Capitolo 6

C’è sintonia tra la nonviolenza e il movimento femminista

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Una delle espressioni più intellettualmente stimolanti di questa convinzione diffusa è il libro Donne disarmanti4 a cura di Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo, nel quale si fa il punto sul rapporto tra femminismo e nonviolenza (anzi, tra i femminismi e la nonviolenza), da un lato recuperando momenti e figure importanti della storia del femminismo che sono anche esempi di lotta nonviolenta, dall’altro soffermandosi su alcuni nodi teorici: il legame tra guerra e maschilità, l’inclinazione delle donne alla pace, il significato del corpo per la guerra e la pace. Una riflessione che ha un evidente orizzonte pratico nella necessità di realizzare una convergenza dei movimenti di liberazione, attuando un grande fronte comune contro la guerra ed altre realtà di violenza e progettando forme nuove di democrazia e di azione politica.

Scartata l’idea di un legame assoluto tra femminilità e pace, sconfessata da non poche pratiche violente propriamente femminili, come anche dalla tutt’altro che infrequente partecipazione di donne alla violenza della guerra (ed il caso della tortura dei prigionieri iracheni da parte di soldati americani, che ha visto protagoniste anche giovanissime soldatesse, ne è una triste conferma), le autrici si concentrano sulle pratiche quotidiane di mediazione, di soluzione dei conflitti, di sostegno alla vita cui le donne sono portate dalla maternità e dal ruolo sociale che ne deriva. Le donne non sono nonviolente per natura ma, osserva Giancarla Codrignani, a differenza degli uomini “ragionano spesso sul fatto che il corpo sia fatto per la vita”.5 E sono loro, quando la guerra è passata, a ricostruire il tessuto sociale, a riallacciare le relazioni, a guarire le ferite.

L’ideologia bellicista non ha ricevuto dalle donne alcun contributo; molto invece deve all’immaginario maschile. Nel linguaggio militare, nel simbolismo, nella stessa conformazione delle armi sono trasparenti i riferimenti ad un modello aggressivo di sessualità, propriamente maschile (e non sorprende che la pratica della guerra contemporanea comprenda anche, con una certa regolarità, lo stupro). Vi è una continuità tra il patriarcato e la guerra. Come sistema sociale e culturale di dominio sulle donne, il patriarcato include anche la purificazione dell’uomo da ogni aspetto femminile della sua personalità (dall’anima, in termini junghiani), e la corrispondente esaltazione delle qualità maschili più grossolane. La guerra non è che la conseguenza di questo modello umano duro, che espelle dalla sfera politica sensibilità e mediazione, puntando tutto invece sulla durezza. Un modello che può anche servirsi di donne (Margareth Thatcher, Condoleeza Rice), ma che resta nondimeno un modello pensato dagli uomini.

Non vi è alcun vero progresso, per le donne, nell’assumere posizioni di potere all’interno di questo modello. La via del femminismo è invece quella di una contestazione parallela del maschilismo e del bellicismo e della costruzione di una società nonviolenta che porti l’impronta dei valori e delle qualità femminili.

È stata questa la via di donne che appartengono al mito, come la Lisistrata di Aristofane, Cassandra e Antigone, ed alla storia, come Bertha von Suttner, l’autrice di Giù le armi! che ricevette nel 1905 il premio Nobel per la pace, istituito anche grazie alla sua decisiva influenza su Alfred Nobel, Rosa Luxemburg, Barbara Deming, attivista nonviolenta, femminista, antirazzista e lesbica americana, la cui lotta è un esempio storico di quella convergenza di pratiche di liberazione auspicata da quel libro. E ancora: la resistenza delle donne della Rosenstrasse nella Germania hitleriana, la lotta di Medha Patkar contro la costruzione in India di dighe volute dalla Banca mondiale dai devastanti effetti sull’ambiente e la popolazione, l’impegno di Aung San Suu Kyi per la libertà del popolo birmano, la militante pacifista curda Leyla Zana, l’attivista verde Ingrid Betancourt sequestrata dai guerriglieri colombiani, e tante altre storie, spesso del tutto dimenticate, che questo libro ha il merito di riportare alla luce e proporre all’attenzione del lettore.

Quel libro raggiunge egregiamente lo scopo di dimostrare che c’é pratica della nonviolenza nel femminismo. Quel che manca è una riflessione critica su un altro problema: quanto femminismo c’é nella nonviolenza? Il movimento delle donne ha sviluppato per conto suo una pratica nonviolenta, insieme a posizioni teoriche ed a rivendicazioni sociali. Fino a che punto, al di là della convergenza della pratica, queste posizioni teoriche e queste rivendicazioni collimano con quelle della nonviolenza, elaborate ed avanzate da uomini come Gandhi, Lanza del Vasto, Aldo Capitini, Danilo Dolci? Una lettura critica di questi autori avrebbe permesso di constatare che c’é qualche forma di maschilismo anche all’interno della tradizione nonviolenta. Il femminismo è un movimento legato all’industrializzazione, ai cambiamenti sociali che hanno portato le donne nel mondo del lavoro, al passaggio dalla famiglia patriarcale a quella nucleare, insomma alle profonde modificazioni delle società occidentale con le quali si è consumata quasi senza residui la civiltà contadina. Questi cambiamenti sono visti con sospetto, quando non apertamente condannati, dai maestri della nonviolenza, che hanno invece esaltato proprio la civiltà rurale, alimentando spesso l’ideale romantico di una società statica, equilibrata, in cui i ruoli siano fissi e complementari. Quel patriarcato individuato come causa della guerra torna all’interno della nonviolenza nell’Arca di Lanza del Vasto, ad esempio: un ordine rurale e patriarcale, in cui non conta tanto il fatto che il potere sia nelle mani di un uomo (patriarca può essere anche una donna), quanto l’immaginario del potere, calcato sull’immagine del patriarca biblico. Un ulteriore problema è quello della sessualità. Barbara Deming lottava per il riconoscimento della propria omosessualità adoperando il metodo gandhiano, ma Gandhi considerava inopportuna — almeno per sé — anche la sessualità coniugale. La nonviolenza si è sviluppata in contesti culturali e spirituali — quello indiano, ma anche quello cattolico — caratterizzati da una visione rigorista e punitiva del sesso; ed anche nella nonviolenza laica (in Capitini e in Dolci, ad esempio) manca una adeguata riflessione sulla sessualità.

Differenze non lievi sorgono, poi, considerando la questione dell’aborto. Conquista indispensabile per il femminismo, esso si accorda ben poco con l’intento di preservare ogni forma di vita, che viene alla nonviolenza dall’ahimsa induista, jainista e buddhista e dal concetto cristiano di persona. Si presenta qui un classico contrasto tra un’etica della sacralità della vita, quale è quella dei grandi maestri della nonviolenza, ed un’etica della qualità della vita.

Oltre l’affinità delle pratiche, insomma, l’incontro reale tra femminismo e nonviolenza non può avvenire senza una discussione critica dei reciproci fondamenti teorici ed epistemologici, che è ancora tutta da fare.

Note

  1. Intra Moenia, Napoli 2003. ↩

  2. Ivi, p. 176. ↩