Il concetto cristiano della vita già nasce nella nostra società e distrugge infallibilmente l’ordinamento della nostra vita, fondato sulla violenza. Quando ciò avverrà
La situazione dell’umanità cristiana, con le sue prigioni, con le galere, i patiboli, gli opifici, la concentrazione delle ricchezze, le imposte, le chiese, le osterie, le case pubbliche, gli armamenti sempre crescenti ed i milioni di uomini abbrutiti, pronti, come cani, a gettarsi su coloro contro cui il padrone li eccita, sarebbe terribile se fosse il prodotto della violenza; ma essa è principalmente il prodotto dell’opinione pubblica. Ora, ciò che è stabilito dall’opinione pubblica, può essere distratto da lei.
Somme che si contano a centinaia di milioni, decine di milioni di uomini disciplinati, armi di distruzione di una forza inaudita, un ordinamento arrivato al più alto grado di perfezione, una legione di uomini incaricati d’ingannare e d’ipnotizzare il popolo, e tutto ciò obbediente, grazie all’elettricità che sopprime la distanza, ad uomini che considerano questo ordinamento come vantaggioso per loro e sanno che senza di esso sparirebbero: che forza invincibile non sembra! Eppure basterebbe vedere dove fatalmente andiamo, basterebbe che gli uomini avessero vergogna di partecipare alla violenza e di profittarne, come hanno vergogna delle truffe, del furto, della mendicità, della viltà, perché subito, da sé stesso, senza nessuna lotta, sparisse quest’ordinamento che sembra così complicato e così potente. E per questo, è inutile che qualcosa di nuovo entri nella coscienza umana, occorre soltanto che si dissipi la nebbia che vela agli uomini il vero significato di certi atti di violenza; l’opinione pubblica ed i costumi cristiani che si sviluppano, assorbiranno i costumi pagani che permettevano e giustificavano la violenza, ma il cui tempo finisce. E questo progresso si fa lentamente. Però noi non lo vediamo, come non vediamo il movimento quando giriamo con tutto ciò che ci circonda.
È vero che l’ordinamento sociale, nei suoi tratti principali, porta ancora lo stesso carattere di violenza che aveva mille anni addietro, ed anche peggio sotto certi rapporti, come gli armamenti e le guerre, ma l’opinione pubblica cristiana, allargandosi, comincia già la sua azione. L’albero secco sembra solido come prima, esso sembra anzi più solido perché è divenuto più duro, ma il suo tronco si vuota e la sua caduta si prepara. Così l’ordinamento sociale attuale, fondato sulla violenza. L’aspetto esterno rimane lo stesso – gli stessi oppressori, gli stessi oppressi – ma le loro vedute sulla loro situazione rispettiva sono cambiate.
Gli uomini che opprimono, cioè quelli che partecipano all’amministrazione, e gli uomini che profittano dell’oppressione, cioè i ricchi, non costituiscono più oggi, come un tempo, il fiore della società, e non offrono più l’ideale di felicità e di grandezze, verso cui tendevano prima tutti gli oppressi.
Oggi sono gli oppressori che spesso abbandonano volontariamente i vantaggi della loro situazione per quella degli oppressi e cercano di somigliare loro per la semplicità della loro vita.
Senza parlare delle professioni già disprezzate, come quelle di spia, agente della polizia segreta, usuraio, bettoliere, ve n’è un gran numero, prima tenute in considerazione, come quelle di poliziotti, di cortigiani, di giudici, di funzionari amministrativi, ecclesiastici o militari, di appaltatori, di banchieri, che sono considerate oggi da tutti come poco invidiabili ed anche riprovate dalle persone più stimabili. Vi sono degli uomini che abbandonano volontariamente queste funzioni un tempo invidiate, per posti meno lucrosi, ma non legati alla violenza.
Non sono soltanto dei funzionari che rinunziano ai loro privilegi, ma anche dei privati ricchi. Si vedono alcuni che obbedendo già all’influenza dell’opinione pubblica nascente e non, come un tempo, ad un sentimento religioso, abbandonano i beni avuti in eredità, considerando solo giusto il godimento di quelli acquistati col lavoro.
