Capitolo X

Inutilità della violenza governativa per sopprimere il male. Il progresso morale dell’umanità si compie non solo con la conoscenza della verità, ma anche con il formarsi dell’opinione pubblica

30 min di lettura · 3 note

Il cristianesimo nel suo vero significato distrugge lo Stato. Esso fu compreso così fin dal principio ed è per ciò che il Cristo fu crocifisso. È stato compreso così in ogni tempo dagli uomini non legati dalla necessità di giustificare lo Stato cristiano. Solo quando i capi dello Stato accettarono il cristianesimo nominale esterno, si cominciarono ad inventare le teorie sottili secondo le quali il cristianesimo si può conciliare con lo Stato.

Ma per ogni uomo sincero del tempo nostro non può non essere evidente che il vero cristianesimo – la dottrina della rassegnazione, del perdono, dell’amore – non può conciliarsi con lo Stato, col suo dispotismo, con la sua violenza, con la sua giustizia crudele e con le sue guerre. Non solo il vero cristianesimo non permette di riconoscere lo Stato, ma ne distrugge i princìpi stessi.

Ma, essendo così, essendo vero che il cristianesimo è inconciliabile con lo Stato, una domanda nasce naturalmente: Che cosa è più necessario per il bene dell’umanità, che cosa le assicura la maggior somma di felicità? È l’organizzazione governativa oppure il cristianesimo?

Gli uni dicono che lo Stato è più necessario; che la distruzione del regime governativo produrrebbe quella di tutto ciò che l’umanità ha conseguito finora; che lo Stato fu in ogni tempo ed è sempre l’unica forma sotto la quale l’umanità può svilupparsi, e che tutti gli abusi possono essere corretti senza la distruzione di un ordinamento dal quale sono indipendenti e che permette all’uomo di progredire e di giungere al più alto grado di benessere. E coloro che pensano così, appoggiano la loro opinione su argomenti filosofici, storici e perfino religiosi che ritengono inconfutabili.

Vi sono però degli uomini che credono il contrario, cioè che dal momento in cui vi fu un tempo nel quale l’umanità viveva senza governo, questo regime è temporaneo, e che verrà un tempo nel quale gli uomini avranno bisogno di un ordinamento nuovo e che questo tempo è già arrivato. E coloro che pensano così, danno in appoggio della loro opinione degli argomenti filosofici, storici o religiosi che ritengono inconfutabili.

Si possono scrivere volumi interi in favore della prima tesi (sono già scritti da lungo tempo e se ne scrivono tuttora), ma si può anche scrivere molto contro (e ciò, sebbene più recentemente, è stato fatto e in modo magistrale).

E non si può provare, come cercano di fare i difensori dello Stato, che la distruzione dell’ordinamento attuale produrrebbe un caos sociale: il brigantaggio, l’assassinio, la rovina di tutte le istituzioni ed il ritorno dell’umanità alla barbarie. Non si può provare neanche, come cercano di fare gli avversari dello Stato, che gli uomini sono già divenuti abbastanza savi ed abbastanza buoni, che essi non rubano, e non uccidono, che preferiscono le relazioni pacifiche all’odio; che da loro stessi, senza l’aiuto dello Stato, creeranno tutto ciò di cui avranno bisogno, e che, per conseguenza, lo Stato lungi dal contribuirvi, col pretesto di dare agli uomini la sicurezza, esercita su loro un’influenza nociva e demoralizzatrice. Non si può provare con un ragionamento astratto né l’una né l’altra di queste tesi. Meno ancora si può dimostrarle con l’esperienza, perché si tratta prima di tutto di sapere se bisogna tentarla o no.

La questione di sapere se il tempo di rovesciare lo Stato è giunto oppure no, sarebbe dunque insolubile, se non esistesse un altro mezzo per risolverla con certezza.

I pulcini sono abbastanza sviluppati perché la chioccia sia allontanata e si lascino uscire dal guscio, oppure è ancora troppo presto? Decideranno essi stessi la questione, allorché non potendo più rimanere nel guscio, lo romperanno col becco per uscirne. Del pari, il tempo di distruggere la forma governativa e di sostituirgliene una nuova, è arrivato oppure no per gli uomini? Se l’uomo, in conseguenza della coscienza superiore che è nata in lui, non può più adempire le esigenze dello Stato, se non può più rinchiudervisi, e, d’altra parte, non ha più bisogno della protezione dello Stato, la questione è risolta dagli uomini medesimi che hanno già oltrepassato la forma dello Stato e ne sono usciti come il pulcino è uscito dall’uovo in cui nessuna forza potrebbe farlo rientrare.

“E possibilissimo che lo Stato fosse già necessario e lo sia ancora oggi, per tutti i vantaggi che voi riconoscete in esso”, dice l’uomo che si è assimilato il concetto cristiano della vita. Io so soltanto che per me, da una parte, io non ho più bisogno dello Stato, e, d’altra parte, io non posso più commettere le azioni che sono necessarie alla sua esistenza. Organizzatevi come vi parrà meglio; in quanto a me, io non posso dimostrare né la necessità, né l’inutilità dello Stato, ma io so quello di cui ho bisogno e quello che mi riesce inutile, quello che posso fare e quello che non posso fare. Io non ho bisogno di isolarmi dagli uomini delle altre nazioni, ed ecco perché non posso riconoscere di appartenere esclusivamente ad una nazione qualunque e perché rifiuto ogni soggezione; so che non ho bisogno di tutte le istituzioni governative attuali, ed ecco perché non posso, privandone gli uomini che hanno bisogno del mio lavoro, darlo sotto forma di imposte a beneficio di queste istituzioni; so che io non ho bisogno né di amministrazione, né di tribunali fondati sulla violenza, ed ecco perché non posso partecipare né all’amministrazione né alla giustizia; so che io non ho bisogno di assalire gli uomini delle altre nazioni, di ucciderli, e neanche di difendermi da loro con le armi alla mano, ed ecco perché non posso partecipare alla guerra né prepararmi ad essai. È possibilissimo che vi siano uomini che considerino tutto ciò che è necessario, io non posso contraddirlo; so soltanto, ma in modo assoluto, che io non ne ho bisogno. E non ne ho bisogno non perché io, cioè la mia personalità lo voglia, ma perché non lo vuole Colui che mi ha dato la vita ed una legge indiscutibile per guidarmi in questa vita.”

