Capitolo V

Estetica, etica e religione dell’ateismo

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Come la negazione dell’ateismo è una fuoruscita dalla sfera della ragione, così è una fuoruscita dalla sfera del buon gusto estetico. La credenza in Dio è un peccato contro l’elevato senso del bello. L’ateismo soltanto invece lo soddisfa in tutta pienezza. L’estetica della credenza è tipicamente oleografica; è simboleggiata dalla figura oleografica di Cristo, che, col viso ravviato e mansueto e col petto, spaccato, addita il suo cuore raggiante. Nulla ha più nociuto alle arti figurative che l’essere state artificialmente (cioè perché la più larga e lauta fonte di commissioni era chiesastica) dominate per lunghi secoli da un motivo non più sentito, stucchevolmente ripetuto, essenzialmente ristretto, come il motivo religioso (la scarsa capacità estetica del quale è dimostrata anche in letteratura dalla povertà degli “inni sacri”). Ristretto, dico, perché tutto è ristretto nell’estetica deistica, dove Dio diventa esplicitamente limitato come un uomo e l’universo diventa un campo o una sala che lo sguardo d’un Essere di forma e natura umana, d’un uomo in grande, può interamente percorrere, controllare e dominare. La stessa parola “padre” designa e fa sorgere in mente un rapporto circoscritto, modesto, casalingo, comune, del tutto incompatibile e stridente con una grandiosa intuizione estetica dell’universo.

Solo quando Dio è scomparso, i “flammantia moenia mundi”39 si spalancano, l’universo non è più il salotto di Dio, ma erompe in un turbine di mondi totalmente disparati che nessuna coscienza, neppure divina, si può concepire atta a pensare, a raccogliere nel suo pensiero a unità; disparità di mondi a cui nessuna coscienza è adeguata, a cui dunque una coscienza totale una (un Dio), che l’afferri e la coordini in sé, non sta sopra, entro o di fronte; solo allora, in questo, non più misurato e obbediente gregge di mondi che si muove al cenno della verga del suo pastore, ma stormo immane di sistemi cosmici sferrati a perdita di vista in libera corsa multiforme che l’angusto steccato del disegno divino o della finalità più non impedisce o rinchiude, una visuale estetica di grandiosità insuperabile, terrificante e veramente sublime ci si leva dinanzi agli occhi. Accenniamola con le parole di Lucrezio, di Leopardi, di Haeckel

*Nam certe neque consilio primordia rerum\

ordine se suo quaeque sagaci mente locarunt\

nec quos quaeque darent motus pepigere profecto,\

sed quia multa multis modis mutata per omne\

ex infinito vexantur percita plagis,\

omne genus motus et coetus experiundo\

tandem deveniunt in talis disposituras\

qualibus haec rerum consistit summa* creata.40

“Questa forza della natura, movendola e agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili creature, cioè la modifica in variatissime guise. Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e di modificar la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresì distrugge formando della materia loro nuove creature. Infiniti mondi nello spazio infinito dell’eternità, essendo durati più o men tempo finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della natura, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano. Venuti meno li pianeti, la terra il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature, distinte in nuovi generi e nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose e un nuovo mondo.41”

“Mediante la dispersione del calore nel freddo spazio celeste la temperatura a poco a poco si abbassa, così che tutta l’acqua si condensa in ghiaccio; con ciò cessa la possibilità della vita organica. Nello stesso tempo la massa dei corpi roteanti si restringe sempre più; la velocità della loro corsa circolare lentamente si altera. La traiettoria dei pianeti diviene sempre più stretta, come quella delle lune che li attorniano. Infine precipitano le lune nei pianeti e questi nei soli, dai quali sono stati generati. Per opera di questo urto si producono nuovamente enormi quantità di calore. La massa polverizzata dei globi celesti che la collisione ha frantumato, si distribuisce liberamente nell’infinito spazio, e l’eterno giuoco della formazione dei soli ricomincia un’altra volta.”42

Di fronte alla maestosità austera, semplice, esteticamente purissima di questi quadri ateistici, nulla ha la religione da opporre che non sia cincischiato, barocco, artificiale, convenzionale, meschino, in cui non si scorga la ricerca dell’effetto mediante l’accarezzamento di languide e comuni sentimentalità. Veramente, dal punto di vista estetico la visuale deistica sta a questa atea come Metastasio a Shakespeare.


