Che cosa è l’Essere
Contro ogni Dio, l’ateismo asserisce e fonda la sua causa con sicurezza incrollabile e trionfale.
La sua causa è una cosa sola con la “ragione”, con la logica, sicché volerla oppugnare è semplicemente insorgere contro le fondamentali leggi logiche del pensiero. È una cosa sola con la mente sana, con la mentalità sviluppata e civile, con la capacità di ragionare correttamente, con la ragione intesa come l’opposto dell’allucinazione o dell’alienazione mentale. Negare l’ateismo è cadere nell’allucinazione, nella pazzia, nella mentalità crepuscolare dei bambini e dei selvaggi, incapaci di distinguere l’ è dal non è. Giacché la causa dell’ateismo ha appunto la sua base invincibile nel concetto più elementare: quello di Essere.
Stabilito con precisione e chiarezza che cosa è Essere, resone conto a se stessi fuor degli equivoci e del vago, la questione è immediatamente risolta, e l’inconcussa validità dell’ateismo assodata con la medesima inamovibile certezza con cui lo è un teorema di geometria elementare, chi non riconosce la verità del quale è fuori della ragione, è pazzo.
Devo scusarmi se la semplice e rigorosa dimostrazione che darò di tutto ciò urterà vivamente i credenti di vario ordine, i negatori d’ogni tinta dell’ateismo; se tale dimostrazione li relega fuori della sfera della ragione; se essa sfida la loro indignazione col venir così a comprovare che non si può credere per ragione, ma si crede solo soffocando e negando la ragione, piegandola e deviandola di proposito e preconcetto a suffragare fallacemente quel che già si vuole credere e costringendola a sofisticare se stessa per tener fermo a ciò che si vuol credere.
Indignazione pericolosa, perché prepotente e violenta, come quelle di tutti coloro che credono alcunché non per ragione ma contro ragione, e per mero impulso della volontà cieca che esige così: al che la violenza naturalmente e necessariamente si congiunge. – Mi duole offendere costoro; e offenderli tanto più in quanto la dimostrazione di tutto ciò è semplicissima, chiarissima, inoppugnabile. Ma non si può farne a meno, ché la logica lo esige.
E appunto in questo momento di ritorno, anche politicamente opportunistico, di tutte le vecchie menzogne, le vecchie rugiadose autosuggestioni, i vecchi patetici sdilinquimenti, occorre che qualche voce si levi a sostegno di quella semplice logica che con la sua ventata pura e fredda, spazza via implacabilmente tutta questa umida nuvolaglia e rifà terso e rigido il sereno del cielo intellettuale.
Ho detto che la causa dell’ateismo si fonda invincibile sul concetto di Essere.
Che cosa è Essere? È la risposta esatta a questa domanda che risolve la questione dando alla causa dell’ateismo la vittoria irrevocabile.
E la risposta è la seguente.
Essere significa ciò che si può vedere, toccare, percepire. È soltanto ciò che può essere visto, toccato, percepito.
Quando si dice che è solo ciò che può essere percepito, quel può non va inteso nel senso che esista solo ciò sovra cui sia effettivamente possibile metter l’occhio e la mano; ma nel senso che, anche quando questo di fatto non possa accadere mai, pure la cosa che è deve possedere una natura tale per cui sia per sé suscettibile di essere vista, toccata, percepita. Ciò che è, è solo ciò che viene necessariamente pensato come tale che, date opportune condizioni, sia possibile vederlo e toccarlo.
Ciò che è, insomma, è solo ciò che, quand’anche in questo momento non si possa vedere e toccare, o, eziandio, in linea di mero fatto, non si possa vedere e toccare mai, pure sarebbe, sotto certe circostanze, suscettibile di essere visto e toccato; ciò, quindi, che è di natura identica e continua a quella di questo mondo che si vede e si tocca, così da possedere le medesime condizioni di visibilità e tangibilità di questo.
Con queste delucidazioni, ripeto: è soltanto quello che può essere visto, toccato, percepito; “essere” non vuol dire altro che questo.
