Il cristianesimo mal compreso dagli scienziati
Parlerò adesso di un altro preteso concetto del cristianesimo, che impedisce di coglierne il senso vero, cioè del concetto scientifico.
I partigiani della chiesa hanno dato al cristianesimo un’interpretazione che essi considerano come la sola vera.
Gli scienziati esaminano il cristianesimo quale è professato dalle diverse chiese e, supponendo che esse ne diano il significato intero, lo considerano come una dottrina religiosa che ha fatto il suo tempo.
Per ben comprendere come sia impossibile, con questa opinione, penetrare nella dottrina del Cristo, è indispensabile conoscere il posto che hanno occupato ed occupano in realtà tutte le religioni in generale ed il cristianesimo in particolare, nella vita dell’umanità, come anche l’importanza che loro attribuisce la scienza.
Come l’individuo isolato non può vivere senza farsi un’idea della sua ragione di essere e senza subordinare le sue azioni, talvolta inconsciamente, al fine che egli dà alla sua esistenza, così i gruppi di uomini che vivono in condizioni uguali, come le nazioni, non possono non dare una ragione determinante ai loro fini comuni ed agli sforzi che ne sono la conseguenza. Come l’uomo isolato, invecchiando, cambia necessariamente il suo concetto della vita e trova alla sua esistenza un senso di cui non si era accorto essendo fanciullo, così le società, le nazioni cambiano necessariamente, secondo la loro età, il loro concetto della vita e l’azione che ne deriva.
La differenza tra l’individuo e l’umanità sta in questo, che l’individuo può approfittare delle indicazioni degli uomini che sono vissuti prima di lui ed hanno già varcata l’età nella quale egli entra, mentre l’umanità non può ricevere queste indicazioni, perché cammina per una via ancora inesplorata, e non trova a chi domandare come debba intendere la vita ed agire nelle nuove condizioni in cui si trova e nelle quali nessuno si è mai trovato ancora.
Tuttavia, come il padre di famiglia non può continuare ad intendere la vita come la intendeva da fanciullo, così l’umanità, dopo diversi cambiamenti – densità della popolazione, relazioni stabilite fra le nazioni, perfezionamento dei mezzi di lottare contro la natura, accumulazione del sapere – non può continuare ad intendere la vita come prima. Essa ha bisogno di un nuovo concetto dell’esistenza, concetto da cui risulta l’attività nuova, concordante col nuovo stato nel quale è entrata.
A questa necessità risponde la facoltà speciale dell’umanità di produrre uomini che vengono a dare a tutta la vita umana un nuovo senso, da cui risulta un’azione tutta diversa dall’antica. Lo stabilimento di questi nuovi concetti e dell’azione nuova che ne risulta è ciò che si chiama religione.
Ecco perché la religione non è, come crede la scienza, un fenomeno che nei tempi andati accompagnò lo sviluppo dell’umanità e che non si è più rinnovato, ma bensì un fenomeno proprio alla vita umana ed assolutamente naturale all’umanità oggi ancora, come in ogni altro tentativo. In secondo luogo la religione essendo sempre la definizione dell’azione nell’avvenire e non nel passato, è chiaro che lo studio dei fenomeni passati non può, in nessun caso, abbracciare tutto il senso della religione.
L’essenza di ogni dottrina religiosa non sta nel desiderio di una espressione simbolica delle forze della natura, né nel terrore che le sue forze ispirano, né in un bisogno di meraviglioso, né nelle forme esteriori con le quali si manifesta, come credono gli scienziati.
L’essenza della religione sta nella facoltà che hanno gli uomini di profetizzare e d’indicare la via che deve seguire l’umanità in una direzione diversa da quella seguita per il passato e da cui risulta un’azione assolutamente diversa dell’umanità nell’avvenire.
Questa facoltà di prevedere la via dell’umanità appartiene più o meno a tutti gli uomini, ma sempre, in ogni tempo, vi sono stati uomini nei quali essa si è manifestata con una forza speciale, e che, esprimendo lucidamente ed esattamente ciò che sentivano vagamente tutti gli altri, stabilivano un nuovo concetto della vita, da cui risultava una nuova azione per parecchi secoli o per migliaia di anni.
Noi conosciamo tre di questi concetti della vita. Due sono già passati per l’umanità, e traversiamo oggi il terzo nel cristianesimo. Questi concetti sono nel numero di tre, e solo nel numero di tre, non perché noi ne abbiamo arbitrariamente riunito parecchi, ma perché le azioni di tutti gli uomini hanno sempre al loro principio uno di questi tre concetti della vita, e perché non possiamo intendere la vita che per questi tre modi.
Questi tre concetti sono: 1° vita personale o animale; 2° vita sociale o pagana; 3° vita universale o divina.
Secondo il primo concetto, la vita dell’uomo è compresa nella sua sola personalità: lo scopo della sua vita è la soddisfazione della volontà di questa personalità. Secondo il secondo concetto, la vita dell’uomo è compresa non soltanto nella sua personalità, ma in un complesso ed in una gradazione di personalità: la famiglia, la tribù, la razza, lo Stato. Il fine della vita consiste nella soddisfazione della volontà di questo complesso di personalità. Secondo il terzo concetto, la vita dell’uomo non è compresa né nella sua personalità, né in un complesso od una gradazione di personalità, ma nel principio e nella sorgente della vita, Dio.
