Il volto dell’altro dispone alla responsabilità
Il volto dell’altro è un appello, al quale non posso fare a meno di rispondere riconoscendo e rispettando la sua umanità. Esprimo un po’ rozzamente una convinzione che ha la sua epressione più alta nel pensiero di Levinas, di Jonas, di Capitini, e quella più infima in un certo sentimentalismo e in una certa retorica della nonviolenza. Basterebbe, se così fosse, guardarsi un po’ più in faccia l’un l’altro per cambiare il mondo; e invece il volto dell’altro suscita il più delle volte indifferenza, disgusto o odio.
Ascoltiamo Ivan Karamazov:
"Devo farti una confessione", esordì Ivan, "non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. Secondo me, è impossibile amare proprio quelli che ti stanno vicino, mentre si potrebbe amare chi ci sta lontano. Una volta ho letto da qualche parte la storia di ‘Giovanni il misericordioso’, un santo: un viandante affamato e infreddolito andò da lui e gli chiese di riscaldarlo e quello lo fece coricare nel letto insieme a lui, lo abbracciò e prese a soffiargli nella bocca, putrida e puzzolente a causa di una terribile malattia. Io sono convinto che egli lo facesse per una lacerazione piena di falsità, per il dovere di amare che gli era stato imposto, per una penitenza che si era inflitto. Perché si possa amare una persona, è necessario che essa si celi alla vista, perché non appena mostrerà il suo viso, l’amore verrà meno". [...] Secondo me, l’amore di Cristo per gli uomini è una specie di miracolo impossibile sulla terra. Vero è che egli era Dio. Ma noi non siamo dei. Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede. [...] Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi impossibile."7
Il viso dell’altro è incompatibile con l’amore, così come è incompatibile la vicinanza. Se un amore è possibile, non é l’amore del prossimo, ma l’amore del più lontano.
L’amore è suscitato dalla bellezza fisica o morale, ma la bellezza è cosa rara, e ancora più raro è che quella fisica e quella morale coesistano. Eppure, si dirà, esiste la santità, eppure esistono esempi di un tale amore dell’altro. Che tale amore nasca da qualche forma di lacerazione, è ipotesi che lascio a Ivan Karamazov. Qui basta notare che la santità è rara, e che non si può chiedere all’uomo e alla donna comuni di sforzarsi verso la santità.
La nonviolenza considera la guerra un incidente della storia che non contiene alcuna verità sull’essere umano. Gli uomini si massacrano da secoli, e tuttavia questo non vuol dire nulla, per Gandhi: da secoli gli uomini si amano, anche. Ma l’amore degli uomini, quell’amore che fa nascere le nuove generazioni, fa parte della natura, è l’amore stesso degli animali. L’odio che fa milioni di vittime, che spinge un popolo come l’altro, che esige il massacro, quest’odio é puramente umano, fa tutt’uno con l’apparizione dell’uomo sul pianeta. Perché? Si esclude che l’uomo abbia una propensione biologica alla violenza. Perché allora il massacro? La nonviolenza dovrebbe prendere seriamente in considerazione la possibilità che l’odio che genera il massacro nasca proprio dalla insostenibilità del volto dell’altro.
Note
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F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano 1999, vol. 1, pp. 327-328. ↩
