado di sviluppo dell’età in cui si trova l’umanità, e che, per conseguenza, deve necessariamente essere accettata da essa.
Il tempo verrà – e già viene – in cui i principi cristiani della vita – fratellanza, eguaglianza, comunità di beni, non-resistenza al male con la violenza – sembreranno così semplici e così naturali, come sembrano oggi i principi della vita domestica e sociale.
Né l’uomo, né l’umanità possono tornare indietro. I concetti domestico e sociale sono fasi traversate dagli uomini; bisogna che essi progrediscano e si assimilino il concetto susseguente, superiore; ciò avviene attualmente.
Questo movimento si compie da due lati alla volta: consciamente in seguito a cause morali; inconsciamente, in seguito a cause materiali.
Come un individuo isolato non cambia la sua esistenza per sole ragioni morali, e il più delle volte continua a vivere come per il passato, nonostante il nuovo senso ed il nuovo fine svelati dalla ragione, e non modifica la sua vita se non quando essa è divenuta assolutamente contraria alla sua coscienza e perciò intollerabile, così anche l’umanità, avendo appreso dalle sue guide religiose il nuovo senso della vita, i nuovi fini che essa deve raggiungere, continua ancora lungo tempo dopo questa iniziazione a vivere come per il passato e non è indotta ad accettare il nuovo concetto che dall’impossibilità di continuare l’antica vita.
Malgrado l’obbligo di modificare la vita, obbligo formulato dalle guide religiose, riconosciuto dagli uomini più intelligenti, e già entrato nella coscienza, la maggioranza degli uomini, pur avendo un rispetto religioso per queste guide, cioè la fede nella loro dottrina, continua a dirigersi su questa via più complicata, sui princìpi dell’antica dottrina, come farebbe il padre di famiglia il quale sapendo benissimo come bisogna vivere nell’età sua continuasse per abitudine e per leggerezza a vivere della sua esistenza di fanciullo.
È ciò che avviene nel periodo di transizione dell’umanità da un’età ad un’altra che traversiamo in questo momento. L’umanità è uscita dall’età sociale ed è entrata in una nuova. Essa conosce la dottrina che deve servire di base a questa età nuova, ma continua, per inerzia, a conservare le antiche forme della vita. Da questo antagonismo del nuovo concetto con la pratica della vita risultano una serie di contraddizioni e di sofferenze che avvelenano la nostra esistenza e ne esigono la modificazione.
Basta infatti paragonare soltanto la pratica colla sua teoria, per spaventarsi innanzi alla contraddizione flagrante delle condizioni della nostra esistenza e della nostra coscienza.
Tutta la nostra vita è in contraddizione costante con tutto ciò che sappiamo e che consideriamo come necessario ed obbligatorio. Questa contraddizione è in tutto, e nella vita economica, e nella vita politica e nella vita internazionale. Come se avessimo dimenticato ciò che sappiamo, e messo da parte provvisoriamente ciò che crediamo giusto, facciamo tutto il contrario di ciò che richiedono la nostra ragione ed il nostro buon senso.
Ci guidiamo, nei nostri rapporti economici, sociali ed internazionali, con i princìpi che erano buoni per gli uomini 3000 e 5000 anni addietro, e che sono in contraddizione diretta sia con la nostra coscienza attuale che con condizioni della vita nelle quali ci troviamo oggi.
L’uomo dell’antichità poteva vivere tranquillo in mezzo ad un’organizzazione sociale nella quale gli uomini erano divisi in padroni ed in schiavi, poiché essi credevano che questa divisione veniva da Dio e che non poteva essere altrimenti. Ma è possibile una divisione simile nel tempo nostro?
L’uomo dell’antichità poteva stimare suo diritto godere dei beni di questo mondo a danno degli altri uomini, facendoli soffrire di generazione in generazione, perché essi credevano che gli uomini appartengono a diverse origini, nobili o vili, stirpe di Jafet o di Caini. Non solo i più grandi savi del mondo, gli educatori dell’umanità, Platone, Aristotele, ecc., giustificavano la schiavitù e ne dimostravano la legittimità, ma tre secoli fa, gli uomini che descrissero la società immaginaria dell’avvenire, l’Utopia, non potevano rappresentarsela senza schiavi. Gli uomini dell’antichità ed anche quelli del medio-evo credevano che gli uomini non sono uguali, che i veri uomini erano soltanto i Persiani, soltanto i Greci, soltanto i Romani, soltanto i Francesi: ma noi non possiamo più credere a questo, e gli uomini che nel tempo nostro si affaticano tanto a difendere l’aristocrazia ed il patriottismo, non possono credere a quello che dicono.
Sappiamo tutti, e non possiamo non saperlo, quand’anche non avessimo mai né sentito né letto nulla su quest’idea, quand’anche non l’avessimo mai espressa noi medesimi, impregnandoci del sentimento che ondeggia nell’aria cristiana sappiamo con tutto il nostro cuore, e non possiamo non saperlo, che siamo tutti figli di un solo Padre, qualunque luogo abitiamo, qualunque lingua parliamo; che siamo tutti fratelli e tutti soggetti al giudizio della sola legge dell’amore, posta nel nostro cuore dal nostro comune Padre.
