Introduzione
Giuseppe Rensi o l’ateismo come compimento della religione
di Antonio Vigilante
1. È un libro coraggioso, questa Apologia dell'ateismo che Giuseppe Rensi pubblicò per l'editore Formiggini nel 1925, e che non poco contribuì a costruire l'immagine pubblica del filosofo genovese come bastian contrario della filosofia italiana, abile provocatore dalla prosa incisiva, che bisognava costringere alla marginalità per evitare che le sue inquietudini facessero presa sui giovani e sull’opinione pubblica. Inquieto fin dall’inizio, consapevole della contraddittorietà del reale già in opere come Sic et Non e Le Antinomie dello Spirito, aveva cercato anche lui, negli anni prima della Grande Guerra, una sorta di pacificazione interiore nel neo-idealismo, anche se ritagliandosi una nicchia a parte. Se il pensiero di Giovanni Gentile e Benedetto Croce era immanentistico, Rensi leggeva il filosofo americano Josiah Royce e sotto la sua influenza elaborava una filosofia della Trascendenza (La Trascendenza, 1914). Ma fu solo una fase, una costruzione teorica che la guerra rase al suolo, facendo riemergere le prime inquietudini, che ora il filosofo non ha più remore ad accettare ed a tradurre in anti-sistema filosofico.
I Lineamenti di una filosofia scettica, pubblicati nell'immediato dopoguerra (1919), vogliono essere una riflessione dolorosa sul significato filosofico della guerra. La Grande Guerra è stata l'esperienza terribile di nazioni e popoli che si sono combattuti e massacrati. Per cosa? Per la verità. Per la propria verità. Ognuno contro l'altro, ed ognuno convinto di essere dalla parte della ragione. Ora, si potrebbe dire che semplicemente alcuni avevano ragione ed altri torto, alcuni erano effettivamente nel vero ed altri si illudevano. Ma come stabilirlo? Nella storia non accade piuttosto che sia la forza a stabilire chi ha ragione? È esattamente questa la sua conclusione. Non esiste verità, non esiste alcun modo per stabilire chi abbia ragione; il prevalere di un punto di vista sull’altro è affidato unicamente alla forza bruta.
Rensi diventa dunque il filosofo dello scetticismo. Una posizione difficile, nell’Italia che si avvia verso il Regime fascista. In un primo momento il filosofo si illude che possa esserci qualche convergenza tra le sue idee e i tempi che sta vivendo. Se non esiste nessuna verità, se la verità che prevale è quella che ha più forza, non quella che ha più ragione, allora la democrazia è una farsa. Non esiste nessun dialogo democratico, nessun democratico confronto tra punti di vista diversi. Anche in un sistema democratico a prevalere è colui che esce più forte dalle urne (e sappiamo bene che dietro il successo elettorale non c'è propriamente la forza e il valore del programma e degli argomenti usati in campagna elettorale; e questo è perfino meno vero al tempo dei social network). Di qui l’invito, nella sua Filosofia dell’autorità (1920), a farla finita con l’ipocrisia democratica e riconoscere il diritto di governare al partito che ha la forza per imporsi sugli altri. Voleva essere forse — anche se Rensi lo negherà — una prima filosofia del fascismo, che però aveva bisogno di ben altro. Mussolini sapeva che per tenere un popolo non basta la sola forza, ma occorre una verità, una narrazione, un mito. Occorre una visione del mondo che dia a quel popolo l’illusione di partecipare a qualcosa di grande. Ed occorreva anche, in Italia, il sostegno dell’istituzione che rappresentava l’identità religiosa del popolo. Il fascismo trovò sostegno filosofico nel neo-idealismo di Giovanni Gentile e sostegno politico nella Chiesa cattolica. Rensi fu ricacciato all’opposizione, ma anche qui in condizione di assoluta solitudine, perché la cultura antifascista era dominata da un altro neo-idealista, Benedetto Croce.
