Capitolo III

Il cristianesimo mal compreso dai credenti

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Così dunque le informazioni che io ho ricevuto dopo la pubblicazione del mio libro, tanto sul modo di intendere la dottrina del Cristo nel suo vero significato da una minoranza di pensatori, quanto sulle critiche religiose e laiche che esso ha provocato e con le quali si nega la possibilità di comprendere la dottrina del Cristo nel suo significato letterale, mi hanno convinto che, mentre per la minoranza questa dottrina, lungi dal cessare di essere comprensibile, diveniva sempre più chiara, per la maggioranza il suo significato diveniva sempre più oscuro. Questa oscurità è giunta ad un tal grado che gli uomini non comprendono più le nozioni più semplici, espresse nel Vangelo con le parole più semplici.

Oggi che la luce della dottrina del Cristo è penetrata fino negli angoli più reconditi della coscienza umana, oggi che, come ha detto il Cristo, si grida sui tetti ciò ch’egli diceva all’orecchio e questa dottrina si mescola a tutte le manifestazioni della vita domestica, economica, sociale, politica ed internazionale, sarebbe inspiegabile che essa fosse incompresa, se non vi fossero per questo delle cause speciali.

Una di queste cause è che i credenti come gli atei sono fermamente convinti che essi hanno compreso, da lungo tempo, così compiutamente, così positivamente e così definitivamente la dottrina evangelica, che non è possibile attribuirle un altro significato oltre quello che essi le danno. E la loro erronea interpretazione si fortifica con l’antichità della tradizione. Il fiume più copioso non può aggiungere una goccia di acqua ad un vaso già pieno.

Si possono spiegare all’uomo più intelligente le cose più astratte, se egli non ne ha ancora alcuna nozione; ma non si può spiegare la cosa più semplice all’uomo più intelligente, se egli è fermamente convinto di sapere benissimo ciò che gli si vuole insegnare.

La dottrina del Cristo si presenta agli uomini del nostro tempo come una dottrina perfettamente conosciuta da lungo tempo fino nei suoi minimi particolari, e che non può essere compresa diversamente da come lo è oggi.

Il cristianesimo è oggi per i fedeli una rivelazione soprannaturale, miracolosa, di tutto ciò che è detto nel Credo. Per i liberi pensatori esso è una manifestazione esaurita del bisogno che hanno gli uomini di credere al soprannaturale, un fenomeno storico che ha trovato la sua espressione definitiva nel cattolicesimo, nell’ortodossia, nel protestantesimo, e che non ha più per noi alcun significato pratico.

L’importanza della dottrina è nascosta ai credenti dalla chiesa, ed ai liberi pensatori dalla scienza.

Cominciamo a parlare dei primi.

Milleottocento anni fa, in mezzo al mondo romano, comparve una nuova dottrina, strana, non rassomigliante ad alcuna di quelle che l’avevano preceduta, ed attribuita ad un uomo, il Cristo.

Questa dottrina era assolutamente nuova – tanto nella forma, quanto nella sostanza – per il mondo giudaico che l’aveva vista nascere e soprattutto per il mondo romano, dove era predicata e propagata.

In mezzo alle regole religiose complicatissime nel mondo giudaico – dove, secondo Isaia, c’era regola su regola – e alla legislazione romana, spinta ad un alto grado di perfezione, sorse una dottrina che negava non solo tutte le divinità, ma anche tutte le istituzioni umane e la loro necessità. In cambio di tutte le regole delle antiche credenze, questa dottrina non dava altro che un modello di perfezione interna, di verità e di amore nella persona del Cristo, e, come conseguenza di questa perfezione interna, la perfezione esterna, predetta dai profeti: il regno di Dio, nel quale tutti gli uomini, non sapendo più odiare saranno uniti dall’amore, e nel quale il leone starà presso all’agnello. Invece delle minacce di castigo per le infrazioni delle regole date dalle antiche leggi religiose o civili, invece dell’attrattiva delle ricompense per la loro osservanza, questa dottrina non chiamava a sé, se non perché era la verità.

“Chi vuol fare la volontà di lui, conoscerà se la mia dottrina è da Dio” (S. Giovanni, VII, 17).

“Voi cercate di uccidere me uomo che vi dico la verità, e la verità vi farà liberi. Non dobbiamo ubbidire a Dio che nella verità. Tutta la dottrina sarà rivelata e compresa dallo spirito della verità. Fate ciò che io vi dico e voi saprete se ciò che io vi dico è la verità” (San Giovanni, cap. VIII, 36).

Non è stata messa in campo alcuna altra prova della dottrina tranne la verità, l’accordo della dottrina con la verità.

Tutta la dottrina consisteva nella ricerca della verità e nella sua osservanza, nella effettuazione sempre più perfetta della verità e nel desiderio di avvicinarsi ad essa sempre più nella vita pratica.

Secondo questa dottrina, non è per mezzo di pratiche che l’uomo diviene giusto. I cuori s’innalzano alla perfezione interna per mezzo del Cristo, modello di verità, ed alla perfezione esterna, con l’effettuazione del regno di Dio. Il compimento della dottrina non sta in altro che nel cammino sulla via indicata, nella ricerca della perfezione interna con l’imitazione del Cristo, e della perfezione esterna con lo stabilimento del regno di Dio.

La felicità più o meno grande dell’uomo dipende, secondo questa dottrina, non dal grado di perfezione ch’egli potrebbe raggiungere, ma dal suo cammino più o meno rapido verso questa perfezione.

Lo slancio verso la perfezione del pubblicano Zaccheo, della peccatrice, del ladrone sulla croce, è, secondo questa dottrina, una felicità più grande che non l’immobile virtù del fariseo. La pecorella smarrita è più cara al cuore del pastore, delle novantanove pecore non smarrite; il figliuol prodigo, la moneta perduta e ritrovata sono più cari a Dio di ciò che non fu perduto mai.

Ogni situazione, secondo questa dottrina, non è altro che una tappa sulla via della perfezione interna ed esterna ineffettuabile. Ecco perché essa non ha importanza. La felicità non consiste che nell’aspirare sempre alla perfezione; la sosta a qualsivoglia grado della perfezione è la sosta della felicità.

“La mano sinistra ignori ciò che fa la destra”. “Il lavoratore, che ha preso l’aratro e che guarda indietro, non è sicuro del regno del cielo.” “Non rallegratevi del fatto che i demoni vi ubbidiscono, procurate che il vostro nome sia scritto nel cielo.” “Siate perfetti, come il vostro Padre celeste. Cercate il regno di Dio e la sua verità”.

Il compimento della dottrina non consiste in altro che nel camminare incessantemente verso il possesso della verità sempre più alta, della sua attuazione sempre più grande nel proprio essere con un amore sempre più ardente, e, fuori del proprio essere nella attuazione perfetta del regno di Dio.

È evidente che questa dottrina, apparsa in mezzo al mondo giudaico e al mondo pagano, non poteva essere accettata dalla maggioranza degli uomini, abituati ad una vita tutta differente di quella che essa esigeva. Essa non poteva esser compresa in tutto il suo significato neanche da coloro che l’avevano accettata, perché era contraria a tutti gli antichi concetti della vita.

Non fu che dopo una serie di malintesi, di errori, di spiegazioni ristrette, rettificate e compiute da parecchie generazioni, che il principio del cristianesimo apparve sempre più chiaro agli uomini.

Il concetto evangelico ha influito su quelli del giudaismo e del paganesimo, ed il paganesimo ed il giudaismo hanno lasciato le loro tracce alla loro volta nel cristianesimo. Ma il concetto cristiano, più vivo, penetrava sempre più nel giudaismo e nel paganesimo agonizzanti, ed appariva sempre più chiaro, sbarazzandosi degli elementi cattivi che vi erano mescolati. Gli uomini, intendendo sempre di più il senso cristiano, lo attuavano ogni giorno di più nella vita. Più l’umanità invecchiava, più essa vedeva chiaro nella dottrina del Cristo; d’altronde non può avvenire diversamente, per ogni dottrina sociale.