Questi tre concetti della vita servono di base a tutte le religioni che esistono o sono esistite. Il selvaggio non riconosce la vita che in sé, nei suoi bisogni personali; la felicità della sua vita concentrata in lui solo. La più grande felicità per lui è la soddisfazione più compiuta dei propri appetiti. Il movente della sua vita è il suo piacere personale. La sua religione consiste nell’ingraziarsi la divinità e nel prosternarsi innanzi agli dei immaginari che egli suppone per un fine personale.
Il pagano sociale riconosce già la vita non in lui solo, ma in un insieme di individui: la famiglia, la tribù, la razza, lo Stato – e sacrifica a questo insieme la sua propria felicità. Il movente della sua vita è la gloria. La sua religione consiste nella glorificazione dei capi-gruppo: antenati, capi di tribù, sovrani – e nell’adorazione degli dei che proteggono esclusivamente la sua famiglia, la sua tribù, il suo popolo, il suo Stato.1
L’uomo dal concetto divino della vita riconosce già la vita, non nella sua personalità od in un’associazione di personalità (famiglia, tribù, popolo, patria o Stato), ma nella sorgente della vita eterna, cioè in Dio, e, per adempiere alla volontà di Dio, egli sacrifica la sua felicità personale, domestica e sociale. Il movente della sua vita è l’amore, e la sua religione è l’adorazione del principio di tutto: Dio.
Tutta la vita storica dell’umanità non è altra cosa che un passaggio graduale dal concetto della vita personale animale al concetto sociale, e da questo al concetto divino. Tutta la storia dei popoli antichi, che è durata migliaia di anni e finisce con la storia di Roma, è la storia della sostituzione del concetto sociale e razionale con il concetto animale e personale. La storia del mondo, sin dall’epoca della Roma imperiale e dell’apparizione del cristianesimo, è la storia che traversiamo oggi ancora, della sostituzione del concetto nazionale con il concetto divino.
Quest’ultimo concetto (e la dottrina cristiana che ne deriva), dirige tutta la nostra vita e si trova nella base di ogni nostra azione tanto pratica, quanto scientifica. Gli uomini della pretesa scienza, studiandolo solo nelle sue manifestazioni esterne, lo considerano come una cosa vieta, che non ha più valore per noi.
Secondo questi scienziati, questa dottrina, che consiste solo nei suoi dogmi – la Trinità, la Redenzione – nei suoi miracoli, nella sua chiesa, nei suoi sacramenti, ecc., non è che una delle numerose religioni che l’umanità ha fatto nascere, ed essa finisce il suo tempo oggi, dopo avere rappresentato la sua parte nella storia, sparendo innanzi alla luce della scienza e della civiltà.
Ora succede – cosa che ha luogo nella maggior parte dei casi e diviene sorgente di errori grossolani – che gli uomini di un grado intellettuale inferiore si imbattono in fenomeni di un ordine superiore e che, invece di mettersi a un punto di vista abbastanza alto per giudicarli sanamente, li spiegano dal loro punto di vista inferiore, e con tanto maggiore audacia quanto meno intendono ciò di cui parlano.
Per la maggior parte dei dotti che esaminano la dottrina morale vivente del Cristo da un punto di vista inferiore del concetto sociale della vita, questa dottrina non è altro che una specie di amalgama senza coesione di ascetismo indiano, di dottrine stoiche e neo-platoniche e di sogni antisociali utopistici che non hanno alcuna importanza seria per il tempo nostro; e tutto si concentra per loro nelle manifestazioni esterne: il cattolicesimo, il protestantesimo, i dogmi, e la lotta contro il potere secolare. Definendo il significato del cristianesimo secondo simili manifestazioni, essi rassomigliano a dei sordi che giudicassero del valore e dell’importanza della musica dai movimenti dei musicisti.
Ne segue, che tutti questi uomini, principiando da Kant, Strauss, Spencer e Renan, senza intendere le parole del Cristo, senza capire perché esse sono state dette, non comprendendo neanche la domanda alla quale servono di risposta, non dandosi la pena di penetrarne il senso, negano semplicemente, quando sono mal disposti, che la dottrina abbia un senso ragionevole.
E, quando si degnano di essere benevoli, la correggono dall’alto della loro dottrina, supponendo che il Cristo voleva dire precisamente ciò che loro pensano, ma che egli non seppe farlo.
Essi trattano la dottrina come i presuntuosi trattano le parole degli interlocutori che considerano come inferiori, dicendo: “Ma, in realtà, voi avete voluto dire questo e quest’altro”.
E le loro rettificazioni hanno sempre il fine di ricondurre il concetto superiore divino al concetto inferiore sociale.
Si dice generalmente che la dottrina morale del cristianesimo è buona, ma esagerata. Perché essa divenga praticabile, bisogna toglierle tutto il superfluo che non si concilia con le condizioni della nostra esistenza. “Perché la dottrina che domanda troppo è ineffettuabile e non vale quella che dagli uomini esige soltanto il possibile, compatibile con le loro forze” pensano e affermano i dotti commentatori del cristianesimo, ripetendo ciò che affermavano e non potevano non affermare coloro i quali non intendendolo, crocifissero il Maestro: gli ebrei.
Innanzi al giudizio dei dotti del tempo nostro, la legge giudaica: dente per dente, occhio per occhio, cioè, la legge del giusto castigo, conosciuta dall’umanità da 5000 anni, è più ragionevole della legge dell’amore che il Cristo le sostituì 1800 anni addietro.