Non sorprende, nella situazione di solitudine quasi totale — vicini gli furono in pochissimi; tra questi Adriano Tilgher e Mario Untersteiner — in cui venne a trovarsi, che il suo scetticismo abbia preso la via del pessimismo. In qualche modo Rensi replicava in Italia l’opposizione di Schopenhauer ad Hegel; e come Schopenhauer, trovava motivi di ispirazione nel pensiero orientale. Ma il pessimismo rensiano è anche lo sviluppo di una linea autonoma della filosofia italiana, che parte da Giacomo Leopardi e giunge nel Novecento, prima che a Rensi, a Carlo Michelstaedter. Un pensiero che rigettando le facili conciliazioni, le grandi visioni rassicuranti, le sintesi che sembravano spiegare tutto, inevitabilmente riportava l’attenzione sull’esistenza del singolo, sulla necessità di scegliere la via della vita, e sulla difficoltà che tale scelta implicava. È un sentiero che si può chiamare esistenzialistico,1 se si intende con esistenzialismo non un momento del pensiero del Novecento, ma uno dei modi di praticare la filosofia. La particolarità di Rensi è il modo in cui si articolano scetticismo, pessimismo, ateismo ed una particolare sensibilità religiosa in opere notevolissime anche sul piano della scrittura, come La filosofia dell’assurdo, i Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte e le Lettere spirituali.
2. L’esistenza di Dio non può essere realmente messa in dubbio. La questione non è se Dio esista o meno, ma quale genere di esistenza abbia Dio. Proviamo a stilare una lista di enti. Scriviamo su un foglio un centinaio di nomi di cose esistenti. Verranno in mente per prime cose concretissime: la penna, il foglio, il tavolo, il muro, la casa eccetera. Poi cose meno concrete. L’amore, la solidarietà, la giustizia. E cose come il matrimonio, il contratto. Gli animali, gli insetti, le piante. E ancora: i vampiri, il Golem, Superman. E Gulliver, Enea e Didone, Orlando, Leopold Bloom. E poi Dio. Ora proviamo a classificare questi enti, a creare una serie di categorie in cui farli rientrare. Faremo una prima distinzione tra quegli enti che chiamiamo cose e gli esseri viventi. Poi potremo distinguere ancora, tra le cose, le cose naturali (la pietra, ad esempio) e le cose create dall'uomo, e nell’ambito di queste potremo distinguere gli utensili (la sedia) dalle cose artistiche (la statua), e nell’ambito degli esseri viventi potremo operare una distinzione tra i diversi regni: umano, animale, vegetale. Dovremo creare diverse categorie per gli enti immateriali: quelli sociali e culturali come il contratto o il matrimonio, quelli ideali come la giustizia o il bene, quelli matematici, i personaggi letterari, quelli del folklore (gnomi e fate) e quelli mitologici.
E Dio? Dove lo collochiamo? La questione è decisiva, perché non tutti gli enti hanno per noi la stessa esistenza. Esiste la giustizia, ed è una cosa talmente reale che qualcuno — non molti, a dire il vero — è disposto a morire per essa. Esiste la libertà, almeno come valore. Esiste la bellezza. Ma tutte cose hanno un genere di esistenza diverso da quello delle persone che ci sono accanto. Qualcuno può credere in un Dio che non sia null’altro che l’incarnazione di questi ideali. Nessuno glielo vieterà, ma si tratta di uno degli equivoci che Rensi mette a nudo in questa Apologia. Quando si parla di Dio, e si dice che esiste, non si intende un ideale, un valore, ma un essere reale. Una persona. Un essere cui ci si rivolge, cui si parla, con cui si entra in relazione. Ora, reale in questo senso è ciò che cade sotto i nostri sensi. Ciò che si vede, che si tocca, che si sente. Che si annusa perfino. E la questione si risolve dunque facilmente: Dio non esiste, perché non è possibile accertarne in alcun modo l’esistenza. Non si dà ai sensi. Non si manifesta.
