Capitolo 2

La nonviolenza usa mezzi diversi dalla politica classica

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Un aspetto importante della riflessione nonviolenta riguarda il rapporto tra mezzi e fini. Mentre il pensiero politico classico da Machiavelli in poi distingue i mezzi dal fine ed afferma che per un fine lecito è possibile impiegare anche mezzi illeciti, la nonviolenza sostiene che la natura del mezzo dev’essere omogenea alla natura del fine. Pretendere di raggiungere la pace attraverso la violenza sarebbe come pretendere di raccogliere orzo dopo aver seminato grano.

In astratto, è difficile contestare questa posizione, e infatti non la contesterò. Quel che vorrei provare a mettere in discussione è che la nonviolenza usi realmente dei messi diversi da quelli della politica classica (intendendo con questa espressione ogni politica che, pur non rifacendosi espressamente a Machiavelli, non escluda in via di principio la possibilità di ricorrere alla violenza per la soluzione di problemi politici). Quali sono realmente i metodi utilizzati dai politici violenti? Quali erano i metodi di un Hitler o di un Mussolini? Le armi, certo. Ma le armi hanno bisogno di qualcuno che le faccia funzionare. C’è bisogno quindi degli eserciti. Ma gli eserciti possono combattere soltanto se gli uomini che ne fanno parte sono convinti di dover usare delle armi per uccidere i nemici, per fare il proprio dovere, per difendere la patria, la libertà, l’onore e chissà cos’altro ancora. Né questo basta. Occorre che l’esercito sia sostenuto da tutto il popolo, dall’opinione pubblica. Un esercito che combatta una guerra considerata ingiusta in patria è condannato alla sconfitta — il Vietnam lo insegna. La vera arma della politica classica non sono dunque i fucili, i carri armati, i bombardieri e gli eserciti. La vera arma della politica classica è la suggestione delle masse. Il vero maestro di Mussolini non è, per sua stessa ammissione, Machiavelli, ma Gustave Le Bon, il sorprendente autore della Psicologia delle folle.

La domanda che bisogna porsi allora è: la nonviolenza usa realmente mezzi diversi dalla suggestione delle masse? Quale ruolo ha giocato nella impresa gandhiana una intelligente suggestione delle masse? Non è anche Gandhi, come Mussolini, un allievo di Le Bon? O, se questa affermazione sembra irriguardosa: non era forse l’impresa gandhiana prevedibile alla luce della teoria di Le Bon non meno dei totalitarismi fascista, nazista e comunista? Le Bon non negava la possibilità di suggestionare le masse in positivo, per così dire, inducendo migliaia e addirittura milioni di individui a compiere azioni nobili e generose. Tuttavia, questo fatto eccezionale nulla aggiunge alla fenomenologia della suggestione, che resta un fenomeno inquietante e pericoloso, perché sottrae le capacità critiche e razionali all’individuo rendendolo capace di tutto.

Bisogna notare che, se è vero che la suggestione ha avuto un ruolo di primo piano nell’efficacia dell’impresa gandhiana, quello del Mahatma si configura come un razionalismo sospeso in alto alla fede e poggiato in basso sulla suggestione.