Qualunque argomento s’invochi in favore del potere dello Stato, la cui soppressione potrebbe provocare delle sventure, gli uomini già usciti dalla forma governativa non possono più rientrarvi, come i pulcini non possono rientrare nel guscio dal quale sono usciti.

“Ma anche in questo caso, dicono i difensori dell’attuale ordine di cose, la soppressione della violenza governativa non sarebbe possibile e desiderabile che se tutti gli uomini divenissero cristiani; finché ciò non avvenga, finché esisteranno degli uomini che si dicono cristiani e non lo sono, dei malvagi pronti, per il soddisfacimento delle loro passioni, a fare del male agli altri, la soppressione del governo, lungi dall’essere un bene per gli altri uomini, non potrebbe che aumentare la loro miseria. La soppressione della forma governativa non sarà desiderabile, non solo finché esisterà una minoranza di veri cristiani, ma neanche quando tutti saranno tali e finché fra loro o intorno a loro, presso le altre nazioni, vi saranno ancora dei non-cristiani, perché questi ultimi ruberebbero, violenterebbero, ucciderebbero impunemente i cristiani e renderebbero la loro vita miserabile. Avverrebbe che i malvagi dominerebbero impunemente i buoni. Ecco perché lo Stato non deve essere soppresso fino al giorno in cui tutti gli uomini malvagi e rapaci saranno scomparsi. E come ciò non può avvenire, se non mai, almeno per molto tempo ancora, il potere governativo, nonostante i tentativi isolati di affrancamento, deve essere mantenuto per la maggior parte degli uomini”.

Così dunque, secondo i difensori dello Stato, senza il potere governativo i malvagi violenterebbero i buoni e li dominerebbero; mentre oggi esso permette ai buoni di dominare i cattivi.

Ma, affermandolo, i difensori dell’attuale ordine di cose decidono anticipatamente l’indiscutibilità del principio che vogliono provare. Dicendo che senza il potere governativo i cattivi dominerebbero i buoni, essi considerano come dimostrato che i buoni sono quelli che oggi stanno al potere, ed i cattivi quelli che si sottomettono. Ma ecco appunto ciò che bisognerebbe provare. Ciò non sarebbe vero che se nella società nostra le cose avvenissero come avvengono o piuttosto come si suppone che avvengano nella Cina, cioè che siano sempre i buoni che giungono al potere e che siano rovesciati appena cessano di essere i migliori.

Si suppone che le cose vadano a questo modo nella Cina, ma in realtà non è così. D’altronde, non può essere così perché, per rovesciare il potere dell’oppressore, non basta averne il diritto, bisogna anche averne la forza. Per cui si tratta di una semplice supposizione per quanto riguarda la Cina, e, nel nostro mondo cristiano non vi è neanche luogo a supposizioni. Coloro che si sono impadroniti del potere, e non sono i migliori, lo conservano per sé e per i loro eredi. Per acquistare il potere e conservarlo, bisogna amare il potere. E l’ambizione non si accorda con la bontà, ma, al contrario, con l’orgoglio, con l’astuzia, con la crudeltà.

Senza l’esaltazione di sé stesso e l’umiliazione altrui, senza l’ipocrisia e la furberia, senza le prigioni, le fortezze, le esecuzioni capitali, gli assassini, nessun potere può nascere né mantenersi.

“Se si sopprimesse il governo, il cattivo dominerebbe il buono”, dicono i difensori dello Stato. Gli Egiziani hanno vinto gli Ebrei; i Persiani gli Egiziani; i Macedoni i Persiani; i Romani i Greci; i Barbari i Romani: forse che in realtà i vincitori valevano più dei vinti ?

E del pari, allorché il potere si trasmette da un individuo all’altro, in uno Stato, passa forse sempre al migliore? Quando fu rovesciato Luigi XVI e il potere passò a Robespierre, poi a Napoleone: chi era al potere, il migliore o il peggiore? Chi erano migliori, i Versagliesi od i Comunardi? Carlo I o Cromwell? E quando lo zar Pietro III fu ucciso e Caterina divenne imperatrice di una parte della Russia, e Pugačëv sovrano dell’altra, quale fra loro era il cattivo? Quale il buono?

Dominare vuol dire violentare, violentare vuol dire fare ciò che non vuole colui sul quale è commessa la violenza, e certo ciò che non vorrebbe sopportare colui che la commette; per conseguenza, essere al potere vuol dire fare ad altri ciò che noi non vorremmo che fosse fatto a noi stessi, cioè fare del male.

Sottomettersi vuol dire preferire la pazienza alla violenza, e preferire la pazienza alla violenza vuol dire essere buono o meno cattivo di quelli che fanno ad altri ciò che non vorrebbero che fosse fatto a loro.

Per conseguenza, secondo tutte le probabilità, non sono i migliori, ma i peggiori che sono sempre stati al potere e vi stanno ancora. Vi possono essere dei cattivi fra coloro che si sottomettono al potere, ma è impossibile che i migliori dominino i peggiori.

