Capitolo VIII

Accettazione inevitabile dagli uomini della nostra società della dottrina della non-resistenza al male

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Si dice spesso che, se il cristianesimo fosse una verità, avrebbe dovuto essere accettato da tutti gli uomini sin dalla sua apparizione e cambiare al momento stesso le condizioni della vita, migliorandola. Sarebbe come se si dicesse che il seme, dal momento che può germinare, deve dare ad un tempo lo stelo, il fiore ed il frutto.

La dottrina del Cristo non è una giurisprudenza che, essendo imposta dalla violenza, può cambiare immediatamente la vita degli uomini. Essa è un nuovo concetto della vita, più alto dell’antico; ed un nuovo concetto della vita non può essere prescritto, esso non può che essere liberamente assimilato. E non può essere liberamente assimilato che in due modi: l’uno interno, spirituale, e l’altro esterno, per esperienza.

Gli uni – la minoranza – con una specie d’istinto profetico, indovinano immediatamente la verità della dottrina e la seguono. Gli altri – la maggioranza – non arrivano alla verità della dottrina e alla necessità di seguirla che per una lunga via di errori, di esperienze e di sofferenze.

La maggioranza dell’umanità cristiana è arrivata oggi a questa necessità dell’assimilazione per la via dell’esperienza esterna.

Talvolta domandiamo a noi stessi se la corruzione del cristianesimo, che oggi ancora è il principale ostacolo alla sua accettazione nel suo vero significato, poteva essere necessaria. E tuttavia gli uomini arrivarono per via di questa corruzione del cristianesimo alla situazione in cui si trovano oggi e che era precisamente la condizione necessaria perché la maggioranza potesse accettarlo nel suo significato vero.

Se il cristianesimo puro fosse stato proposto sin da principio, non sarebbe stato accettato dal maggior numero che gli sarebbe rimasto estraneo come oggi gli sono estranei i popoli dell’Asia. Avendolo accettato nella sua forma corrotta, gli uomini sono stati sottomessi alla sua influenza, sicura, benché lenta, e, per la lunga via di errori e di sofferenze che ne risultavano, sono arrivati oggidì alla necessità di assimilarselo nel suo vero significato.

La corruzione del cristianesimo e la sua accettazione sotto questa forma erano necessarie, come è necessario che il seme messo sotterra vi rimanga un certo tempo.

Il cristianesimo è una dottrina di verità e allo stesso tempo una profezia. Diciotto secoli addietro, il Cristo rivelò la vera vita e predisse allo stesso tempo ciò che sarebbe divenuta l’esistenza degli uomini se, non conformandosi a questo insegnamento, essi continuavano a vivere sugli antichi principi.

Insegnando nel Sermone della Montagna la dottrina che deve guidare gli uomini, il Cristo ha detto:

“Perciò, io assomiglio chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica, ad un uomo avveduto il quale ha edificato la sua casa sopra la roccia. E quando è caduta la pioggia, e son venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e si sono avventati su quella casa, essa non è però caduta, poiché era fondata sopra la roccia. Ma chiunque ode queste parole e non le mette in pratica, sarà assomigliato ad un uomo pazzo, che ha edificato la sua casa sopra la rena e quando la pioggia è caduta, e son venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e si sono avventati su quella casa, essa è caduta, e la sua rovina è stata grande.”

(San Matteo, VII, 9-4-27).

Ed ecco che, dopo diciotto secoli, la profezia si è avverata. Non avendo seguito la dottrina del Cristo, non essendosi conformati al suo precetto della non resistenza al male, gli uomini sono giunti, malgrado loro, all’imminenza della rovina che egli ha predetto.

Gli uomini credono spesso che la questione della non-resistenza al male con la violenza sia una questione secondaria e che si possa trascurarla. Tuttavia essa è presentata dalla vita stessa innanzi ad ogni uomo che pensa, e richiede assolutamente una soluzione. Da quando la dottrina del Cristo è stata insegnata, questa questione è nella vita sociale così importante come lo è per il viaggiatore giunto al luogo in cui la strada si biforca, la questione di sapere quale delle due strade che gli si presentano egli debba seguire. Bisogna andare innanzi e non si può dire: “Non ci penserò e continuerò a camminare come ho fatto finora.” Vi era una strada; ve ne sono due: bisogna scegliere.

Così, non si può dire da quando la dottrina del Cristo è conosciuta dagli uomini: “Vivrò come prima, senza sciogliere la questione della resistenza o della non-resistenza al male con la violenza.” Bisogna assolutamente, ad ogni lotta nuova, decidere se si deve oppure no opporsi con la violenza a ciò che si considera come male.

La questione della resistenza o della non-resistenza al male nacque allorquando avvenne la prima lotta fra gli uomini, perché ogni lotta non è altro che l’opposizione con la violenza a ciò che ogni combattente considera come un male. Ma prima del Cristo, gli uomini non si erano accorti che la resistenza con la violenza a ciò che ognuno considera come un male unicamente perché egli giudica in modo diverso del suo avversario, non è che uno dei mezzi per terminare la lotta e che ne esiste un altro: quello che consiste nel non opporsi al male con la violenza.