Quali che siano le idee ed il grado d’istruzione di un uomo del nostro tempo, un liberale colto di qualsiasi gradazione, un filosofo di qualsiasi sistema, un dotto, un economista di qualsiasi scuola, anche un credente di qualsiasi confessione, ogni uomo sa che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti alla vita ed ai godimenti di questo mondo, e che tutti gli uomini, né peggiori, né migliori gli uni degli altri, sono uguali. Ciascuno sa questo in modo assoluto e fermo. Eppure, non solo ciascuno vede intorno a sé la divisione degli uomini in due caste, l’una afflitta, sofferente, miserabile, oppressa, l’altra oziosa, dominatrice, vivente nel lusso e nelle feste; ma per giunta, volontariamente o no, ciascuno partecipa da un lato o dall’altro al mantenimento di queste divisioni che la sua coscienza condanna, perché egli non può non soffrire di questa contraddizione e del concorso ch’egli porta a questo ordinamento.
Sia padrone o schiavo, l’uomo moderno non può non risentire la contraddizione costante, acuta, fra la sua coscienza e la realtà, e non conoscere le sofferenze che ne risultano.
La massa laboriosa, la gran maggioranza degli uomini, sopportando la pena e le privazioni senza fine e senza ragione che assorbono tutta la vita, soffrono ancora di più di questa flagrante contraddizione fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, secondo ciò che professano essi medesimi e ciò che professano coloro i quali li hanno ridotti a questo stato.
Essi sanno che sono nella schiavitù e condannati alla miseria ed alle tenebre, per i piaceri della minoranza che li assoggetta. Lo sanno e lo dicono. E questa coscienza non solo accresce la loro sofferenza ma è la sua principale sorgente.
Lo schiavo antico sapeva che era schiavo per natura, mentre il nostro operaio, sentendosi schiavo, sa che non dovrebbe esserlo; ed ecco perché soffre il supplizio di Tantalo, desiderando sempre e non ottenendo mai, non solo ciò che potrebbe essergli concesso, ma neanche ciò che gli è dovuto. Le sofferenze delle classi operaie, derivando dalla contraddizione fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, aumentano dieci volte tanto con l’invidia e con l’odio che risultano dalla coscienza di questo stato di cose.
L’operaio del nostro tempo, quand’anche il suo lavoro fosse molto meno penoso di quello dello schiavo antico, quand’anche ottenesse la giornata di otto ore ed il salario di quindici lire al giorno, non cesserebbe di soffrire, perché, fabbricando degli oggetti di cui non avrà il godimento, lavora non per sé e volontariamente, ma per necessità, per la soddisfazione dei ricchi e degli oziosi, ed a profitto di un solo capitalista (il proprietario di fabbrica o di opificio). Egli sa che ciò avviene in un mondo nel quale è riconosciuta la massima scientifica che il lavoro solo è la ricchezza e che profittare del lavoro altrui è un’ingiustizia, un delitto punito dalle leggi, in un mondo che professa la dottrina del Cristo, secondo la quale siamo tutti fratelli, e che non riconosce altro merito all’uomo tranne quello di venire in aiuto del prossimo, invece di sfruttarlo.
Egli sa tutto questo e non può non soffrire di questa contraddizione flagrante fra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
“Secondo tutti i dati e secondo tutto ciò che so di quello che si professa nel mondo, dice a sé stesso il lavoratore, io dovrei essere libero, amato, uguale a tutti gli altri uomini, ed invece sono schiavo, umiliato, odiato.”
Ed anch’egli odia e cerca il mezzo di uscire dalla sua situazione, di sbarazzarsi del nemico che l’opprime e di opprimerlo alla sua volta.
Si dice: “Gli operai hanno torto di volersi mettere al posto del capitalista, il povero al posto del ricco”. Ciò è falso. Il lavoratore ed il povero sarebbero ingiusti se lo volessero nel mondo in cui gli schiavi ed i padroni, i poveri ed i ricchi sono riconosciuti come provenienti da Dio; ma essi lo vogliono in un mondo in cui si professa la dottrina evangelica, il cui primo principio è che tutti gli uomini sono figli di Dio, donde risultano la fratellanza e l’uguaglianza di tutti. E nonostante tutti gli sforzi degli uomini, non è possibile nascondere che una delle prime condizioni della vita cristiana è l’amore non a parole, ma a fatti.
L’uomo della classe che si chiama colta soffre anche di più per le contraddizioni della sua vita. Ogni membro di questa classe, se crede a qualche cosa, crede, se non alla fratellanza degli uomini, almeno a un sentimento di umanità, o alla giustizia, o alla scienza; ed egli sa pure che tutta la sua vita è stabilita su principi direttamente opposti a tutto questo, a tutti i principi del cristianesimo, dell’umanità, della giustizia e della scienza.