Fu possibile supporlo al tempo della definizione inesatta del bene fatta dai pagani, ma sotto l’impero della definizione esatta e chiara del bene e del male fatta dai cristiani, non si può più crederlo. Se i più o meno buoni, i più o meno cattivi possono non distinguersi nel mondo pagano, il concetto cristiano ha così chiaramente definito i caratteri ai quali si riconoscono i buoni ed i cattivi che riesce impossibile confonderli. Secondo la dottrina del Cristo, i buoni sono quelli che si sottomettono, che sono rassegnati, che non resistono al male con la violenza, che perdonano le offese, che amano i loro nemici; i cattivi sono quelli che sono orgogliosi, dominatori, che lottano e violentano gli uomini. Ecco perché, secondo la dottrina del Cristo, non può esservi dubbio sul posto dei buoni: stanno essi fra i dominatori o fra i sottomessi? Sarebbe perfino ridicolo parlare di cristiani al potere.

I non -cristiani cioè coloro che vedono il fine della vita nella felicità terrestre, devono sempre dominare i cristiani, coloro che disprezzano questa felicità.

Ed è sempre stato così e ciò è divenuto sempre più evidente a misura che si è andata diffondendo la vera intelligenza della dottrina cristiana.

“La soppressione della violenza governativa nel caso in cui tutti gli uomini non divenissero cristiani veri, non farebbe che condurre i cattivi al potere e permetterebbe loro di opprimere i buoni” dicono i difensori del regime attuale.

Ma nient’altro è mai esistito né poteva esistere. I cattivi dominano sempre i buoni e li violentano sempre. Caino violentò Abele, l’astuto Giacobbe dominò il fiducioso Esaù, Labano ingannò Giacobbe, Caifa e Pilato perseguitarono il Cristo; gli imperatori romani dominarono i Seneca, gli Epitteti ed i Romani virtuosi; Ivano IV con la sua guardia feroce, l’ubriaco sifilitico Pietro con i suoi buffoni, limpudica Caterina con i suoi amanti, dominavano i laboriosi e pii Russi del loro tempo e li violentavano. Guglielmo domina i Tedeschi; Stambulov i Bulgari; i funzionari russi il popolo russo. I Tedeschi hanno dominato gli Italiani, adesso dominano gli Ungheresi e gli Slavi; i Turchi dominarono i Greci e dominano gli Slavi; gli Inglesi dominano gli Indiani; i Mongoli, i Cinesi.

Dunque si sopprima oppure no la violenza governativa, la situazione dei buoni oppressi dai cattivi non cambierà.

Impaurire gli uomini con il fatto che i cattivi domineranno i buoni è impossibile, perché ciò è sempre avvenuto, avviene, e non può non avvenire.

Tutta la storia dell’epoca pagana dimostra che i cattivi s’impadronivano sempre del potere con crudeltà e perfidie e lo conservavano col pretesto di assicurare la giustizia e di difendere i buoni. Affermando che, se il loro potere non esistesse, i cattivi opprimerebbero i buoni, i governanti manifestano soltanto il loro desiderio di non cedere il potere agli altri oppressori che vorrebbero impadronirsene. Ma la loro affermazione non fa che denunciarli. Essi dicono che il loro potere, cioè la violenza, è necessaria per difendere gli uomini da non so quali malvagi presenti o futuri.1

Il pericolo dell’uso della violenza è precisamente questo: che tutti gli argomenti che fanno valere in suo favore gli oppressori possono essergli opposti con maggior fondamento di ragione. Essi parlano della violenza passata e più spesso di quella che dicono di prevedere per l’avvenire; ma in realtà, essi medesimi non cessano di adoperare la violenza. “Voi dite che gli uomini hanno saccheggiato ed assassinato nel passato, e temete che facciano altrettanto oggi, se il potere sparisce. Ciò può avvenire come può non avvenire. Ma il fatto che voi perdete migliaia di uomini nelle prigioni, nelle galere, nelle fortezze; che rovinate migliaia di famiglie e sacrificate al materialismo fisicamente e moralmente milioni di uomini, questo fatto è una violenza non supposta, ma reale, contro la quale, secondo il vostro ragionamento, bisogna lottare ugualmente con la violenza. Ecco perché i cattivi contro i quali, per seguire i vostri consigli, bisogna certamente adoperare la violenza, siete voi stessi”, dovrebbero dire gli oppressi agli oppressori. Infatti i non-cristiani pensano, parlano ed agiscono così. Quando fra gli oppressori vi sono individui più cattivi degli oppressi, essi li attaccano e procurano di sopprimerli, e nelle circostanze favorevoli vi pervengono, oppure, cosa che avviene più spesso, entrano nelle file degli oppressori e prendono parte alle loro violenze.

Così, questa violenza presupposta, della quale i difensori dello Stato si servono come di uno spauracchio, è una realtà che non ha mai cessato di esistere. Ecco perché la soppressione della violenza dello Stato non può in nessun caso essere causa dell’aumento della violenza dei cattivi contro i buoni.

Se la violenza governativa sparisse, forse i casi di violenza si riprodurrebbero, ma la somma della violenza non potrebbe mai aumentare per il fatto che il potere passerebbe dalle mani degli uni in quelle degli altri.

“La violenza governativa non potrà sparire se non quando spariranno i cattivi”, dicono i difensori del regime attuale, sottintendendo che, poiché vi saranno sempre dei cattivi, la violenza non cesserà mai. Ciò sarebbe vero, ma solo se fosse esatto che gli oppressori sono i migliori e che l’unico mezzo di proteggere gli uomini contro il male è la violenza. In questo caso, infatti, la violenza non potrebbe mai cessare. Ma come, al contrario, essa non ha mai fatto sparire il male, e come vi è un altro mezzo per annientarlo, l’affermazione che la violenza esisterà sempre è inesatta. Essa diminuisce sempre di più e tende evidentemente a sparire, ma non come suppongono certi difensori dell’attuale ordine di cose, col miglioramento progressivo degli oppressi sotto l’influenza dell’azione del governo (anzi essi divengono peggiori), ma perché tutti gli uomini per sé stessi, divenendo migliori, i più cattivi che sono al potere, divengono alla loro volta sempre meno cattivi e diverranno sufficientemente buoni per essere incapaci di adoperare la violenza.