Prima del Cristo, gli uomini non vedevano che il primo mezzo ed agivano in conseguenza, sforzandosi di convincersi e di convincere gli altri che ciò che essi consideravano come un male era certo un male. Ed a questo fine, sin dai tempi più remoti, gli uomini inventavano varie definizioni del male che erano obbligatorie per tutti; e queste definizioni sono state imposte, ora come leggi ricevute per una via soprannaturale, ora come ordini di uomini o di assemblee a cui si attribuiva l’infallibilità.

Alcuni uomini adoperavano la violenza contro alcuni altri e si persuadevano loro medesimi e persuadevano gli altri che essi adoperavano questa violenza, contro un male riconosciuto tale da tutti.

Questo mezzo, di cui per lungo tempo gli uomini non videro la soperchieria, fu adoperato sin dai tempi più remoti, specialmente da coloro che si erano impadroniti del potere. Ma, col progresso, più le relazioni si moltiplicavano, più diveniva evidente che opporsi con la violenza a ciò che ognuno, dal canto suo, considera come un male, è irragionevole; che la lotta non diminuiva, e che nessuna definizione umana può far sì che ciò che alcuni considerano come un male, sia accettato come tale dagli altri.

Già al tempo dell’origine del cristianesimo, nel luogo in cui apparve per la prima volta, nell’impero romano, fu evidente per la maggioranza degli uomini che ciò che Nerone e Caligola consideravano come male, non poteva essere considerato come tale dagli altri. Già a quel tempo si cominciava a comprendere che le leggi che si son fatte passare per divine, sono state scritte dagli uomini; che gli uomini non sono infallibili, qualunque sia l’autorità esterna della quale sono investiti, e che gli uomini fallibili non possono divenire infallibili per il solo fatto che si riuniscono in un’assemblea alla quale danno il nome di senato o un altro analogo. Se il Cristo insegnava allora la sua dottrina che consiste non solo nel fatto che non bisogna opporsi al male con la violenza, ma anche in un nuovo concetto della vita la cui applicazione alla vita sociale avrebbe il risultato di fare sparire la lotta tra gli uomini, non con il sottomettere una parte di loro ad alcune autorità, ma proibendo che gli uomini, soprattutto quelli che sono al potere, adoperino la violenza contro chicchessia, in qualsiasi caso.

Questa dottrina allora non fu accettata che da un numero assai ristretto di discepoli. La maggioranza degli uomini, e soprattutto quelli che erano al potere, anche dopo l’accettazione nominale del cristianesimo, continuarono a resistere con la violenza a ciò che essi consideravano come il male. Le cose continuarono così sotto gli imperatori romani e bizantini, e più tardi ancora.

L’insufficienza della definizione ufficiale del male e della resistenza con la violenza, già evidente nei primi secoli del cristianesimo, divenne anche più manifesta dopo la divisione dell’impero romano in parecchi stati di uguale forza, e al tempo delle lotte fra loro e delle loro lotte interne.

Ma gli uomini non erano preparati ad accettare la soluzione del Cristo e continuavano ad adoperare l’antico modo della definizione del male a cui bisogna resistere con leggi obbligatorie per tutti ed imposte dalla forza.

Ora il papa, ora l’imperatore, ora il re, ora un corpo elettivo, ora tutto il popolo, decidevano su ciò che si deve considerare come un male e respingere con la violenza. Ma all’interno come all’esterno dello Stato vi erano sempre uomini che non riconoscevano come obbligatori né i decreti che si facevano passare come l’espressione della volontà divina, né le leggi umane alle quali si dava un carattere sacro, né le istituzioni che dovevano rappresentare la volontà del popolo; uomini che consideravano come un bene ciò che le autorità esistenti consideravano come un male, e che lottavano contro il potere.

Gli uomini investiti di un’autorità religiosa consideravano come un male ciò che alcuni uomini ed alcune istituzioni, investiti del parere civile, consideravano come un bene, e viceversa; e la lotta diveniva sempre più accanita. E più gli uomini adoperavano la violenza, più evidente diveniva che questo mezzo è inefficace, perché non vi è e non può esservi una definizione autorizzata del male e che possa essere riconosciuta da tutti.

Le cose sono andate così per diciotto secoli, e oggi il mondo è arrivato all’evidenza compiuta del fatto che non può esservi definizione esterna, obbligatoria per tutti. Il mondo è arrivato a non più credere non solo alla possibilità di trovare questa definizione, ma neanche alla sua utilità, e gli uomini che sono al potere non cercano più di dimostrare che ciò che essi considerano come un male lo sia realmente.

Ciò che essi considerano come un male, è ciò che a loro non piace. E gli uomini sottomessi al potere accettano questa definizione, non perché la credono giusta, ma perché non possono fare altrimenti. Non perché sia un bene necessario ed utile agli uomini, e perché il contrario sarebbe un male, ma perché coloro che sono al potere vogliono così, avviene che Nizza sia annessa alla Francia, l’Alsazia-Lorena alla Germania, la Boemia all’Austria, che la Polonia sia stata smembrata, che l’Irlanda e le Indie siano sottomesse all’Inghilterra, che si faccia la guerra alla Cina, che si uccidano gli Africani, che gli Americani caccino i Cinesi, che i Russi opprimano gli Ebrei, che i proprietari rurali accaparrino la terra che essi non coltivano, ed i capitalisti il prodotto del lavoro altrui. Si arriva dunque al fatto che gli uni commettono delle violenze, non più nel nome della resistenza al male, ma nel nome del loro interesse o del loro capriccio, e che altri subiscono la violenza, non perché vedono in essa, come altra volta, un mezzo per difenderli dal male, ma perché non possono evitarla.