Le generazioni successive correggevano gli errori delle generazioni precedenti e si avvicinavano ogni giorno di più al senso vero della dottrina.

Così è avvenuto sin dai primi tempi del cristianesimo. Sin dal principio erano apparsi alcuni uomini i quali affermavano che il loro modo di spiegare la dottrina era l’unico esatto, e lo provavano per mezzo di fenomeni soprannaturali che venivano a confermare la giustezza della loro interpretazione.

Questa è la causa principale per cui la dottrina fu prima male compresa e poi del tutto snaturata.

È stato ammesso che la dottrina del Cristo si trasmetta agli uomini, non come ogni altra verità, ma per una via speciale, soprannaturale. Per cui essa è dimostrata, non dalla sua logica e dal suo accordo con le necessità della vita umana, ma dal carattere miracoloso della sua trasmissione.

Questa supposizione che è nata dall’intendimento imperfetto della dottrina, ha avuto per risultato l’impossibilità di comprenderla meglio.

Ciò avvenne sin dai primi tempi, quando la dottrina s’interpretava in un modo così incompiuto, e spesse volte così falso, come vediamo nei Vangeli e negli Atti. Meno essa era compresa, più appariva misteriosa e più era necessario dar prove esterne della sua verità. Il precetto: “Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te stesso” non ha bisogno di essere dimostrato con l’aiuto di miracoli e non esige un atto di fede, perché è convincente per sé stesso e soddisfa in pari tempo l’intelligenza e l’istinto umano, mentre la divinità del Cristo aveva bisogno di essere provata con miracoli assolutamente incomprensibili.

Più oscura era la nozione della dottrina del Cristo, più elementi miracolosi vi si mischiavano; più vi si invischiava il meraviglioso, più essa si allontanava dal suo senso e diveniva oscura, più bisognava affermare con forza la sua infallibilità e più essa diveniva incomprensibile.

Sin dai primi tempi, si può rilevare dai Vangeli, dagli Atti, dalle Epistole, come l’intelligenza del senso esatto della dottrina faceva nascere la necessità di prove miracolose.

Ciò ebbe inizio, secondo il libro degli Atti, nella riunione, in cui gli Apostoli esaminarono, in Gerusalemme, la questione del battesimo dei non circoncisi e di coloro che mangiano le carni sacrificate.

La sola maniera di porre la questione mostrava che coloro i quali la trattavano non comprendevano la dottrina del Cristo, che bandisce ogni cerimonia esterna: abluzioni, purificazioni, digiuno, sabato. Si legge testualmente nel Vangelo: “Non è ciò che entra nella bocca che macchia, ma bensì ciò che esce dal cuore.” Ecco perché la questione del battesimo dei non circoncisi non ha potuto nascere che fra uomini i quali amavano il Maestro e sentivano la grandezza della sua dottrina, ma non l’intendevano ancora in modo abbastanza chiaro. Così, una conferma esterna della loro interpretazione era tanto più necessaria per loro in quanto che questa interpretazione era falsa. E fu per risolvere questa questione che provava, col modo in cui era posta, quanto la dottrina fosse mal compresa, che furono pronunciate da quell’assemblea le parole terribili e funeste:

“È sembrato allo Spirito Santo ed a noi” (Atti, XV, 28).

Per la prima volta gli apostoli affermavano la giustezza di alcune loro decisioni in un modo esterno, cioè appoggiandosi sulla partecipazione miracolosa dello Spirito Santo, ossia di Dio. Ma l’affermazione che lo Spirito Santo, cioè Dio, abbia parlato per mezzo degli apostoli doveva anche essa essere provata; ed allora fu detto che il giorno della Pentecoste lo Spirito Santo era disceso sotto forma di lingue di fuoco su coloro che l’hanno affermato (nel racconto, la discesa dello Spirito Santo precede questa deliberazione, ma gli Atti furono scritti lungo tempo dopo). Ma bisognava anche confermare la discesa dello Spirito Santo per coloro che non hanno visto le lingue di fuoco (benché sia incomprensibile che una lingua di fuoco accesa sulla testa di un uomo dimostri che ciò che sta per dire quest’uomo è una verità assoluta); ed allora bisognò ricorrere a nuovi miracoli: guarigioni meravigliose, risurrezioni, morti, infine tutti i miracoli fallaci dei quali è pieno il libro degli Atti, e che non solo non possono convincere nessuno della verità della dottrina, ma devono, al contrario, farne dubitare.

Questo modo di affermare la verità aveva per conseguenza di allontanare la dottrina dal suo senso primitivo e di renderla tanto più incomprensibile quanto più si accumulavano le narrazioni dei miracoli.

Fu ciò che avvenne sin dai primi tempi e continuò aumentando sempre, e arrivando, nel tempo nostro, ai dogmi della transustanziazione e dell’infallibilità del papa, dei vescovi e della Scrittura, cioè fino alla esigenza di una fede cieca, incomprensibile fino al non-senso, non in Dio, né in Cristo, e neanche nella dottrina, ma in una persona, come nel cattolicesimo, o in parecchie persone, come nell’ortodossia, o in un libro, come nel protestantesimo. Più il cristianesimo si propagava, più esso conglobava una quantità di gente non preparata, e meno lo si comprendeva.

Più si affermava energicamente l’infallibilità della interpretazione ufficiale, meno possibile diventava penetrare nel vero senso della dottrina. Già al tempo di Costantino, essa si riduceva ad un riassunto confermato dal potere secolare — riassunto delle discussioni che ebbero luogo nel concilio, — il simbolo della fede, dove è detto: “Io credo in questo… in questo… in questo, e finalmente in una chiesa universale, sacra ed apostolica, cioè nell’infallibilità delle persone che si dicono la chiesa.”

Per cui tutto è stato fatto perché l’uomo non creda più né in Dio, né in Cristo tali quali essi si sono rivelati, ma solo in ciò che la chiesa ordina di credere.

Ma la chiesa è sacra. Ma la chiesa è stata fondata dal Cristo, Dio non ha potuto lasciare agli uomini la libertà d’interpretare la sua dottrina arbitrariamente; perciò egli ha stabilito la chiesa. Tutte queste massime sono talmente false e prive di fondamento che si ha vergogna di confutarle.

In nessun luogo, da nessun indizio (salvo l’affermazione delle chiese) appare che Dio o il Cristo abbia fondato qualcosa che rassomigli a ciò che i fedeli intendono con la parola chiesa. C’è, nel Vangelo, una indicazione contraria alla chiesa come autorità esterna, indicazione delle più nette e delle più evidenti, cioè il passo in cui è detto che i discepoli del Cristo non debbono chiamare nessuno maestro o padre. Ma nessuna menzione è fatta dello stabilimento dì ciò che i fedeli chiamano la chiesa.

La parola chiesa è adoperata due volte nel Vangelo; una volta nel senso di un’assemblea risolvente una questione dubbia, un’altra volta insieme a certe parole oscure sulla pietra, su Pietro e sulle porte dell’inferno. Da queste due menzioni della parola chiesa, non avente altro significato che la parola assemblea, si è dedotto ciò che noi intendiamo oggi con la parola chiesa. Ma il Cristo non ha potuto in nessun caso fondare la chiesa, cioè quello che noi intendiamo oggi con questa parola, perché niente che possa somigliare al concetto della chiesa attuale, coi suoi sacramenti, con la sua gerarchia e soprattutto con la sua affermazione dell’infallibilità, si trova né nelle parole del Cristo, né nel pensiero degli uomini di quel tempo.

Il semplice fatto che ciò che si è formato in seguito fu chiamato con una parola adoperata dal Cristo in un altro senso, non permette di affermare che il Cristo abbia fondato l’unica e vera chiesa.