Essi trovano che tutto ciò che hanno fatto gli uomini che hanno compreso direttamente la dottrina del Cristo e che sono vissuti a norma di questo concetto, tutto ciò che hanno fatto e detto tutti i veri cristiani, tutti i militanti della dottrina evangelica, tutto ciò che trasforma oggi il mondo sotto il soffio del socialismo e del comunismo, tutto questo è un’esagerazione che non merita che se ne parli.
Gli uomini istruiti durante diciotto secoli nel cristianesimo si sono convinti, nella persona dei loro rappresentanti autorevoli, i dotti, che la dottrina cristiana è una dottrina di dogmi. In quanto alla sua applicazione pratica, essa è un malinteso, un’esagerazione che compromette le vere e legittime esigenze della morale umana; e questa dottrina di giustizia che il Cristo respinse ed alla quale egli sostituì la sua propria, ci soddisfa molto di più.
Il precetto della non-resistenza al male con la violenza sembra ai dotti un’esagerazione ed anche un’assurdità. Val meglio rigettarlo, pensano, senza accorgersi che non discutono la dottrina del Cristo, ma bensì ciò che essi credono essere la dottrina del Cristo.
Non si accorgono che il dire che il precetto della non-resistenza al male con la violenza è un’esagerazione della dottrina del Cristo equivale al dire che, nella definizione del cerchio, l’affermazione della uguaglianza dei raggi è un’esagerazione. Essi fanno ciò che farebbe un uomo il quale, non avendo alcuna nozione di quel che sia un cerchio, affermasse essere esagerazione il dire che tutti i punti della circonferenza sono egualmente distanti dal centro. Consigliare di respingere o di attenuare l’assioma dell’uguaglianza dei raggi del cerchio è non comprendere che cosa è il cerchio. Consigliare di respingere o di attenuare, nella dottrina del Cristo, il precetto della non-resistenza al male con la violenza, è non comprendere la dottrina.
E coloro che lo fanno non l’intendono davvero. Essi non capiscono che questa dottrina è l’attuazione pratica di un nuovo concetto della vita, concetto rispondente alla nuova fase in cui l’umanità entrò sono oramai 1800 anni, e dal quale risulta la definizione della vita nuova.
Essi non convengono che il Cristo abbia voluto dire ciò che disse; oppure suppongono che fu per impulso, per mancanza di ragionamento e di cultura che egli disse ciò che si trova nel Sermone della Montagna ed in altri luoghi.2
Perciò, io vi dico: Non siate con ansietà solleciti per la vita vostra, che mangerete, o che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete; non è la vita più che il nutrimento, e il corpo più che il vestire?”
Riguardate agli uccelli del cielo: come non seminano e non mietono, e non accolgono in granai; e pure il Padre vostro celeste li nutre; non siete voi da molto più di loro?
E chi è colui di voi che con la sua sollecitudine, possa aggiungere alla sua statura pure un cubito?
E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Avvisate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito al pari di uno di loro;
Ora se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà egli molto più voi, o uomini di poca fede?
Non siate dunque con ansietà solleciti, dicendo: Che mangeremo, e che berremo, o di che saremo vestiti?
Sono i pagani che ricercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste sa che voi avete bisogno di tutte queste cose.
Anzi, cercate prima il regno di Dio, e la sua giustizia; e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte.
Non siate dunque con ansietà solleciti del giorno di domani; perché il giorno di domani sarà sollecito delle cose sue; basta a ciascun giorno il suo male.
(S. Matteo, VI, 25, 34).
Vendete i vostri beni, e fatene elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano; un tesoro in cielo, che non vien giammai meno; ove il ladro non giunge, ed ove la tignola non guasta. Dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore.
(S. Luca, XII, 33, 34).”
Vendi il tuo bene e seguimi; chi non lascia padre e madre, figli e fratelli, campo e casa, non può essere mio discepolo.
Rinnegati, prendi la tua croce per ogni giorno, e seguimi. Il mio nutrimento consiste nell’adempiere la volontà di Colui che mi ha mandato, e nell’adempiere la sua opera. Non è la mia volontà che sarà fatta, ma la Tua; non è ciò ch’io voglio, ma ciò che Tu vuoi, e non è così, come io voglio, ma come Tu vuoi. La vita consiste nell’adempire non la volontà propria ma la volontà di Dio.
Queste massime sembrano agli uomini autorevoli che hanno della vita un concetto inferiore, l’espressione di una specie di impulso entusiastico senza applicazione possibile nella pratica. E tuttavia esse risultano così rigorosamente dal concetto cristiano, come il precetto dell’abbandono del lavoro alla comunità o del sacrificio della vita per la difesa della patria risulta dal concetto sociale.
L’uomo, attaccato al concetto sociale della vita, può dire al selvaggio: “Ritorna in te, rifletti; la vita della tua personalità non può essere la vita vera, perché essa è miserabile ed effimera. Solo l’aggruppamento e la gradazione si perpetuano: la famiglia, la tribù, la razza, lo Stato, e perciò tu devi sacrificare la tua personalità all’esistenza di questo aggruppamento”; così la dottrina cristiana dice all’uomo dal concetto sociale; “Pentitevi, μετανοεἳτε, cioè ritornate in voi stessi, se no, perirete. Ritornate in voi stessi e capite che la vita che vivete non è la vera vita che la vita della famiglia, della società, dello Stato, non è la salvezza. La vita vera, saggia, non è possibile per l’uomo se non quando egli partecipa in una certa misura, non alla vita della famiglia o dello Stato, ma alla vita del Padre”. Tale è indiscutibilmente il concetto cristiano, che appare in ogni massima del Vangelo.