Qualsiasi sforzo d’argomentazione teologica per cercar di conciliare Dio e la responsabilità morale umana, s’infrange contro queste lucide righe di Schopenhauer: “Che un Essere sia l’opera d’un altro, ma sia insieme libero nella sua volontà e azione, è cosa che si può enunciare con parole, ma non afferrare con pensieri. Colui cioè che lo ha chiamato dal nulla all’Essere, ha con ciò formato e fissato appunto anche il suo Essere, ossia tutte le sue qualità. Poiché non si può punto fare senza fare qualcosa, cioè un Essere intieramente e in tutte le sue qualità con precisione determinato. Ma da queste qualità assolutamente fissate scaturiscono poi con necessità tutte le manifestazioni e azioni di lui. Quindi teismo e responsabilità morale dell’uomo sono incongiungibili”.

A queste parole di Schopenhauer poniamo accanto la constatazione che fa un grande storico dell’antichità, E. Meyer. Il popolo dell’antica Grecia (egli dice) è interamente inteso alla vita di qua. Adempie i suoi doveri verso i morti, reca offerte alla tombe, “ma tutto questo non si è mai concretato in una fede viva nell’immortalità”. I Greci, insomma, non credevano sul serio alla vita futura. Ma proprio in ragione di tale loro non credenza “tanto più potenti sono le esigenze che la vita, la comunità umana, lo Stato impongono qui sulla terra a ogni singolo”.

Non solo, cioè, se in realtà esiste Dio la responsabilità morale umana è impossibile, ma altresì, la sola credenza in Dio, indipendentemente dalla sua effettiva esistenza, opera nel senso di paralizzare l’attività morale, e la non credenza invece nel senso di attivarla.

Il pensiero dei castighi e dei premi ultraterreni non ha affatto per l’enorme massa degli uomini (e tranne il caso, affatto speciale, d’una potente autosuggestione) alcuna efficacia morale. Perché eventi lontani, incerti, che si asseriscono aver luogo fuori del mondo visibile, la constatazione della cui presenza non ci venne mai attestata, un’efficacia sulla condotta umana non possono mai seriamente esercitare. Se già il semplice fatto della perdita futura della salute, sebbene replicatamente in altri constatato, non riesce a trattenere l’uomo dal vizio, perché in ragione della sua lontananza non costituisce una “rappresentazione” che controbilanci nella coscienza il peso e l’attività delle “rappresentazioni” sensibili immediate e attuali, e perché in ragione della sua non assoluta sicurezza permette sempre all’individuo di sperare che egli costituirà una eccezione o almeno che questo singolo atto di soddisfazione del vizio non avrà alcuna influenza dannosa di qualche rilievo: – tanto più riesce per motivi analoghi psicologicamente del tutto inefficace il pensiero dei castighi d’oltre tomba. Viceversa la credenza in Dio agisce nel senso di smussare nell’individuo ogni alta energia morale. E a dimostrarlo (completando così l’argomentazione surriportata di Schopenhauer) basterà l’osservazione seguente.

La condotta dell’uomo appare rivestita di sostanziale importanza solo se esso sia e si ritenga il più alto Essere dell’universo, quello che costituisce il grado più elevato dello sviluppo dell’universo medesimo. Solo in questo caso l’uomo può sentire che una grave responsabilità morale gli incombe: solo in questo caso egli può pensare che la sua condotta è di importanza decisiva, perché essa è in un certo senso la condotta dell’universo, la condotta dell’espressione più alta della vita universale. L’uomo insomma, in questo caso, è la guida del mondo e sente di essere tale. Per essere morale ha perciò un motivo di gran peso: quello che egli, essendo morale, effettua la moralità dell’universo.

Ma se al di sopra dell’uomo vi è un Essere a lui superiore; se sopra di lui v’è un Dio, di lui più alto a distanza infinita; allora la condotta dell’uomo resta nel piano generale del cosmo così priva di importanza come, data l’esistenza dell’uomo, è priva d’ogni importanza morale la condotta delle api e delle formiche.