Inoltre, se egli avesse realmente stabilito un’istituzione come la chiesa, sulla quale sono basate tutta la dottrina e tutta la fede, lo avrebbe fatto in termini così precisi e così chiari, ed avrebbe circondata questa chiesa unica e vera, invece che di miracoli adoperati in tutte le superstizioni, di segni talmente evidenti, che nessun dubbio sulla sua realtà sarebbe possibile. Ma non c’è nulla di simile, e, come altra volta, esistono anche oggi differenti chiese, ognuna delle quali s’intitola unica e vera.

Il catechismo cattolico dice: “La Chiesa è la Società dei fedeli, stabilita dal N. S. Gesù Cristo, sparsa sopra tutta la terra e sottomessa all’autorità di pastori legittimi, principalmente il nostro S. P. il papa”, intendendo con le parole pastori legittimi un’istituzione umana che ha per capo il suo papa e si compone di certe persone legate fra loro da una certa organizzazione.

Il catechismo ortodosso dice: “La chiesa è una società, fondata sulla terra da Gesù Cristo, riunita in un sol tutto con una sola dottrina e con i sacramenti, sotto la direzione e sotto l’egida della gerarchia stabilita da Dio”, intendendo con le parole gerarchia, stabilita da Dio, precisamente la gerarchia greca, composta da tali o tali altre persone che si trovano in tali o tali altri luoghi.

Il catechismo luterano dice: “La chiesa è il santo cristianesimo o la riunione di tutti i fedeli sotto i Cristo, loro capo, e nella quale lo Spirito Santo, col mezzo del Vangelo e dei sacramenti, offre e comunica la salute divina”, lasciando intendere che la chiesa cattolica ha abbandonato la vera via, e che la tradizione vera è conservata dal luteranesimo.

Per i cattolici, la chiesa divina s’incarna nella gerarchia romana e nel papa; per gli ortodossi nella gerarchia greca e russa; e per i luterani, nella riunione degli uomini che riconoscono la Bibbia ed il catechismo di Lutero.

Generalmente, parlando dell’origine del cristianesimo, gli uomini appartenenti ad una delle chiese esistenti usano la parola chiesa al singolare, come se non fosse mai esistita e non esista che una chiesa sola. Ma ciò è inesatto. La chiesa, istituzione che afferma di possedere la verità indiscutibile, non è apparsa che al momento in cui non era più sola, in cui ne esistevano almeno due. Finché i credenti erano di accordo, non fu necessario che la loro società unica si costituisse in chiesa; fu solo quando essi si divisero in partiti opposti, negandosi mutualmente, che ogni partito sentì la necessità di affermare la sua ortodossia, attribuendosi il possesso esclusivo della verità. Il concetto di una chiesa unica fu la conseguenza del fatto che ciascuno dei due partiti in disaccordo, chiamando l’altro scismatico, non riconobbe come infallibile che la sua propria chiesa.

Se conosciamo l’esistenza di una chiesa che, nell’anno 51, decise di ammettere gli incirconcisi, è perché ne esisteva un’altra di giudaizzanti, la quale aveva deciso di non ammetterli.

Se oggi esiste una chiesa cattolica, affermante la sua infallibilità, è perché esistono delle chiese greco-russe, ortodosse, protestanti, ognuna delle quali afferma la sua propria infallibilità, negando, per conseguenza, le altre chiese. Cosicché la chiesa universale non è altro che una parola illusoria, senza alcuna realtà.

Queste numerose società che affermano, ciascuna per conto proprio, di essere la chiesa universale fondata dal Cristo e che le altre sono scismatiche ed eretiche, non sono esistite e realmente non esistono se non come fenomeni storici.

Il catechismo delle chiese più diffuse, cattolica, ortodossa e protestante, lo dice apertamente.

Il catechismo cattolico: “Quali sono quelli che sono fuori della chiesa?”

“Gli infedeli, gli eretici e gli scismatici”.

Gli scismatici sono quelli che si chiamano ortodossi; i protestanti sono riconosciuti come eretici. Per cui, secondo il catechismo cattolico, nella chiesa non vi sono che i cattolici. Nel catechismo chiamato ortodosso, leggiamo: “Sotto il nome di chiesa unica del Cristo s’intende soltanto la chiesa ortodossa, che rimane in piena concordanza con la chiesa universale. In quanto alla chiesa romana ed altre confessioni (ai luterani ed agli altri non dà nemmeno il nome di chiesa), esse non possono essere comprese nella chiesa universale, poiché se ne sono divise da loro stesse.”

Secondo questa definizione, i cattolici ed i protestanti sono fuori della chiesa, e ne fanno parte gli ortodossi soli.

Il catechismo luterano dice a sua volta: “La vera chiesa si riconosce da ciò che la parola di Dio vi è insegnata chiaramente e puramente, senza aggiunzioni umane, e che i sacramenti vi sono stabiliti fedelmente, a norma della dottrina del Cristo.”

Secondo questa definizione, tutti coloro che hanno aggiunto qualcosa alla dottrina del Cristo e degli Apostoli, come hanno fatto la chiesa cattolica e la greca, sono fuori della chiesa, e solo i protestanti ne fanno parte. I cattolici affermano che lo Spirito Santo si è manifestato senza posa nella loro gerarchia; gli ortodossi l’affermano egualmente. Gli ariani lo affermarono (con lo stesso diritto delle chiese che regnano oggi). Ogni sorta di protestanti: i luterani, la chiesa riformata, i presbiteriani, i metodisti, gli swedenborghisti, i mormoni affermano anch’essi che lo Spirito Santo non si manifesta che fra loro.

Se i cattolici affermano che lo Spirito Santo, al momento della separazione delle chiese ariana e greca, abbandonò queste chiese scismatiche, e non è rimasto che nella sola chiesa vera, con gli stessi diritti, i protestanti di ogni denominazione possono affermare che alla separazione della loro chiesa dalla chiesa cattolica lo Spirito Santo abbandonò quest’ultima e passò nella loro chiesa. D’altronde, essi lo fanno. Ogni chiesa ha per base della sua fede la tradizione ininterrotta trasmessa sin dal tempo del Cristo e degli apostoli. Infatti ogni confessione cristiana proveniente dal Cristo doveva necessariamente giungere alla generazione presente per l’intermediario di certe tradizioni. Ma ciò non prova che queste tradizioni siano indiscutibili ed escludano tutte le altre.

Ogni ramo dell’albero viene dalla radice senza interruzione, ma da questo non si può affatto inferire che ogni ramo sia l’unico ramo.

Ogni chiesa presenta le stesse prove della sua continuità nella tradizione, e gli stessi miracoli in appoggio della sua ortodossia. Per cui la definizione esatta ed assoluta di ciò che è la chiesa non può essere che una sola: la chiesa è una riunione di uomini che affermano di essere soli nel possesso della verità.

Queste società, trasformate in seguito, col concorso del potere civile, in istituzioni potenti, sono state l’ostacolo principale alla propagazione della vera intelligenza della dottrina del Cristo.

Non poteva avvenire altrimenti.

La caratteristica principale della dottrina del Cristo, quella che la distingue da tutte le altre, è che coloro i quali l’hanno accettata tendono sempre più a comprenderla ed a metterla in pratica; mentre la Chiesa afferma l’intelligenza definitiva della dottrina ed il suo compimento.

Per quanto strano possa parere a noi che siamo stati educati nella dottrina erronea della chiesa come istituzione cristiana e nel disprezzo dell’eresia, è precisamente ciò che fu chiamato eresia che costituiva il progredire sulla buona via, cioè il vero cristianesimo, e ciò non cessava di essere vero se non quando questo progresso si fermava e si fissava nell’eresia, come la chiesa nelle sue forme immobili.

Che cosa, infatti, è l’eresia? Leggete tutte le opere teologiche che trattano di questo argomento (il quale si presenta per il primo alla definizione, perché ogni teologia parla della dottrina vera in mezzo a dottrine erronee, cioè eretiche), e non troverete in nessun luogo neanche un’apparenza di definizione dell’eresia.