Se il Romano, se l’uomo del medio evo, se il nostro Russo, quale io lo conobbi cinquant’anni addietro, erano assolutamente convinti che la violenza del potere era necessaria per difenderli dal male, che le imposte, le decime, il servaggio, la prigione, lo knut, la deportazione, le esecuzioni capitali, la soldatesca, le guerre sono una necessità assoluta, oggi è raro trovare un uomo che creda che tutte le violenze che si commettono difendano chicchessia dal male e non veda che la maggior parte delle violenze alle quali è sottomesso o alle quali partecipa, sono in sé stesse una grande ed inutile calamità.

Oggi non vi è un uomo che non veda quanto sia inutile ed ingiusto prelevare imposte dal popolo lavoratore, per arricchire dei funzionari oziosi; quanto sia stupido infliggere una punizione ad uomini corrotti e deboli e deportarli da un luogo in un altro, o imprigionarli, poiché avendo assicurata l’esistenza e rimanendo disoccupati, non fanno altro che corrompersi e indebolirsi sempre di più; quanto sia non solo inutile e stupido, ma anche davvero insensato e crudele, rovinare il popolo con gli armamenti militari e decimarlo con guerre che non possono avere nessuna spiegazione, nessuna giustificazione. Eppure queste violenze continuano, e sono incoraggiate da coloro stessi che vedono la loro inutilità, la loro stupidità, la loro crudeltà, e ne soffrono.

I governi del tempo nostro, i più dispotici come i più liberali, sono divenuti ciò che Herzen chiamò così bene: Gengis-Kan col telegrafo, cioè un’organizzazione della violenza che non ha per principio che l’arbitrio più grossolano e profitta, per la dominazione e l’oppressione, di tutti i perfezionamenti che la scienza ha creati per la vita sociale pacifica degli uomini liberi ed uguali.

I governi e le classi dirigenti oggi si appoggiano non sul diritto, neanche sopra una parvenza di giustizia, ma sopra una organizzazione così ingegnosa, grazie ai progressi della scienza, che tutti gli uomini sono presi in un cerchio di violenza dal quale non hanno alcuna possibilità di uscire. Questo cerchio è composto di quattro mezzi di azione sugli uomini. Questi mezzi sono legati fra loro come gli anelli di una catena.

Il primo mezzo, il più vecchio, è l’intimidazione. Esso consiste nel rappresentare il regime attuale (qualunque esso sia, la repubblica più liberale o la monarchia più dispotica) come qualcosa di sacro e d’immutabile. Come conseguenza, si punisce con le pene più crudeli ogni tentativo di cambiamento. Questo mezzo fu adoperato nei tempi antichi e si adopera oggi dovunque c’è un governo: in Russia contro coloro che si chiamano nichilisti, in America contro gli anarchici, in Francia contro gli imperialisti, i monarchici, i comunardi e gli anarchici. Le strade ferrate, i telegrafi, i telefoni, la fotografia ed i mezzi perfezionati per fare sparire gli uomini senza uccisione, rinchiudendoli a perpetuità in celle isolate, dove, nascosti a tutti, muoiono dimenticati, ed una quantità di altre invenzioni moderne di cui si servono i governi, danno loro una forza tale che, una volta il potere caduto fra certe mani, con la polizia palese o segreta, con l’amministrazione e tutto un esercito di legulei, di carcerieri e di carnefici, pieni di zelo, non c’è più nessuna possibilità di rovesciare il governo, per pazzo e crudele che sia.

Il secondo mezzo è la corruzione. Esso consiste nel prendere al popolo le sue ricchezze col mezzo delle imposte e distribuirle ai funzionari che in cambio s’incaricano di mantenere e di aumentare l’oppressione. I funzionari comprati, dai ministri ai copisti, formano una rete insormontabile di uomini legati dallo stesso interesse: vivere a detrimento del popolo. Essi arricchiscono tanto più, quanto maggiore è la sottomissione con la quale eseguono gli ordini del governo, sempre e dappertutto, non indietreggiando innanzi ad alcun mezzo, in tutti i rami dell’attività, difendendo con la parola e con l’azione la violenza governativa sulla quale è fondato il loro benessere.