Nel piano generale del cosmo, cioè, la moralità o l’immoralità dell’uomo diviene cosa insignificante. Il gradino più alto nel piano dell’universo è Dio, e a lui, non all’uomo, incombe di far sì che esso, nella estrinsecazione che, sola, ha decisivo significato, in quella più alta, cioè in quella divina, realizzi il valore morale. Per la realizzazione di questo nel Tutto, l’uomo conta allora, come ora, rispetto a noi, le formiche.

Non solo, ma esiste Dio? Ebbene allora, a lui spetta la direzione e la guida. Guidi egli il suo creato. Sul cammino di questo io (l’uomo) non ho allora né possibilità né autorità per influire. Se esiste Dio, insomma, è lui che ha la mano al volante del mondo, e io (checché faccia o mi illuda di fare) non posso in realtà che lasciarmi trasportare. Solo se Dio non esiste, sono io (l’uomo) che ho le mani al volante e che debbo, sotto la mia responsabilità e con l’impiego di tutta la mia attenzione e risolutezza, badare alla via, scansare i pericoli, far procedere nella sua corsa il veicolo incolume.

E come, in tal guisa, l’amoralità, o almeno la flaccidezza morale, nasce dalla religione, così la religione dall’immoralità. Colui che si sente afferrato da un vizio e sente di non possedere in sé l’energia per superarlo, ha bisogno di fingersi una forza ultraterrena a cui ricorrere per aiuto. Per tale via, evidentemente, sorge le religione di Verlaine.

Né a tale incapacità di efficacia morale si sottraggono i falsi Dio, che abbiamo precedentemente criticati e in particolare lo spirito-processo. È notevole che (come spesso avviene) i sacerdoti di questo falso Dio, nell’atto che disprezzano come meschine e impotenti altre modeste ma solidamente fondate dottrine morali (come per esempio l’utilitarismo) e pretendono contro di esse affacciare una dottrina etica d’una sublimità e forza speculativa insorpassabile, precipitano in realtà, dalla loro orgogliosa sicurezza di toccare il cielo, nel profondo dell’inferno, cioè nell’assoluta impossibilità di fondare la morale, anzi nella distruzione della morale. Poiché se tutto è soltanto spirito od io e questo è in sé uno e non già soggetto all’empirica moltiplicità e separazione dei vari individui, allora è chiaro che, data tale unità dell’io, è indifferente che la moralità abbia luogo in me o in altri, e io posso essere senza scrupoli immorale perché son certo che tale immoralità sarà “superata” e cancellata dallo stesso io uno che l’ha operata in me, che opererà in altri l’azione morale atta a effettuarne la purgazione, e che io posso tranquillamente lasciare susciti in altri siffatta attività morale necessaria a “superare” la mia immoralità. Anzi a chiamar in luce quella attività etica dello spirito in generale, la stessa immoralità operatasi qui (in e da me) fu necessaria. Essa fu quindi feconda e proficua. Essa occorre perché lo spirito sia, anche in morale, processo, eterno superamento d’un male; per fornire allo spirito la molla del processo. Perché non posso io scegliere (o accettare senza scrupoli) di eseguire il ruolo dell’immoralità se questo è pur necessario al prodursi del processo dell’insieme, se quindi occorre qualcuno che lo effettui; se d’altra parte anch’esso è opera dell’io uno e se io d’altronde sono quello stesso spirito uno che in altri (cui lascio volentieri questo opposto ruolo) ripaga e sorpassa il male che io faccio?

O, come si potrebbe esprimere in modo analogo la cosa: data l’unità dello spirito, che differenza c’è che il sacrificio e il dolore avvenga qui o là e il godimento là o qui? Chi gode e chi soffre è sempre lo stesso spirito uno. Dolori e gioie stanno sempre nel raggio della sua vita una, ove tanto gli uni quanto le altre devono pur aver luogo affinché la sua vita si svolga. È indifferente che in un punto o nell’altro si avveri il dolore o la gioia. Posso perciò accumulare qui (in me) ogni conquista, possesso, padronanza, là (in te) ogni miseria, sofferenza, sottoposizione, perché il qui e il là, il te e il me, non sono che differenze empiriche e apparenti, e chi gode o soffre è sempre lo stesso spirito uno.