L’argomentazione su questo soggetto del dotto storico del cristianesimo, E. de Pressensé, nella sua Storia del Dogma con l’epigrafe: Ubi Christus, ibi Ecclesia (Parigi, 1869), è un esempio di questa totale assenza di ogni definizione della parola eresia. Ecco ciò ch’egli dice nella prefazione (pagina 3):

“So che ci si contesta il diritto di qualificare così (cioè di chiamare eresia) le tendenze che furono così vivamente combattute dai primi Padri. La stessa definizione di eresia sembra un attentato alla libertà di coscienza e di pensiero. Noi non possiamo partecipare a questo scrupolo, perché nientemeno esso ci condurrebbe a togliere al cristianesimo ogni carattere speciale…”

E dopo aver detto che dopo Costantino la chiesa abusava realmente del suo potere di considerare come eretici coloro i quali erano in disaccordo con essa, e che li perseguitava, egli dice, facendo un cenno storico dei primi tempi:

“La chiesa è una libera associazione; il separarsi da lei non può essere che profittevole. La polemica contro l’errore non ha altri ripieghi che il pensiero ed il sentimento. Un tipo dottrinale uniforme non è ancora stato elaborato; le divergenze secondarie si producono nell’Oriente e nell’Occidente con piena libertà; la teologia non è affatto legata a formule invariabili. Se nel seno di questa diversità appare un fondo comune di credenze, non abbiamo noi diritto di vedervi, non un sistema formulato e composto dai rappresentanti di un’autorità di scuola, ma la fede stessa, nel suo istinto più sicuro e nella sua manifestazione più spontanea? Se questa medesima unanimità che si rivela nelle credenze essenziali, si ritrova per respingere tali o tali altre tendenze, non avremo noi diritto di concludere che queste tendenze erano in disaccordo flagrante coi principi fondamentali del cristianesimo? Questa presunzione non si trasformerà in certezza, se riconosciamo nella dottrina universalmente respinta dalla chiesa i tratti caratteristici di una delle religioni del passato? Per dire che lo gnosticismo o l’ebionismo sono le forme legittime del pensiero cristiano, bisogna dire audacemente che non c’è né pensiero cristiano, né carattere specifico che lo faccia riconoscere. Col pretesto di allargarlo, lo si dissolve. Nessuno, al tempo di Platone, avrebbe osato coprire col suo nome una dottrina che non avrebbe fatto posto alla teoria delle idee; e si sarebbero provocati i giusti sarcasmi della Grecia, volendo fare di Epicuro o di Zenone un discepolo dell’Accademia. Riconosciamo dunque che, se esiste una religione od una dottrina che si chiama cristianesimo, essa può avere le sue eresie.”

Tutta l’argomentazione dell’autore, in sostanza, dice che ogni ragionamento discordante dai dogmi professati in qualsivoglia tempo è un’eresia. Ma in un tempo e in un luogo qualunque gli uomini professavano certo qualche cosa, e questa confessione di qualche cosa, in qualche luogo, in un tempo qualunque, può non essere il criterio della verità.

Ogni pretesa eresia che non riconosce come vero se non ciò che essa insegna, può trovarne una spiegazione nella storia della chiesa, impadronirsi per conto proprio di tutti gli argomenti del Pressensé, e considerare la sua fede come l’unico cristianesimo vero: ciò hanno fatto e fanno tutte le eresie. Tutto è ricondotto all’Ubi Christus, ibi Ecclesia, e Cristo è dove siamo noi.

L’unica definizione dell’eresia (la parola αἵρεσις significa parte) è il nome dato da una riunione di uomini ad ogni argomentazione che confuta una parte della dottrina professata da questa società. Il significato più speciale che si dà spesso alla parola eresia è quello di un’opinione che rovescia la dottrina stabilita dalla chiesa e sostenuta dal potere temporale.

Esiste un’opera importante, notevole, ma poco conosciuta, di Gottfried Arnold (Unpartheyische Kirchen und Ketzer-Historie, 1729), che tratta di questo argomento, e dimostra l’illegittimità, l’arbitrio, l’assurdità e la credulità della parola eresia nel senso di reprobazione. Questo libro è un saggio di descrizione storica del cristianesimo, sotto forma di storia delle eresie.

Nell’introduzione, l’autore pone una serie di punti: 1° di coloro che fanno gli eretici; 2° di coloro che si sono fatti divenire eretici; 3° dei motivi di eresia; 4° dei mezzi di fare degli eretici ; 5° del fine e delle conseguenze dell’eccitamento all’eresia. Ciascuno di questi punti dà luogo a numerose domande alle quali l’autore risponde con citazioni prese da celebri teologi, ma lasciando però al lettore la cura di trarre la conclusione dall’insieme del suo libro.

Come esempio di queste domande che contengono parte delle risposte, voglio citare le seguenti. Nel quarto punto, relativo ai mezzi di fare degli eretici, si trova questa domanda, (la 7ª): “Tutta la storia forse non ci dimostra che i più grandi creatori di eretici sono stati precisamente quei dotti ai quali il Padre ha celato i suoi misteri, cioè gli ipocriti, i farisei ed i giuristi, ovvero uomini assolutamente privi di fede e di morale?” Domande 20ª 21ª: “Nei tempi corrotti del cristianesimo, gli ipocriti e gli invidiosi non hanno forse respinto quegli uomini specialmente dotati da Dio, i quali, al tempo del cristianesimo puro, sarebbero stati altamente onorati? E, al contrario, gli uomini che al tempo della decadenza del cristianesimo, si sono elevati al di sopra degli altri e si sono dichiarati propagatori del cristianesimo puro, non sarebbero forse stati, al tempo degli apostoli e dei discepoli del Cristo, riconosciuti come eretici ed anti-cristiani sfacciati?”

Esprimendo fra le altre cose, in queste domande, l’idea che l’espressione verbale della fede, richiesta dalla chiesa e di cui si considerava come un’eresia ogni qualsiasi allontanamento, non ha mai potuto contenere interamente il concetto stesso del credente, e che, in conseguenza, questa esigenza dell’espressione della fede con certe parole provocava delle eresie, egli dice (domanda 21ª): “E se gli atti ed i pensieri di Dio appaiono all’uomo così grandi e così profondi che egli non può trovare parole corrispondenti per esprimerli, dobbiamo reputarlo eretico, perché non può tradurre esattamente ciò che sente?”

E nella domanda 33ª: “E non è per questa ragione che nei primi tempi del cristianesimo non vi erano eresie, poiché gli uomini si giudicavano gli uni gli altri non dalle parole, ma bensì dal cuore e dagli atti, avendo piena libertà di esprimere il loro pensiero senza timore di esser accusati di eresia?” “La chiesa, dice egli nella sua 31ª domanda, non usava forse il mezzo più facile e più ordinario, rendendo sospette le persone delle quali il clero voleva disfarsi, e gettando su loro il mantello dell’eresia?”

“Benché sia vero, dice più avanti, che coloro i quali furono chiamati eretici peccavano ed erravano anch’essi, non risulta in modo meno vero e meno evidente, dagli innumerabili esempi qui citati (cioè nella storia della chiesa e delle eresie), che non c’era uomo sincero e coscienzioso di una certa influenza il quale per invidia o per qualsivoglia altro motivo non fosse screditato dai partigiani della chiesa?”

Non altrimenti, sono quasi due secoli, s’intendeva già il significato della parola eresia, e nondimeno la stessa opinione regna ancora adesso. D’altronde, questa opinione non può non esistere finché esisterà la chiesa. L’eresia è il rovescio della chiesa. Dovunque esiste la chiesa, deve esistere l’eresia. La chiesa è una società di uomini che pretendono di possedere la verità assoluta; l’eresia è l’opinione di coloro che non riconoscono l’indiscutibilità di questa verità.