Si può non avere la stessa opinione, si può negarla e provarne l’inesattezza, ma è impossibile giudicare una dottrina senza avere penetrato nel concetto da cui essa deriva. Ed a maggior ragione è impossibile giudicare una tesi di ordine superiore, mettendosi a un punto di vista inferiore: giudicare del campanile, guardando le fondamenta. Ed è precisamente ciò che fanno i nostri dotti. E lo fanno perché si trovano in un errore simile a quello dei fedeli della chiesa i quali credono possedere tali mezzi d’investigazione che basta applicarli, perché nessun dubbio possa sorgere sul risultato del loro esame.
Questo possesso di un metodo d’investigazione preteso infallibile, costituisce il principale ostacolo alla intelligenza della dottrina cristiana da parte degli atei e dei pretesi dotti, la cui opinione serve di guida alla gran maggioranza degli increduli, assennati ed istruiti. E da questa pretesa interpretazione risultano tutti gli errori dei dotti circa alla dottrina cristiana, e specialmente due malintesi strani che più di ogni altra cosa impediscono d’intenderla.
Uno di questi malintesi è che la dottrina cristiana sia irrealizzabile; ecco perché o essa non è affatto obbligatoria, cioè non deve servire di guida, oppure dev’essere modificata, attenuata fine ai limiti in cui la sua osservanza è possibile nel nostro ordine di cose. Il secondo malinteso consiste nel fatto che questa dottrina, che comanda di amare e di servire Dio, è poco chiara, mistica, e non ha un oggetto definito di amore; e per conseguenza, dev’essere sostituita da una dottrina più esatta e più comprensibile di amare e di servire l’umanità.
Il primo malinteso, riguardo all’impossibilità di praticare la dottrina cristiana, viene dal fatto che gli uomini dal concetto sociale della vita, non comprendendo il motivo che guida i partigiani della dottrina cristiana, e considerando l’indicazione della perfezione come una regola della vita, pensano e dicono che è impossibile seguire la dottrina del Cristo, perché l’esecuzione compiuta delle esigenze di questa dottrina distruggerebbe la vita. “Se un uomo adempisse ciò che predica il Cristo, egli distruggerebbe la sua vita; e se tutti gli uomini l’adempissero, tutta la specie umana cesserebbe di esistere”, dicono essi.
“Non curarti del domani, di ciò che mangerai, né di ciò che berrai, né del modo in cui vestirti”, dice il Cristo. “Senza difendere la propria vita, senza resistere al male con la violenza, dando la propria vita per il prossimo ed osservando la castità assoluta, l’uomo e l’umanità non potrebbero esistere”, pensano e dicono essi.
Ed hanno assolutamente ragione, se considerano le indicazioni di perfezione date dalla dottrina del Cristo quali regole che ognuno deve osservare, come nella dottrina sociale ognuno dove osservare le regole di pagamento delle imposte, di partecipazione alla giustizia, ecc.
Il malinteso consiste precisamente in questo: che la dottrina del Cristo dirige gli uomini con un altro mezzo che non le dottrine fondate sul concetto della vita inferiore. Le dottrine sociali dirigono soltanto con regole e con leggi alle quali bisogna sottomettersi esattamente. La dottrina del Cristo guida gli uomini mostrando loro la perfezione infinita del Padre celeste, perfezione alla quale ogni uomo può mirare liberamente, in qualsiasi grado d’imperfezione egli si trovi.
Il malinteso degli uomini che giudicano la dottrina cristiana dal punto di vista sociale consiste in questo: che, supponendo che la perfezione indicata dal Cristo possa essere raggiunta compiutamente, essi si domandano (come si domandano, supponendo che la leggi sociali saranno osservate): “Che cosa avverrà quando ciò sarà effettuato?” Questa supposizione è falsa, perché la perfezione indicata ai cristiani è infinita e non può mai essere raggiunta. Il Cristo dà la sua dottrina, sapendo che la perfezione assoluta non sarà mai raggiunta, ma che la tendenza a questa perfezione assoluta ed infinita aumenterà continuamente la felicità degli uomini, e che, per conseguenza, questa felicità può essere indefinitamente aumentata.
Il Cristo insegna non agli angeli, ma agli uomini che si muovono e vivono di una vita animale. A questa forza animale del movimento, il Cristo applica, per così dire, una nuova forza – la coscienza della perfezione divina – e dirige così il cammino della vita sulla risultante di queste due forze.
Credere che la vita dell’uomo s’impegnerà nella direzione indicata dal Cristo è come se si credesse che un barcaiolo il quale per attraversare un fiume rapido si dirige quasi direttamente contro la corrente, navigherà in quella direzione.
Il Cristo riconosce l’esistenza dei due lati del parallelogramma, delle due forze eterne, imperiture, di cui si compone la vita dell’uomo: la forza della natura animale e la forza della coscienza, cioè ch’egli è figlio di Dio. Non parlando della forza animale che, affermandosi da sé, rimane sempre eguale a sé medesima, e sta fuori della volontà dell’uomo, il Cristo non parla che della forza divina, chiamando l’uomo alla maggiore coscienza di questa forza, alla sua più perfetta emancipazione ed al suo maggiore sviluppo.
Nella emancipazione e nell’aumento di questa forza consiste, secondo la dottrina del Cristo, la vera vita dell’uomo. Secondo le dottrine che l’hanno preceduta la vera vita era nell’adempimento delle regole, delle leggi; mentre, secondo la dottrina del Cristo, essa consiste nell’aspirazione alla perfezione divina, data come fine, e di cui ogni uomo ha coscienza di portare in sé il principio, e nell’assimilazione sempre meglio compiuta della volontà umana con la volontà di Dio, assimilazione verso la quale l’uomo tende e che sarebbe l’annientamento della vita che noi conosciamo.