Questo vuol dire che nel nostro esercizio possiamo scegliere se collocare Dio tra gli enti mitologici, quelli letterari o quelli sociali e culturali, trovargli una posizione in quello che Karl Popper chiamava Mondo 32. Così collocato, Dio acquista una sua realtà, perché gli oggetti culturali sono reali; ma non è la realtà che gli attribuiscono i credenti. E soprattutto, ci si può chiedere se anche qui, collocato in questo mondo, non sia ormai un oggetto vuoto o in via di dissoluzione. Perché un fenomeno evidente è la progressiva marginalizzazione di Dio nella concreta esperienza religiosa dei cattolici (discorso più complesso andrebbe fatto per le altre confessioni cristiane). Anche se continuano a dividere il mondo in chi crede in Dio e in chi non vi crede, di fatto i cattolici fanno riferimento a figure diverse: non solo la Madonna (o meglio, le sue diverse varianti locali: la Madonna di Fatima, di Pompei, di Czestochowa eccetera), ma soprattutto i santi. Dio si fa evanescente, distante, un essere che richiede nulla più di un riconoscimento formale, mentre la religione si appoggia a una molteplicità di figure per le quali non si può fare a meno di pensare al più caotico dei politeismi.
Rensi coglie con finezza il processo che ha portato a questo esito. Dio diventa questione da filosofi e teologi, la sua natura viene analizzata in modo talmente raffinato e rarefatto, che essere e non essere in lui finiscono per equivalersi. In imbarazzo con i tratti antropomorfi che affiorano nella Bibbia e che sorprendono non di rado nelle chiese — Dio Padre come vegliardo dalla barba lunga —, il credente trattiene giusto qualche tratto personale di questa austera figura. L’essere padre, in primo luogo; ma un padre assente, inaccessibile nella sua perfezione. Il Figlio stesso sta lasciando il posto a figure più vicine, come Padre Pio da Pietrelcina, alter Christus per molti cattolici. Figure vicine che consentono una esperienza religiosa: e parlarne vuol dire scendere dal piano della speculazione filosofica o del semplice ragionamento a quello misero dell’accertamento di questa o quella truffa o abuso della credulità popolare, delle false stimmate e delle false apparizioni.
3. L’impianto del discorso di questa Apologia di Rensi è kantiano. Del pensiero di Kant Rensi darà una lettura provocatoriamente materialista al settimo congresso di filosofia (Milano, 1926), pubblicato poi con il titolo Il materialismo critico. Leggere Kant senza cadere né nello psicologismo né nell’idealismo vuol dire attribuire alle cose stesse il carattere della conoscibilità. Le cose hanno un carattere estatico: esistono in quanto si offrono, si danno alla conoscenza; essere è apparire. L’aspetto più interessante di questo tentativo isolato, destinato a incontrare l’irrisione del mondo filosofico italiano, è l’attacco al tradizionale dualismo tra soggetto ed oggetto, tra mente e mondo.3 Kant però non era ateo. La demolizione delle prove dell’esistenza di Dio nella Critica della ragion pura è completata dalla recupero di Dio e dell’immortalità dell’anima come postulati della ragione pratica nella Critica della ragion pratica. Non possiamo fare a meno di credere in Dio, se vogliamo essere morali.
Rensi rigetta la tesi della necessità della religione per l’etica con argomenti tutt’altro che superficiali. Se non è sufficiente il rischio di contrarre il cancro in futuro per evitare che ci si abbandoni al vizio del fumo, come si può ritenere che la minaccia di punizioni dopo la morte serva a trattenere dal fare del male? E che ne è della responsabilità umana, se esiste Dio? Non spetterà a Dio far trionfare il bene sul male? Se Dio è, la vittoria del male sul bene è nelle sue mani, e l’azione dell’essere umano è tutt’altro che decisiva. Nell’Apologia l’ateismo fonda un autentico umanesimo, ossia la concezione dell’essere umano nelle cui mani è, interamente, la responsabilità di far spazio al bene nel mondo.