L’eresia è la manifestazione del movimento, una rivolta contro l’inerzia dei principi della chiesa, un tentativo di concezione vivente della dottrina. Ogni passo avanti verso l’intelligenza e l’effettuazione della dottrina è stato fatto da eretici: Tertulliano ed Origene, Sant’Agostino e Lutero, Huss e Savonarola, Chelčický ed altri erano eretici. Non poteva avvenire altrimenti. Il discepolo del Cristo, la cui dottrina consiste nella penetrazione progressiva del pensiero evangelico, nella osservanza di esso, sempre maggiore, nel cammino verso la perfezione, non può, precisamente, perché egli è discepolo del Cristo, affermare per conto proprio o per conto di un altro, di conoscere interamente la dottrina del Cristo e di osservarla. Ancor meno egli può affermarlo in nome di un’intera assemblea.

Qualunque sia il grado di comprensione e di perfezione al quale egli è giunto, il discepolo del Cristo sente sempre l’insufficienza del suo intendimento e della sua osservanza, e tende sempre verso una penetrazione ed un’osservanza sempre maggiori. Ecco perché l’affermazione – in suo nome, o nel nome di una società – che noi ci troviamo in possesso dell’intendimento compiuto e dell’osservanza perfetta della dottrina del Cristo sarebbe una rinunzia allo spirito di questa dottrina stessa.

Per quanto possa parere strano, ogni chiesa, come chiesa, è sempre stata e non può non essere un’istituzione, non solo estranea, ma anzi direttamente opposta alla dottrina del Cristo. Non fu senza motivo che Voltaire la chiamò infame. Non è senza motivo che tutte, o quasi tutte le pretese sette cristiane hanno riconosciuto e riconoscono la chiesa nella grande peccatrice predetta dall’Apocalisse. Non è senza motivo che la storia della chiesa è la storia delle più grandi crudeltà e dei peggiori orrori.

Le chiese, come chiese, non sono istituzioni che hanno per base un principio cristiano, anche alquanto deviato dal diritto cammino, come pensa un gran numero di persone. Le chiese, come società affermanti la loro infallibilità, sono istituzioni anticristiane. Non solo non vi è niente di comune fra le chiese e il cristianesimo, eccetto il nome, ma i loro principi sono assolutamente opposti ed ostili. Le une rappresentano l’orgoglio, la violenza, la sanzione arbitraria, l’immobilità e la morte; l’altro rappresenta l’umiltà, la penitenza, la sommissione, il movimento e la vita.

Non si possono servire nello stesso tempo questi due padroni: bisogna scegliere o l’uno o l’altro.

I servitori delle chiese di tutte le confessioni cercano, soprattutto in questi ultimi tempi, di presentarsi come partigiani del progresso nel cristianesimo. Essi fanno delle concessioni, vogliono correggere gli abusi che si sono introdotti nella chiesa e dicono che non si può negare, a causa di questi abusi, il principio stesso della chiesa cristiana che può, sola, riunire tutti in un sol tutto ed essere l’intermediaria fra gli uomini e Dio. Ma questo è un errore. Non solo le chiese non hanno mai unito nessuno, ma esse sono sempre state una delle cagioni principali del disaccordo fra gli uomini, dell’odio, delle guerre, delle inquisizioni, delle Saint-Barthélemy, ecc., e mai le chiese hanno servito d’intermediario fra gli uomini e Dio, il che d’altronde è inutile e proibito dal Cristo, il quale ha rivelato la sua dottrina direttamente ad ogni uomo. Esse mettono, al contrario, delle formule morte al posto di Dio, e lungi dal mostrarlo agli uomini, lo celano. Nate dall’ignoranza e mantenendo questa ignoranza con la loro immobilità, le chiese non possono non perseguitare ogni comprensione giusta della dottrina. Esse cercano di nasconderla, ma ciò è impossibile; perché ogni progresso sulla via indicata dal Cristo distrugge la loro potenza.

Quando voi sentite o leggete i sermoni o gli articoli nei quali gli scrittori religiosi dei tempi nuovi e di tutte le confessioni parlano di virtù e di verità cristiana, quando sentite o leggete le argomentazioni abili, le esortazioni, le professioni elaborate da secoli e che talvolta hanno l’apparenza della sincerità, siete inclini a dubitare che le chiese abbiano potuto essere ostili al cristianesimo. “Ma è impossibile che uomini come Crisostomo, Fénelon, Botler ed altri predicatori del cristianesimo gli siano ostili.” Voi siete tentati di dire: “Le chiese hanno potuto allontanarsi dal cristianesimo, cadere nell’errore, ma non possono essergli ostili”. Però, quando esaminate il frutto per giudicare dell’albero, come ha insegnato il Cristo, e quando vedete che i frutti sono stati cattivi, che la corruzione del cristianesimo è stata la conseguenza della loro azione, non potete non riconoscere che per quanto buoni siano stati gli uomini, l’opera della chiesa, alla quale essi hanno cooperato, non è stata un’opera veramente cristiana. La bontà e il merito di tutti questi servitori delle chiese sono stati le virtù degli uomini, non le virtù dell’opera che essi servivano. Tutti questi uomini buoni, come Francesco d’Assisi e Francesco di Sales, come il nostro Tikhon Zadonskij, Tommaso da Kempis, ecc., erano buoni nonostante i loro servizi ad un’opera ostile al cristianesimo, e sarebbero stati ancor migliori e più degni, se non fossero caduti nell’errore

Ma perché parlare del passato, perché giudicare il passato che può essere male o poco conosciuto? Le chiese coi loro principi e le loro azioni non sono cose del passato; le chiese stanno innanzi a noi oggi, e noi possiamo giudicarle secondo i loro atti e la loro azione sugli uomini.

In che cosa consiste dunque oggi l’azione delle chiese? Come influiscono esse sugli uomini? Che cosa fanno le chiese presso di noi, presso i cattolici e presso i protestanti di tutte le confessioni? Quali sono le conseguenze della loro azione?

L’azione della nostra chiesa russa, chiamata ortodossa, è visibile a tutti. E un gran fatto che non si può nascondere e che non si può discutere.

In che cosa consiste l’azione di questa chiesa russa, di questa immensa istituzione animata da una vita intensa e composta di un esercito di mezzo milione di uomini che costano al popolo delle decine di milioni?

L’azione di questa chiesa consiste nell’ispirare con tutti i mezzi possibili, ai cento milioni di uomini della nazione russa, le viete credenze che furono professate un tempo da uomini assolutamente estranei al nostro popolo, alle quali più nessuno presta fede, spesso neanche coloro che hanno la missione di proteggerle.

Compenetrare il popolo delle formule del clero bizantino sulla Trinità, sulla madre di Dio, sui sacramenti, sulla grazia, che non hanno più alcun senso per gli uomini del nostro tempo, costituisce una parte dell’azione della chiesa russa. L’altra parte della sua azione è l’appoggio fornito all’idolatria, nel senso proprio della parola: venerazione delle sante reliquie e delle sante immagini, e sacrifici che loro si fanno per ottenerne l’effettuazione dei propri desideri.

Non parlerò di ciò che dice e scrive il clero russo, con una tinta di erudizione e di liberalismo, nelle riviste religiose, ma parlerò di ciò che il clero fa realmente nell’immensa distesa della terra russa, in mezzo ad un popolo di cento milioni di anime. Che cosa si insegna al popolo con intensità e dappertutto con lo stesso zelo? Che cosa si esige da lui in virtù della pretesa fede cristiana?

Comincerò dal principio, cioè dalla nascita del bambino. Alla nascita del bambino s’insegna che bisogna fare una preghiera sul neonato e sulla madre per purificarli, perché senza questa preghiera quella madre è impura. A tale scopo, il prete prende nelle sue braccia il bambino e pronunzia delle parole sacramentali dinanzi alle immagini dei santi che il popolo chiama francamente dei. Egli purifica così la madre. Poi si inculca ai parenti, anzi si esige da loro, con minaccia di punizioni, di battezzare assolutamente il bambino, cioè di farlo tuffare dal prete nell’acqua, tre volte di seguito, con lettura di parole incomprensibili accompagnate da atti ancora più incomprensibili: unzione di diverse parti del corpo, taglio dei capelli; i padrini soffiano e sputano sul demonio immaginario. Tutto ciò deve purificare il bambino e farne un cristiano. Poi s’insegna ai parenti che bisogna far comunicare il bambino, cioè fargli inghiottire, sotto forma di pane e di vino, una particella del corpo del Cristo, cosa che avrà la conseguenza di far entrare in lui tutta la grazia divina, ecc.