Il progresso dell’umanità sì compie non perché gli oppressori divengono migliori, ma perché gli uomini si assimilano ogni giorno di più il concetto cristiano della vita. Succede agli uomini qualcosa di analogo al fenomeno dell’ebollizione. Gli uomini dal concetto sociale tendono sempre al potere e lottano per acquistarlo. In questa lotta gli elementi più crudeli, più grossolani, meno cristiani della società, violentando i più docili, i più disposti al bene, i più cristiani, salgono, in conseguenza della loro violenza, agli strati superiori della società. Ed allora si compie la predizione del Cristo: “Guai a voi, ricchi, sazi, glorificati!” Questi uomini del potere e della ricchezza, arrivati al fine propostosi, riconoscono la sua vanità e ritornano allo stato dal quale sono usciti. Carlo V, Ivan il Terribile, Alessandro I, avendo riconosciuto la vanità e la crudeltà del potere, lo abbandonarono perché si sentirono incapaci di godere più oltre della violenza.

Ma non solo gli uomini come Carlo V ed Alessandro I giunsero a questo disgusto del potere; ogni uomo che ha conquistato la potenza a cui aspirava, ogni ministro, ogni generale, ogni milionario od anche ogni capo di ufficio che ha vivamente bramato il suo posto durante dieci anni, ogni mugico arricchito prova la stessa delusione e perciò diviene migliore.

Non solo individui isolati, ma gruppi di uomini, popoli interi compiono la stessa evoluzione.

I vantaggi del potere e di tutto ciò che esso procura, i vantaggi della ricchezza, degli onori, del lusso, sono il fine dell’attività umana finché non si raggiungono; ma, appena vi è pervenuto, l’uomo si accorge della loro vanità. Questi vantaggi perdono a poco a poco la loro seduzione, come le nuvole che non hanno forma e splendore se non viste da lontano.

Gli uomini che hanno acquistato il potere e la ricchezza, talvolta essi medesimi, ma più sovente i loro eredi, cessano di essere molto avidi di potere e non adoperano più mezzi molto crudeli.

Avendo conosciuto per prova la vanità dei frutti della violenza, gli uomini perdono, talvolta dopo una generazione, talvolta dopo parecchie, i vizi acquistati dalla passione del potere e della ricchezza e, divenuti meno crudeli, non sono più capaci di difendere la loro situazione e sono allontanati dal potere da altri uomini meno cristiani, più cattivi, e tornano allo stato inferiore dal punto di vista materiale, ma superiore moralmente, rialzando così il livello medio della coscienza cristiana di tutti gli uomini. Ma subito dopo gli elementi peggiori, più grossolani, i meno cristiani della società, salgono e subiscono lo stesso processo, e di nuovo dopo una o parecchie generazioni, avendo riconosciuto la vanità dei frutti della violenza ed essendosi penetrati del cristianesimo, tornano fra gli oppressi, sostituiti da nuovi oppressori, sempre meno grossolani dei precedenti. Per cui, sebbene il potere rimanga lo stesso nella sua forma esterna, ad ogni cambiamento degli uomini che l’occupano, il numero di coloro che l’esperienza conduce a riconoscere la necessità del concetto cristiano della vita aumenta sempre di più, ed uomini sempre meno grossolani e crudeli sostituiscono gli altri al potere.

Il potere sceglie ed attira i peggiori elementi della società, li trasforma, li migliora, li mitiga e li rende alla società.

Tale è il processo per mezzo del quale il cristianesimo si propaga sempre di più. Il cristianesimo penetra nella coscienza degli uomini, e malgrado la violenza del potere ed anche grazie a questa violenza.

Ecco perché l’affermazione dei difensori dello Stato che, se si sopprimesse la violenza governativa, i cattivi dominerebbero i buoni, non solo non prova che il dominio dei cattivi sia da temersi poiché esso già esiste, ma prova invece che il potere fra le mani dei cattivi è precisamente il male che si deve sopprimere e che si sopprime gradualmente per la forza delle cose.

“Ma, se fosse vero che la violenza governativa dovesse sparire quando i governanti diverranno abbastanza cristiani per abbandonare volontariamente il potere e non si troverà più nessuno per sostituirli, che cosa avverrebbe?”, dicono i difensori dell’attuale ordine di cose. “Se, malgrado i diciotto secoli già scorsi, si trovano ancora tanti amanti del potere e così pochi rassegnati alla sottomissione, non c’è nessuna probabilità che ciò avvenga, non solo presto, ma neanche mai.

“Se anche vi sono degli uomini che abbandonano il potere, la riserva di coloro che preferiscono la dominazione alla sottomissione è così grande che riesce difficile immaginare un tempo in cui essa sarà esaurita.

“Perché la cristianizzazione di tutti gli uomini si produca, perché essi abbandonino volontariamente il potere e la ricchezza e nessuno voglia approfittarne, bisogna che tutti coloro che sono rozzi, semibarbari, assolutamente incapaci di assimilare il cristianesimo, sempre molto numerosi in ogni nazione cristiana, si convertano. Più ancora, tutti i popoli selvaggi e in generale non-cristiani, che sono ancora tanto numerosi, dovrebbero ugualmente divenire cristiani. Se dunque si ammettesse che questa cristianizzazione di tutti gli uomini potesse compiersi un giorno, giudicando dall’andamento di quest’opera durante diciotto secoli, ciò non avverrebbe che in parecchie volte diciotto secoli: quindi è impossibile ed inutile pensare a sopprimere adesso il potere; bisogna soltanto cercare di confidarlo alle mani dei migliori.