Ma il problema non cesserà di interrogare Rensi fino agli ultimi momenti della sua vita. Che l’essere umano possa fare il bene anche senza Dio (e, si potrebbe aggiungere, che molto spesso faccia il male, e il male più atroce, spinto dalle sue convinzioni religiose) è affermazione difficilmente contestabile. Non abbiamo bisogno di credere in Dio per rispettare le regole minime di convivenza civile. Sappiamo che sono indispensabili per la vita comune. Ma c’è in Rensi uno slancio che non si accontenta di questa etica comune, e che sul piano filosofico lo spinge a rifiutare il buon senso dell’utilitarismo etico. Ci sono momenti — e quello in cui è vissuto Rensi è tra questi — in cui l’etica comune non basta. Ci è chiesto di più. Ci è chiesto di sacrificare al bene la nostra tranquillità, gli affetti, il lavoro, perfino la nostra vita. Rensi ha pagato la sua opposizione al Regime con il carcere e la perdita della cattedra universitaria; altri hanno pagato con la vita. Perché? Perché sacrificare la propria stessa vita, mentre vediamo che chi segue la via del proprio bieco interesse prospera indisturbato?
La questione emerge drammaticamente negli ultimi anni. È al centro del Testamento filosofico del 1937, l’anno dell’assassinio dei fratelli Rosselli. La considerazione che i buoni sono sempre perseguitati mentre i malvagi prosperano porta a concludere una intera esperienza di vita con il motto semplice e terribile: “Atomi e Vuoto”. Ma c’è dell’altro. C’è che questa osservazione non è sufficiente per rinunciare al bene. C’è che qualcosa ci spinge a stare dalla parte del bene a costo di qualsiasi sacrificio. Il male per molti resta impossibile. Occorre dunque correggere quel motto. Il testamento filosofico di Rensi, la sintesi della sua esperienza di vita e di pensiero, dirà: “Atomi e Vuoto e Il Divino in me”.4
Nella Morale come pazzia, uscita postuma, la questione si pone nei termini di una scommessa. Io agisco moralmente, anche a costo dei più gravi sacrifici. Se non esiste nell’universo nulla di spirituale, allora la mia azione sarà stata folle; se esiste qualcosa, allora la mia azione avrà una risonanza cosmica. Se questa scommessa lascia aperta una possibilità teistica, l’esito più maturo della riflessione di Rensi va cercato nelle bellissime Lettere spirituali, nelle quali l’ateismo mostra tutte le sue possibilità spirituali.
4. L’Apologia dell’ateismo appartiene ad una fase di passaggio del pensiero rensiano. Dopo la conquista dello scetticismo il filosofo cerca una sua collocazione nella storia del pensiero, e lo fa in aperta polemica con la corrente dominante. Se Croce e Gentile riprendono l’idealismo hegeliano, ossia una tradizione tedesca, Rensi si riconosce come epigono di una via italiana alla filosofia, che è quella del realismo: una filosofia che prende il mondo così com’è, con i piedi ben piantati per terra, contro le astrazioni dello Spirito e le svenevolezze della religione. Un realismo consapevole del carattere complesso, contraddittorio, scisso del reale; in qualche modo un pensiero che elimina tragicamente il terzo momento della dialettica hegeliana, lasciando solo la contraddizione irriducibile.
Ma si tratta, appunto, di una fase. L’Avvertenza di questo libro è assolutamente significativa. Rensi prende in qualche modo le distanze dal suo scritto. Come un musicista può desiderare eseguire una sonata su una corda sola, così, avverte, un filosofo può dar voce a uno solo dei temi del suo pensiero. È una immagine che rende alla perfezione la complessità del pensiero rensiano. In realtà l'ateismo è in lui un tema costante. Ciò che cambia con il tempo è la particolare coloritura del suo ateismo. Quello dell'Apologia è ateismo militante, provocatorio, consapevole del contesto: un Paese vittima di un cattolicesimo soffocante, che cerca — e troverà presto — sbocchi politici e che è abilissimo nel manovrare le masse ricorrendo alla superstizione. Ma Rensi è anche un appassionato lettore dei mistici, e il tema mistico del superamento dell’io è la vera chiave per interpretare il suo pensiero. Negli ultimi anni sarà proprio questo tema — presente fin dai primi scritti — a venire in primo piano. E la negazione di Dio farà corpo con una ricerca spirituale nella quale filosofia occidentale, mistica e pensiero orientale dialogano in modo originale.