I giovani meglio dotati, all’età in cui, non essendo ancora corrotti dalla vita, scelgono una carriera, preferiscono le professioni laboriose di medico, d’ingegnere, di professore, di artista, di scrittore, od anche semplicemente di proprietario rurale che vive del proprio lavoro, alla posizione di giudice, di amministratore, di prete, di militare, pagati dal governo. od a quella degli uomini che vivono di rendita. La maggior parte dei monumenti sono eretti oggi, non più ad uomini di Stato, a generali e molto meno ad uomini ricchi, ma ad artisti sapienti, inventori, uomini che lungi dall’avere qualcosa di comune col governo, hanno spesso lottato con esso. La poesia e le arti glorificano soprattutto costoro.
Cosi, la classe degli uomini di governo e dei ricchi diviene ogni giorno meno numerosa ed il suo livello morale si è abbassato. Per cui, giudicando dalla intelligenza, dall’istruzione e soprattutto dalla moralità, gli uomini che sono oggi al potere ed i ricchi non sono più come un tempo il fiore della società, tutt’altro.
In Russia ed in Turchia, come in America ed in Francia, nonostante i cambiamenti frequenti dei funzionari, il maggior numero di essi sono avidi, venali e così poco commendevoli dal punto di vista morale che non soddisfano le più elementari esigenze di onestà richieste dal governo. Così, si odono spesso le ingenue lagnanze dei governi che si meravigliano di vedere i migliori fra noi, per un caso che loro sembra strano, sempre nel campo dell’opposizione. Sarebbe come lagnarsi che, per un caso strano, l’ufficio di carnefice non è accettato dalla gente civile e buona.
Neanche fra i ricchi, oggi s’incontra la maggior parte degli uomini superiori della società.
I ricchi non sono più che grossolani accaparratori di denaro, non aventi altra cura se non quella di aumentare le proprie ricchezze per lo più con mezzi impuri, o gli eredi degenerati di questi accaparratori che, lungi dal rappresentare una parte importante nella società, ispirano un disprezzo generale.
Molte situazioni hanno perduto la loro antica importanza. I re e gli imperatori non dirigono più nulla; essi non si decidono quasi mai ad introdurre delle modifiche interne o a cambiare la politica esterna. Per lo più abbandonano la soluzione di queste questioni a qualche istituzione governativa ed all’opinione pubblica. Tutti i loro doveri si riducono ad essere i rappresentanti dell’unità e della sua potenza. Ed essi adempiono questo dovere sempre meno bene di prima. La maggior parte dei capi di Stato, non solo non serbano la loro antica maestà inaccessibile, ma invece si democratizzano sempre di più ed anzi “si incanagliano” smettendo il loro ultimo prestigio, cioè distruggendo appunto ciò che sono chiamati a mantenere.
Lo stesso avviene dei militari. L’alto funzionario militare, invece d’incoraggiare fra i soldati la ruvidezza e la ferocia necessarie alla loro opera, propaga egli stesso l’istruzione nell’esercito, predica l’umanità ed anzi spesso, partecipando alle convinzioni socialistiche delle masse, nega l’utilità della guerra. Nell’ultima congiura contro il governo russo, molti tra gli affiliati erano militari.
Avviene spesso (è avvenuto anche di recente) che l’esercito, chiamato a ristabilire l’ordine, ricusa di far fuoco sulla popolazione. Le abitudini di caserma sono francamente riprovate dai militari stessi che ne fanno spesso argomento delle loro beffe.
Lo stesso avviene coi giudici: obbligati a giudicare ed a condannare i delinquenti, essi conducono le discussioni in modo da farli apparire innocenti per quanto più è possibile, al punto che il governo russo, per ottenere la condanna di coloro che vuole punire, affida sempre questi affari non ai tribunali ordinari, ma alla corte marziale, che non è altro se non una parodia della giustizia. Perfino i procuratori rinunciano spesso a chiedere una condanna e, girando intorno alla legge, difendono talvolta coloro che hanno missione di far apparire colpevoli.
Dotti giureconsulti il cui dovere è di giustificare la violenza del potere, negano sempre più il diritto di punire e mettono al suo posto le teorie dell’irresponsabilità. Invece dei castigo, essi preconizzano la guarigione dei pretesi delinquenti, mediante una cura medica o morale.
