Capitolo 4

Oltre Dio

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La fede

Da quanto detto fin qui, dovrebbe essere chiaro che la verità – anzi: la Verità – dei credenti ha poco a che fare non solo con la ragione, ma anche con la semplice ragionevolezza. Ma questo non preoccupa i credenti. Anzi. Del fatto che le cose in cui credono siano in contrasto con la ragione finiscono per vantarsi. Credo quia absurdum, ripetono con Tertulliano: lo credo proprio perché è assurdo. Più una concezione è assurda, più un cristiano vi crede.

È questa la fede, questo rifugio magico che rende tutto possibile, risponde ad ogni domanda, libera dall’onere di argomentare e dà a chi la possiede il diritto inalienabile di considerare gli altri dall’alto in basso. Chi possiede la fede ha la Verità tutta intera e senza nessuno sforzo, senza doversi prendere il fastidio di studiare, di confrontarsi, di argomentare.

Sulla fede non c’è molto da aggiungere a ciò che scrisse tre secoli fa quello che è stato il più violento critico del cristianesimo: Jean Meslier. Che la Chiesa cattolica la conosceva bene, perché per tutta la vita è stato un prete di campagna. Quello che pensava della religione di cui con disgusto e rabbia è stato sacerdote lo ha scritto nel suo testamento (Memoire des pensées et des sentiments), talmente duro che perfino Voltaire, pubblicandone una sintesi, ha sentito il bisogno di eliminarne le parti più radicali.

Al di là di tutte le irrazionalità, le contraddizioni e le assurdità che è facile scoprire nella Bibbia, scriveva Meslier, il problema fondamentale dei credenti è appunto la fede. Essa consiste nel dare il proprio assenso a qualsiasi affermazione rinunciando per principio all’esame della ragione. Più tale rinuncia è radicale, più cioè la fede è cieca, più meriti acquista il credente. Ma questo atteggiamento è esattamente ciò di cui ha bisogno la falsità per affermarsi. Una visione vera non avrebbe alcun timore dell’esame della ragione e potrebbe fiduciosamente affidarsi ad essa.

Ora è evidente che una credenza cieca in tutto quello che si propone sotto il nome e l’autorità di Dio, è un principio di errori, di illusioni e di imposture; si vede effettivamente che non c’è alcun errore, alcuna illusione, alcuna impostura in materia di Religione che non pretenda di coprirsi con il nome e l’autorità di Dio, e che non c’è inoltre alcuno degli impostori che li inventano o propongono, che non si dica particolarmente ispirato ed inviato da Dio

scriveva Meslier.1 E aggiungeva che questo fondamento così traballante è anche la ragione dei tanti conflitti tra persone di fede. E aveva ragione. Se si hanno ragioni è possibile il confronto razionale, il dialogo o al limite il duello intellettuale. Se la propria visione del mondo invece è irrazionale, l’unico modo per difenderla è la violenza.

C’è una sola religione che ha rinunciato a questo accecamento preliminare: il buddhismo. Nei sutra il Buddha afferma chiaramente che il suo insegnamento dev’essere messo alla prova, saggiato, verificato di persona e fatto proprio solo se persuade. Ma man mano che il buddhismo si è istituzionalizzato e diffuso a livello popolare, questo nobile elemento fondante è passato in secondo piano. Anche perché se alcuni aspetti del buddhismo sono verificabili (ad esempio il legame tra desiderio e sofferenza), altre convinzioni fondamentali sono evidentemente al di là di ogni esperienza. Come sottoporre a verifica la credenza nella rinascita? Chi può vedere ciò che accade dopo la morte? E come essere sicuri della maturazione del karma nelle vite successive?

Il cristianesimo ha invece bisogno di un abbandono fideistico massiccio. Non solo perché comprende un insieme di convinzioni che sfidano le leggi più elementari della logica, come il dogma della Trinità (uno che è uno, ma anche tre), ma soprattutto perché Gesù stesso fa un’affermazione che richiede una scelta fondata sulla fede. Questo figlio di un carpentiere, la cui famiglia nemmeno sembra credere troppo in lui, annuncia di essere il Figlio di Dio. Qualsiasi considerazione razionale porterebbe a concludere che Gesù è un pazzo o un impostore. Solo alla luce della fede quell’uomo può apparire come Dio.

E se Dio fosse Babbo Natale?

La fede non ha nessun altro sostegno che la fede stessa. Non si crede perché c’è un testo sacro che presenta una verità pura; si ritiene che un testo pieno di errori, falsità, atrocità sia sacro perché si ha fede. Non si crede perché c’è stata la resurrezione di Cristo come fatto storico; si ritiene che la resurrezione sia un fatto storico perché si ha fede. Non si ha fede perché la ragione dimostra che Dio esiste; al contrario, si cercano le prove razionali dell’esistenza di Dio perché si ha fede. La fede precede, in realtà, tutto ciò che dovrebbe fondarla. Questo vuol dire che la fede è fondata solo su sé stessa: si crede perché si vuole credere.