Il terzo mezzo è ciò che non posso chiamare altrimenti che l’ipnotizzazione del popolo. Questo mezzo consiste nell’arrestare lo sviluppo morale degli uomini e, con diverse suggestioni, mantenerli nel vieto concetto della vita su cui si fonda il potere del governo. Questa ipnotizzazione è organizzata oggi nel modo più complicato, e la sua influenza va dall’infanzia fino alla morte. Questa ipnotizzazione comincia nelle scuole obbligatorie, create a questo fine, dove si inculcano ai fanciulli delle nozioni che erano quelle dei loro avi e che sono in contraddizione con la coscienza moderna dell’umanità. Nei paesi in cui esiste una religione di Stato, s’insegnano ai fanciulli catechismi stupidi e blasfemi, dove si trova indicata come un dovere la sottomissione alle autorità; nei paesi repubblicani s’insegna loro la superstizione selvaggia del patriottismo e lo stesso preteso obbligo di ubbidire ai poteri. In un’età più avanzata, questa ipnotizzazione si continua con l’incoraggiamento delle superstizioni religiose e patriottiche. La superstizione religiosa è incoraggiata dalla creazione, con il denaro tolto al popolo, di tempi, di processioni, di monumenti, di feste, e tutto ciò con l’aiuto della pittura, dell’architettura, della musica, dell’incenso che inebria, e soprattutto col mantenimento del clero la cui missione è di abbrutire gli uomini e di mantenerli costantemente in questo stato, con l’aiuto dell’insegnamento, della solennità delle cerimonie, dei sermoni, e col suo intervento nella vita privata, alla nascita, al matrimonio, alla morte. La superstizione patriottica è incoraggiata dalla creazione di feste nazionali, di spettacoli, di monumenti, di solennità che dispongono gli uomini a non riconoscere altro valore se non quello del loro popolo, altra grandezza se non quella del loro Stato e dei suoi governanti, e provocano in essi l’ostilità ed anche l’odio verso gli altri popoli. Oltre a ciò, i governi dispotici proibiscono i libri e i discorsi che illuminano il popolo, e tutti gli uomini che possono svegliarlo dal suo torpore sono deportati o chiusi in prigione. Di più, tutti, i governi senza eccezione nascondono al popolo ciò che può affrancarlo, ed incoraggiano tutto ciò che può corromperlo, come la letteratura che mantiene il popolo nella barbarie delle superstizioni religiose e patriottiche, i piaceri sensuali: spettacoli, circhi, teatri, come i mezzi materiali di abbrutimento, quali il tabacco, l’alcool, che sono la principale sorgente degli introiti dello Stato. Perfino la prostituzione è incoraggiata, perché non solo essa è riconosciuta, ma bensì organizzata dalla maggior parte dei governi.

Il quarto mezzo consiste nello scegliere fra tutti gli uomini legati ed abbrutiti con l’aiuto dei tre mezzi precedenti, un certo numero d’individui per farne gli strumenti passivi di tutte le crudeltà necessarie al governo. Si arriva ad abbrutirli ed a renderli ancora più feroci, scegliendoli fra gli adolescenti, allorché non hanno ancora potuto formarsi un concetto chiaro della moralità, ed isolandoli da tutte le condizioni naturali della vita: la casa paterna, la famiglia, la città natale, il lavoro utile. Li rinchiudono in caserme, li vestono di abiti speciali, li obbligano con grida, con tamburi, con la musica, con oggetti luccicanti, a fare giornalmente degli esercizi corporali, inventati espressamente, ed essi cadono con questi mezzi in uno stato d’ipnotismo tale che cessano di essere uomini e divengono macchine senza ragionamento, docili al volere dell’ipnotizzatore. Sono questi uomini giovani e forti (oggi tutti i giovani, grazie al servizio militare universale), che ipnotizzati, armati e pronti all’assassinio, al primo ordine del governo, costituiscono il quarto e principale mezzo di oppressione.

Con questo mezzo si chiude il cerchio della violenza.

L’intimidazione, la corruzione, l’ipnotizzazione, fanno dei soldati, i soldati danno il potere, il potere dà il danaro col quale si comprano i funzionari e si reclutano i soldati.

È un cerchio in cui tutto s’incatena strettamente e da cui è impossibile uscire con la violenza.

Coloro che credono possibile affrancarsi con la violenza o soltanto di migliorare questa situazione, rovesciando un governo per sostituirgliene un altro a cui l’oppressione non sarà più necessaria, sono nello errore, ed i loro sforzi in questo senso, invece di migliorare la situazione, non fanno che peggiorarla. I loro tentativi forniscono al governo un pretesto per aumentare il suo potere e il suo dispotismo.

Pur ammettendo che, in conseguenza di circostanze specialmente sfavorevoli al governo, esso fosse rovesciato con la forza, come avvenne in Francia nel 1870, e che il potere passasse in altre mani, questo potere non potrebbe essere meno oppressivo, perché, avendo da difendersi da tutti i suoi nemici spossessati ed esasperati, sarebbe costretto ad essere anche più dispotico e più crudele dell’antico, come è avvenuto durante tutti i periodi rivoluzionari.

Se i socialisti ed i comunisti considerano come un male l’organizzazione individualista e capitalista della società, se gli anarchici considerano come un male ogni organizzazione governativa, vi sono monarchici, conservatori, capitalisti che considerano come un male l’organizzazione socialista o comunista, e l’anarchia, ed ognuno di questi partiti non ha altro mezzo se non la violenza per fondare un regime a cui tutti siano sottomessi. Qualunque sia il partito che trionfi, esso ha necessità, per istituire un nuovo ordine di cose e per conservare il potere, di adoperare non solo tutti i mezzi di violenza conosciuti, ma bensì inventarne dei nuovi. Gli oppressi non saranno più gli stessi; l’oppressione prenderà forme nuove ma, lungi dallo sparire, essa diverrà più crudele, perché la lotta avrà aumentato l’odio fra gli uomini.

La situazione dei cristiani e soprattutto il loro ideale lo provano con una evidenza sorprendente.