I custodi e gli aguzzini divengono spesso i difensori di coloro che per missione dovrebbero martirizzare, e spesso i gendarmi ed i poliziotti salvano coloro che devono perdere.
Il clero predica la tolleranza, talvolta perfino la negazione della violenza, ed i più colti tra i suoi membri cercano di evitare nei loro sermoni la menzogna che è la base stessa della loro situazione e che essi sono chiamati a sostenere.
I carnefici rifiutano di adempiere al loro mestiere, per cui spesso, in Russia, le sentenze di morte non possono essere eseguite, e nonostante tutti i vantaggi accordati ai galeotti, fra i quali si reclutano i carnefici, coloro che accettano queste funzioni diventano sempre più rari.
I governatori, i commissari, gli esattori hanno spesso pietà del popolo e cercano ogni specie di pretesti per dispensare i poveri diavoli dalle imposte.
I ricchi non osano più godere delle loro ricchezze unicamente per loro stessi, ma ne sacrificano una parte in opere liberali.
I proprietari fondiari costruiscono nelle loro terre degli ospedali, delle scuole, ed alcuni abbandonano perfino la loro proprietà ai coltivatori o vi stabiliscono delle colonie agricole.
I proprietari di opifici e di fabbriche creano, anche essi, ospedali, scuole, casse di pensioni, spettacoli per i loro operai. Alcuni formano associazioni, delle quali fanno parte con lo stesso titolo e cogli stessi diritti degli altri membri.
I capitalisti abbandonano una parte dei loro capitali ad istituzioni pubbliche d’istruzione, d’arte o di filantropia. Non avendo la forza di separarsi dalle loro ricchezze in vita, molti fra loro le legano ad istituti pubblici.
Tutti questi fenomeni potrebbero sembrare dei casi eccezionali se non se ne indovinasse la causa unica, come in aprile potrebbero recare meraviglia i primi germogli se non se ne conoscesse la causa generale, la primavera; per cui, vedendo alcuni rami gonfiarsi e divenire verdi, si può dire con certezza che gli altri faranno altrettanto.
Lo stesso può dirsi riguardo alle manifestazioni dell’opinione pubblica cristiana. Se questa opinione pubblica agisce già su parecchie persone, sulle più impressionabili, e le forza, ognuna nell’ambiente suo, ad abbandonare i vantaggi che loro procura la violenza, essa continuerà ad agire e la sua azione si prolungherà fino al momento in cui muterà tutto l’ordinamento attuale e lo metterà di accordo con l’idea cristiana che già è penetrata nella coscienza degli uomini che stanno all’avanguardia.
Se già si trovano dei governanti che non decidono nulla per autorità propria, che cercano di somigliare quanto più è possibile non a sovrani, ma a semplici mortali, e che sono pronti ad abbandonare le loro prerogative ed a divenire i primi cittadini del loro paese; se si trovano già dei militari che comprendono tutta la barbarie della guerra e desiderano di non dovere far fuoco né sugli stranieri né sui loro concittadini, dei giudici e dei procuratori che non vogliono aggravare e condannare i delinquenti, dei preti che evitano di predicare la menzogna, dei pubblicani che cercano di addolcire per quanto possibile il rigore delle loro funzioni, e dei ricchi che abbandonano le loro ricchezze, lo stesso avverrà fatalmente degli altri governanti, gli altri militari, giudici, preti, pubblicani e ricchi. E, quando non vi saranno più uomini che vorranno occupare queste posizioni, queste posizioni fondate esse medesime sulla violenza, spariranno.
Ma non è per questa sola via che l’opinione pubblica conduce gli uomini alla soppressione dell’attuale ordine di cose ed alla sua sostituzione con un ordine nuovo. A misura che le posizioni fondate sulla violenza divengono meno seducenti e meno ambite, la loro inutilità diviene più evidente.