Egli sa che tutte le abitudini in mezzo alle quali è stato allevato, e il cui abbandono gli riuscirebbe crudele, non possono essere soddisfatte che con un lavoro penoso, sovente fatale agli operai oppressi, cioè con la violazione più evidente, più grossolana di quegli stessi principi di cristianesimo, di umanità, di giustizia e perfino di scienza (ed ometto le esigenze dell’economia politica), che professa. Egli insegna principi di fratellanza, di umanità, di giustizia, di scienza, e non solo vive in modo da essere obbligato a ricorrere alla oppressione del lavoratore che egli riprova, ma anche tutta la sua vita riposa sul beneficio di questa oppressione, ed egli dirige tutta la sua azione verso il mantenimento di questo stato di cose assolutamente contrario a tutti i principi che professa.
Siamo tutti fratelli, e nondimeno ogni mattina, questo fratello o questa sorella fanno per me i servizi che non voglio far io. Siamo tutti fratelli e nondimeno mi occorrono ogni giorno un sigaro, dello zucchero, uno specchio ed altri oggetti alla cui fabbricazione i miei fratelli e le mie sorelle, che sono miei eguali, hanno sacrificato e sacrificano la loro salute; ed io mi servo di questi oggetti, ed anzi li pretendo. Siamo tutti fratelli e nondimeno io guadagno la vita in una Banca, in una casa di commercio, in un negozio che hanno il risultato di rendere più costose tutte le merci necessarie ai miei fratelli. Siamo tutti fratelli e nondimeno io vivo con lo stipendio assegnatomi per interrogare, giudicare e condannare il ladro e la prostituta, la cui esistenza risulta da tutto l’ordinamento della mia vita, e che non si devono, come io so, né condannare, né punire. Siamo tutti fratelli – ed io vivo con lo stipendio che mi è assegnato per riscuotere imposte da lavoratori bisognosi ed impiegarle al benessere degli oziosi e dei ricchi. Siamo tutti fratelli – ed io ricevo uno stipendio per predicare agli uomini una pretesa fede cristiana, alla quale io stesso non credo, e che impedisce loro di conoscere la vera fede; io ricevo uno stipendio come prete, come vescovo, per ingannare gli uomini nella questione più essenziale per loro. Siamo fratelli, ma io non fornisco al povero che per denaro il mio lavoro da pedagogo, da medico, da letterato. Siamo tutti fratelli – ed io ricevo uno stipendio per prepararmi all’assassinio; imparo ad assassinare, fabbrico armi, polvere, costruisco fortezze.
Tutta la vita delle nostre classi superiori è una costante contraddizione, tanto più dolorosa per un uomo quanto la sua coscienza è più sensibile e più alta.
L’uomo dotato di una coscienza impressionabile non può non soffrire di una tale vita. L’unico mezzo per liberarsi da questa sofferenza è d’imporre silenzio alla propria coscienza; ma, se alcuni vi riescono, non riescono ad imporre silenzio alla loro paura.
Gli uomini delle classi superiori oppressive, la cui coscienza è poco impressionabile o che hanno saputo farla tacere, se non ne soffrono, soffrono per la paura o per l’odio, e non possono non soffrirne. Essi conoscono tutto l’odio che nutrono contro di loro le classi laboriose; essi non ignorano che gli operai sono ingannati e sfruttati e che cominciano ad organizzarsi per scuotere l’oppressione e vendicarsi degli oppressori. Le classi superiori vedono le associazioni, gli scioperi, i 10 maggio, e sentono il pericolo che li minaccia, e questa paura avvelena la loro vita e si trasforma in un sentimento di difesa e di odio. Esse sanno che, se si affievoliscono un istante nella lotta contro gli schiavi oppressi, periranno perché gli schiavi sono esasperati, e perché ogni giorno di oppressione aumenta questa esasperazione. Gli oppressori, quand’anche lo volessero, non potrebbero porre un termine all’oppressione. Sanno che periranno essi medesimi, non solo appena cesseranno di essere oppressori, ma appena daranno segno di affievolirsi. Perciò non si affievoliscono, nonostante le loro pretese cure del benessere dell’operaio, delle giornate di otto ore, del regolamento del lavoro dei fanciulli e delle donne, delle casse di pensione e delle ricompense. Tutto questo non è che soperchieria oppure desiderio di lasciare allo schiavo la forza di lavorare; ma lo schiavo rimane schiavo ed il padrone che non può farne senza, è meno disposto che mai ad affrancarlo.
Le classi dirigenti si trovano rispetto alle classi laboriose nella situazione di un uomo che avesse gettato per terra il suo avversario e non lo lasciasse, non tanto perché non vuole lasciarlo andare, quanto perché un momento di libertà concesso al suo nemico irritato ed armato di un coltello basterebbe perché questi lo sgozzasse.