Questo ragionamento sarebbe giustissimo se il passaggio da un concetto della vita ad un altro si compiesse solo con l’aiuto dell’evoluzione di ogni uomo isolatamente ed alla sua volta, riconoscendo ognuno la vanità del potere e giungendo alla verità cristiana per la via interna.

Questa evoluzione si compie infatti, ma gli uomini non divengono cristiani per questa sola via interna, ma anche per un mezzo esterno che sopprime la lentezza di questo passaggio.

Questo passaggio non si fa come quello della sabbia nell’orologio a polvere, grano a grano, ma piuttosto come quello dell’acqua che penetra in un vaso immerso, che da prima lo lascia entrare da un lato, lentamente, poi, in conseguenza del peso acquistato, affonda rapidamente e si riempie quasi ad un tratto.

Lo stesso accade alle società nel passaggio da un concetto ad un altro, e quindi, da una organizzazione ad un’altra. Solo, in principio gli uomini si penetrano lentamente e l’uno dopo l’altro della verità nuova; ma quando questa verità è già sufficientemente propagata, tutti se l’assimilano ad un tratto e quasi inconsciamente.

Ecco perché i difensori dello Stato sono nell’errore, quando dicono che se, durante diciotto secoli, una minima parte degli uomini è passata al cristianesimo, occorrono ancora parecchie volte diciotto secoli prima che tutta l’umanità vi passi alla sua volta.

Gli uomini si assimilano una verità non solo perché l’indovinano per intuizione profetica o per esperienza della vita, ma perché, quando questa verità è giunta ad un certo grado di estensione, gli uomini di cultura inferiore l’accettano ad un tratto, per la sola fiducia che hanno in coloro che l’hanno accettata prima di loro e l’applicano alla vita.

Ogni verità nuova che cambia i costumi e fa progredire l’umanità non è accettata sulle prime che da un numero ristretto di uomini che hanno perfetta coscienza di questa verità. Gli altri che hanno accettato per fiducia la verità precedente, quella su cui è fondato il regime esistente, si oppongono sempre alla diffusione della verità nuova.

Ma come sulle prime gli uomini progrediscono sempre, si avvicinano sempre più alla verità e conformano la loro vita, e come in seguito sono, secondo la loro età, la loro educazione, la loro razza, più o meno capaci d’intendere le verità nuove, coloro che sono vicini agli uomini che hanno compreso la verità per la via interna passano, prima lentamente, poi sempre più presto, alla verità nuova, e questa verità diviene sempre meglio comprensibile.

E più sono gli uomini che si penetrano della verità nuova e più questa verità è assimilabile, e maggior fiducia ispira agli uomini di cultura inferiore. Così il movimento si accelera, si allarga come quello di una palla di neve fino al momento in cui tutta la massa passa di colpo alla verità nuova e stabilisce un nuovo regime.

Gli uomini che passano alla nuova verità pervenuta ad un certo grado di estensione, lo fanno sempre in massa, di un colpo, come la zavorra di una nave che si carica rapidamente per mantenerla in equilibrio. Se non vi fosse zavorra, la nave non sarebbe sufficientemente immersa e cambierebbe di posizione ad ogni istante. Questa zavorra che a prima giunta sembra inutile, è la condizione necessaria al suo movimento regolare ed alla sua stabilità.

Lo stesso fatto si riproduce con la massa di uomini che, non ad uno ad uno, ma sempre tutti insieme, sotto l’influenza della nuova opinione sociale, passano da un ordinamento della vita ad un altro. Questa massa, con la sua inerzia impedisce sempre il passaggio rapido, frequente, non verificato dalla saviezza, da un ordinamento ad un altro, e ritiene per lungo tempo la verità confermata da una lunga esperienza di lotte ed entrata nella coscienza dell’umanità.

Ecco perché coloro i quali dicono che, poiché sono occorsi diciotto secoli perché un’infima minoranza dell’umanità si assimilasse la verità cristiana, occorreranno moltissime volte diciotto secoli perché tutta l’umanità se ne penetri, e che questa circostanza ci respinge in un tempo così lontano che non possiamo neanche pensarvi, coloro s’ingannano di certo.

S’ingannano perché gli uomini di cultura inferiore, i popoli che i difensori del regime attuale rappresentano come l’ostacolo all’effettuazione del regime cristiano, sono precisamente quelli che passano sempre in massa e ad un tratto alla verità accettata dalle classi colte.

Ecco perché il cambiamento nell’esistenza dell’umanità, in conseguenza del quale i potenti abbandoneranno il potere senza che si trovi nessuno per sostituirli, non avverrà se non quando il concetto cristiano, facilmente assimilabile, trionferà degli uomini non più uno dopo l’altro, ma in un solo colpo di tutta la massa inerte.

“Ma se anche fosse vero, diranno i difensori del regime attuale, che l’opinione pubblica possa convertire la massa inerte dei popoli non cristiani, e gli uomini corrotti e rozzi che vivono in mezzo ai cristiani, da che cosa riconosceremo che i costumi cristiani sono nati e che la violenza è divenuta inutile?

“Rinunciando alla violenza che mantiene l’attuale ordine di cose, per affidarsi alla forza fuggente e vaga dell’opinione, non si corre il rischio di vedere i selvaggi dell’interno e di fuori violentare impunemente i cristiani?