Oggi rimane un solo dominio che non sia accaparrato dal potere: il dominio della famiglia e della economia domestica, il campo della vita privata e dei lavoro; ma, grazie al movimento comunista e socialista, esso è invaso a poco a poco dal governo, per cui il lavoro ed il riposo, il domicilio, il vestimento, il cibo, se il desiderio dei riformatori si effettuasse, non tarderebbero ad essere assoggettati a regolamenti.

Tutto il lungo cammino della vita delle nazioni cristiane durante diciotto secoli mette necessariamente capo all’obbligo di risolvere la questione che esse avevano elusa, dell’accettazione o della non-accettazione della dottrina del Cristo, e quella che ne risulta della resistenza o della non-resistenza al male con la violenza; ma con questa differenza che prima gli uomini potevano accettarla o non accettarla, mentre oggi questa soluzione è inevitabile, perché essa sola può affrancarli dalla schiavitù nella quale si sono impigliati da loro stessi come in una rete.

Ma non è soltanto questa situazione crudele che obbliga gli uomini a riconoscere la dottrina del Cristo. La verità di questa dottrina è divenuta evidente, a misura che è diventata evidente la falsità dell’organizzazione pagana.

Non per nulla, durante diciotto secoli, i migliori uomini dell’umanità cristiana, comprendendo la verità della dottrina, l’hanno predicata, nonostante tutte le minacce, tutte le privazioni, tutte le sofferenze. Essi scolpivano col loro martirio la verità della dottrina nel cuore degli uomini.

Il cristianesimo penetrava nella coscienza non solo per la via negativa della dimostrazione dell’impossibilità della vita pagana, ma anche con la semplificazione, con la chiarezza, con il suo affrancamento dalle superstizioni che vi si erano mischiate e con la sua diffusione in tutte le classi.

Diciotto secoli di cristianesimo non sono trascorsi senza avere un’influenza sugli uomini che l’hanno accettato anche in un modo esterno. Questi diciotto secoli hanno fatto sì che, pur continuando a vivere la vita pagana che non risponde più all’età dell’umanità, gli uomini vedono già nettamente tutta la miseria della situazione e credono nel fondo dell’anima (essi non vivono se non perché credono) che la salute è soltanto nell’osservanza della dottrina cristiana in tutto il suo significato. Quando e come si otterrà la salvezza? Le opinioni sono diverse, secondo lo sviluppo intellettuale ed i pregiudizi di ciascun ambiente. Ma ogni uomo della nostra società colta riconosce che la nostra salvezza è nella dottrina cristiana.

Gli uni, fra i credenti che ammettono il carattere divino della dottrina, pensano che la salvezza verrà quando tutti crederanno in Cristo, la cui seconda venuta è prossima; altri, che riconoscono ugualmente la divinità della dottrina del Cristo, credono che la salvezza verrà dalla chiesa, che essa assoggetterà tutti gli uomini, inculcherà loro le virtù cristiane, e trasformerà la loro vita; altri ancora, che non riconoscono il Cristo come Dio, credono che la salvezza sarà una conseguenza del progresso lento e graduale che sostituirà a poco a poco i principi della vita pagana, con l’uguaglianza, con la libertà e con la fratellanza, cioè, con i principi cristiani; infine, altri che hanno fede nella riorganizzazione sociale, credono che la salvezza verrà quando, dopo una rivoluzione, gli uomini saranno obbligati a vivere sotto il regime della comunità dei beni, dell’assenza di ogni governo, del lavoro collettivo e non individuale, cioè quando si sarà effettuato uno dei lati della dottrina cristiana. In un modo o in un altro, tutti gli uomini del tempo nostro, non solo riconoscono nell’intimo della loro coscienza l’insufficienza dell’ordine di cose attuale che volge al suo fine ma riconoscono anche, spesso senza sospettarlo e pur considerandosi avversari del cristianesimo, che la salvezza non è che nell’applicazione nella vita della dottrina cristiana o di una parte della dottrina nel suo significato vero.

Il cristianesimo, come ha detto il suo fondatore, non ha potuto attuarsi di un colpo per la maggioranza, ma bensì ha dovuto crescere lentamente, come un grande albero uscito da un piccolo seme. E così è cresciuto e si è sviluppato fino ad oggi, se non nella realtà esterna, almeno della coscienza degli uomini.

Oggi non è più la sola minoranza, quella che ha sempre compreso la dottrina, che ne riconosce il significato vero, ma tutta la grande maggioranza, in apparenza così lontana dal cristianesimo per la sua vita sociale.

Osservate i costumi degli individui presi a parte; ascoltate il loro apprezzamento dei fatti, il loro giudizio sugli uni e sugli altri: ascoltate pure i sermoni e i discorsi pubblici, gli insegnamenti che i genitori e gli educatori danno alla gioventù, e vedrete che, per quanto lontani siano gli uomini, per la loro vita sociale fondata sulla violenza, dal mettere in pratica le verità cristiane, nella vita privata, ciò che tutti senza eccezione considerano come buono è il complesso delle virtù cristiane, e come cattivo ogni vizio anticristiano. Coloro che si consacrano con abnegazione al servizio dell’umanità sono considerati come i migliori. Gli egoisti, coloro che profittano della sventura altrui, sono considerati come i più cattivi. Certi ideali non cristiani, come la forza, il coraggio, la ricchezza, esistono ancora, ma sono già vieti e non più accettati da tutti, soprattutto dai migliori. Invece, quelli che sono universalmente riconosciuti ed obbligatori per tutti, non sono altri che gli ideali cristiani.