Ecco perché, siano impressionabili oppure no, le nostre classi agiate non possono, come gli antichi che credevano al loro diritto, godere i vantaggi dei quali hanno spogliato il povero. Tutta la loro vita e tutti i loro piaceri sono turbati dal rimorso o dalla paura.
Tale è la contraddizione economica. Più sorprendente ancora la contraddizione politica.
Tutti gli uomini sono educati prima di tutto nell’abitudine dell’obbedienza alle leggi. Tutta la vita del tempo nostro è fondata su queste leggi. L’uomo sposa, divorzia, alleva i figli, professa anche una credenza (in molti paesi) conforme alla legge. Qual è dunque questa legge su cui riposa tutta la nostra esistenza? Vi credono gli uomini? La considerano essi come vera? Niente affatto. Per lo più, gli uomini del tempo nostro non credono alla giustizia di questa legge, la disprezzano e pertanto non vi si sottomettono. Si capisce che gli uomini dell’antichità si siano assoggettati alla loro legge; essi credevano assolutamente che la loro legge (che ordinariamente era anche religiosa) fosse l’unica, la vera, quella a cui tutti gli uomini dovevano assoggettarsi. Ma noi? Noi sappiamo in modo da non poterne dubitare che la legge del nostro Stato non è la sola, l’eterna legge, ma soltanto una legge come le altre così numerose dei diversi Stati, egualmente imperfetta e spesso anche chiaramente falsa ed ingiusta. Si capisce che gli Ebrei abbiano ubbidito alle loro leggi, allorquando non dubitavano che Dio le avesse scritte col suo dito; lo si capisce dei Romani che le credevano dettate dalla ninfa Egeria. Si capisce perfino l’obbedienza alle leggi quando si credeva che i sovrani che le diedero erano i rappresentanti di Dio sulla terra, o quando le assemblee legislative che le elaborarono furono animate dal desiderio ed ebbero l’abilità di farle il meglio possibile. Ma noi sappiamo tutti come si fanno queste leggi. Siamo stati tutti fra le quinte; sappiamo che sono procreate dalla cupidigia, dalla furberia, dalla lotta dei partiti; che non v’è e non vi può essere vera giustizia. Ecco perché gli uomini del nostro tempo non possono credere che la sommissione alle leggi sociali e politiche soddisfi le esigenze della ragione e della natura umana. Gli uomini sanno già da lungo tempo che è irragionevole sottomettersi ad una legge la cui verità è dubbia e quindi non possono non soffrire sottomettendosi ad una legge il cui senno ed il cui carattere obbligatorio non riconoscono.
L’uomo non può non soffrire quando tutta la sua vita è regolata anticipatamente da leggi alle quali egli deve obbedire sotto la minaccia del castigo, benché non creda alla loro saggezza ed alla loro giustizia e spesso anzi abbia piena coscienza della loro crudeltà e del loro carattere artificiale.
Noi riconosciamo l’inutilità delle dogane e dei dazi di entrata, ma siamo obbligati a pagarli. Riconosciamo l’inutilità delle liste civili e di molte altre spese governative; consideriamo nocivi gli insegnamenti della chiesa, e dobbiamo concorrere al mantenimento di queste istituzioni. Riconosciamo crudeli ed ingiuste le condanne pronunziate dai tribunali e siamo costretti a partecipare a questa giustizia. Riconosciamo irregolare e funesta la distribuzione della proprietà rurale, e dobbiamo subirla. Non riconosciamo la necessità dell’esercito e della guerra, e dobbiamo sopportare balzelli terribili per il mantenimento delle truppe e per le spese della guerra.
Ma questa contraddizione è una cosa da nulla, paragonata a quella che si drizza innanzi agli uomini nelle loro relazioni internazionali e che sotto pena della perdita della ragione e della vita umana, esige uno scioglimento: la contraddizione fra la coscienza cristiana e la guerra.
Tutti noi, popoli cristiani, che viviamo della stessa vita spirituale, in modo che ogni pensiero generoso, fecondo, che nasce ad una estremità della terra, si comunica subito a tutta l’umanità cristiana e provoca dappertutto lo stesso sentimento di gioia e di orgoglio a dispetto delle nazionalità; noi, che amiamo il pensatore, il filantropo, il poeta, il dotto straniero, noi che andiamo superbi dell’impresa di Damiens1, come se egli fosse nostro; noi che amiamo semplicemente gli stranieri, Francesi, Tedeschi, Americani, Inglesi; noi che pregiamo le loro qualità, che siamo lieti di incontrarli, che li accogliamo con piacere, che non solo non possiamo considerare come un atto eroico la guerra contro di loro, ma che anzi non possiamo pensare senza terrore che un disaccordo così grave possa scoppiare fra loro e noi siamo tutti chiamati a partecipare alla strage che deve compiersi inevitabilmente, se non oggi, domani.