Tale dunque la definizione di Essere. Ma siccome dire la cosa così è troppo semplice, e un filosofo non ci farebbe una bella figura, diciamola al modo di Kant.
La nostra mente possiede una serie di concetti fondamentali, coi quali pensiamo ordinatamente il reale: per esempio, i concetti di esistenza, di sostanza, di causa. Questi concetti non ci vengono dall’esperienza, sono a priori, sono anzi preventivamente necessari all’esistenza dell’esperienza, cioè di un mondo da conoscere, perché, senza di essi, noi non ci troveremmo dinanzi un tale mondo obiettivo e ordinato, ma un puro fluire caotico di sensazioni oltre il quale la nostra consapevolezza non si estenderebbe. Un mondo reale e obiettivo è costituito appunto di elementi quali sostanza e accidente, causa ed effetto, unità e pluralità. Ho davanti un mondo obiettivo, quando questo rosso non mi si riduce a una pura sensazione soggettiva oltre la quale non vado, ma mi risulta un accidente di una sostanza esterna a me, che chiamo rosa, e quando la mia stessa sensazione mi risulta effetto di alcune qualità appartenenti a quell’oggetto esterno, che riconosco come la causa di essa. Dunque quei concetti fondamentali della nostra mente (ossia le categorie) sono insieme elementi o forme o strutture del mondo, del reale, dell’Essere.
Di che cos’altro, infatti, è costituito l’Essere nel suo fondamento più essenziale, se non appunto di quegli elementi, di quei “concetti”, di unità e pluralità, di sostanza e accidenti, di causa ed effetto, di esistenza e necessità? Chiamando detti elementi o concetti o categorie, con parola che tutte le comprende, “la natura del pensiero” si deve dire: è solo ciò che è conforme alla natura del pensiero.
Ma ciò non è tutto. Quel che fu detto sin qui significa: non può esistere se non ciò che ha le forme del pensiero. Ma la preposizione non è suscettibile di conversione. Non ne deriva cioè che si possa dire che le forme del pensiero bastino da sole a far essere alcunché. Esse sono semplici forme, stabiliscono cioè semplicemente la forma in cui qualunque cosa esista, se esiste, deve esistere. Ma di per sé non dicono affatto se o che alcunché esista, non fanno di per sé esistere alcunché. Vero è che il pensiero può essere tentato di foggiarsi delle costruzioni in aria, puramente immaginate (entia rationis) e, poiché anch’esse posseggono quelle forme concettuali fondamentali, di ritenerle cose veramente esistenti. In altre parole, può essere tentato di ricavare dal semplice concetto d’una cosa la realtà di questa; di passare dal concetto di una cosa, e dalla constatazione che esso non è contraddittorio e come concetto si regge, all’affermazione della reale esistenza di tale cosa. Ma ciò è del tutto arbitrario. Quei concetti fondamentali, che sono altresì gli elementi o le forme dell’Essere, per sé sono assolutamente vuoti, e continuano a restar vuoti, comunque distillandoli, spremendoli, almanaccando e ragionando su di essi soli a perdifiato, lambiccandoli, combinandoli, ci si sforzi di darvi o ricavarvi un contenuto concreto, un Essere per davvero esistente. Che un Essere, un alcunché, ci sia davvero, sia davvero esistente, non ce lo può mai attestare da sé il semplice giuoco di quei concetti, mere forme vuote, i quali possono pensare checchessia in forma interamente logica, pur senza che la cosa così pensata ci sia. Che una cosa sia non solo pensata, per quanto con perfetta logicità, ma altresì ci sia, ce lo attesta soltanto la percezione. In altre parole. Quei concetti fondamentali che sono altresì forme dell’Essere, hanno una sola sfera di legittima applicazione: la sfera delle sensazioni plasmate spazialmente e temporalmente, la sfera di ciò che è spaziale, temporale, cioè percepibile, sensibile, atto a cadere sotto i sensi, esteso, materiale. Sono le forme del pensiero, e, insieme, dell’Essere. Ma, al di là di questa sfera, mulinerebbero a vuoto. È solo ciò che ha queste forme. Ma di tali forme è legittimamente suscettibile solo ciò che è percettibile, spaziale, temporale, cioè esteso, materiale. Solo a ciò che è atto a essere percepito, sentito, quelle forme concettuali, quei concetti fondamentali, possono applicarsi senza cadere nel vacuo. Ma esse sono anche le forme dell’Essere. Solo dunque ciò che è atto a essere percepito, sentito, ciò che è spaziale, temporale, esteso, materiale, è legittimamente suscettibile di tali forme del pensiero, ossia dell’Essere. Solo questo è. Solo questo, cioè quel che è percettibile, spaziale, temporale, esteso, materiale, è esistente.
