Prefazione
È cosa frequente e tutt’altro che inopportuna che una nuova teoria o una nuova prassi siano accolte al tempo stesso dall’irrisione degli scettici e dall’entusiasmo degli adepti. Se l’irrisione preserva nella comunità una certa riserva di distacco critico, l’entusiasmo spesso acritico degli adepti consente a quella teoria ed a quella prassi di sviluppare le proprie potenzialità in un ambiente in qualche modo protetto. A questa prima fase, tuttavia, è bene che ne segua un’altra, ed è importante che tale evoluzione non avvenga con ritardo eccessivo. Occorre che quella teoria o prassi escano dall’ambiente protetto e si confrontino apertamente con chi vi si oppone, che a sua volta passerà dall’irrisione all’analisi critica attenta e, forse, rispettosa. È bene, anzi, che gli adepti stessi di quella nuova idea diventino i suoi critici. Il risultato di questa seconda fase sarà una più larga accettazione di quella idea nell’opinione pubblica, anche se in una forma meno entusiastica, più misurata.
La nonviolenza non è probabilmente entrata ancora in questa seconda fase. Abbiamo avuto maestri grandissimi che hanno saggiato le potenzialità della nuova via mostrata al mondo da Gandhi, ma che, presi dalla loro opera pionieristica, raramente si sono soffermati a considerarne i limiti; ed abbiamo avuto ed abbiamo studiosi che, mossi da vera e propria venerazione per quei maestri, hanno pensato che fosse inopportuno discutere anche solo gli aspetti più vistosamente criticabili della loro opera. Sono sorti così i "miti" della nonviolenza. Non tutti, a dire il vero, sono miti in senso stretto. Diventa un mito, indubbiamente, il Gandhi infallibile custode di tutte le cose buone e giuste, più profeta e santo che politico, così lontano nella sua purezza ascetica eppure così vicino per la modernità ed il buon senso del suo pensiero, così come è anche mitica, probabilmente, una certa interpretazione della storia che vede in alcuni momenti cruciali del Novecento — dalla lotta stessa di Gandhi alla crisi dei regimi comunisti dell’Est — il trionfo della nonviolenza. In molti casi, tuttavia, più che di veri e propri miti si tratta di biases, di scorciatoie intellettuali, di tesi non sufficientemente discusse. Chiamo mito, insomma, qualcosa che è molto vicino al dogma.
Di seguito elenco, con un minimo di analisi critica, e con i limiti di un pamphlet, dieci di questi miti, condensati in affermazioni sulle quali è urgente, a mio avviso, riflettere e discutere.
Questo libro è, in buona sostanza, un commento al seguente pensiero di Josif Brodskij: “la più sicura difesa contro il Male è un individualismo estremo, l'originalità di pensiero, la bizzarria, perfino — se volete — l'eccentricità”.1
Note
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Josif Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, Milano 1987, p. 12. ↩