Si capisce che gli Ebrei, i Greci, i Romani abbiano difeso la loro indipendenza con l’assassinio, ed abbiano con l’assassinio assoggettati gli altri popoli, perché ognuno di loro credeva fermamente di essere il solo popolo prescelto, buono, amato da Dio, mentre gli altri non erano che filistei o barbari. Gli uomini del medio evo, ed anche quelli della fine del secolo scorso e del principio di questo, potevano ancora avere la stessa credenza. Ma noi, nonostante tutte le nostre eccitazioni, non possiamo più averla. E questa contraddizione è cosi terribile nel nostro tempo, che non possiamo più vivere senza trovarvi una soluzione.
“I nostri tempi sono ricchi di contraddizioni d’ogni specie, scrive nella sua dotta memoria il professore di diritto internazionale, conte Komarovskij; la stampa di tutti i paesi ci parla su tutti i tuoni della necessità della pace per i popoli, e la desidera ardentemente. I membri dei governi lo dichiarano anch’essi, come gli organi ufficiali ed i privati; se ne parla nelle camere dei deputati, nelle corrispondenze diplomatiche e perfino nei trattati che si concludono. La pace è in tutte le bocche, eppure i governi aumentano ogni anno i loro armamenti, introducono nuove imposte, fanno prestiti ed accrescono a dismisura i loro debiti, lasciando alle generazioni venture la cura di riparare a tutti gli errori della nostra politica insensata. Che contrasto lamentevole fra le parole e gli atti! E che cosa fanno i governi per giustificarsi dei loro armamenti e del deficit dei loro bilanci? Essi mettono assolutamente tutto sul conto esclusivo della difesa! Ma ecco il punto oscuro, ciò che nessun uomo imparziale può né potrà comprendere: da qual parte verrà l’attacco se nella loro politica tutte le grandi potenze non mirano unanimi che alla difesa? Tuttavia è cosa evidente che ognuna di queste potenze è pronta ad ogni istante ad assalire le altre. Ecco ciò che cagiona una sfiducia generale, come anche gli sforzi sovrumani di ogni Stato per superare in forze militari tutti gli altri: si fa a gara per presentare sul campo di battaglia la massa più imponente.
Una tale rivalità è per sé stessa il più gran pericolo di guerra; i popoli non possono prolungare questo stato di cose all’infinito e dovranno presto o tardi preferire la guerra alla tensione in cui vivono adesso ed alla rovina che li minaccia. Allora il pretesto più futile basterà per accender il fuoco della guerra in tutta Europa, da un’estremità all’altra. E si spera invano di guarirci con la crisi di calamità politiche ed economiche che ci opprimono. L’esperienza delle ultime guerre ci ha dimostrato abbastanza che ciascuna di esse ha reso l’odio fra i popoli più profondo, il peso del militarismo più insopportabile e lo stato politico ed economico dell’Europa più triste e più torbido.”
“L’Europa moderna tiene sotto le armi un esercito di nove milioni di uomini, scrive alla sua volta Enrico Ferri,2 e circa quindici milioni di riserva, per spendere quattro miliardi di lire all’anno. Armandosi sempre più, essa esaurisce tutte le sorgenti del benessere sociale ed individuale e potrebbe facilmente essere paragonata ad un uomo che per procurarsi delle armi, si condanna all’anemia, perdendo le forze di cui ha bisogno per servirsi delle armi che si è procurate e sotto il cui peso finisce col soggiacere.”
La stessa cosa dice Charles Booth, nel suo discorso, letto a Londra nell’Associazione per la riforma e per la codificazione della legge delle nazionalità, il 26 luglio 1887. Dopo avere indicato la stessa cifra di nove milioni di uomini di esercito attivo e di diciassette milioni di riserva, e le spese enormi dei governi per il mantenimento e l’armamento di questi eserciti, egli aggiunge:
“Queste cifre non rappresentano che un’infima parte della spesa reale, perché, oltre a queste spese conosciute del bilancio della guerra delle diverse nazioni, dobbiamo anche tener conto delle perdite incalcolabili cagionate alla società dall’assorbimento di una quantità così considerevole di uomini che, scelti fra i più vigorosi, sono tolti all’industria e ad ogni altro lavoro, oltre agli interessi enormi delle somme spese in preparativi militari che non fruttano nulla. La conseguenza inevitabile di queste spese di guerra e dei preparativi militari è l’aumento progressivo dei debiti di Stato. La maggior parte dei debiti degli Stati di Europa sono stati fatti in previsione della guerra. Il loro totale ascende a quattro miliardi di lire sterline, o cento miliardi di lire, e questi debiti aumentano sempre ogni anno. “
Lo stesso Komarovskij dice in un altro luogo:
“Viviamo in tempi penosi. Si sentono dappertutto delle lagnanze intorno ai ristagni del commercio e dell’industria, e in generale intorno alla cattiva situazione economica; si mettono in evidenza le condizioni penose della vita delle classi operaie e l’impoverimento delle masse. Si inventano dappertutto nuove imposte, e l’oppressione finanziaria delle nazioni non ha limiti. Se gettiamo uno sguardo sui bilanci degli stati di Europa durante questi ultimi cent’anni, ciò che ci colpirà prima di tutto è il loro aumento progressivo e rapido. Come possiamo spiegare questo fenomeno straordinario che minaccia presto o tardi gli Stati di un fallimento inevitabile?