È chiaro perciò che solo se sopra l’uomo non c’è alcun Essere, e se la realtà dell’uomo stesso (dello spirito) è soltanto quella empirica dei molti individui (cioè se esistono gli spiriti e non lo spirito) – vale a dire solo se non c’è Dio, nemmeno sotto la specie falsa dello spirito uno in eterno processo – solo allora è possibile una morale, non certo dalle apparenze speculativamente grandiose, che nascondono il vuoto, ma, nella sua modestia, saldamente consistente e fondata.


L’ateismo è una religione; perché l’essenza di questa sta nel preoccuparsi della realtà ultima, nel pensiero diretta a questa, in una affermazione intorno a questa nella quale sentiamo di racchiudere il nostro maggiore interesse mentale, e, quasi a dire, di porre in giuoco o decidere il nostro destino. Le affermazioni che enunciano al riguardo quelle che tutti chiamano religioni, sono diversissime, micidialmente contrastanti. Pure tutte si denominano “religione”. Il fatto che l’ateismo enunci un’affermazione e una soluzione opposta alle altre, non lo può eliminare dal campo della “religione”, la cui sostanza sta in un responso con serietà di passione e venerazione pronunciato dalla nostra coscienza intorno alla realtà suprema, più che (come pure i rispettivi fedeli credono o credettero talvolta di poter fare) si possa eliminare dal numero delle religioni e chiamare ateismo, il maomettanismo, o il buddismo collocandosi dal punto di vista del cattolicismo, o questo collocandosi dal punto di vista di quelli. Il fatto che è pacifico potersi parlare della religione dell’ateo Spinoza, è la conferma di quanto diciamo.

E un’altra conferma tratta dall’osservazione quotidiana, se ne ha in ciò, che si constata facilmente esserci maggiore affinità di spirito tra un religioso fervente e un ateo il quale viva appassionatamente la sua negazione o rassegnata o disperata, che non tra il primo e un credente per consuetudine e per indifferenza verso i problemi ultimi, l’uomo che dice: “Ma sì, Dio esiste, ci credo; però non stiamo a pensarci attorno; non confondiamoci le idee e non turbiamoci l’esistenza; occupiamoci invece di trascorrere questa il meno male possibile”. I primi due si troveranno a comunicare insieme più volentieri e con maggior interesse, che non il primo col terzo. Perché i primi due hanno un terreno comune che tra il primo e il terzo non c’è: appunto quella importanza somma che ha per entrambi l’affermazione circa la realtà ultima nella quale consiste l’essenza della religione. Tale essenza, cioè, in ultima analisi, sta in quella ardente passione per cercar di dare un’interpretazione all’universo, la quale passione soltanto (e proprio quando l’interpretazione non è religiosa nel senso ordinario, ma filosofica) è ciò cui Spinoza, assai significantemente per questa nostra tesi, ha chiamato “amor dei intellectualis”.43

Essendo così, l’ateismo, in questo senso, religione, esso si chiarisce tosto come la più alta e pura di tutte le religioni.

Tutte le altre religioni sono in ultima analisi, e sia pure lontanamente, una costruzione dell’egoismo. Sono, come abbiamo detto, una formazione “volontaria”, scaturente dai nostri bisogni più pressanti, e intesa a soddisfarli. La conservazione del “caro io” è ciò che con la presenza di Dio e con l’immortalità da questo assicurata, hanno, in fondo, di mira. Di qui una nuova micidiale contraddizione in cui esse si aggirano.