E si badi che quand’anche con l’idealismo posteriore a Kant si ritenga che nulla siavi di “dato”, che tutto, anche ciò che è poi preso come “dato”, come “intuizione” (percezione), sia costruito originariamente dall’attività pensante, la cosa non cambia; perché anche in questo caso resta fermo che essa attività pensante è ineluttabilmente vincolata a costruire il suo “dato” solo nelle forme dell’“intuizione”, spazio e tempo.
I concetti fondamentali o categorie, per sé soli, ci permettono perciò di asserire tutto al più la mera possibilità d’una cosa, non la sua realtà. Alcunché di puramente pensato che corrisponda a quei concetti o forme, è forse un possibile. Ma perché di questo possibile sia permesso di asserire altresì che è reale, occorre l’attestazione della percezione, occorre cioè che la cosa in questione ci sia presentata dalla percezione, si riveli nella percezione, sia vista e toccata, o deducibile immediatamente da ciò che è visto e toccato e come stante in continuità con questo, ossia come, essa pure, spaziale, temporale, estesa, materiale, tale da poter essere anche essa vista e toccata, a quella guisa (per usare proprio il paragone di Kant), che l’esistenza d’una materia magnetica è attestata dalla percezione che abbiamo della limatura attratta, ed è per natura percepibile, cioè sarebbe percepita se i nostri sensi fossero più fini. Insomma per asserire la realtà delle cose, occorre la percezione, e quindi se non la sensazione immediata dell’oggetto stesso della cui esistenza si tratta, “tuttavia (parole di Kant) la concatenazione dello stesso con una qualche percezione reale, secondo le analogie dell’esperienza che esprimono tutte le connessioni reali in una esperienza in generale”. L’affermazione dell’esistenza degli oggetti (dice perciò Kant, enunciando il concetto che divenne poi fondamentale nel positivismo milliano) non è altro «che il pensiero di una possibile esperienza nella sua assoluta completezza», il pensiero, cioè, che se la mia possibilità d’esperienza, ossia di percezione, fosse più estesa, li percepirei, ossia il pensiero che essi sono visi bili, tangi bili, che il loro esser reali è una cosa sola con l’essere tali. “Che possano esservi abitanti nella luna, quantunque nessun uomo li abbia mai percepiti deve concedersi, ma ciò significa soltanto che noi nel possibile progresso dell’esperienza potremmo imbatterci in essi; giacché è reale quello che sta in un contesto con una percezione secondo le leggi del processo empirico”. È questo proprio l’identico pensiero che il Mill esprime nel capitolo XI dell’ Examination of Hamilton’s Philosophy. La possibilità di percepire una cosa, ossia, con parole di Kant, “la possibilità dell’esperienza, è dunque ciò che dà realtà obiettivo a tutte le nostre conoscenze a priori” e così anche ai nostri concetti fondamentali a priori, o categorie, di esistenza, di sostanza, di causa ecc. “Anche i concetti di realtà, sostanza, causalità e perfino della necessità nell’esistenza, perdono ogni significato e sono vuoti titoli di concetti senza alcun contenuto, se io mi avventuro con essi fuori del campo dei sensi.”