“Poiché, avendo il potere, ci difendiamo a stento, dagli elementi non cristiani della società, sempre pronti ad invaderci e ad annientare i progressi della civiltà, come mai l’opinione pubblica potrebbe supplire la forza e darci la sicurezza? Fare assegnamento su lei sola sarebbe una cosa altrettanto pazza quanto il mettere in libertà le bestie feroci di un serraglio, col pretesto che esse sembrano inoffensive nella loro gabbia, in faccia alle spranghe di ferro arroventato.

“Ecco perché gli uomini che sono al potere e che vi sono posti da Dio o dal destino non hanno diritto di rinunziare alla violenza e di mettere a repentaglio la civiltà, semplicemente per tentare un’esperienza, per sapere se l’opinione pubblica può o non può sostituire le garanzie date dal potere.”

Lo scrittore francese, oggi dimenticato, Alphonse Karr,2 ha detto in qualche luogo, volendo provare l’impossibilità della soppressione della pena di morte: “Che i signori assassini comincino a darci l’esempio”. Spesse volte ho sentito ripetere questa arguzia da uomini che credevano di esprimere con queste parole un argomento convincente ed arguto contro la soppressione della pena di morte. Eppure non si può trovare un argomento migliore contro la violenza dei governi.

“Che i signori assassini comincino a darci l’esempio”, dicono i difensori della violenza governativa. Ma gli assassini dicono lo stesso, ed a maggior ragione. Essi dicono: “Coloro che hanno accettato la missione d’istruirci, di guidarci, ci mostrino l’esempio abolendo l’assassinio legale, e noi lo seguiremo”. E dicono così con serietà grandissima, perché tale è la situazione vera.

“Noi non possiamo cessare di ricorrere alla violenza perché siamo circondati di violenti.”

Nessuna cosa, più di questo ragionamento falso, impedisce il progresso dell’umanità e l’avvento del regime che corrisponde al suo sviluppo morale attuale.

Coloro che possiedono il potere sono convinti che solo la violenza guida gli uomini; ecco perché l’adoperano a mantenere l’ordine di cose esistente. Ora quest’ordine si mantiene, non in virtù della violenza, ma in virtù dell’opinione pubblica, la cui azione è compromessa dalla violenza. Ecco perché l’azione della violenza indebolisce ciò che vuole precisamente mantenere.

Nel migliore dei casi, la violenza, se non ha di mira il solo fine personale degli uomini che si trovano al potere, condanna in una sola forma immobile della legge ciò che il più sovente è stato condannato da lungo tempo dall’opinione pubblica, ma con la differenza che, mentre l’opinione pubblica riprova tutte le azioni contrarie alla legge morale, la legge, mantenuta dalla violenza, non riprova e non condanna che una categoria assai ristretta di azioni, sembrando così giustificare tutte le azioni dello stesso ordine non conglobate nella sua formula.

Già sino dai tempi di Mosé, l’opinione pubblica considera la cupidigia, la dissolutezza e la crudeltà come colpe e le riprova. Essa riprova ogni genere di manifestazioni della cupidigia, non solo l’appropriazione della roba altrui con la violenza o con l’astuzia, ma anche il godimento crudele delle ricchezze; essa riprova ogni specie d’impudicizia, sia commessa con l’amante, con la schiava, con una donna divorziata o con la propria moglie; essa riprova ogni crudeltà, battiture, cattivi trattamenti, uccisioni, non solo di uomini, ma anche di animali. Invece, la legge fondata sulla violenza condanna solo certi casi di cupidigia, quali il furto, la truffa e certi casi dì dissolutezza e di crudeltà, quali l’infedeltà coniugale, l’assassinio, le sevizie, e quindi sembra autorizzare tutti i casi di cupidigia, di dissolutezza e di crudeltà, che non entrano nella sua definizione ristretta.

Ma, oltre che la violenza corrompe l’opinione pubblica, essa fa anche nascere negli uomini la convinzione funesta che essi progrediscono, non sotto l’impulso della forza spirituale che li spinge alla conoscenza della verità ed alla sua effettuazione nella vita, ma per mezzo della violenza, cioè per mezzo di ciò che, invece di avvicinarli alla verità, li allontana da essa. Questo errore è funesto per il fatto che conduce gli uomini a sprezzare il fattore principale della loro vita – l’azione spirituale – e fissa tutta la loro attenzione e tutta la loro energia sull’azione violenta esterna, generalmente nociva.

Questo errore è simile a quello che commetterebbero gli uomini i quali, per fare andare una locomotiva, girassero le ruote a forza di braccia, senza sospettare che la causa fondamentale del suo movimento è la dilatazione del vapore e non il movimento delle ruote. Gli uomini che volessero far girare le ruote a forza di braccia o di leve non provocherebbero che un’apparenza di movimento, rovinando inoltre le ruote ed impedendo così la possibilità del movimento vero.

Si dice che la vita cristiana non può stabilirsi senza violenza, perché vi sono popoli selvaggi in Africa, in Asia (alcuni rappresentano anche i Cinesi come una minaccia per la nostra civiltà), e perché esistono nella società, secondo la nuova teoria dell’eredità, dei delinquenti nati, selvaggi e corrotti.

Ma questi selvaggi, che sono dentro o fuori le società cristiane, non sono mai stati sottomessi alla violenza e non lo sono oggi. I popoli non hanno mai sottomesso gli altri popoli unicamente con la violenza. Se il popolo che ne assoggetta un altro fosse meno civile, non introdurrebbe con la violenza il suo ordinamento sociale, ma invece si sottometterebbe esso stesso all’ordinamento del popolo conquistato.

