Capitolo 4

Convertendo le persone all’amore si attuerà la rivoluzione nonviolenta

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Non è infrequente imbattersi nell’espressione "rivoluzione nonviolenta". È diffusa l’idea che la nonviolenza sia una pratica rivoluzionaria, non, ovviamente, nel senso che voglia fare una rivoluzione tradizionalmente intesa, ma perché intende operare un cambiamento lento, profondo e dolce (per riprendere la riformulazione di Alex Langer del motto olimpionico) nella società, nell’economia e nella cultura; un cambiamento dal basso, che comincia dall’individuo, dalla sua vita quotidiana, dalla rete delle sue relazioni. Non dalle nuove strutture all’uomo nuovo, ma dall’uomo nuovo alle nuove strutture. La società nonviolenta, e perciò giusta e vera, nascerà dalla personalità nonviolenta, vale a dire dall’uomo giusto ed equo, che rinuncia alla violenza e vive nell’amore del prossimo, che evita lo sfruttamento, che non uccide nemmeno gli esseri non umani e perciò è tendenzialmente vegetariano, che fa attenzione a non contribuire con il suo stile di vita alle ingiustizie economiche, che è contro il razzismo e il conflitto culturale, che si impegna politicamente al di fuori degli angusti schieramenti politici, che in altri termini è non astrattamente, ma concretamente, politicamente virtuoso.

Non nego la possibilità di una tale rivoluzione attuata attraverso la conversione dei singoli. Credo che però se ne debba discutere la probabilità. Per quanto possibile, una simile rivoluzione nonviolenta è del tutto improbabile. Le religioni predicano da secoli le più alte virtù e pongono davanti ai singoli ideali di perfezione umana: né gli insegnamenti del Vangelo o del Dhammapada, né l’esempio dei grandi maestri delle religioni, né la suggestione della chiesa e del tempio, né i timori dell’inferno o della rinascita sono stati sufficienti. Salvo rare eccezioni, gli uomini hanno continuato a tenersi a rispettosa distanza dalla pratica della virtù.

Non sono mancate in nessun tempo le cerchie di uomini dediti a pratiche supererogatorie, ma si è trattato, appunto, di élites, di gruppi la cui influenza sulla struttura economico-sociale del loro tempo è stata quasi irrilevante. Per quanto possa diffondersi oggi uno stile di vita nonviolento, è difficile immaginare che un numero considerevole di persone, tale da provocare cambiamenti significativi nella vita collettiva, si possano convertire ad esso, tanto più che si tratta di uno stile di vita che va contro quasi tutti i valori dominanti e gli interessi ad essi legati. È da escludere che i cambiamenti proposti dalla nonviolenza possano essere decisi dall’alto, perché si tratta di cambiamenti che riguardano lo stile di vita, ed uno Stato che volesse decidere lo stile di vita dei cittadini — volesse ristrutturare la società civile — sarebbe uno stato totalitario. Non sembra esserci, purtroppo, una terza via tra elitarismo e totalitarismo.