Ciò proviene certamente dalle spese per il mantenimento degli eserciti che assorbono la terza parte od anche la metà del bilancio di tutti gli stati di Europa. La cosa più triste è che non si vede un termine a questo aumento di bilanci ed all’impoverimento delle masse. Che cosa è il socialismo, se non una protesta contro questa situazione estremamente anormale in cui si trova la maggior parte della popolazione del nostro continente?
“Ci roviniamo, dice Frédéric Passy nella sua memoria all’ultimo Congresso universale della Pace, a Londra (1890), ci roviniamo col preparare i mezzi per prendere parte alle pazze stragi dell’avvenire, o per pagare gli interessi dei debiti lasciatici dalle pazze e colpevoli stragi del passato. E, come diceva recentemente uno dei nostri poeti e dei nostri giornalisti, moriamo di fame per poterci uccidere”.
Parlando più innanzi del modo col quale questa questione è considerata in Francia, egli soggiunge: “Noi crediamo che cent’anni dopo la dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino sia venuto il tempo di riconoscere i diritti delle nazioni e di rinunciare per sempre a tutte queste imprese di menzogna e di violenza che, sotto il nome di conquiste, sono veri delitti di lesa umanità e che, nonostante ciò che ne pensano l’ambizione dei sovrani e l’orgoglio dei popoli, indeboliscono perfino coloro che trionfano”.
“L’educazione religiosa del nostro paese mi sorprende, disse sir Wilfred Landon nel medesimo congresso. Il ragazzo va alla scuola della domenica, e gli dicono: “Mio caro ragazzo, tu devi amare i tuoi nemici. Se un compagno ti batte, non devi vendicarti, ma bensì cercare di ricondurlo con la dolcezza a migliori sentimenti”. Sta bene. Il ragazzo frequenta la scuola della domenica fino a 14 o 15 anni; dopo i suoi amici lo fanno entrare nell’esercito. Che cosa vi farà? Egli deve, non amare il nemico ma al contrario trafiggerlo con la sua baionetta appena si troverà in faccia a lui. Tale è l’istruzione religiosa in questo paese. Io non credo che questa sia la miglior maniera di ubbidire ai comandamenti della religione. Io credo che, se è bene per un ragazzo amare il suo nemico, è bene anche per un adulto...”
“Vi sono in Europa, dice F. Wilson, 28 milioni di persone armate per risolvere le questioni non con la discussione, ma con l’uccisione. Tale è il mezzo di discutere in uso presso le nazioni cristiane. Questo mezzo è nello stesso tempo molto costoso, perché, secondo le statistiche da me consultate, le nazioni di Europa hanno speso dal 1872 in qua la somma incredibile di 60 miliardi non per altro che per preparare la soluzione delle loro questioni col mezzo del reciproco massacro. Mi pare dunque che, in quest’ordine di idee si debba accettare uno dei due termini di questo dilemma: o il cristianesimo non è riuscito (is a failure), oppure coloro che si sono assunta la missione d’interpretarlo l’hanno male compreso. Finché le nostre corazzate non saranno disarmate e i nostri eserciti licenziati, non avremo diritto di chiamarci una nazione cristiana.”
In una conversazione sull’obbligo per i pastori cristiani della propaganda contro la guerra, G. D. Bartlett disse fra le altre cose:
“Se io capisco un poco la Sacra Scrittura, affermo che gli uomini non fanno altro che fingere la loro fede nel cristianesimo non tenendo conto della guerra. Eppure, durante tutta la mia esistenza, ho sentito appena una mezza dozzina di volte i nostri pastori predicare la pace universale. Io dissi, vent’anni or sono, che la guerra è inconciliabile col cristianesimo. Mi si considerò come un fanatico insensato. L’idea che si possa vivere senza guerra fu accolta come una debolezza imperdonabile, una follia.”
Il prete cattolico Defourny si esprime nello stesso senso.