Quando popoli interi si sottomettevano ad una nuova religione, divenivano cristiani o si facevano maomettani, questa trasformazione si compiva non perché era resa obbligatoria dagli uomini che avevano il potere (la violenza agiva spesso in un senso precisamente opposto), ma perché essa era la conseguenza dell’opinione pubblica; poiché, al contrario, i popoli che sono stati forzati ad abbracciare la religione dei vincitori vi sono rimasti refrattari.

Lo stesso fatto si riproduce con gli elementi selvaggi che vivono in mezzo a noi; né l’aumento né la diminuzione delle severità penali, né le modificazioni arrecate all’imprigionamento, né il rinforzo della polizia diminuiscono od accrescono il numero dei delitti; essi diminuiscono soltanto in conseguenza dell’evoluzione dei costumi. Nessuna severità ha fatto sparire i duelli e le vendette. Nonostante il gran numero di Cerchessi3 condannati a morte per furto, essi continuano a rubare per vanagloria, perché nessuna giovane sposerebbe un Cerchesso che non avesse dato prova della sua audacia rubando un cavallo o almeno un montone. Se gli uomini della nostra società cessano di battersi in duello ed i Cerchessi di rubare, non sarà per timore del castigo, ma perché i costumi si saranno modificati. Lo stesso può dirsi degli altri delitti. La violenza non potrà mai fare sparire ciò che è entrato nei costumi. Invece, basterebbe che l’opinione pubblica si opponesse francamente alla violenza, per renderla impossibile.

Che cosa avverrebbe, se non si adoperasse la violenza contro i nemici esterni e contro gli elementi criminosi della società? Non lo sappiamo. Ma sappiamo per lunga esperienza che l’uso della violenza non ha servito a domare né gli uni né gli altri.

Come mai, infatti, assoggettare con la forza i popoli che la loro educazione, le loro tradizioni, la loro stessa religione, conducono a vedere la virtù più alta nella lotta contro gli oppressori e nell’amore della libertà? E come mai sopprimere con la violenza, nella nostra società, degli atti considerati come delitti dai governi e come imprese degne di lode dall’opinione pubblica?

L’unica forza che dirige tutto ed a cui obbediscono gli individui ed i popoli è sempre stata l’opinione pubblica, questa potenza impalpabile, che è la risultante di tutte le forze morali di un popolo o di tutta l’umanità.

La violenza non fa che indebolire questa potenza, la diminuisce, la snatura e gliene sostituisce un’altra, assolutamente nociva al progresso dell’umanità.

Per sottomettere al cristianesimo i selvaggi del mondo non-cristiano – tutti gli Zulù, i Manciù, i Cinesi, che molti considerano come selvaggi – ed i selvaggi che vivono in mezzo a noi, non vi è che un mezzo solo: la propagazione fra questi popoli dei costumi cristiani che non possono essere propagati che con l’esempio. Ora, perché il cristianesimo s’imponga a coloro che gli sono rimasti ribelli, gli uomini del tempo nostro fanno appunto il contrario di ciò che dovrebbero.

Per sottomettere al cristianesimo i popoli selvaggi che non ci attaccano e che noi non abbiamo nessun motivo di opprimere, dovremmo prima di tutto lasciarli tranquilli e non agire su loro che con l’esempio delle virtù cristiane: la pazienza, la dolcezza, l’astinenza, la purezza, la fratellanza, l’amore. Invece, noi ci affrettiamo a stabilire in casa loro nuovi mercati per il nostro commercio; li spogliamo, impadronendoci delle loro terre; li corrompiamo, vendendo loro dell’alcool, del tabacco, dell’oppio, ed importiamo in casa loro i nostri costumi, insegnando loro la violenza e nuovi mezzi di distruzione. In una parola, noi insegniamo loro la sola legge della lotta animale, al disotto della quale l’uomo non può scendere, ed abbiamo cura di nascondere agli occhi loro tutto ciò che può esservi di cristiano in noi. Poi, mandiamo fra loro due dozzine di missionari, che vanno a spifferare delle inezie ipocrite, e diamo, come prove irrecusabili dell’impossibilità di adattare le verità cristiane alla vita pratica, queste esperienze di conversione.

Lo stesso avviene riguardo a quelli che chiamiamo delinquenti e che vivono fra noi. Perché il cristianesimo s’imponga a questi uomini, non vi è che un solo mezzo: l’opinione pubblica cristiana che non può propagarsi fra loro se non con la sola dottrina vera confermata dall’esempio. E, per predicare questa dottrina cristiana, e per affermarla con un esempio cristiano, noi abbiamo le prigioni, le ghigliottine, le forche, i supplizi; degradiamo il popolo con religioni idolatre; l’abbrutiamo con la vendita governativa del veleno – alcool, tabacco, oppio – organizziamo perfino la prostituzione; diamo la terra a coloro che non ne hanno bisogno; lasciamo sfoggiare un lusso insensato in mezzo alla più crudele miseria; rendiamo, così, impossibile ogni apparenza di costumi cristiani, e ci adoperiamo con cura a distruggere le idee cristiane già stabilite, e poi, quando abbiamo corrotto gli uomini, li rinchiudiamo come bestie feroci in luoghi dai quali non possono fuggire e dove divengono più selvaggi, ovvero li uccidiamo. E ci serviamo del loro esempio per provare che non si può agire sugli uomini se non con la violenza brutale.

Del pari i medici ignoranti, dopo aver messo l’ammalato nello stato più contrario all’igiene, o dopo avergli amministrato dei rimedi che lo finiscono, affermano ch’egli è morto della sua malattia, mentre sarebbe guarito se l’avessero lasciato in pace.

La violenza che ci si mostra come il sostegno dell’ordinamento della vita cristiana, impedisce al contrario che l’ordinamento sociale sia quale dovrebbe e potrebbe essere. Esso è quale noi lo vediamo, non grazie alle violenze, ma nonostante le violenze.