La situazione della nostra umanità cristiana, se si potesse guardarla da fuori, con la crudeltà e con tutta la servilità degli uomini, sembrerebbe davvero terribile. Ma, se la si guardasse con gli occhi della coscienza, lo spettacolo sarebbe affatto diverso.

Tutto il male della nostra vita sembra esistere soltanto perché esiste da lungo tempo e perché gli uomini che lo commettono non hanno potuto ancora imparare a non farlo più, poiché in realtà essi non vogliono farlo.

Tutto questo male sembra avere una causa indipendente dalla coscienza degli uomini.

Per quanto strano e contraddittorio possa sembrare, non è meno vero che tutti gli uomini del nostro tempo detestano il regime che nondimeno sostengono.

Credo che sia Max Müller a raccontare la sorpresa di un Indiano convertito al cristianesimo di cui si era assimilato l’essenza e che, venuto in Europa, vide come vivevano i cristiani. Egli rimase stupefatto innanzi alla realtà così compiutamente opposta a ciò che credeva trovare presso i popoli cristiani.

Noi non ci meravigliamo della contraddizione che esiste fra le nostre credenze e le istituzioni ed i costumi, perché le influenze che nascondono questa contraddizione agiscono anche su noi. Basta guardare soltanto la nostra vita dal punto di vista di quell’Indiano che aveva compreso il cristianesimo nel suo significato vero, basta guardare in faccia questa barbarie selvaggia di cui la nostra vita è piena, per indietreggiare atterriti innanzi alle contraddizioni in mezzo alle quali viviamo senza accorgercene.

Basta ricordare i preparativi di guerra, gli obici, le palle argentate, le torpedini… e la croce rossa; le prigioni cellulari, gli esperimenti di elettrocuzione... e la preoccupazione del benessere dei prigionieri; l’attività filantropica dei ricchi... e la loro vita che produce i poveri ai quali arrecano soccorso. E queste contraddizioni non provengono, come si potrebbe credere, dal fatto che gli uomini fingono di essere cristiani, mentre invece sono pagani, ma dal fatto che gli uomini sentono che loro manca qualche cosa, o che pure esiste una forza che impedisce loro di essere ciò che dovrebbero e vorrebbero essere. Gli uomini del tempo nostro non mostrano di odiare l’oppressione, l’ineguaglianza, la disunione e tutte le crudeltà verso gli uomini e perfino verso gli animali; no, essi detestano realmente tutto questo, ma non sanno come farlo sparire, e non si decidono ad abbandonare ciò che mantiene tutto questo e che gli sembra necessario.

Infatti, domandate ad ogni individuo separatamente, se egli consideri come lodevole e degno di un uomo del nostro tempo avere un’occupazione che gli procura uno stipendio sproporzionato al suo lavoro; di esigere dal popolo – spesso misero – tasse destinate a pagare cannoni, torpedini, strumenti di uccisione per combattere uomini con i quali vogliamo vivere in pace e che hanno lo stesso desiderio; oppure di consacrare tutta la vita, per uno stipendio, ad organizzare la guerra od a prepararsi e preparare gli altri alla strage. Domandategli pure se sia lodevole e degno, se sia conveniente ad un cristiano avere per occupazione retribuita quella di afferrare dei poveri fuorviati, spesse volte analfabeti, ubriachi, col pretesto di essersi appropriati della roba altrui, in proporzioni molto minori di noi, o perché uccidono in un modo diverso da quello che ci è abituale; imprigionarli, torturarli, ucciderli per questo. È lodevole, è degno dell’uomo e del cristiano, sempre per denaro, insegnare al popolo, invece del cristianesimo, flagranti superstizioni, grossolane e pericolose? È lodevole e degno dell’uomo prendere per piacere ciò che è necessario ai primi bisogni del prossimo, come fanno i grandi proprietari di terreni? oppure forzarlo ad un lavoro superiore alle sue forze, come fanno i proprietari di opifici o di fabbriche, per aumentare le loro ricchezze? o profittare del bisogno degli uomini per aumentare le proprie ricchezze, come fanno i mercanti? E ciascuno, preso a parte, e soprattutto se si parla di un altro che non sia lui, risponderà di no. E tuttavia, lo stesso uomo che vede tutta l’ignominia dei suoi atti, che non vi è forzato da nessuno, spesso senza profitto materiale di stipendio, per la semplice vanità puerile, per un gingillo di smalto, per un pezzetto di nastro, per un gallone che gli si permetterà di portare, s’ingaggerà volontariamente nel servizio militare, si farà giudice istruttore o giudice di pace, ministro, commissario, arcivescovo o inserviente, funzioni che l’obbligheranno a commettere atti dei quali non può ignorare l’onta e l’ignominia.