Rendiamo questo pensiero di Kant con le parole di un interprete italiano, tenuto in scarso conto dai modernissimi, ma assai più profondo e coscienzioso di essi: il Cantoni. “Alla possibilità d’un oggetto si richiede dunque che esso si accordi colle condizioni formali del nostro percepire, cioè si possa assoggettare alle condizioni pure dell’intuizione e all’unificazione delle categorie, fatta per mezzo degli schemi; si possa cioè in qualche modo sperimentare... Non si può affermare una cosa come reale in modo concreto e determinato, se non se ne ha una percezione diretta, o almeno non la si riconosce come connessa con ciò che direttamente si percepisce secondo i principi puri dell’intelletto e insieme secondo le leggi empiriche; perché allora quella cosa entra nella serie dei fenomeni percettibili, sebbene per l’imperfezione dei nostri sensi o per altra causa qualsiasi non la si apprenda. La cognizione dell’esistenza delle cose giunge fin là, dove giunge la nostra percezione e l’aggiunta che a questa possiamo fare fondandoci sulle leggi empiriche.”
Ecco come la dottrina di Kant non è se non una formulazione speculativa, astrusa e complicata delle semplicissime proposizioni enunciate in principio. Che cosa vuol dire essere? Poter essere visto e toccato (sperimentato, oggetto di esperienza possibile). Che cosa è che è ? Solo ciò che può essere visto e toccato.
Senonché coloro che a dover rinunciare alle proprie fantasie divine soffrono troppo per cedere di primo acchito ai richiami della rigorosa ragione, si sforzano di aggirare la posizione fissata da quella definizione di Essere, la quale naturalmente taglia d’un tratto e inesorabilmente le radici a quelle loro fantasie: e credono di riuscirci ragionando come segue.
Voi dite – essi argomentano – che solo quel che si percepisce sensibilmente, che è quindi spaziale, temporale esteso, materiale, esiste, perché solo questo è suscettibile di ricevere quelle forme del pensiero che sono anche – sostanza, causa, realtà ecc. – forme dell’Essere. Sareste nel vero, se aggiungeste al vostro discorso le due parolette: per noi. Se cioè diceste che per noi, per la nostra natura mentale legata ai sensi, l’Essere d’alcunché non si manifesta se non mediante la percezione sensibile, e a ciò soltanto che così ci si manifesta possiamo legittimamente applicare il nostro concetto di Essere. Ma chi vi autorizza a erigere ciò che è per noi a legge cosmica, a fare della nostra natura mentale il criterio assoluto dell’universo, del nostro concetto di Essere il solo concetto di Essere onninamente valevole? Chi vi autorizza a escludere che esista un Essere di natura diversa da quella dell’Essere che solo è o appare Essere per noi ? Anzi, soltanto togliendo le condizioni sotto cui l’Essere appare per noi, i limiti di finitudine nei quali tutto ciò che è Essere per la nostra natura mentale risulta circoscritto, si può sperar d’avvicinarsi all’idea del vero Essere, alla “pienezza dell’Essere” ove si radica la possibilità della esistenza di Dio.
Duole il dirlo, ma il dovere d’obbedienza alla verità lo impone. Questo ragionamento segna per i credenti che lo fanno la fuoruscita dalla ragione.
Relativamente a quasi tutti i problemi vi è una raggiera di soluzioni le quali, pur essendo contraddittorie, stanno però tutte entro la sfera della ragione: perciò si può sostenere che la ragione di per sé non ci consente la soluzione di nessuno di quei problemi, e su tali basi aderire all’irrazionalismo, che, entro siffatti limiti, è fondato. Ma rispetto a ogni problema vi sono o possono presentarsi altresì proposte di soluzione che escono del tutto dalla sfera della ragione; e a favore di queste nessun irrazionalismo serve, la tesi irrazionalistica cioè non può salvarle dalla condanna della ragione. Potrò ammettere che le due soluzioni “proprietà privata o proprietà collettiva”, ovvero “monarchia o repubblica”, ovvero “monogamia o poligamia”, siano entrambe, per quanto opposte, fondate nella ragione, che la ragione le suffraghi entrambe, che la ragione non ci dia dunque modo per sé di escluderne una a beneficio dell’altra, e potrò dunque qui vittoriosamente opporre la veduta irrazionalistica a chi pretendesse che una sola delle due fosse fondata in ragione. Ma non potrò mai invocare la tesi irrazionalistica a favore dell’asserzione che 2×2=5 o che la somma degli angoli d’un triangolo non sia uguale a due retti; non potrò cioè mai sostenere qui che anche queste asserzioni sono fondate in ragione, che la ragione non ci dà modo di escluderle in modo decisivo. L’irrazionalismo non serve qui a salvare le tesi in questione. Esse non sono di quelle, che, pure in antitesi con altre, stanno però, insieme con queste altre, accampate sul terreno della ragione e su di questo si reggono. Esse fuoriescono completamente da tale terreno. Sono tesi letteralmente pazze.