Immaginiamo che un profeta dei nostri tempi scriva un libro in cui dichiari che il mondo è stato creato da Babbo Natale, che torna periodicamente per salvarlo la notte di Natale. Se non fosse per l’intervento periodico di Babbo Natale, che scende sulla Terra a bordo della sua slitta trainata da renne, il mondo verrebbe distrutto. Poiché Babbo Natale è una cara figura, questo profeta non ha difficoltà ad avere seguaci: e nasce così una nuova religione, che chiameremo Chiesa di Babbo Natale.

Quali obiezioni faremo a una simile religione? Diremo che le sue convinzioni sono assurde? Ma l’idea di un essere buono che periodicamente torna sulla Terra per salvarla non è più assurda dell’idea di un Dio che ha litigato con l’umanità e per far pace decide di mandare suo Figlio affinché gli esseri umani lo uccidano. Diremo che sappiamo tutti in che modo si è formata l’immagine di Babbo Natale? Ma sappiamo alla perfezione anche come si è sviluppata la visione di Dio, come si è formata nel tempo l’immagine di Gesù, come è nato il culto dei santi. Sappiamo che il Dio dell’Antico Testamento è diverso dal Dio del Vangelo. Sappiamo che quando il cristianesimo si è avvicinato al potere, Cristo è stato raffigurato sempre più come un Re, fondamento divino dei poteri di questo mondo. Sappiamo che il culto della Madonna non appartiene al cristianesimo delle origini e che è nato anche per ragioni opportunistiche. Possiamo fare una storia di Dio esattamente come possiamo fare una storia di Babbo Natale.

Ma, si potrebbe ancora obiettare, il profeta di Babbo Natale sappiamo tutti chi era. Un uomo comune, come tutti gli altri, qualcuno testimonia perfino che avesse qualche brutto difetto. Perché mai dovremmo considerarlo attendibile? Perché nel libro che lui ha scritto si afferma che lui è il profeta. Dal momento che il libro è divino, tutto quello che dice è vero. Sembra assurdo? Lo è. Ma non di più della convinzione che tutti i libri sacri siano sacri perché in essi è scritto che sono ispirati da Dio. Quanto ai difetti, è risaputo che le vie di Dio – di Babbo Natale, in questo caso – sono imperscrutabili per noi umani. E del resto, abbiamo visto i difetti di uomini come Abramo e Mosè. I contemporanei di Gesù si chiedevano come potesse essere il messia proprio lui, il figlio del carpentiere.

Se qualcuno si dichiarasse profeta di Babbo Natale e fondasse una nuova religione, non avremmo nulla da obiettare che non obiettiamo già ai credenti di qualsiasi religione. E le risposte sue e dei suoi seguaci non sarebbero diverse da quelle di qualsiasi altro credente: bisogna avere fede. Con l’aggiunta, magari, di una minaccia: se non avremo fede, Babbo Natale non ci porterà più doni.

Una volta che si ricorre alla fede può accadere di tutto. Qualsiasi cosa può essere creduta per fede. Uno dei problemi dei credenti è che non hanno, di fatto, alcun modo per impedire le più bizzarre deviazioni delle loro stesse credenze. Consideriamo, ad esempio, la Chiesa di Dio Onniportente, nota anche come Folgore da Oriente. È uno dei nuovi culti più aggressivi e sta facendo proselitismo anche in Italia grazie ad una serrata campagna sui social network attraverso un numero impressionante di profili falsi. Secondo questa Chiesa Gesù Cristo è tornato sulla Terra, questa volta nella forma di una donna nata in Cina nel 1973, Yang Xiangbin. La fine del mondo è prossima, e solo i seguaci della Chiesa si salveranno. È assurdo? Sì, lo è. Ma non è affatto più assurdo di ciò che credono ordinariamente i cristiani. Anzi, è perfettamente in linea con le loro credenze. È scritto nel Vangelo che Cristo tornerà e che vi sarà la fine del mondo. Perché mai non potrebbe tornare in Cina, e sotto forma di donna?

La Chiesa di Dio Onnipotente è accusata, in Cina, si aver compiuto diversi crimini, tra cui l’omicidio di una dipendente del McDonald’s della città di Zhaoyuan, che i membri della setta avrebbero ucciso identificandola come “spirito malvagio” perché si era rifiutata di lasciar loro il suo numero di cellulare. Una brutta faccenda, ma non più brutta di quella di Anania e Saffira, di cui parlano gli Atti degli apostoli. E la cui storia è bene ricordare, prima di parlare di etica e religione.

Anania e Saffira

L’aula di un tribunale. Alla sbarra ci sono i membri di una setta religiosa accusati di omicidio. La vittima: due membri della setta, marito e moglie, che la setta accusava di non aver consegnato tutti i propri averi. L’avvocato difensore sostiene che non sono stati i membri della setta a uccidere i due anziani, ma il Dio stesso della setta. Quante possibilità hanno i membri della setta di essere assolti?