Noi vediamo sempre, nel mondo cristiano, gli stessi governanti e gli stessi governi, gli stessi eserciti, gli stessi tribunali, le stesse imposte, lo stesso clero, gli stessi ricchi, proprietari fondiari, industriali, capitalisti, ma la situazione degli uni rispetto agli altri non è più la stessa. Gli stessi capi di Stato hanno gli stessi colloqui, gli stessi incontri, le stesse feste, lo stesso apparato; gli stessi diplomatici hanno le stesse conversazioni sulle alleanze e sulle guerre; gli stessi parlamenti discutono le stesse questioni dell’Oriente e dell’Africa, ed i casi di guerra, e l’Home Rule,1 e la giornata di otto ore; sempre gli stessi cambiamenti di ministeri, gli stessi discorsi, gli stessi incidenti, ma per coloro che si accorgono come un articolo di giornale cambia talvolta la situazione più di quanto facciano decine di conferenze di monarchi e di sessioni parlamentari, appare sempre più chiaro che non sono quelle conferenze e quelle discussioni parlamentari che dirigono gli affari, ma qualcosa d’indipendente da tutto ciò e che non risiede in alcun luogo.
Gli stessi generali, ufficiali, e soldati, gli stessi cannoni, fortezze, riviste, manovre; però la guerra non si dichiara. Un anno, dieci anni, venti anni passano.
Frattanto si ha sempre meno fiducia nell’esercito per reprimere le sommosse, e diventa sempre più evidente che i generali, gli ufficiali ed i soldati sono semplicemente delle comparse di processioni solenni, oggetti di divertimento per i governi, qualcosa come dei corpi di ballo che costano troppo.
Gli stessi procuratori e giudici, le stesse corti di assise, però diventa sempre più evidente che i tribunali civili pronunziano le loro sentenze senza curarsi della giustizia, e che i tribunali penali non hanno nessun senso, perché le punizioni non raggiungono il fine a cui aspirano i giudici stessi. Queste istituzioni non servono dunque che a nutrire degli uomini incapaci di altre cose più utili.
Gli stessi preti, arcivescovi; però diventa sempre più evidente che questi uomini non credono più essi stessi a quello che insegnano e quindi non possono più dare a nessuno una fede che non hanno gli stessi esattori d’imposte, ma sempre più incapaci di prendere con la forza la roba dei contribuenti; e così diventa sempre più evidente che senza esattori d’imposte, gli uomini possono con una sottoscrizione volontaria provvedere a tutti i bisogni sociali.
Gli stessi ricchi, ma diventa sempre più evidente che essi non possono essere utili che cessando di essere gli amministratori personali dei loro beni ed abbandonandoli alla società, totalmente od almeno in parte.
E quando tutto ciò diverrà del tutto evidente, sarà naturale che gli uomini si domandino: Quale utilità c’è a mantenere tutti questi re, imperatori, presidenti e membri di ogni specie di camere e di ministeri, se da tutte le loro riunioni e da tutti i loro discorsi non risulta nulla? Non sarebbe meglio, come disse un bell’umore, fare una regina di caucciù?
Ed a che giova l’esercito con i suoi generali, coi musicanti, con i cavalli, coi tamburi ? In che consiste la sua utilità, poiché non vi è guerra, poiché nessuno vuole conquistare nessuno e poiché, quand’anche la guerra scoppiasse, gli altri popoli non permetterebbero di trarne profitto, mentre l’esercito rifiuta di far fuoco sui nazionali?
Ed a che giovano i giudici ed i procuratori che nelle cause civili non giudicano secondo giustizia e nelle penali riconoscono l’inutilità del castigo?
A che giovano gli esattori d’imposte che adempiono a malincuore il loro compito, poiché si possono riunire senza di loro le somme necessarie?
A che giova il clero che da lungo tempo non crede più a quello che predica?
A che giovano i capitali concentrati fra le mani di pochi, poiché non possono essere utili se non divenendo proprietà di tutti?
Ed una volta messe avanti siffatte questioni, gli uomini non possono non giungere alla risoluzione di cessare di mantenere tutte queste istituzioni divenute inutili.
Più ancora, gli uomini che occupano queste posizioni privilegiate riconosceranno un giorno la necessità di abbandonarle.
L’opinione pubblica condanna sempre di più la violenza, ed ecco perché queste posizioni fondate sulla violenza sono sempre meno ricercate.