Di tale natura è il ragionamento circa l’Essere sopra enunciato, che i credenti tengono a preparazione della loro affermazione della possibilità dell’esistenza di Dio. Esso rivela un modo di pensare interamente manicomiale. Chi lo tiene è del tutto fuori dalla ragione ed è (parzialmente, su questo punto) in preda alla pazzia. Chi fa e accetta quel ragionamento preparatorio all’affermazione di Dio, e quindi chi crede nell’esistenza di Dio, è pazzo nel più rigoroso senso della parola (e che altro diceva Pascal col suo “cela vous fera croire et vous abêtira?12) proprio come chi fosse convinto che 2×2=5.
Vi può essere (dicono) un Essere di natura diversa da quella sensibilmente percepibile e propria di ciò che è Essere per noi. Ma questa è una proposizione da demente. E la sua insania, in essa dissimulata, si rende patente in altre proposizioni che stanno con essa sull’identico piano. Affermare quella proposizione, cioè, è l’ identica cosa che affermare una delle seguenti.
Che cosa è corpo? Ciò che è esteso nello spazio. Ma, badate, tale è il corpo per noi. Potrebbe però darsi che per altri esseri, per altri luoghi, o in sé, esistessero corpi senza estensione.
Ovvero: che cosa è solido? Il corpo attraverso cui non posso passare senza trovar resistenza. Senonché questo è il solido per noi. Chi vi dice che non possa esistere un altro solido, un solido di altra natura, traverso cui invece sia possibile passare senza incontrare resistenza di sorta?
Ovvero, ancora: che cosa è il triangolo? Una figura piana di tre angoli. Sta bene; ma per noi. È forse escluso con ciò che si possa dare un triangolo altro, un’ altra natura di triangolo, che possieda invece quattro angoli? E così, non potrebbero darsi parallele di natura altra da quella che possiedono le parallele per noi, le quali potessero racchiudere uno spazio? O un cerchio d’ altra natura di quella propria del cerchio per noi, nel quale i punti non siano più equidistanti dal centro?
Ovvero infine: non potrebbe darsi che per altri luoghi, per altri esseri, o per noi se fossimo diversamente conformati, quella che è la destra, per noi come siamo, sia la sinistra e viceversa, e il guanto destro si possa calzare sulla mano sinistra? O non potrebbe darsi che la direzione del tempo dal passato all’avvenire sia tale soltanto per noi, ma che, per altri luoghi o esseri, il tempo proceda dall’avvenire al passato, l’individuo cominci con la morte e finisca nel seno della madre, tutta la storia si svolga in senso retrogrado e per di più l’avvenire, sebbene si parta da esso, resti avvenire, e il passato, sebbene a esso arrivi, resti passato?
Tutto questo è manifestamente pazzesco. Quando si afferma che solo per noi vale la definizione del corpo come ciò che è esteso nello spazio e che potrebbero esistere corpi d’ altra natura che non fossero estesi, o che solo per noi vale il concetto di solido come il corpo che non si può penetrare senza resistenza e che potrebbero esistere solidi d’ altra natura in cui ciò non si avveri – si pronunciano affermazioni manicomiali. Perché “corpo è ciò che è esteso nello spazio”, è (come si dice nella scuola) un giudizio analitico, in cui il predicato è già contenuto nel soggetto, si ricava da questo semplicemente guardando nel concetto di esso, dice la stessa cosa che dice il soggetto e nulla più. Se cancellate il predicato (esteso) cancellate anche il soggetto (corpo). Ciò che è non-esteso non può dunque essere un altro corpo, un corpo d’altra natura, ma un non-corpo. Esteso è il corpo solo per noi ?