Queste altre corde, per restare alla metafora rensiana, sono presenti a dire il vero anche nella conclusione di questo libretto, nella quale il filosofo parla non solo di un’estetica e di un’etica, ma perfino di una religione dell’ateismo. L’affermazione che l’ateismo è anch’esso una religione sembra offrire su un piatto d’argento la vittoria all’avversario (del resto il libro compariva nella collana “Apologie delle religioni”). Che anche l’ateismo sia una religione è uno dei ricorrenti argomenti dei credenti. A conclusione, a dire il vero, di un ragionamento evidentemente errato: se l’ateo non può dimostrare l’inesistenza di Dio, allora anche la sua convinzione che Dio non esiste è questione di fede e non di ragionamento; e dunque anche l’ateo è un credente. La formula di Rensi appare infelice anche perché il pensiero ateistico non si limita a negare la verità della religione, ma ne denuncia anche il ruolo ideologico, la sua funzione storica come strumento nelle mani del potere per sottomettere le masse popolari; si pensi alla denuncia di Jean Meslier, che come curato di campagna aveva avuto modo di constatare per così dire dall’interno questa funzione della religione e del sacerdozio. Che senso ha questa rivendicazione della religione?
Per rispondere bisogna tornare alle origini della speculazione rensiana. Nel 1906 pubblica sul “Coenobium” di Lugano — rivista di cui è caporedattore — un lungo saggio sulla religione, ripreso poi ne Le Antinomie dello Spirito (1910).5 La tesi del saggio è che esiste nella religione una antinomia tra la religione e la sua essenza, che chiama spirito religioso. Non esiste religione senza spirito religioso, ma al tempo stesso lo spirito religioso è ciò che consuma la religione. Nella sua essenza, lo spirito religioso chiede il superamento, l’annientamento dell’io, come è evidente nei mistici. Ma questo trascendimento si lascia appunto alle spalle la religione con le sue rassicurazioni, con la promessa di una vita eterna che nulla conta ormai per chi ha rinunciato a sé.
L’ateismo, dunque, non è altro che il compimento della religione. Questa è la tesi di Rensi ed è anche, mi pare, il suo contributo più importante alla filosofia. Scettico, pessimista, disincantato, Rensi è però soprattutto un mistico, un filosofo dell’attraversamento6, non a caso tra i pochissimi pensatori italiani in dialogo con il pensiero indiano. Ed è in quanto mistico che Rensi è ateo. Non comprendere questo punto significa equivocare la critica rensiana della religione. Negli anni del Regime la Chiesa ha offerto il disgustoso spettacolo di una religione alleata di un potere violento di un colonialismo fuori tempo massimo, ma non sono qui le ragioni dell’ateismo rensiano, come ha supposto qualche interprete cattolico. A spingerlo verso l’ateismo è proprio la frequentazione dei mistici. L’ateismo, come scrive chiaramente nella conclusione di questa Apologia, è la rinuncia radicale a qualsiasi consolazione; l’uscita dalla rettorica, nel linguaggio di Michelstaedter. La fede comune di fronte alla morte si ferma spaventata, e con l’immaginazione proietta un soggetto debole in un futuro di salvezza ultraterrena. L’ateismo attraversa la porta della morte, che è la porta stessa dell’io.
Ed è qui, anche, la soluzione del problema morale che ha assillato Rensi negli ultimi anni. Perché agire moralmente? Perché sacrificarsi perfino? Come abbiamo visto, nella Morale come pazzia porrà la questione nei termini di una scommessa. Se c’è qualcosa nell’universo che corrisponda al nostro impulso morale, allora avremo agito in modo sensato; altrimenti saremo stati semplicemente pazzi. Ma questo ipotetico fondamento è ancora consolatorio. È la dinamica che, di fronte allo scandalo di Aushwitz (ma anche: di Hiroshima, di Dresda ecc.), porta a parlare di un Dio debole, che non salva perché non può7. È una figura che consente la massima rassicurazione ormai possibile. Io sto soffrendo, Dio non mi aiuterà: ma qualcosa, lassù, sente questa sofferenza, e dunque non sono solo. L’alternativa è un Dio terribile; un Dio che non aiuta perché non vuole. Ed è questo il Dio che consente di completare l’attraversamento: di uscire dal tutto dal meccanismo della consolazione e della rassicurazione, di realizzare pienamente lo spirito religioso, liberandosi da ogni speranza, senza tuttavia disperare. Perché la consumazione dell’io è anche la consumazione della radice del male. In Lucrezio, così amato da Rensi, si affaccia l’ipotesi che il male nasca dalla paura della morte. È la paura della morte che spinge gli esseri umani a cercare spasmodicamente le ricchezze, il successo, anche a costo dei peggiori crimini (De Rerum Natura, Libro III, vv. 41 segg.). E la paura della morte non è che la paura della fine dell’io. Attraversare questa paura significa collocarsi lì dove il bene è ancora possibile.