So che molti di questi uomini tenteranno di provare con disinvoltura che tutto ciò è non solo legittimo, ma anche necessario. Essi diranno per loro difesa che le autorità vengono da Dio, che le funzioni di Stato sono necessarie per la felicità dell’umanità, che la ricchezza non è contraria al cristianesimo, che fu detto al ricco adolescente di non dare la propria roba che nel caso in cui volesse essere perfetto, che la distribuzione delle ricchezze ed il commercio devono esistere quali sono e profittano a tutti; ma, nonostante tutti gli sforzi per ingannarsi ed ingannare gli altri, tutti questi uomini sanno che ciò che essi fanno è contrario a ciò nel cui nome vivono, e, nell’intimo del cuore, quando rimangono soli con la loro coscienza, si vergognano e soffrono al ricordo delle loro azioni soprattutto quando altri ne ha loro dimostrata la villania. Professi oppure no la divinità del Cristo, l’uomo del tempo nostro non può ignorare che partecipare, sia come sovrano, sia come ministro, prefetto o guardia campestre, alla vendita dell’ultima vacca di una povera famiglia per soddisfare il fisco, ed impiegare questo denaro per l’acquisto di cannoni o in stipendio e in pensioni di funzionari oziosi ed inutili, che vivono nel lusso; o partecipare all’imprigionamento di un padre di famiglia che noi stessi abbiamo corrotto, e ridurre la sua famiglia alla mendicità; o partecipare a rapine ed a stragi di guerra; o partecipare all’insegnamento di superstizioni barbare, iconolatre, invece della legge del Cristo; oppure impadronirsi della vacca che è entrata nella vostra proprietà e il cui padrone non possiede terra; o far pagare ad un povero un oggetto il doppio di quanto vale per il fatto solo che egli è povero: nessun uomo può ignorare che tutte queste azioni sono cattive, vergognose.

Tutti sanno che ciò che essi fanno è cattivo, e non lo farebbero per nulla al mondo se potessero reagire contro le forze che, chiudendo loro gli occhi sulla criminosità di queste azioni, li trascinano a commetterle.

Nulla più del servizio militare universale rende evidente la contraddizione di cui soffrono gli uomini del tempo nostro; è l’ultima espressione della violenza.

Se noi non vediamo questa contraddizione non è perché questo stato di armamento universale è avvenuto progressivamente, insensibilmente e perché i governi dispongono per mantenerlo di tutti i mezzi di intimidazione, di corruzione, di abbrutimento e di violenza. Questa contraddizione ci è divenuta così abituale che noi non vediamo tutta la stupidità e l’immoralità terribile delle azioni degli uomini che scelgono liberamente la professione di uccisori come qualcosa di onorevole, o di quei disgraziati che acconsentono a servire nell’esercito, o perfino di coloro che nei paesi in cui il servizio militare obbligatorio non esiste, abbandonano il loro lavoro per il reclutamento dei soldati e per i preparativi della strage.

Sono tutti cristiani oppure uomini che professano l’umanità od il liberalismo, e sanno che commettendo queste azioni partecipano agli assassini più insensati, più inutili e più crudeli.

Più ancora, in Germania, la culla del servizio militare obbligatorio, Caprivi ha espresso ciò che si nascondeva accuratamente, che gli uomini che bisognerà uccidere non sono soltanto stranieri, ma nazionali: gli stessi operai che forniscono il maggior numero di soldati. E questa confessione non ha aperto gli occhi agli uomini e non li ha atterriti! E dopo, come prima, essi marciano come pecore e si sottomettono a tutto ciò che si pretende da loro.

Ma c’è di meglio ancora: l’imperatore di Germania ha recentemente spiegato con maggiore precisione la missione del soldato, ringraziando e ricompensando un soldato che aveva ucciso un prigioniero senza difesa, che tentava fuggire. Ricompensando un’azione sempre considerata come vile ed infame, anche dagli uomini posti sul più basso gradino della moralità, Guglielmo Il ha mostrato che il dovere principale e meglio apprezzato del soldato è di essere carnefice, e non come un carnefice di professione che uccide i soli delinquenti condannati, ma carnefice di tutti gli innocenti che il capo ordina di uccidere.

Ma non è ancora tutto. Nel 18912, lo stesso Guglielmo, l’enfant terrible del potere, che dice ad alta voce ciò che gli altri si contentano di pensare, parlando ad alcuni soldati, disse pubblicamente ciò che segue, riprodotto all’indomani da migliaia di giornali.

“Coscritti! disse egli, innanzi all’altare ed al servo di Dio, voi mi avete giurato fedeltà! Siete ancora troppo giovani per comprendere tutta l’importanza di ciò che è stato detto qui, ma badate prima di tutto ad obbedire agli ordini ed alle istruzioni che vi saranno dati. Me lo avete giurato, giovani della mia guardia; adesso siete dunque miei soldati, mi appartenete dunque corpo ed anima. Per voi, oggi, non esiste che un nemico, quello che è mio nemico. Con le mene socialistiche attuali, potrebbe avvenire ch’io vi ordinassi di sparare sui vostri parenti, sui vostri fratelli, anche sui vostri padri, sulle vostre madri (che Dio ce ne preservi!); anche allora voi dovreste ubbidire ai miei ordini senza esitare.”

Quest’uomo esprime tutto ciò che i governanti intelligenti pensano, ma nascondono accuratamente. Egli dice apertamente che coloro che servono nell’esercito sono al suo servizio e devono essere pronti, per il suo profitto, ad uccidere i loro fratelli ed i loro padri.