Ma ciò che non è esteso, cancella l’idea che designiamo con la parola “corpo”; bisognerebbe dunque designarlo con un’altra parola. Si tratta, quasi, di una definizione nominale. Si enuncia: ciò che è esteso nello spazio lo chiamerò corpo. Questa enunciazione vale non solo per noi, ma per esseri di qualsivoglia diversa natura. Pretendere che, partendo da quella definizione nominale, usando la stessa parola che essa definisce, qualcuno di questi potesse dire: vi sono dei corpi non estesi, è come pretendere che solo per noi valga che l’esteso è l’esteso, ma che vi possa anche essere un esteso d’altra natura, un esteso non-esteso. La contraddizione palmare, l’assurdo manifesto, mette in luce la pazzia del ragionamento.
Lo stesso vale per gli altri esempi addotti. Un corpo che non presentasse resistenza, una figura piana che avesse più di tre angoli, una curva i cui punti non fossero equidistanti dal centro, non sarebbero già un altro solido, triangolo o cerchio, un solido, triangolo o cerchio d’ altra natura di quella che per noi ; ma un non-solido, un non-triangolo, un non-cerchio. E ciò per qualunque Essere e in qualunque luogo. Perché anche qui si tratta di giudizi analitici o definizioni nominali. Una volta detto che la curva, i cui punti sono equidistanti dal centro, lo chiameremo cerchio, a nessun Essere per quanto diverso da noi sarebbe lecito, partendo da questa definizione, usando la parola così definizione, affermare la possibilità di un cerchio in cui l’equidistanza dei punti dal centro non vi sia. Poiché il predicato si può qui mettere al posto del soggetto, sarebbe come dire che solo per noi, ma per altri esseri forse no, vale che la curva che ha i punti equidistanti dal centro li ha equidistanti dal centro; – che insomma solo per noi, ma per altri esseri forse no, vale il principio d’identità, vale che a=a.
Ma quel che si scorge così chiaramente riguardo al corpo, al solido, al triangolo, al cerchio, bisogna rassegnarsi a scorgerlo anche riguardo all’Essere.
Alla definizione: “Essere è, non già ciò che è soltanto pensato o immaginato, ma ciò che si riscontra nella percezione sensibile, ciò che questa ci attesta esistente, ciò dunque che è visibile, tangibile, esteso, materiale”, si obietta: “Questo è l’Essere per noi ; ma non va escluso che possa darsi un altro Essere, un Essere d’ altra natura, che sia senza essere sensibilmente percepibile”. Ma l’obiezione è, quanto quelle precedentemente discusse, riferentisi al cerchio o al triangolo, frutto di vaneggiamento mentale. Poiché “Essere è ciò che sensibilmente si percepisce” è un giudizio analitico, o se si vuole, una definizione nominale, non v’è nell’universo, mente per quanto diversa dalla nostra, che possa legittimamente, partendo dal concetto e dalla parola di Essere, negare il predicato. Tolto il predicato (sensibilmente percepibile) cade necessariamente e per chiunque anche il soggetto (Essere), come tolto il predicato “esteso” cade per chiunque il soggetto “corpo”. Non si può più parlare d’un altro Essere, d’un Essere d’altra natura. Bisogna dire non-Essere, come si diceva non-corpo, non-triangolo, non-cerchio. Ci troveremmo, cioè, in una sfera in cui, non avendo più applicazione il nostro concetto di Essere ( nostro, certo, ma che è assurdo pensare possa da enti quanto si voglia diversi, venir accettato e mantenuto, e, nello stesso tempo, fatto diventar altro, cioè negato) saremmo completamente al buio, non potremmo né pensare né pronunciare alcunché, dovremmo chiuderci la mente come nel sonno profondo o nella morte. È detto tutto? No: a quella sfera non si potrebbe applicare il verbo è, non si potrebbe dire che è, se no la si ricondurrebbe ancora entro il nostro concetto di Essere, ciò che doveva essere escluso. Essa è dunque la sfera del non-Essere, del Nulla; il