5. A distanza di quasi cento anni dalla sua pubblicazione, questa Apologia ha qualcosa da dire ancora proprio perché contiene una critica religiosa della religione. Rensi non sostiene solo che Dio non esiste, che le prove per dimostrarlo sono fallaci e che la religione è un inganno. Sostiene che la religione — e il riferimento è al cattolicesimo — è insoddisfacente per chi sia autenticamente religioso. Presa sul serio, la religione è affrontare la realtà, scendere sotto la superficie delle cose, venire “ai ferri corti con la vita”, per dirla ancora con Carlo Michelstaedter. In questo cammino difficile ci si accorge presto di doversi soprattutto spogliare degli abiti metafisici, religiosi e culturali che abbiamo ricevuto dalla nostra tradizione, e che hanno costituito il soggetto-re del cosmo occidentale, sicuro della sua centralità, della sua identità, del suo destino. Un soggetto apparentemente forte in un mondo apparentemente stabile. Far crollare questo quadro rassicurante vuol dire trovarsi sospesi sull’abisso, sprofondare in una voragine nella quale nulla è più certo: non il soggetto, non l’oggetto. Una vertigine che ci riconduce all’universo aperto di Lucrezio, di Cusano, di Giordano Bruno. Abitare questo nuovo mondo essendo in modo nuovo: questa è la sfida del nostro tempo. Autenticamente religiosi sono oggi i libri di chimica, di biologia, di fisica, di neuroscienze; i libri che ci mettono in crisi le nostre concezioni correnti sullo spazio, il tempo, la nostra stessa identità. Che inquietano chi pretende ancora di abitare un mondo ormai impossibile, quello delle rassicurazioni religiose, non chi ha fatto propria la vertigine della mistica occidentale e orientale.
Note
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Nel recente Heidegger e Michelstaedter. Un’inchiesta filosofica (tr. it., Mimesis, Roma-Udine 2021) Thomas Vašek non solo nota le notevoli affinità tra i due filosofi, ma ipotizza anche che Heidegger sia stato influenzato dalla lettura del filosofo italiano. ↩
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Cfr. K. Popper, I tre mondi. Corpi, opinioni e oggetti del pensiero, il Mulino, Bologna 2012. ↩
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Una ricerca recente che procede in questa direzione è quella di Riccardo Manzotti, di cui si veda: La mente allargata. Perché la coscienza e il mondo sono la stessa cosa, il Saggiatore, Milano 2019. ↩
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G. Rensi, Autobiografia intellettuale. La mia filosofia. Testamento filosofico, a cura di R. Chiarenza, Dall’Oglio, Milano 1989, p. 225. ↩
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Il saggio è stato ripubblicato in volume: G. Rensi, La religione, a cura di A. Vigilante, Sentieri Meridiani, Foggia 2006. ↩
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Sul concetto di attraversamento mi permetto di rimandare a A. Vigilante, Dell’attraversamento. Tolstoj, Schweitzer, Tagore, Petite Plaisance, Pistoia 2018. ↩
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Riportato in G. Vivenza, Giuseppe Rensi: appunti per una biografia, in Aa. Vv., Giuseppe Rensi. L’uomo, il filosofo, a cura di G. F. Viviani, Comitato di gestione della biblioteca e delle attività culturali, Villafranca di Verona 1992, p. 15. Cfr. M. Sarfatti, Dux, Mondadori, Milano 1932, p. 122. ↩
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