Ecco perché i difensori dell’attuale ordine di cose sono nell’errore quando dicono che, se la violenza basta appena a preservarci dagli elementi cattivi e non-cristiani dell’umanità, la sua sostituzione con l’influenza morale dell’opinione pubblica ci lascerebbe senza difesa contro i loro attacchi.

Ciò è inesatto, perché la violenza non protegge l’umanità, anzi la priva della sola protezione possibile: la diffusione del principio cristiano.

“Ma come sopprimere la protezione visibile del gendarme armato, per affidarsi a qualcosa d’impalpabile: l’opinione pubblica? Esiste essa forse? E poi, l’attuale ordine di cose, noi lo conosciamo; buono o cattivo, ne sappiamo i difetti e vi siamo abituati. Sappiamo come condurci e che cosa dobbiamo fare nelle circostanze attuali; ma che avverrà mai quando rinunceremo a questo ordinamento e ci affideremo a qualcosa di assolutamente ignoto?”

Gli uomini temono questo ignoto nel quale entrano rinunziando all’attuale ordinamento conosciuto della vita. Certo, è un bene aver paura dell’ignoto, quando la nostra situazione conosciuta è buona ed assicurata; ma questo non è il caso, e sappiamo in modo da non poterne dubitare che siamo sull’orlo dell’abisso.

Se bisogna aver paura, abbiamo paura di ciò che è veramente temibile e non di ciò che sospettiamo sia tale.

Temendo di fare uno sforzo per uscire da un ordine di cose che ci perde – unicamente perché l’avvenire ci sembra dubbio – noi rassomigliamo ai viaggiatori di una nave che sta per colare a fondo, i quali avessero paura di scendere nel battello di salvamento e si rinchiudessero nelle loro cabine e non volessero uscirne; oppure a un branco di montoni che, spaventati dall’incendio della loro stalla, si accalcano in un canto e ricusano di uscire dalla porta spalancata.

Possiamo forse, alla vigilia della guerra sociale spaventosa e micidiale, in paragone della quale, come dicono coloro che la stanno preparando, gli orrori del 93 saranno fanciullaggini, possiamo forse parlare del pericolo onde ci minacciano i Dahomei, gli Zulù, ecc., così lontani da noi e che non pensano neanche ad attaccarci, o di quello che presentano per la società alcune migliaia di uomini corrotti da noi stessi, malfattori, ladri, assassini, che i nostri tribunali, le nostre prigioni ed i nostri supplizi non valgono a rendere meno numerosi?

Inoltre, la paura di sopprimere la difesa visibile del gendarme è una paura propria alla gente delle città, cioè alla gente che vive in condizioni anormali ed artificiali. Coloro che vivono in condizioni normali, non nelle città, ma in mezzo alla natura e lottano con lei, non hanno bisogno di questa protezione e sanno quanto la violenza ci protegge poco contro i pericoli reali che li circondano. In questo terrore vi è qualcosa di morboso che proviene soprattutto dalle condizioni artificiali in cui la maggior parte di noi vive e cresce.

Un medico alienista raccontava che un giorno, di estate, uscendo dall’ospizio, i pazzi l’accompagnarono fino alla porta di strada.

– Venite in città con me! egli disse loro.

I malati acconsentirono, ed una piccola brigata lo seguì. Ma più essi andavano innanzi nella strada in mezzo al libero movimento degli uomini sani, maggiormente s’intimidivano e si stringevano intorno al medico. Finalmente, essi domandarono tutti di tornare all’ospizio, al loro modo di vivere insensato, ma abituale, al loro custode, alle battiture, alla camicia di forza, alle celle.

Allo stesso modo si stringono e vogliono tornare al loro antico modo di vivere, alle loro fabbriche, ai tribunali, alle prigioni, ai supplizi, alle guerre, gli uomini che il cristianesimo chiama alla libertà, alla vita dell’avvenire, libera e razionale.

Si domanda: quale sarà la garanzia della nostra sicurezza quando l’ordine sociale esistente sarà scomparso? Da quale ordinamento nuovo sarà sostituito? Finché non lo sapremo, non andremo innanzi.

Si direbbe la dichiarazione di un esploratore di un paese ignoto, che domandasse una descrizione particolareggiata della regione da percorrere.

Se l’avvenire di un individuo isolato, al momento del suo passaggio da un’età ad un’altra, gli fosse perfettamente noto, egli non avrebbe più ragione di vivere; così per l’umanità: avere il programma della vita che l’attende all’entrata in un’età nuova, sarebbe il più sicuro indizio che essa non vive, non si muove, ma si agita sempre allo stesso posto.

Le condizioni del nuovo ordine di cose non possono esserci note, perché devono essere create appunto da noi stessi. La vita è precisamente nella ricerca dell’ignoto e nella subordinazione dell’azione alle conoscenze acquistate di recente.

Questa è la vita di ogni individuo, e la vita di tutta l’umanità.


Note

  1. Assai comica è l’affermazione delle autorità russe che opprimono le altre nazionalità: i Polacchi, i Tedeschi delle province baltiche, gli Ebrei. Il governo russo opprime i suoi sudditi da secoli; esso non si cura né dei Piccoli-Russi della Polonia, né dei Leti delle province baltiche, né dei mugichi russi sfruttati da tutti. Ma eccolo ad un tratto divenuto difensore degli oppressi contro gli oppressori, di quei medesimi oppressi che esso stesso opprime. ↩

  2. Alphonse Karr (1808–1890), giornalista e scrittore noto per i suoi aforismi. (N.d.C.) ↩

  3. Minoranza etnica di fede musulmana.(N.d.C.) ↩