Avvertono esse, infatti, che il motivo religioso fondamentale è lo sradicamento totale dell’egoismo, e capiscono insieme che l’aspirazione alla vita immortale, loro caposaldo, è dell’egoismo più sconfinato, imperioso, insofferente di ragioni, la piena consacrazione. Da ciò il loro sforzo assurdo – parallelo a quello, altrettanto insensato, della teologia negativa per congiungere l’Essere e il non-Essere – onde cercar di identificare il “morire a se stesso” con una vita gloriosa e luminosa sempre del medesimo “se stesso”; onde dissolvere l’io, pur venendo tale dissoluzione avvertita, apprezzata, paradisiacamente gustata sempre dall’io. Da ciò, anche, una nuova fonte di immoralismo: quello che viene alla luce soprattutto in quei “quietisti” e mistici i quali affermano doversi sradicare l’egoismo fino a rinunciare alla beatitudine eterna, e quindi desiderare la dannazione e perciò peccare deliberatamente per procurarsela. Aberrazioni che trovano però negli stessi motivi fondamentali della religione propriamente detta la loro provenienza pienamente logica.

L’ateismo è la sola religione che bandisca completamente ogni egoismo, e, naturalmente, non abbia bisogno, a tal uopo, d’alcun immoralismo. Esso costruisce la realtà ultima con la totale eliminazione di tutti gli interessi e bisogni dell’io, col sacrificio completo del proprio “caro io”. Esso contempla con stoica fermezza o con leopardiana disperazione, una realtà del tutto indifferente a noi, cieca e sorda, e quindi tale anche pei nostri bisogni, per tutto il nostro Essere. Un mirabile pathos, un profondo senso tragico della vita, che non conoscono le religioni, dove tutto è ben accomodato e sistemato, quasi a dire in famiglia, e tutto si sa già che va a finire in regola, come nei “romanzi per le giovinette” – dove il guancialetto di Dio sopisce il pathos nel sonno fiducioso – sorge da tale contemplazione. L’uomo si sente, enigmaticamente, di fronte a un Tutto che nella sua immanità, nella sua immensa grandezza in confronto nostro e quindi nella sua assoluta indifferenza per noi, nello stesso senso di depressione e di trepidanza che la sua maestosa cecità ci imprime, incarna veramente in sé alcuni dei principali attributi che si usa ascrivere alla divinità. Solo l’ateismo perciò, in questo suo assoluto disinteresse, in questo suo distacco totale dall’io con cui costruisce e pensa la realtà, in questa sua completa dedizione dell’io alla più austera e rigorosa obiettività, nella sua rassegnata e impassibile sommissione al Tutto e ai suoi moti, che la stessa ateistica concezione di questo come privo di pensiero e di volontà, logicamente ed esclusivamente impone (e anche perché esso elimina così da Dio le accuse che i mali del mondo – i quali, come giustamente avverte E. v. Hartmann in Das sittliche Bewusstsein, autorizzerebbero l’uomo a chiamar Dio, anziché Dio l’uomo, a scolparsi dinanzi al suo tribunale – renderebbero giustificate, anzi inevitabili; e assicura la stoica spinoziana attitudine di venerazione e accettazione) solo l’ateismo è puro e pio, solo l’ateismo è la grande vera religione.

Verso tutte, ma proprio tutte quelle cui si dà abitualmente il nome di religione, va ripetuta la più nota delle Votivtafeln di Schiller. “La mia fede. – Quale religione professo? Nessuna di tutte quelle che tu mi nomini. E perché nessuna? – Per religione.”

Note

  1. “Fiammanti barriere dell’universo”. Lucrezio, De Rerum Natura, Libro I, v, 73. Traduzione di Enzio Cetrangolo citata. [NdC] ↩

  2. “Gli atomi certo non si disposero / per accorto consiglio ciascuno a suo posto / né strinsero patti sui loro movimenti: / ma perché in mille modi da tempo infinito / attraverso l’immenso aggirandosi e urtandosi / ogni sorta di moto e d’unione tentarono / finché finalmente raggiunsero / la forma in cui ora il mondo consiste.” Lucrezio, De Rerum Natura, Libro I, vv. 1021-1028. Traduzione di Enzio Cetrangolo citata. [NdC] ↩

  3. Giacomo Leopardi, Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco (Operette Morali, XIV). [NdC] ↩

  4. Brano del biologo tedesco Ernst Heinrich Haeckel (1834–1919). [NdC] ↩

  5. “Amore intellettuale di Dio”. [NdC] ↩