Un giorno, a Mosca, assistetti ad una delle discussioni religiose che hanno luogo ordinariamente la domenica in albis, vicino alla chiesa, nell’Ocotny-Rjad. Una ventina di uomini si erano riuniti sul marciapiede e discorrevano con molta serietà sulla religione.
Contemporaneamente un concerto si dava accanto, nell’edificio del circolo della nobiltà, e l’ufficiale di polizia appostato là, avendo notato questo gruppo, mandò un gendarme a cavallo con l’ordine di scioglierlo. A dire il vero l’ufficiale non aveva il minimo bisogno di disperdere quel gruppo che non dava fastidio ad alcuno, ma egli era rimasto lì tutta la mattinata, e bisognava che non vi fosse stato per nulla. Il gendarme, un bravo giovane, mettendo il pugno sul fianco e facendo suonare la sciabola, si avvicinò a noi ed ordinò con tono severo: “Scioglietevi! che cos’è questa riunione?”. Tutti si volsero verso di lui ed uno di noi, uomo mite, rispose con aria calma ed affabile: “Noi parliamo di cose serie, perché dividerci? Sarebbe meglio, giovanotto, che tu scendessi di cavallo e venissi ad ascoltarci; sarà utile anche per te.” Poi egli si volse nuovamente verso di noi e continuò la discussione. Il gendarme tornò indietro e si allontanò senza dire una parola.
Lo stesso deve avvenire in tutti gli atti di violenza. Quel povero ufficiale si annoia; l’infelice è messo in una posizione che l’obbliga a fare atto di autorità; egli vive di una vita a parte; non può che sorvegliare e dare degli ordini, dare degli ordini e sorvegliare, benché la sua sorveglianza ed i suoi ordini non abbiano nessuna utilità. Nella stessa condizione si trovano già in parte e fra poco si troveranno interamente gli infelici capi di Stato, ministri, membri dei parlamenti, governatori, generali, ufficiali, arcivescovi, preti, ed anche i ricchi. Essi non hanno altro da fare che dare degli ordini, e lo fanno, mandano i loro subordinati – come l’ufficiale manda il gendarme – per incomodare la gente. E, come la gente che essi incomodano li prega di non incomodarla, essi s’immaginano di essere molto necessari.
Ma il tempo verrà – già viene – in cui tutti comprenderanno chiaramente che queste autorità sono assolutamente inutili e non fanno che infastidire, in cui la gente che infastidiscono dirà loro, con la stessa dolcezza e la stessa calma: “Non ci infastidite, ve ne preghiamo”. E tutti questi mandati e mandatari saranno obbligati a seguire questo buon consiglio, cioè, a cessare di caracollare in mezzo agli uomini col pugno sul fianco ed infastidirli; ma, scendendo dai loro bei cavalli e togliendo tutto il loro ferrame, verranno ad ascoltare ciò che si dice e, unendosi agli altri, rientreranno nella vita vera.
Viene già il tempo in cui tutte le istituzioni fondate sulla violenza, spariranno in conseguenza della loro inutilità, della loro stupidità ed anche della loro evidente inconvenienza.
Questo tempo sarà venuto quando accadrà agli uomini della nostra società che occupano delle posizioni create dalla violenza, ciò che avvenne al re, nel racconto dell’Andersen intitolato: Il nuovo abito del re, allorché il fanciullo, avendo veduto il re nudo, gridò ingenuamente: “Guardate, è nudo!” Allora tutti quelli che lo vedevano parimenti, ma che non lo dicevano, non poterono non riconoscerlo.
In quel racconto si tratta di un re, grande amante di vestiti nuovi, al quale alcuni sarti promettono un abito straordinario, un abito la cui stoffa ha la qualità speciale di rimanere invisibile a chiunque non è atto alla funzione che occupa. I cortigiani che vengono ad assistere al lavoro dei sarti non vedono nulla, perché i sarti muovono i loro aghi nel vuoto.
Ma, ricordandosi della qualità propria di questa stoffa, tutti dicono di vederla e si estasiano sulla sua bellezza. Il re fa lo stesso. Il momento della processione in cui egli deve apparire col suo nuovo abito, giunge. Egli si sveste e mette l’abito immaginario, cioè rimane nudo e passeggia così per la strada. Ma ricordandosi della qualità propria della stoffa, nessuno si decide a dire che non vi è abito fino al momento in cui un fanciulletto grida: “Guardate, è nudo!”.