Con le parole più brutali, egli esprime francamente tutto l’orrore del delitto a cui si preparano gli uomini che servono nell’esercito, tutto l’abisso di umiliazione nel quale si sono precipitati, promettendo ubbidienza.

Come un ipnotizzatore audace, egli sperimenta il grado d’insensibilità dell’ipnotizzato. Gli applica sulla pelle un ferro rovente; la pelle fuma e si raggrinza, ma l’addormentato non si sveglia.

Quest’uomo, malato, misero, ebbro di potere, offende con queste parole tutto ciò che vi può essere di sacro per l’uomo moderno, ed i cristiani, i liberi pensatori, gli uomini colti, tutti, lungi dall’indignarsi di quest’offesa, non la osservano neanche. L’ultima, l’estrema prova è proposta agli uomini, nella sua forma più grossolana. Essi non si avvedono neanche che si tratta di una prova, che essi hanno una scelta a fare; stimano di non dovere far altro che sottomettersi docilmente. Potrebbe credersi che queste parole insensate che offendono tutto ciò che l’uomo ha di sacro dovessero indignarlo; ma no. Tutti i giovani di tutta l’Europa sono sottoposti a questa prova e, salvo rare eccezioni, essi rinnegano tutto ciò che vi è di sacro ed accettano volentieri la prospettiva di far fuoco sui loro fratelli o sui loro padri, per ubbidire all’ordine del primo pazzo venuto, buffonescamente vestito di una livrea a galloni rossi e dorati.

Un selvaggio qualunque ha sempre qualcosa di sacro per cui è pronto a soffrire. Dov’è dunque questo qualcosa di sacro per l’uomo moderno? Gli si dice: “Tu sarai mio servo, e questa servitù ti obbligherà ad uccidere anche il tuo proprio fratello” – ed egli, talvolta molto istruito, tende tranquillamente il collo all’arnese. Lo rivestono di un abito grottesco, gli ordinano di saltare, di fare delle smorfie, di salutare, di uccidere, ed egli fa tutto ciò docilmente. E, quando lo congedano, egli ritorna, come se nulla fosse, all’antica vita e continua a parlare della dignità dell’uomo, della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza!

“Ma che fare? – domanda alcuno, qualche volta, con una perplessità sincera. Se tutti rifiutassero il servizio militare, capirei; ma solo, io non farei che soffrire senza utilità per nessuno.”

Ed è vero; l’uomo dal concetto sociale della vita non può rifiutare. Il fine della sua vita è la felicità. Per lui personalmente, vale meglio sottomettersi, e si sottomette.

Qualunque cosa gli si faccia, qualunque sofferenza, qualunque umiliazione abbia a subire, si sottometterà, perché solo non può nulla, poiché non ha un principio nel cui nome potrebbe opporsi solo alla violenza. Ed unirsi, essi non possono; sono impediti a farlo da coloro che li dirigono.

Si dice spesse volte che l’invenzione di terribili armi da guerra finirà col rendere la guerra impossibile. È falso. Come si possono aumentare i mezzi di sterminio, si possono aumentare i mezzi per sottomettere gli uomini dal concetto sociale. Uccideteli a migliaia, a milioni, metteteli in pezzi, essi andranno lo stesso alla strage come un gregge stupido. Si faranno camminare gli uni fustigandoli, e gli altri autorizzandoli a portare dei pezzetti di nastri e dei galloni.

Ed è con una società così composta di uomini abbrutiti fino a promettere di uccidere i propri parenti, che certi uomini pubblici – conservatori, liberali, socialisti, anarchici – vorrebbero costituire una società razionale e morale. Come con travi contorte e marce non è possibile costruire una casa, comunque si dispongano, così con uomini di questa fatta non si può organizzare una società morale e razionale. Essi non possono che formare una mandria diretta dalle grida e dalla frusta del pastore. Ed è ciò che avviene.

Ed ecco, da una parte, gli uomini che si dicono cristiani, che sono fautori della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza, eccoli pronti, nel nome della libertà, ad una sottomissione fra le più umilianti, fra le più servili; nel nome dell’uguaglianza, dividere gli uomini secondo i soli indizi esterni ed illusori, in classi superiori ed inferiori, in alleati ed in nemici, e nel nome della fratellanza uccidere i loro fratelli.1

La contraddizione fra la coscienza e la vita e, quindi, lo sdoppiamento della nostra esistenza, sono giunti al loro estremo limite. L’organizzazione della società fondata sulla violenza, che aveva il fine di assicurare la vita domestica e sociale, ha condotto gli uomini alla perfetta negazione ed all’annientamento di questi vantaggi.

La prima parte della profezia si è avverata con una serie di generazioni che non hanno accettato la dottrina evangelica, ed i loro discendenti sono arrivati oggi alla necessità assoluta di esperimentare la giustezza della seconda parte.


Note

  1. Il fatto che presso certi popoli, come gli Inglesi e gli Americani, non esista servizio militare obbligatorio (benché già qualche voce si levi per domandarlo) non cambia affatto la situazione servile dei cittadini rispetto ai governi. Nel paese nostro, ciascuno deve andare in persona ad uccidere o a farsi uccidere; nei paesi loro, ciascuno deve dare il suo lavoro per il reclutamento e per l’istruzione degli uccisori. ↩