La perfezione divina è l’asintoto della vita umana; l’umanità tende sempre verso di lei; le si può avvicinare, ma non può raggiungerla che nell’infinito.
La dottrina del Cristo non pare escludere la possibilità della vita se non quando si prende per una regola ciò che è soltanto l’indicazione di un ideale. È solo in questo caso che i precetti del Cristo paiono inconciliabili con le necessità della vita, mentre, al contrario, essi soli danno la possibilità di una vita giusta.
“Non si deve chiedere troppo, dicono ordinariamente gli uomini, discutendo le esigenze della dottrina cristiana. Non si può non curarsi affatto dell’avvenire, come è detto nel Vangelo, ma bisogna solo non curarsene troppo; non si può dare tutto ai poveri, ma bisogna dar loro in una certa misura; non si può serbare una castità assoluta, ma bisogna fuggire la dissolutezza; non bisogna abbandonare la moglie ed i figli, ma non bisogna neppure avere per loro un amore troppo esclusivo, ecc.”
Parlare così, è come se si dicesse ad un uomo che traversa un fiume rapido andando contro la corrente, che non deve dirigersi così, ma in linea retta verso il punto della riva che si vuole raggiungere.
La dottrina del Cristo si distingue dalle antiche dottrine in questo: che essa dirige gli uomini non con regole esterne, ma con la coscienza che essi hanno della possibilità di raggiungere la perfezione divina. E l’anima umana contiene non delle regole moderate dalla giustizia e dalla filantropia, ma l’ideale della perfezione divina, intera ed infinita. Solo la ricerca di questa perfezione trasporta la direzione della vita umana dallo stato animale allo stato divino, per quanto ciò è possibile umanamente.
Per giungere nel luogo a cui si tende, bisogna dirigersi con tutte le forze verso un punto molto più alto.
Abbassare l’ideale, non solo è diminuire le probabilità di giungere alla perfezione, ma distruggere l’ideale stesso. L’ideale che ci attira non è inventato da nessuno; ogni uomo lo porta nel suo cuore. Solo questo ideale di perfezione assoluta ed infinita ci seduce e ci attira. Una perfezione possibile perderebbe ogni influenza sull’anima umana.
La dottrina del Cristo ha una gran potenza, appunto perché domanda la perfezione assoluta, cioè l’identificazione con la volontà di Dio, del soffio divino che si trova nell’anima di ogni uomo, identificazione del figlio col Padre. Affrancare dall’animale il figlio di Dio che vive in ogni uomo e ravvicinarlo al Padre, solo in questo è la vita, secondo la dottrina del Cristo. L’esistenza dell’animale solo nell’uomo non è la vita umana. La vita secondo la sola volontà di Dio, non è neppure la vita umana. La vita umana è il composto della vita divina e della vita animale, e più questo complesso si ravvicina alla vita divina, più vita c’è.
La vita secondo la dottrina cristiana è il cammino verso la perfezione divina. Nessuno stato, secondo questa dottrina, può essere o più alto o più basso di un altro. Ogni stato non è altro che una tappa verso una perfezione inattuabile e, per conseguenza, non costituisce da sé un grado più o meno alto della vita. L’aumento della vita non è che un acceleramento del movimento verso la perfezione. Ecco perché lo slancio verso la perfezione del pubblicano Zaccheo, della peccatrice, del ladrone sulla croce, costituisce un grado più alto della vita che non l’impeccabilità immobile del fariseo. Ecco perché non vi possono essere regole obbligatorie per questa dottrina. L’uomo posto in un grado inferiore, camminando verso la perfezione, ha una condotta più morale, migliore, osserva meglio la dottrina che non l’uomo posto ad un grado ben più alto, ma che non cammina verso la perfezione.
È in questo senso che la pecorella smarrita è più cara al Padre che non le altre; che il figliuol prodigo, la moneta perduta e ritrovata, sono più cari di coloro che non si sono mai creduti perduti.
L’adempimento della dottrina è nel movimento dell’io verso Dio. È cosa evidente che esso non può avere né leggi né regole determinate. Qualunque grado di perfezione o d’imperfezione è uguale innanzi a questa dottrina il cui adempimento non è costituito dall’osservanza di alcuna legge; ecco perché non vi possono essere regole o leggi obbligatorie.
Da questa differenza radicale fra la dottrina del Cristo e tutte quelle che la precedettero, fondate sul concetto sociale della vita, risulta anche la differenza fra le leggi sociali ed i precetti cristiani. Le leggi sociali sono, per la maggior parte, positive, raccomandando certi atti, giustificando ed assolvendo gli uomini. Invece i precetti cristiani (il comandamento dell’amore non è un precetto nel senso proprio della parola, ma l’espressione del senso stesso della dottrina), i cinque comandamenti del Sermone della Montagna, sono tutti negativi e non indicano altro se non ciò che ad un certo grado di sviluppo dell’umanità gli uomini non devono più fare. Questi precetti sono in qualche modo come dei punti di ritrovo sulla via infinita della perfezione verso la quale l’umanità cammina, ed i gradi di perfezionamento accessibili in un certo periodo di sviluppo.
Nel Sermone della Montagna, il Cristo ha mostrato ad un tempo l’ideale eterno a cui gli uomini devono aspirare ed i gradi che essi possono già raggiungere ai nostri giorni.