Poi s’insegna che man mano che crescerà negli anni, bisognerà insegnargli a pregare. Pregare vuol dire mettersi direttamente innanzi alla tavola su cui sono disegnati i visi del Cristo, della Vergine o dei santi, con le dita giunte in un certo modo, toccarsi la fronte, le spalle, l’addome, e pronunziare delle parole slave, fra cui quelle maggiormente adoperate sono: “Santa Vergine..., Vergine, rallegrati, ecc.”

Poi s’insegna che alla vista di una chiesa o di una sacra immagine bisogna fare quel medesimo segno di croce. Poi s’insegna che durante le feste (le feste sono il giorno in cui il Cristo nacque, benché nessuno conosca la data di questo avvenimento, il giorno in cui fu circonciso, il giorno in cui morì la Vergine, il giorno in cui la croce fu portata, in cui fu portata la sacra immagine, il giorno in cui l’innocente vide l’apparizione, ecc.), durante le feste bisogna indossare i migliori vestiti, andare in chiesa, comprare dei ceri, metterli innanzi alle immagini dei santi, dare dei bigliettini e delle commemorazioni e dei panini da cui si tagliano dei triangoli, poi pregare parecchie volte per la salute e per la felicità dello zar e degli arcivescovi, e per sé e per i propri affari, poi baciare la croce e la mano del prete.

Oltre a queste preghiere, si insegna ancora che bisogna, almeno una volta all’anno, comunicarsi. Comunicarsi vuol dire andare in chiesa e raccontare i propri peccati al prete, supponendo che questa confessione ad un estraneo vi purifichi compiutamente: e poi mangiare in un cucchiaio un pezzetto di pane con vino, cosa che purifica ancora di più.

Poi si insegna che, se l’uomo e la donna vogliono che la loro unione carnale sia santa, devono recarsi in chiesa, mettersi sul capo delle corone di metallo, bere una certa bevanda, andare tre volte in giro attorno ad una tavola con accompagnamento di canti, e che allora l’unione carnale dell’uomo e della donna diverrà santa e del tutto differente dalle altre.

Nella vita s’insegnano le regole seguenti: Non mangiare carne né bere latte in certi giorni; assistere agli uffizi e pregare per i morti in certi altri giorni; fare degli inviti al prete nelle feste e dargli del danaro, e ritirare dalla chiesa, parecchie volte durante l’anno, la tavola delle immagini e portarla su dei tovaglioli per i campi e nelle case. Infine s’insegna all’uomo l’obbligo di mangiare, al momento di morire, in un cucchiaino, il pane col vino e, ciò che va meglio ancora, se gliene resta il tempo, di ungersi d’olio. Ciò gli garantisce la felicità nella vita futura. Dopo la morte, s’insegna ai parenti del defunto che per la salute dell’anima sua è utile mettergli fra le mani un foglio sul quale è stampata una preghiera; è anche utile di leggere sul corpo del morto un certo libro e di pronunziare il suo nome in chiesa, in certi giorni.

In tutto ciò consiste la fede obbligatoria. Ma se qualcuno vuol prendere specialmente cura dell’anima sua, s’insegna che, secondo questa credenza, la garanzia più sicura della felicità dell’anima nell’altro mondo è di dare del denaro alle chiese ed ai conventi, cosa che obbliga gli uomini santi a pregare per il donatore.

Sono ancora salutari, secondo questa credenza, i pellegrinaggi ai conventi ed il bacio delle immagini miracolose e delle reliquie.

Secondo questa credenza le immagini miracolose concentrano in sé una forza, una grazia ed una santità speciali, e il toccarle, il baciarle, il posar dei ceri e il prosternarsi davanti a loro contribuiscono molto alla salvezza, come le messe celebrate in loro onore.

Ed è questa credenza e non un’altra, questa credenza chiamata ortodossa, cioè la vera fede, che si insegna al popolo come cristianesimo, da molti secoli ed oggi ancora.

E non si dica che i preti ortodossi comprendono altrimenti il senso della dottrina e che queste sono forme antiche che non si crede necessario di distruggere. Ciò non è vero. In tutta la Russia, oggi, questa fede sola è insegnata, da tutto il clero russo, con uno zelo speciale.

Non c’è altro. Si scrive e si parla di un’altra cosa nelle capitali, ma, fra i cento milioni di anime del popolo, non si fa altro, non si insegna altro che questo. I ministri della chiesa discutono fra loro quell’altra cosa, ma non insegnano che solo questo.

Le prosternazioni innanzi alle reliquie e alle sacre immagini fanno parte della teologia, del catechismo. Esse sono insegnate teoricamente e praticamente al popolo, con apparato, con solennità, con autorità, e con violenza; ipnotizzandolo, lo si costringe a credervi e si preserva gelosamente questa fede da ogni tentativo di emancipazione del popolo da queste superstizioni degne di selvaggi.

Come ho detto a proposito del mio libro, la dottrina del Cristo e le sue proprie parole riguardo alla non resistenza al male con la violenza, sono state in presenza mia, da lunghi anni, oggetto di scherni, di canzonature da trivio; e non solo i ministri della chiesa non si opponevano a queste bestemmie, ma anzi le incoraggiarono. Provatevi a parlare senza rispetto dell’idolo ridicolo che gente ubriaca porta in giro a Mosca, in modo sacrilego, sotto il nome dell’icona d’Iver. Un grido d’indignazione si alzerà fra gli stessi ministri della chiesa ortodossa. Si predica solo il culto esterno dell’idolatria.

E non si dica che l’uno non impedisce l’altro; che una cosa deve essere fatta e che l’altra cosa non deve essere abbandonata.

“Tutte le cose ch’essi vi dicono di osservare, osservatele e fatele, ma non le opere, perché essi dicono e non fanno” (S. Matteo, XIII, 3). Ciò fu detto dei farisei che osservano tutte le regole esteriori della religione; e perciò le parole: “Osservate ciò ch’essi vi dicono di osservare” si riferiscono agli atti di carità e di beneficenza, mentre le parole: “ma non le loro opere, perché essi dicono e non fanno” si riferiscono al loro adempimento delle cerimonie ed al non adempimento delle opere di Dio. Queste parole hanno un significato direttamente opposto a quello che vorrebbero loro attribuire i ministri della chiesa che le interpretano come un ordine di adempiere le cerimonie. Il culto esteriore ed il culto del bene e della verità si conciliano difficilmente, anzi per lo più si escludono a vicenda. Così facevano i farisei, e lo stesso avviene anche oggi presso i cristiani della chiesa ufficiale.

Se l’uomo non può ottenere la salvezza con l’espiazione, con i sacramenti e con le preghiere, le buone opere non gli sono più necessarie.

Il Sermone della Montagna, ovvero il Simbolo della Fede: Non si può credere all’uno o all’altro; ed i partigiani della chiesa hanno scelto l’ultimo. Il Simbolo della Fede è insegnato e letto come preghiera nelle chiese, mentre il Sermone della Montagna è escluso perfino dalle letture evangeliche nelle chiese, per cui i fedeli non lo sentono mai, salvo nei giorni in cui il Vangelo è letto tutto intero. E non può avvenire altrimenti.

Uomini i quali credono in un Dio malvagio ed insensato che maledisse la razza umana e votò suo figlio al sacrificio ed una parte degli uomini ad una tortura eterna, non possono credere in un Dio di amore. L’uomo che crede in Dio-Cristo che giudica e punisce chiassosamente i vivi ed i morti, non può credere in un Cristo che ordina di porgere la guancia all’offensore, di non giudicare, di perdonare, e di amare i propri nemici.