“Uno dei primi precetti della legge eterna, risplendente nella coscienza degli uomini, è quello che vieta di togliere la vita al proprio simile, di spargere il sangue umano senza giusta causa, o senza esservi costretti dalla necessità. È uno dei precetti più profondamente impressi nel cuore dell’uomo... Ma se si tratta della guerra, cioè dello spargimento del sangue umano a torrenti, gli uomini odierni non si preoccupano più della giusta causa. Coloro che vi prendono parte non pensano più a domandarsi se queste uccisioni innumerevoli sono giustificate o no, cioè se le guerre, o ciò che s’intende con questo nome, siano giuste o inique, legali od illegali, lecite o criminose; se maneggiando il fuoco che consuma i beni e l’arma che distrugge le vite umane, essi violano oppure no la legge primordiale che proibisce l’omicidio, l’uccisione, il saccheggio e l’incendio senza giusta causa. La loro coscienza è muta su di ciò... La guerra per loro ha cessato di essere un atto dipendente dalla morale. Essi non hanno altra gioia, nelle fatiche e nei pericoli dei campi, se non quella di essere vincitori, non altra tristezza se non quella di essere vinti…
Molto tempo è trascorso da quando un genio possente vi disse queste parole divenute proverbiali: ‘Togliete la giustizia, che cosa sono gli imperi, se non vaste società di briganti?’ E le compagnie di briganti non sono anch’esse dei piccoli imperi? Anche i briganti hanno certe leggi o convenzioni che li reggono. Anch’essi si battono per la conquista della preda e per il punto d’onore della banda... Così, o signori, vi chiedo con grande fiducia di adottare il principio dell’istituzione proposta (si tratta dell’istituzione di un tribunale di arbitrato internazionale), affinché le nazioni europee cessino di essere nazioni di ladri, e gli eserciti, bande di briganti e di pirati; debbo aggiungere: di schiavi… Gli eserciti sono greggi di schiavi, schiavi di uno o di due governanti, di uno o due ministri che dispongono di loro tirannicamente, senz’altra garanzia che una responsabilità puramente nominale, come ben sappiamo… Ciò che caratterizza lo schiavo è che egli è nelle mani del suo padrone come una cosa, un utensile, e non più un uomo. Così avviene del soldato, dell’ufficiale, del generale, che marciano al sangue ed al fuoco senza pensiero della giustizia, per la volontà arbitraria dei ministri nelle condizioni esposte. Così la schiavitù militare esiste, ed è la peggiore delle schiavitù, soprattutto oggi che mette, con la coscrizione, la catena al collo di tutti gli uomini liberi e forti delle nazioni, per farne strumenti di uccisione, omicidi di professione, macellai di carne umana, perché tale è il solo opus servile in previsione del quale essi sono incatenati e addestrati.
“I governanti, in numero di due o tre, un po’ più, un po’ meno, riuniti in un gabinetto segreto, deliberando senza registri e senza processo verbale destinato alla pubblicità, parlando senza responsabilità possibile... potrebbero forse ordinare così dei massacri se la coscienza non fosse spenta?”
“Le proteste contro gli armamenti rovinosi per i popoli non sono cominciate al tempo nostro, dice il signor E. T. Moneta.3 Ascoltate ciò che scrisse Montesquieu ai suoi giorni: ‘La Francia (oggi si potrebbe dire l’Europa) perirà a cagione del militarismo. Una nuova malattia si è sparsa in Europa. Essa ha colpito i re e li forza a mantenere eserciti innumerevoli. Questa malattia è infettiva e, per conseguenza, contagiosa perché appena uno Stato aumenta il suo esercito, gli altri fanno altrettanto. Per cui non ne risulta altro che la perdita di tutti. Ogni governo mantiene tanti soldati quanti potrebbe mantenerne se il suo popolo fosse minacciato di sterminio; e gli uomini chiamano pace questo stato di tensione di tutti contro tutti. Ecco perché l’Europa è talmente rovinata che, se i privati fossero nella situazione dei governi di questa parte del mondo, i più ricchi fra loro non avrebbero di che vivere. Noi siamo poveri, possedendo le ricchezze ed il commercio del mondo intero!’
“Ciò fu scritto quasi centocinquanta anni fa. Il quadro sembra fatto oggi. Solo il regime governativo è cambiato. Al tempo di Montesquieu si diceva che la causa del mantenimento di eserciti numerosi stava nell’assolutismo dei re che facevano la guerra con la speranza di aumentare per via di conquiste le loro proprietà private e la loro gloria.
“Evidentemente la follia dei sovrani si è impadronita delle classi dirigenti. Ora non si fa più la guerra perché un re ha mancato di cortesia verso l’amante di un altro, come avvenne sotto Luigi XIV. Però, esagerando il sentimento onorevole e naturale di dignità nazionale e di patriottismo, ed eccitando l’opinione pubblica di una nazione contro un’altra, si giunge al punto che è bastato dire (benché la notizia fosse inesatta) che l’ambasciatore del nostro paese non era Stato ricevuto dal capo di un altro Stato, perché scoppiasse la guerra più terribile, più spaventevole. L’Europa mantiene adesso sotto le armi più soldati che durante le grandi guerre di Napoleone.
“Tutti i cittadini, tranne rare eccezioni, sono obbligati, sul nostro continente, a passare parecchi anni della loro vita nelle caserme. Si costruiscono fortezze arsenali, navi; si fabbricano continuamente armi che saranno, in brevissimo tempo, sostituite da altre, perché la scienza che dovrebbe sempre aver di mira il bene dell’umanità, concorre sventuratamente all’opera della distruzione, inventa costantemente nuovi mezzi di uccidere grandi quantità di uomini nel più breve tempo possibile.