L’ideale è di non desiderare di fare il male, di non provocare la malevolenza, di non detestare nessuno. In quanto al precetto che indica il grado al di sotto del quale non si può scendere per raggiungere questo ideale, esso è nella proibizione di offendere gli uomini con la parola. E questo è il primo comandamento.
L’ideale è la castità assoluta, anche nel pensiero.
Il comandamento che indica il grado al di sotto del quale non si può scendere, è la purezza della vita coniugale, l’allontanamento dalla dissolutezza. E questo è il secondo comandamento.
L’ideale è di non darsi pensiero dell’avvenire, di vivere per l’ora presente. Il comandamento che indica il grado al di sotto del quale non si può scendere è di non giurare, di non promettere nulla per l’avvenire. E questo è il terzo comandamento.
L’ideale è di non adoperare mai la violenza per alcun fine. Il comandamento che indica il grado al di sotto del quale non si può scendere è di non rendere il male per il male, di soffrire l’offesa, di dare la propria veste. E questo è il quarto comandamento.
L’ideale è di amare coloro che ci odiano. Il comandamento che indica il grado al di sotto del quale non si può scendere è di non far male ai propri nemici, di dirne del bene, di non fare differenza fra loro e gli amici. E questo è il quinto comandamento.
Tutti questi comandamenti sono indicazioni di ciò che, sulla via della perfezione, noi non dobbiamo pur fare, di ciò che adesso dobbiamo già sforzarci di trasformare a poco a poco in abitudini istintive; ma lungi dal costituire la dottrina del Cristo e di contenerla tutta intera, essi formano soltanto una delle tappe innumerevoli sulla via della perfezione. Essi devono essere seguiti da comandamenti sempre superiori.
Perciò spetta alla dottrina cristiana formulare esigenze più alte di quelle che sono espresse da questi comandamenti, e di non diminuirli, come pensano gli uomini che giudicano questa dottrina dal punto di vista del concetto sociale della vita.
Tale è il primo malinteso dei dotti circa l’importanza ed al fine della dottrina cristiana. L’altro, proveniente dalla stessa sorgente, consiste nella sostituzione dell’obbligo cristiano di amare e di servire gli uomini per l’amore di Dio, con l’obbligo di amarli e di servirli per l’amore dell’umanità.
La dottrina cristiana di amare e di servire Dio, e (solo come conseguenza di questo amore e di questo servizio) di amare e di servire il prossimo, sembra ai dotti poco chiara, mistica ed arbitraria, ed essi respingono assolutamente l’obbligo di amare e di servire Dio, stimando che la dottrina che insegna soltanto l’amore dell’umanità sia molto più chiara, solida e ragionevole.
I dotti insegnano teoricamente che la vita cosciente e buona è quella che si consacra al servizio di tutta l’umanità; in ciò sta per essi il senso della dottrina cristiana; ed a ciò si riduce l’insegnamento del Cristo. Essi cercano la conferma della loro dottrina in quella del Vangelo, supponendo che le due ne facciano una sola.
Questa opinione è affatto erronea. La dottrina cristiana e quella dei positivisti, dei comunisti e di tutti gli apostoli della fratellanza universale fondata sull’interesse generale, non hanno nulla di comune fra loro e si distinguono l’una dall’altra principalmente per il fatto che la dottrina cristiana ha delle basi ferme e chiare nell’anima umana, mentre la dottrina dell’amore per l’umanità è soltanto una deduzione teorica per analogia.
La sola dottrina dell’amore per l’umanità si fonda sul concetto sociale della vita.
L’essenza del concetto sociale della vita consiste nella sostituzione del senso della vita personale con quello della vita del gruppo: famiglia, tribù, razza, stato. Questo fenomeno si è compiuto e si compie facilmente e naturalmente nei primi gradi, cioè nella famiglia o nella tribù; ma nella razza o nel popolo, diventa già più difficile e richiede un’educazione speciale; infine, esso trova il suo estremo limite nello Stato.
Amare sé stesso è naturale, ed ognuno si ama senza avere bisogno di esservi incoraggiato; amare la propria tribù, dalla quale si riceve aiuto e protezione; l’amare la propria moglie, gioia e soccorso della vita; amare i propri figli, consolazione e speranza della vita, ed i genitori dai quali si sono ricevute l’esistenza e l’educazione, tutto ciò è naturale, e questo amore, benché assai meno potente dell’amore di sé stesso, si trova frequentemente.
Amare per sé, per la propria fierezza, la propria razza, il proprio popolo, senza essere già altrettanto naturale, è pure frequente.
L’amore della nazione, questo gruppo della stessa origine, della stessa lingua, della stessa religione, è pure possibile, benché questo sentimento sia lungi dall’essere così forte, non solo come l’amore per noi stessi, ma ben anche per la propria famiglia e per la propria razza. Ma l’amore per lo Stato, come la Turchia, la Germania, l’Inghilterra, l’Austria, la Russia, è già una cosa quasi impossibile e, nonostante l’educazione diretta in questo senso, questo amore non è che supposto e non esiste in realtà. A questo aggruppamento finisce già per l’uomo la possibilità di trasportare la propria coscienza e di provare per questa finzione un sentimento diretto; mentre i positivisti e tutti gli apostoli della fratellanza scientifica, senza prendere in considerazione la diminuzione del sentimento a misura che si estende l’oggetto dell’affezione, continuano a ragionare teoricamente e vanno ancora più lontano su questa via.