L’uomo che crede al carattere divino dell’Antico Testamento e alla santità di Davide che sul suo letto di morte lega la missione di uccidere il vecchio che l’ha offeso e ch’egli non ha potuto uccidere da sé medesimo, perché legato da un giuramento (Re, III, 8), e molte altre villanie delle quali è pieno l’Antico Testamento, non può credere nella morale del Cristo. L’uomo, che crede nella dottrina e nei sermoni della chiesa relativamente alla conciliazione del cristianesimo con le esecuzioni capitali e la guerra, non può più credere nella fratellanza di tutti gli uomini.

E soprattutto l’uomo che crede nella salvezza per via dell’espiazione o dei sacramenti non può più concentrare tutti i suoi sforzi verso l’osservanza della dottrina morale del Cristo.

L’uomo a cui la chiesa ha insegnato questa dottrina sacrilega, cioè ch’egli non può trovare la salute in sé e che esiste un altro mezzo per ottenerla, ricorrerà necessariamente a questo mezzo e non alla sua propria forza, alla quale non può affidarsi senza peccato, come gli assicurano. La dottrina della chiesa, qualunque essa sia, con le sue espiazioni ed i suoi sacramenti, esclude la dottrina del Cristo (soprattutto la chiesa ortodossa con la sua idolatria). “Ma, mi si potrà obbiettare, il popolo ha sempre creduto e crede ancora a questo modo. Tutta la storia del popolo russo lo prova. Non si può togliergli le sue tradizioni”.

E una falsità. Il popolo ha professato realmente un tempo, qualcosa di simile a ciò che professa oggi la chiesa; ma non era affatto per la stessa cosa.

Accanto a questa idolatria delle immagini, delle reliquie, vi fu sempre nel popolo una intelligenza profondamente morale del cristianesimo che non è mai esistita nella chiesa e non si trova che nei suoi migliori rappresentanti. Ma il popolo, nonostante tutti gli ostacoli che gli sono stati opposti in questo senso dallo stato e dalla chiesa, ha già percorso da lungo tempo la tappa grossolana di questo concetto. Ciò che lo dimostra, d’altronde, è lo sviluppo spontaneo e generale delle sette razionaliste che formicolano oggi in Russia, e contro cui lottano con tanto poco successo i ministri della chiesa. Il popolo cammina innanzi nella penetrazione del codice morale e vivente del cristianesimo. Ed è allora, che compare la chiesa, non per portare il suo appoggio a questo movimento, ma per inculcare maggiormente nel popolo un vieto paganesimo, dalle forme pietrificate, e per respingerlo di nuovo nel buio dal quale cerca così penosamente di uscire.

“Noi non insegniamo al popolo nulla di nuovo, ma soltanto ciò che egli crede e in una forma più perfetta” dicono i ministri della chiesa. Questo modo di procedere somiglia a quello che consisterebbe nel legare un pulcino che cresce e nel rinchiuderlo nel guscio da cui è uscito.

La prima domanda, il primo dubbio, che si presenta al russo quando comincia a riflettere, si riferisce alle immagini miracolose e soprattutto alle reliquie: è vero che siano incorruttibili e che facciano miracoli? Centinaia e migliaia di uomini si fanno questa domanda, ma si fermano innanzi alla soluzione, principalmente a causa del fatto che gli arcivescovi, i metropolitani e tutti gli uomini di alto grado baciano queste reliquie e queste immagini miracolose. Domandate agli arcivescovi ed ai grandi personaggi perché lo facciano, e vi risponderanno che lo fanno per dare l’esempio al popolo. E il popolo lo fa perché essi lo fanno.

La chiesa russa, nonostante la vernice superficiale di modernità e di raffinatezza del carattere sacro che i suoi membri cominciano oggi ad introdurre nelle loro opere, nei loro articoli, nelle loro riviste religiose e nei loro sermoni, non ha altro fine se non quello di mantenere il popolo in una idolatria selvaggia e grossolana, e di diffondere la superstizione e l’ignoranza, oscurando l’intelligenza della dottrina evangelica che vive nel popolo accanto alla superstizione.

Ricordo di aver assistito un giorno, nella libreria del convento Optin, alla scelta che faceva un vecchio mugico analfabeta, di alcuni libri religiosi per suo figlio. Un frate gli raccomandava la storia delle reliquie, delle feste, delle apparizioni d’immagini, il libro dei salmi, ecc. Io domandai al vecchio se egli avesse un Vangelo. – No. – Dategli dunque un Vangelo in russo, dissi al frate. – Non è adatto per loro, mi rispose egli.

Ecco in poche parole tutta l’azione della nostra chiesa.

Ma ciò avviene soltanto nella barbara Russia, obbietterà un lettore europeo od americano. E questa opinione sarà giusta, ma solo fin quando non avrà di mira che un governo il quale aiuta la chiesa a compiere in Russia la sua missione di demoralizzazione e di abbrutimento.

Vero è che in nessuna parte di Europa esiste un governo così dispotico e che si accordi così bene con la chiesa attuale. Anche la partecipazione del potere alla demoralizzazione del popolo russo è molto grande. Ma sarebbe ingiusto credere che la chiesa russa si distingua da qualunque altra chiesa nella sua influenza sul popolo.

Le chiese sono dappertutto le stesse, e se le chiese cattolica, anglicana, luterana, non hanno sotto mano un governo così docile, non è certo perché si manchi di desiderarlo.

Una chiesa, qualunque essa sia, non può non mirare allo stesso fine della chiesa russa, cioè velare il senso vero della dottrina del Cristo e sostituirle un insegnamento che non obblighi a nulla e che soprattutto giustifichi l’esistenza di bonzi nutriti a spese del popolo.

Forse che il cattolicesimo ha mai fatto altrimenti quando proibisce di leggere il Vangelo, quando esige una sottomissione cieca ai capi della chiesa ed al papa infallibile? Il cattolicesimo insegna forse una cosa diversa da quelle che insegna la chiesa russa? Lo stesso culto esterno, le stesse reliquie, gli stessi miracoli, le stesse statue miracolose, la Madonna e le processioni, gli stessi ragionamenti ampollosi e nebulosi sul cristianesimo nei libri e nei sermoni: in realtà, gli stessi incoraggiamenti alla più volgare idolatria.

E non avviene forse lo stesso nelle chiese anglicana, luterana e in ogni protestantesimo che ha una chiesa? Le stesse esigenze di fede nei dogmi espressi nel IV secolo, e che hanno perduto ogni senso per gli uomini del tempo nostro, le stesse pratiche idolatre, se non davanti alle reliquie ed alle icone, almeno davanti al giorno del sabato e davanti alla lettera della Bibbia. Sempre la stessa tendenza a nascondere le esigenze vere del cristianesimo ed a sostituir loro un culto esterno ed il cant, che non obbliga a nulla, come lo definiscono così bene gli Inglesi, i quali vi sono specialmente sottomessi. Nel protestantesimo questa tendenza soprattutto notevole perché esso non ha il pretesto dell’antichità. E non si produce forse la stessa cosa nel calvinismo rigenerato, nell’evangelismo che ha prodotto l’Esercito della Salvezza?

Come le diverse dottrine di chiesa sono simili riguardo alla dottrina del Cristo, così sono simili i loro modi di procedere.

La loro situazione è tale che esse non possono non adoperare tutti i loro sforzi per nascondere la dottrina del Cristo, del cui nome si servono. L’incompatibilità di tutte le confessioni di chiesa con la dottrina del Cristo è, infatti, tale che occorrono sforzi speciali per dissimularla agli uomini. Qual è, infatti, la situazione di ogni adulto, non dico istruito, ma che abbia assimilato anche superficialmente le nozioni che fluttuano per l’aria, sulla geologia, la fisica, la chimica, la cosmografia e la storia, quando, per la prima volta, egli esamina con coscienza le credenze che gli furono inculcate nella infanzia e che le chiese hanno consacrato ? Quali credenze! Dio creò il inondo in sei giorni, la luce prima del sole, Noè riunì tutte le bestie nell’arca, ecc., Gesù è Dio figlio che creò tutto temporaneamente, egli scese sulla terra a causa del peccato di Adamo, risuscitò, risalì in cielo, dove siede alla destra del Padre, e tornerà sulle nuvole per giudicare il mondo, ecc.