Lo stesso deve accadere per tutti coloro che occupano per inerzia delle posizioni divenute da lungo tempo inutili, appena il primo griderà ingenuamente: “Ma è lungo tempo che questi uomini non sono buoni a nulla!”.
La situazione dell’umanità cristiana, con le sue fortezze, con i suoi cannoni, con la dinamite, i fucili, le torpedini, le prigioni, i patiboli, le chiese, le fabbriche, le dogane, i palazzi, è realmente terribile; ma né le fortezze, né i cannoni, né i fucili, fanno fuoco da loro soli; le prigioni non rinchiudono alcuno da sole; i patiboli non impiccano, le chiese non ingannano alcuno da loro sole, le dogane non fermano, i palazzi e le fabbriche non s’innalzano da loro. Tutto ciò è fatto dagli uomini. E quando gli uomini comprenderanno che non si deve farlo, tutto ciò non esisterà più.
Ed essi cominciano già a comprenderlo. Se non tutti, almeno gli uomini dell’avanguardia, quelli che saranno seguiti da tutti gli altri. E cessare di comprendere quel che si è compreso una volta è impossibile; e ciò che hanno compreso gli uomini dell’avanguardia, gli altri possono e devono comprenderlo.
Per cui il tempo predetto in cui tutti gli uomini saranno istruiti da Dio, disimpareranno la guerra, trasformeranno le spade in vomeri e le lance in falci, in cui, traducendo in lingua nostra, le prigioni, le fortezze, le caserme, i palazzi, le chiese rimarranno vuoti, ed i patiboli, i fucili, i cannoni saranno inoperosi, non è più un’utopia, ma una nuova forma della vita verso cui cammina l’umanità con una rapidità sempre maggiore. Ma quando avverranno queste cose?
Milleottocento anni addietro, il Cristo rispose a questa domanda che la fine del secolo attuale, cioè dell’ordinamento pagano, verrà quando le calamità umane si saranno moltiplicate e la felice novella delle venuta del regno di Dio, cioè la possibilità di un nuovo ordinamento della vita, non fondato sulla violenza, sarà predicata su tutta la terra (San Matteo, XXIV, 3-28).
“Ma quando sarà quel giorno, e a quale ora, nessuno la sa, ma il mio Padre solo” (San Matteo, XXIV, 36), dice il Cristo. Perché egli può sempre venir ad ogni istante e quando noi meno l’aspettiamo.
Quando verrà quest’ora? Il Cristo dice che non possiamo saperlo. Noi dobbiamo dunque sempre essere pronti alla sua venuta, come deve vegliare colui che custodisce la sua casa dai ladri, come devono vegliare le vergini che aspettano con le loro lampade lo sposo e, di più, noi dobbiamo lavorare con tutte le nostre forze per anticipare quest’ora, come devono lavorare i servitori per fare fruttare i talenti che essi hanno ricevuto (San Matteo, XXIV, 43; LXVI, 13-14-30).
E non vi può essere altra risposta. Sapere quando verrà il regno di Dio, gli uomini non possono, perché quest’ora non dipende che dagli uomini stessi.
La risposta è come quella di quel savio a cui un viandante domandò se c’era tuttavia molto per giungere alla città e che rispose: Cammina!
Come possiamo noi sapere se ancora lontano è il fine verso cui l’umanità si dirige, poiché non sappiamo come essa camminerà e poiché dipende da lei camminare o fermarsi, moderare o accelerare il suo movimento?
Tutto ciò che possiamo sapere è ciò che noi, che componiamo l’umanità, dobbiamo fare o non fare perché venga il regno di Dio, e lo sappiamo. Basta a ciascuno cominciare a fare ciò che deve fare, e cessare di fare ciò che non deve fare; basta a noi mettere sui nostri atti tutta la luce che è in noi, perché presto si stabilisca il regno di Dio, promesso, ed al quale tende l’anima di ogni uomo.
Note
-
Autogoverno. Nel caso specifico indica il progetto di autogoverno dell’Irlanda portato avanti dalla Home Government Association, fondata da Isaac Butt nel 1870. (N.d.C.) ↩