“Se, dicono essi, l’individuo ha interesse di estendere il suo io sulla famiglia, sulla tribù, sul popolo, sullo Stato, egli ha un interesse ancora più grande ad estenderlo sull’insieme dell’umanità, in modo che tutti vivano per l’umanità, come ognuno vive per la famiglia e per lo Stato.”
Teoricamente ciò è logico, infatti.
Poiché si è trasportato l’amore dalla personalità alla famiglia, da questa alla razza, poi al popolo, allo Stato, sarebbe assolutamente logico che gli uomini, per evitare le lotte ed i mali risultanti dalle divisioni dell’umanità in popoli ed in Stati, trasportassero il loro amore su tutta l’umanità. Ciò parrebbe più naturale, ed i teorici lo predicano, senza accorgersi che l’amore è un sentimento che si può avere, ma non predicare, e che, inoltre, l’amore deve avere un oggetto, mentre l’umanità non ne ha. Questa non è altro che una finzione.
La famiglia, la tribù, lo Stato medesimo non sono inventati dagli uomini; queste istituzioni si sono formate da loro stesse, come gli sciami delle api o le società delle formiche, ed hanno un’esistenza reale. L’uomo che ama, per la sua personalità animale, la famiglia, sa ch’egli ama Anna, Maria, Giovanni, Pietro, ecc. L’uomo che ama la sua razza e ne va orgoglioso, sa ch’egli ama tutti i guelfi e tutti i ghibellini. Colui che ama lo Stato sa ch’egli ama la Francia, dalle rive del Reno fino ai Pirenei, e la sua città principale, Parigi, e la sua storia, ecc. Ma che cosa ama l’uomo che ama l’umanità? Vi sono degli Stati, dei popoli; vi è il concetto astratto dell’uomo, ma l’umanità come concetto concreto non esiste e non può esistere.
L’umanità? Dove sono i limiti dell’umanità? Dove finisce? Dove comincia? L’umanità si ferma forse al selvaggio, all’idiota, all’alcolista, al pazzo esclusivamente? Se tracciamo una linea che limita l’umanità, escludendo i rappresentanti inferiori della specie umana, dove tracceremo questa linea ? Escluderemo i neri, come fanno gli Americani? e gli Indiani, come certi Inglesi? e gli Ebrei, come molti altri? E se vi conglobiamo tutti gli uomini senza eccezione, perché ammetteremo soltanto gli uomini e non gli animali superiori, molti dei quali sono più sviluppati che non i rappresentanti inferiori della specie umana?
Noi non conosciamo l’umanità come un oggetto esterno; ignoriamo i suoi limiti. L’umanità è una finzione; non si può amarla. Sarebbe molto utile, è vero, che gli uomini potessero amare l’umanità quanto amano la famiglia. Sarebbe molto profittevole sostituire, come desiderano i comunisti, alla concorrenza fra gli uomini un ordinamento comunale, oppure alla proprietà individuale la proprietà universale, affinché ognuno potesse lavorare per tutti e tutti per ognuno; soltanto, non c’è ragione di fare questo. I positivisti, i comunisti, e tutti gli apostoli della fratellanza scientifica predicano l’estensione all’umanità tutta intera dell’amore che gli uomini provano per loro stessi, per la loro famiglia e per lo Stato; essi dimenticano che l’amore predicato da loro è un amore personale che crescendo ha potuto comprendere la famiglia, poi allargarsi di più e giungere fino all’amore di una patria naturale, ma che sparisce interamente in presenza di uno Stato artificiale, come l’Austria, l’Inghilterra, la Turchia, e che non possiamo neanche arrivare ad immaginarcelo, quando si tratta di tutta la umanità – concetto assolutamente mistico.
“L’uomo ama sé stesso, la sua personalità animale; ama la sua famiglia, ama anche la sua patria. Perché non ama ugualmente tutta l’umanità? Come sarebbe bello! Per l’appunto il cristianesimo l’insegna pure.” Così pensano i partigiani della fratellanza positivista, comunista e socialista. Infatti la cosa sarebbe molto bella; ma non può avvenire, perché l’amore, fondato sul concetto personale e sociale della vita non può andare più in là dell’amore per la patria.
L’errore del ragionamento consiste in questo: che il concetto sociale della vita, sul quale è fondato l’amore per la famiglia e per la patria, si fonda esso stesso sull’amore della personalità, e che questo amore, estendendosi dalla personalità alla famiglia, alla razza, alla nazione, l’indebolisce sempre di più e giunge, nell’amore per lo Stato, al suo estremo limite.
La necessità di allargare il dominio dell’amore è indiscutibile, ma nello stesso tempo questa necessità distrugge in fatto la possibilità dell’amore e prova l’insufficienza dell’amore personale umano.
Ed è allora che gli apostoli della fratellanza positivista, comunista e socialista, propongono per evitare questo fallimento dell’amore umano l’amore cristiano, ma soltanto in queste conseguenze, ma non in queste cause. Essi propongono l’amore dell’umanità sola, senza l’amore di Dio.
Ma questo amore non può esistere; esso non ha alcuna ragione di essere. L’amore cristiano risulta unicamente dal concetto cristiano della vita, concetto secondo il quale lo scopo essenziale della vita è di amare e di servire Dio.
Per un procedimento naturale, il concetto sociale della vita ha condotto gli uomini dall’amore di sé, della famiglia, della nazione, della patria, alla coscienza della necessità dell’amore per l’umanità, che non ha limiti e che si confonde con tutto ciò che vive. Questa necessità di amare qualche cosa che non desta nell’uomo alcun sentimento, ha fatto sorgere una contraddizione che il concetto sociale della vita non può risolvere.