Tutte queste nozioni elaborate dagli uomini del IV secolo, e che avevano per loro, a quel tempo, un certo senso, non ne hanno più oggi. Gli uomini del nostro tempo possono ripetere con le labbra queste parole, ma non possono credervi, perché affermazioni come queste: Dio vive nel cielo; il cielo si aprì ed una voce scese e disse qualche cosa: il Cristo è risuscitato ed è risalito in qualche luogo, in cielo, e tornerà sulle nuvole, ecc., non hanno alcun senso per noi.

L’uomo che considerava il cielo come una volta solida e limitata poteva credere o non credere che Dio abbia creato il cielo, che questo si sia aperto, che il Cristo vi si sia innalzato; ma per noi, quale senso può avere tutto ciò? Gli uomini del nostro tempo possono soltanto credere che bisogna credere; e lo fanno. E nondimeno essi non possono credere a ciò che non ha senso per loro.

Ma, se tutte queste espressioni devono avere un senso allegorico, noi sappiamo in primo luogo che i partigiani della chiesa non sono d’accordo in proposito e che la maggioranza insiste sull’intendimento della Sacra Scrittura nel suo senso letterale, e, in secondo luogo, che tutte queste interpretazioni, molto differenti le une dalle altre, non si appoggiano su nulla.

Ma, quand’anche gli uomini volessero sforzarsi di credere alla dottrina delle chiese quale essa viene insegnata, la diffusione dell’istruzione e del Vangelo opporrebbero alla loro credenza un ostacolo insuperabile.

Basterebbe all’uomo del tempo nostro di comprare per tre soldi un Vangelo e leggervi le parole così chiare del Cristo, parole che non richiedono alcun commento, come quelle dette alla Samaritana, cioè che il Padre ha bisogno di fedeli, non a Gerusalemme, né su questo monte né su quell’altro, ma di fedeli nello spirito e nella verità, come quelle che affermano che il cristiano deve pregare, non come un pagano in un tempio, ma in segreto nel suo ritiro e che il discepolo del Cristo non deve chiamare nessuno padre o maestro; basterebbe leggere queste parole per convincersi indiscutibilmente che i pastori delle chiese che si chiamano da loro medesimi maestri, contrariamente alla dottrina del Cristo, e che discutono fra loro, non hanno alcuna autorità, e che ciò che essi insegnano non è il cristianesimo.

C’è di più: se l’uomo moderno continuasse a credere ai miracoli e a non leggere il Vangelo, le sue uniche relazioni con gli uomini delle altre credenze, relazioni divenute così facili al tempo nostro, lo farebbero dubitare della verità della sua fede. Era facile, per un uomo che non poteva vedere i suoi simili di un’altra confessione credere che la sua fosse l’unica vera; mentre basta ad un uomo che riflette, per dubitare della sua fede, di essere messo in relazione con altri uomini, buoni o cattivi, delle altre confessioni, i quali discutono e condannano reciprocamente le loro credenze. Nel tempo nostro, solo l’uomo assolutamente ignorante od indifferente a tutte le questioni della vita illuminate dalla religione, può conservare la fede della sua chiesa. Così, quante astuzie e quanti sforzi non devono mettere in opera le chiese, perché, nonostante queste condizioni sfavorevoli alla fede, esse possano ancora fabbricare templi, cantare messe, predicare, insegnare, fare proseliti, e soprattutto essere grassamente pagate per questo, in persona di tutti i loro preti, pastori, intendenti, soprintendenti, abati, arcidiaconi, vescovi ed arcivescovi!

Ci vogliono degli sforzi immensi, sovrumani e le chiese li fanno con una energia sempre maggiore. Da noi, in Russia (senza parlare degli altri mezzi), si adopera semplicemente la violenza brutale del potere sottomesso alla chiesa. Gli uomini che si dispensano dalle pratiche esteriori del culto e non lo nascondono, sono puniti senz’altra forma di processo, oppure sono spogliati dei loro diritti.

Al contrario, gli uomini che praticano tutte le forme esteriori della fede sono ricompensati ed acquistano nuovi diritti.

Così agiscono gli ortodossi; ma tutte le chiese senza eccezione adoperano per questo fine tutti i mezzi fra i quali oggi il primo è ciò che si chiama ipnotismo.

Si mettono in opera tutte le arti, dall’architettura alla poesia, per influire sull’anima e per addormentare l’intelligenza, e questa influenza è continua. Questa necessità d’ipnotizzare gli uomini può essere specialmente notata nell’Esercito della Salvezza che adopera mezzi nuovi ai quali noi non siamo ancora abituati, come le trombe, i tamburi, i canti, le bandiere, gli abiti, le processioni, il ballo, le lagrime ed altri mezzi drammatici.

Ma tutto questo non ci fa impressione se non perché si tratta di procedimenti nuovi. Forse che gli antichi procedimenti dei tempi, con la loro illuminazione speciale, lo splendore delle dorature, i ceri, i cori, gli organi, le campane, i predicatori piagnucolosi, ecc., non erano analoghi?

Ma, nonostante tutta la potenza di questa ipnotizzazione, non è in questo che consiste l’azione più infausta della chiesa. Essa sta nella sua tendenza ad ingannare i fanciulli, quei medesimi fanciulli dei quali il Cristo disse: “Guai a colui che tenterà uno solo di questi piccini!”

Sin dal primo risveglio della sua coscienza, si comincia a mentire al fanciullo; gli si insegnano solennemente cose alle quali i suoi educatori stessi non credono, e ciò si fa con tanta abilità e tanta costanza, che queste credenze divengono per lui, con l’abitudine, una seconda natura. Si ha cura d’ingannarlo sulla questione più importante della vita, e, quando questa menzogna ha preso nella sua mente radici tanto profonde che riesce impossibile sradicarle, si apre al fanciullo il mondo della scienza e della realtà che non possono in alcun modo conciliarsi con le credenze inculcategli, e gli si lascia la cura di distrarsi come potrà in mezzo a queste contraddizioni.

Se si fosse cercato il problema di fuorviare la sana intelligenza dell’uomo, affinché egli non potesse uscire dalla contraddizione dei due concetti opposti inculcatigli sin dall’infanzia, non si sarebbe potuto inventare cosa più potente del sistema di educazione adottato nella nostra società cosiddetta cristiana.

Ciò che le chiese fanno degli uomini è terribile, ma, se si esamina bene la loro situazione, si riconosce che esse non possono agire altrimenti. Un dilemma è posto alle chiese: il Sermone della Montagna oppure il Simbolo di Nicea. L’uno esclude l’altro. Se l’uomo crede sinceramente nel Sermone della Montagna, il Simbolo di Nicea perde fatalmente per lui ogni senso ed ogni valore e, col Simbolo di Nicea, la chiesa ed i suoi rappresentanti. E se egli crede nel Simbolo di Nicea, cioè nella chiesa, cioè in coloro che se ne intitolano rappresentanti, il Sermone della Montagna diviene inutile per lui. È per questo che le chiese non possono non fare tutti gli sforzi immaginabili per oscurare il senso del Sermone della Montagna ed attrarre gli uomini a sé. È soltanto grazie a quest’azione intensiva delle chiese in questo senso che la loro influenza ha potuto mantenersi finora. Se la chiesa arrestasse, anche per un momento brevissimo, questa influenza sulla massa con l’ipnotizzazione, e sui fanciulli con la menzogna, gli uomini intenderebbero presto la dottrina evangelica, e l’intelligenza di questa dottrina annienterebbe le chiese e la loro influenza. Ed è per questo che le chiese non arrestano un momento la loro azione. Ed è questa azione che impedisce alla maggior parte degli uomini pretesi cristiani d’intendere la dottrina del Cristo.