quale dunque non sopporta la distinzione di “relativo” e “assoluto” cui fanno volentieri capo i metafisici, quando, per esempio, dicono, come Schopenhauer, che per noi, sì, il Nulla è l’annientamento del mondo fenomenico, ma proprio questo mondo invece potrebbe in sé essere il Nulla. Anche il Nulla, infatti, è un concetto nostro, e come tale concetto, come tale giudizio analitico o definizione nominale, di portata universale. Quel tale concetto che noi esprimiamo col segno o col suono “nulla” è quello che è, e come questo che è lo è per qualunque ente. Un concetto diverso, un nulla diverso, sarebbe appunto diverso, cioè, un non-Nulla. – In altre parole: il concetto di Essere, appunto perché è nostro, nasce e si regge solo nella sfera controllata dalla nostra mente, nella sfera di ciò che è sensibilmente percepibile, nella sfera dei fenomeni, nella sfera empirica. Solo entro questa sfera si può parlare di Essere, perché solo con questa il concetto di Essere, in essa e per essa nato, combacia. Al di là, tale concetto non ha più nessuna applicazione e portata e cade nel vuoto. Al di là. Ma che cosa ci sarà al di là? Certo nulla che è, altrimenti si tornerebbe ad applicare indebitamente anche là il (nostro) concetto di Essere, a far rientrare nell’Essere quella sfera che, quasi per definizione, ne sta fuori.
Un’analoga argomentazione permette di liquidare il ragionamento con cui quello ora confutato si prolunga. L’Essere — si dice — è dato a noi solo entro limitazioni e circoscrizioni. Ogni cosa per noi è, solo in quanto circoscritta rispetto alle altre e quindi da queste negata. La stessa coscienza è per noi coscienza solo in quanto ha di fronte a sé alcunché che non è la coscienza, un non-io, che la limita, che la nega. Ora queste limitazioni e circoscrizioni costituiscono, esse appunto, una privazione, una (almeno parziale) nullificazione. Solo togliendole col pensiero, solo assurgendo all’idea d’un Essere che ne sia libero, si giunge al concetto di ciò che è, non più solo per noi, ma in sé, l’Essere, del vero Essere, di quella “pienezza dell’Essere”, che ci riapre dinanzi la visuale di Dio.
Ma anche questo ragionamento è infetto della medesima insania del precedente. Come sarebbe cosa da pazzi dire: il triangolo, in quanto superficie piana racchiusa da tre rette, è il triangolo solo per noi, ma cancelliamo i limiti, togliamo i lati e raggiungeremo il vero triangolo, il triangolo in sé; come, invece, è qui evidente che se si tolgono i limiti, cioè i lati, non già si raggiunge il vero triangolo, ma si cancella tutto, si annulla il triangolo, si approda al nulla; – così, ciò va riconosciuto anche per l’Essere. La negazione è indispensabile alla determinazione; senza di quella scompare anche questa. “Determinatio negatio est”,13 come diceva Spinoza (il quale però da ciò approdava precisamente alla tesi qui combattuta). La definizione, quasi a dire nominale, di Essere è questa appunto: “Ciò che è determinato, e quindi limitato, circoscritto”. Si tratta di un giudizio analitico; il predicato si ricava dal concetto del soggetto per sé, semplicemente guardando in esso, è lo stesso soggetto, può venire a questo sostituito. Al di là della sfera di “ciò che è determinato e quindi limitato, circoscritto” il concetto di Essere svapora, e non solo per noi, ma per qualunque altra mente, perché il concetto di Essere non è se non quello, e ogni altra mente, in quanto parli di Essere e faccia capo al concetto di Essere, non può non accettarlo, precisamente come ogni mente, per quanto diversa dalla nostra se vuol parlare di “acqua” o di “fuoco” deve accettare la cosa o fenomeno com’è, che noi designiamo con quei segni o suoni, e non pretendere di usar questi per designare una cosa diversa, una cosiddetta altra acqua o altro fuoco, che non sarebbe se