Soltanto la dottrina evangelica in tutto il suo significato la risolve, dando alla vita un senso nuovo. Il cristianesimo riconosce così l’amore per sé stesso come l’amore per la famiglia, per la nazione e per l’umanità, e non solo per l’umanità, ma anche per tutto ciò che vive. Ma l’oggetto di questo amore l’uomo non lo trova fuori di sé, nell’aggruppamento delle personalità: famiglia, razza, patria, umanità, né nel mondo esterno; egli lo trova in sé stesso, nella sua personalità divina, la cui essenza è questo amore.
Ciò che distingue la dottrina cristiana da quelle che la precedettero è che l’antica dottrina sociale diceva: Vivi contrariamente alla tua natura (intendendo con questo la sola natura animale); sottomettila alla legge esterna della famiglia, della società, dello Stato. Invece il cristianesimo dice: Vivi secondo la tua natura (intendendo solo la natura divina); non la sottomettere a nulla, né alla natura animale, né a quella degli altri, e raggiungerai appunto ciò che cerchi sottomettendo alle leggi esterne la tua natura esterna.
La dottrina cristiana riconduce l’uomo alla coscienza primitiva del suo io, non del suo io animale, ma del suo io divino, della scintilla divina, del suo io figlio di Dio, Dio come il Padre, ma rinchiuso in un involucro animale. E la coscienza di essere figlio di Dio, la cui essenza è l’amore, soddisfa la necessità di allargare il dominio dell’amore, necessità alla quale fu condotto l’uomo dal concetto sociale. Per quest’ultimo la salute della personalità esige infatti l’allargamento sempre maggiore del dominio dell’amore; l’amore è una necessità, riguardo a certi oggetti: sé, la famiglia, la società, l’umanità. Col concetto cristiano della vita, l’amore non è una necessità e non si esercita su nulla; esso è una facoltà essenziale dell’anima umana. L’uomo ama non perché ha interesse di amare questo o quello, ma perché l’amore è l’essenza dell’anima sua, perché egli non può non amare.
La dottrina cristiana insegna all’uomo che l’essenza dell’anima sua è l’amore, che la sua felicità non è di amare la tale o la tal altra entità, ma bensì il principio di tutto, Dio, ch’egli ha coscienza di contenere in sé. Ecco perché egli amerà tutti e tutto. Qui sta la differenza fondamentale fra la dottrina cristiana e la dottrina dei positivisti e di tutti i teorici della fratellanza universale non cristiana.
Tali sono i due malintesi principali rispetto al cristianesimo, dai quali risulta la maggior parte dei ragionamenti falsi di cui esso è oggetto. Il primo consiste nel credere che la dottrina del Cristo dia agli uomini, come le dottrine che la precedettero, delle regole che essi devono osservare, e che queste regole siano impraticabili; il secondo, che tutta la filosofia del cristianesimo si riduca a fare una sola famiglia dell’umanità intera, e che si può ottenere questo risultato col semplice amore per l’umanità, sbarazzato dall’amore di Dio.
Infine, l’opinione erronea dei dotti che il soprannaturale sia l’essenza del cristianesimo, e che la sua dottrina sia impraticabile, è stata anch’essa una delle cause per le quali gli uomini del nostro tempo non intendono il cristianesimo.
Note
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Solo perché fondiamo su questo concetto della vita pagana o sociale diverse forme di vita: la vita di famiglia, di tribù, di razza, di Stato, ed anche la vita di tutta l’umanità, teoricamente rappresentata dai positivisti – non ne consegue che la unità di questo concetto di vita sia distrutta. Tutte queste forme diverse della vita sono fondate sopra un’unica nozione, quella di sapere che la personalità non è uno scopo sufficiente per la vita, e che il senso della vita può essere trovato soltanto nell’associazione degli individui. ↩
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Ecco, per esempio, un’argomentazione caratteristica di questo genere in un articolo della Rivista americana Arena (ott. 1890), intitolata New basis of church life (Nuove basi della vita ecclesiastica). Ragionando sul significato del Sermone della Montagna, e soprattutto sulla non-resistenza al male, l’autore, senza essere, come i partigiani della chiesa, obbligato a nasconderne il significato, dice: “Il Cristo ha realmente predicato il comunismo più compiuto e l’anarchia, ma bisogna sapere guardare il Cristo nel suo significato storico e psicologico. Come ogni predicatore dell’umanità, il Cristo, entusiasta, giungeva nella sua dottrina fino alle esagerazioni utopistiche. Ogni passo innanzi nella perfezione morale dell’umanità è sempre diretto da uomini che non vedono niente altro che la loro missione. Il Cristo, senza che si possa fargliene rimprovero, aveva il temperamento tipico di un simile riformatore. Perciò noi dobbiamo ricordarci che i suoi insegnamenti non debbono essere presi alla lettera come una filosofia compiuta della vita. Dobbiamo analizzare le sue parole, con rispetto, ma con uno spirito di critica che cerca la verità, ecc...” Il Cristo sarebbe stato felice di dire le cose bene, ma non sapeva esprimersi così lucidamente ed esattamente come noi, nello spirito di critica. Perciò correggiamolo. Tutto ciò ch’egli disse sulla dolcezza, sul sacrificio, sulla povertà, sulla noncuranza del domani, tutto ciò lo disse per caso, non sapendo esprimersi scientificamente. ↩
