La verità è forte, e per questo una prassi fondata sulla verità è una prassi vincente
La nonviolenza gandhiana si chiama Satyagraha, parola che approssimativamente si può tradurre con “forza della verità”. La sua convinzione era che chi ha dalla sua la verità è destinato a vincere. Come è noto, per Gandhi la Verità e Dio sono la stessa cosa. La Verità è Dio, e questo vuol dire che anche l’ateo, nella misura in cui sostiene che “Dio non esiste” è una affermazione vera, è nella verità, e dunque in Dio. Ma si tratta di un sofisma. La Verità di cui parla Gandhi non è la semplice esattezza di una affermazione constatabile da tutti (“Oggi c’è il sole”), e non è nemmeno il risultato di un ragionamento che segua procedimenti logici universali, come il principio di non contraddizione o del terzo escluso. Per Gandhi la Verità può essere attinta solo attraverso un procedimento spirituale di riduzione di sé. Il nostro ego è ciò che fa ombra alla Verità, bisogna sbarazzarsene per coglierla, e il modo per farlo è praticare il tapascarya, vale a dire forme di ascetismo che comprendono la castità, la povertà volontaria, le restrizioni alimentari. Chi attraverso queste pratiche è giunto a ridurre il proprio ego (Gandhi usa l’espressione “reduce himself to zero”, ridursi a zero) da un lato entra in contatto con Dio come Verità dell’universo, la Ragione trascendente che sempre interviene nella storia per stabilire il bene, e dall’altro conquista la forza stessa che gli consente di lottare politicamente per l’affermazione del bene e di vincere.2
La nonviolenza gandhiana è dunque basata su una particolarissima concezione del mondo: è possibile essere certi del trionfo della verità soltanto se si è certi che il mondo è razionale, che le leggi del mondo sono leggi etiche, che la storia stessa è guidata dalla ragione. Non a caso Gandhi sostiene che la fede in Dio è indispensabile per la pratica della nonviolenza. Tutto ciò è razionalismo. Abbiamo in Gandhi un razionalismo reso possibile dalla fede in Dio. È una cosa di cui non bisogna stupirsi troppo. Piuttosto, occorre prendere atto della inattualità di questa posizione. L’ultima grande espressione del razionalismo in occidente è stato il sistema hegeliano, una interpretazione della grande vicenda dell’essere e della storia umana in cui tutto è impregnato di logos e tutte le contraddizioni sono trascese e pacificate. Purtroppo, non è più tempo per l’ottimismo hegeliano e in generale per il razionalismo. Nemmeno la ragione, come diceva il nostro Giuseppe Rensi già al tempo della Grande Guerra,3 è universale, bensì frammentata, lacerata, scissa. È per la ragione che gli uomini si combattono ed uccidono — per i modi diversi ed opposti di intendere la ragione. La ragione è molteplice, come tutto quanto il resto. Non è, quello in cui siamo, un universo, ma un pluriverso. Non è nemmeno, purtroppo, un pluriverso inteso come una unità molteplice ma pacifica. Sembra piuttosto che vi sia una lotta cosmica in cui ogni frammento d’essere lotta per ridurre a sé tutto. Ma questa è ancora metafisica, mentre oggi si tratta di lasciar perdere la metafisica, o almeno di rinunciare a fondare metafisicamente l’etica o la politica. A meno che, naturalmente, non si sia cattolici.
Quel che deve essere chiaro è che il Satyagraha è una forma di razionalismo reso possibile da un atto di fede.