non una non-acqua o un non-fuoco. Le cose sono solo in quanto si staccano una dall’altra, spiccano una rispetto all’altra, si distinguono una dall’altra; e possono essere avvertite come essenti solo in quanto tutte insieme si contrappongono a una coscienza, costituiscono una “limitazione” di questa, come questa di quelle. Se tutto fosse veramente una cosa sola, una qualità sola, se non esistesse che questa (senza nemmeno una coscienza che l’avvertisse, la quale sarebbe una cosa diversa) quell’assoluta uniformità in cui nulla si stacca, spicca, si distingue, sarebbe appunto niente altro che l’infinito buio uniforme del nulla. Togliete le determinazioni, ossia le limitazioni, le “negazioni”, e questo è ciò a cui arrivate. Insomma, togliendo le limitazioni dell’Essere, non si raggiunge già il vero Essere, ma si annulla il concetto di Essere, nato appunto nella e per la sfera di ciò che è determinato e quindi limitato e circoscritto e avente significato solo per questa. A quale altro concetto si approderà? A nessun concetto, poiché i concetti sono formazioni nostre e reggono solo in quella sfera (la sfera fenomenica). A niente che è, se no sarebbe ancora Essere. – “Noi togliamo (scrive Kant) dall’oggetto dell’idea le condizioni che limitano il nostro concetto intellettuale, ma che sono anche quelle le quali sole rendono possibile che noi abbiamo di una qualsiasi cosa un concetto determinato. E ora pensiamo alcunché, di cui noi circa ciò che esso in sé sia, non abbiamo alcun concetto, ma di cui tuttavia pensiamo un rapporto coll’insieme dei fenomeni, analogo a quello che i fenomeni hanno tra loro”. Egli denuncia ancora “il falso appagamento della ragione” derivante da ciò che “alla fine si cancellano tutte le condizioni, senza le quali tuttavia nessun concetto di una necessità può aver luogo, e, poiché allora non si può più comprender nulla, si prende ciò per un completamento del proprio concetto”. Ciò è appunto dire che il concetto di Essere, generato entro e per la sfera del limitato e condizionato, valevole solo in questa, non può esser proiettato fuori di questa. A nulla fuori di questa si può applicare il verbo è. Nulla fuori di questa c’è. E dobbiamo ripetere che chi non capisce o non vuol capire come il concetto di Essere, appunto perché generato nella e per la sfera controllata dalla nostra mente, non ha alcuna presa o portata fuori di essa, di nulla dunque fuori di essa si può dire è – costui non è in cervello, o, per il suo bisogno o desiderio di credere, si annebbia, altera e disloca volontariamente il cervello.
Possiamo dunque alla fine di questa analisi con sicurezza ripetere: come è evidente che 2×2=4 e ciò per tutti gli enti che vogliono parlare delle cose designate coi segni 1, 2 e 4, così è evidente che (e ciò per qualsiasi ente immaginabile) Essere è solo quel che si può vedere e toccare o che si può da questo immediatamente dedurre e come avente la sua medesima natura, cioè come sempre per sé visibile, tangibile, materiale (oggetto di esperienza possibile).
Non v’è altro Essere tranne questo; e mettere in dubbio ciò è la medesima alienazione mentale come mettere in dubbio che 2×2=4 o che non vi sia altro triangolo tranne la figura piana racchiusa da tre rette.
Note
-
“Ciò vi farà credere e vi renderà ebeti”. Pascal, Pensieri, 233. Si tratta del famoso pensiero nel quale il filosofo francese presenta l’argomento della “scommessa”. Il non credente può scommettere sull’esistenza di Dio. Se Dio non esiste, non avrà perso nulla; se esiste, avrà guadagnato il paradiso.[NdC] ↩
-
“La determinazione è negazione.” Il principio è più noto nella forma “Omnis determinatio est negatio” (“Ogni determinazione è negazione”), ma è stato espresso da Spinoza in una lettera a Jarig Jelles del 1674 nella forma qui presentata da Rensi. [NdC] ↩