“E per mantenere tanti soldati, e fare così grandi preparativi di carneficine, si spendono ogni anno centinaia di milioni, cioè delle somme che basterebbero all’educazione del popolo e all’adempimento dei più grandiosi lavori di utilità pubblica e che darebbero la possibilità di risolvere pacificamente la questione sociale.
“L’Europa, per conseguenza, si trova, sotto questo rapporto, nonostante tutte le nostre conquiste scientifiche, nella stessa situazione in cui si trovava nel tempo peggiore e più barbaro del medio evo. Tutti si lagnano di questo stato che non è né la guerra, né la pace, e tutti vorrebbero uscirne. I capi dei diversi stati affermano tutti di volere la pace, e gareggiano nel fare dichiarazioni il più solennemente pacifiche. Ma lo stesso giorno, o al domani, essi presentano ai parlamenti dei progetti di legge per l’aumento degli effettivi, dicendo che prendono delle misure preventive precisamente col fine di garantire la pace.
“Ma questa non è la pace che noi preferiamo, e le nazioni non s’illudono. La vera pace è fondata sulla fiducia reciproca, mentre questi formidabili armamenti svelano fra gli Stati se non un’ostilità dichiarata, almeno una diffidenza nascosta. Che cosa diremmo di un uomo che, volendo dimostrare i propri sentimenti amichevoli al suo vicino, l’invitasse ad esaminare le questioni che li dividono con la rivoltella in in mano?
“Ed è questa flagrante contraddizione fra le dichiarazioni pacifiche e la politica militare dei governi che tutti i buoni cittadini vorrebbero far cessare ad ogni costo.”
La gente si stupisce che 60.000 mila suicidi avvengano ogni anno in Europa, e questa cifra contiene soltanto i casi conosciuti e notati, ed eccettuate la Russia e la Turchia. Bisognerebbe piuttosto stupirsi che ne avvengano così pochi. Ogni uomo del nostro tempo, se penetriamo la contraddizione fra la sua coscienza e la sua vita, si trova nella più crudele situazione. Senza parlare di tutte le altre contraddizioni fra la vita reale e la coscienza che riempiono l’esistenza dell’uomo moderno, basterebbe questo stato di pace permanente e la sua religione cristiana, perché l’uomo, disperato, dubitasse della ragione umana e rinunziasse alla vita in un mondo così insensato e barbaro. Questa contraddizione, quintessenza di tutte le altre, è così terribile che il vivere partecipandovi non è possibile che se non si pensa, se si può dimenticare.
Come! noi tutti, cristiani, non solo professiamo l’amore del prossimo, ma anche viviamo realmente di una vita comune, di una vita il cui polso batte con un sol movimento; ci aiutiamo reciprocamente, ci ammaestriamo gli uni gli altri sempre di più per la felicità comune, ci avviciniamo gli uni agli altri con amore! – in questo avvicinamento sta il senso della vita; – e domani qualche capo di stato, uscito di senno, dirà una sciocchezza qualunque, un altro vi risponderà con un’altra sciocchezza, ed io andrò ad espormi alla morte, per uccidere uomini che non solo non mi hanno fatto nulla, ma che io amo! – E questa non è una probabilità lontana, ma una certezza inevitabile, alla quale ci prepariamo tutti.
Basta averne coscienza in modo chiaro per divenire pazzi o per suicidarsi. Ed è ciò che avviene, e soprattutto fra i militari.
Basta tornare in sé un momento per essere ridotti alla necessità di una tal fine.
Solo queste ragioni possono spiegare l’intensità terribile con la quale l’uomo moderno cerca di abbrutirsi col vino, col tabacco, con l’oppio, col gioco, con la lettura dei giornali, con i viaggi e con ogni specie di piaceri e di spettacoli. La gente vi si abbandona come ad una occupazione seria ed importante, ed infatti essa è tale. Se non vi fosse un mezzo esterno di abbrutimento, la metà del genere umano si farebbe saltare il cervello immediatamente, perché il vivere in contraddizione con la propria ragione è la situazione più intollerabile. E tutti gli uomini del nostro tempo si trovano in questa situazione; tutti vivono in una contraddizione costante e flagrante fra la loro coscienza e la loro vita. Queste contraddizioni sono economiche e politiche, ma la più notevole è nella coscienza della legge cristiana della fratellanza degli uomini, e, allo stesso tempo, della necessità che impone agli uomini il servizio militare universale, la necessità di essere preparato all’odio, all’uccisione, di essere allo stesso tempo cristiano e gladiatore.
Note
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Robert-François Damiens attentò nel 1757 alla vita di re Luigi XV, ferendolo solo lievemente. Fu condannato a morte per squartamento. (N.d.C.) ↩
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Enrico Ferri (1856–1929) è stato un criminologo e politico italiano. (N.d.C.) ↩
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Ernesto Teodoro Moneta (1833–1918) dopo aver partecipato al Risorgimento è stato direttore de “Il Secolo”. Per la sua attività in favore del movimento pacifista è stato insignito nel 1907 del premio Nobel per la pace. È stato tuttavia favorevole all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. (N.d.C.) ↩