La domanda, si capisce, è retorica. Non solo i membri della setta non avrebbero nessuna possibilità di essere assolti, ma nessun avvocato sano di mente userebbe quell’argomento.

Il caso ipotizzato è l’episodio di Anania e Saffira, di cui si parla negli Atti degli apostoli con toni perfino edificanti, e su cui non c’è molto da aggiungere all’amara ironia di Voltaire nel Dizionario filosofico.2

Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffira, vendette un terreno e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. (Atti 5:1-5)

Poco dopo entra la moglie e la scena si ripete. Muore anche lei, colpevole, nientemeno, di aver mentito allo Spirito.

Nell’edizione della Bibbia di Gerusalemme l’episodio è liquidato con questa nota a piè di pagina:

La colpa di Anania e Saffìra è d’aver voluto ingannare gli apostoli per amore del denaro, e, attraverso gli apostoli, lo Spirito Santo, presente in mezzo ai fratelli; a lui essi hanno mentito.3

Che i due poveri coniugi siano stati uccisi realmente da Dio è, diciamo così, assai improbabile; non sarebbe certo una tesi, ripeto, valida in un processo. Ma se anche così fosse, le conclusioni sarebbero di non poco conto. Significherebbe che Dio è un essere terribilmente malvagio, che punisce con la morte una colpa risibile e comprensibile, come è con ogni evidenza questa. Di più: Dio guarda più al male che al bene. Perché Anania e Saffira hanno mentito, ma hanno anche dato i loro beni alla Chiesa. Perché Dio guarda il male, ingigantendolo, e non il bene fatto?

Lo scenario realistico è un altro. I due coniugi sono stati uccisi perché, con il loro comportamento, avevano disobbedito all’imperativo della setta di consegnare loro tutti gli averi. Ed è un episodio che illumina con una luce inquietante anche il cosiddetto comunismo primitivo dei cristiani. Per secoli i cristiani hanno ritenuto che la Chiesa delle origini fosse assolutamente pura, corrompendosi poi con il passare del tempo; e quale segno di questa purezza è sempre stata considerata la comunione dei beni. Molto più probabilmente questa comunione dei beni non era diversa dalla voracità che sempre caratterizza le sette religiose, che dopo essersi accaparrate le anime allungano le mani sui beni degli adepti, fino a spogliarli sia delle prime che dei secondi.

Per chi non crede in Dio tutto è permesso?

Un argomento usato di frequente in favore della fede è quello delle conseguenze negative dell’ateismo. Riprendendo un’affermazione di Ivan Karamazov nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si afferma che “se Dio non esiste, tutto è permesso”.4 Una volta negato Dio, sono negati anche i valori; e se non esistono valori fermi, indiscutibili, allora tutto è ugualmente giusto e accettabile. È il problema del relativismo, contro il quale la Chiesa cattolica ha avviato una vera e propria crociata con il pontificato di Giovanni Paolo II. Dimenticando che il contrario di relativismo è assolutismo. E che l’assolutismo, esso sì, ha conseguenze terribili.

Non manca chi, perfino tra i non credenti, ritenga che la religione sia indispensabile per spingere le persone a fare il bene o almeno per impedire che facciano il male. Se Dio non c’è, non c’è nulla che ci trattenga: nessuna paura di essere giudicati e puniti per il male che facciamo.

Come abbiamo visto, le religioni contengono qualche principio morale misto a una quantità di atrocità, di istigazioni a delinquere, di azioni criminali che si propongono ai fedeli come esempi. Ispirare la propria condotta a un testo come la Bibbia vuol dire essere in ogni momento pronti, almeno teoricamente, allo sterminio dell’avversario, al genocidio, all’assassinio di donne, bambini, omosessuali e così via. Del resto, ci si domanda come si possa sostenere seriamente questo argomento, avendo costantemente sotto l’occhio lo scandalo di organizzazioni religiose come la Chiesa cattolica i cui membri compiono frequentemente crimini terribili come la pedofilia, e che nella storia anche recente non hanno mancato di far avere il loro appoggio ad assassini seriali come Benito Mussolini.

Non c’è alcun bisogno di credere in Dio per fare il bene. C’è bisogno, piuttosto, di vivere in una società giusta, nella quale le disuguaglianze sociali siano limitate e sia offerta ad ognuno la possibilità di realizzare sé stesso. I dati sociologici ci dicono che i crimini aumentano nelle società ingiuste, nelle quali le risorse sono distribuite in modo diseguale e alla ricchezza di pochi corrisponde la miseria di molti. E, al di là della retorica, non si può certo sostenere che le religioni, schierate sempre dalla parte dei privilegiati, abbiano contribuito alla creazione di società giuste.

Perché facciamo il bene (e il male)

Il filosofo cinese Mencio sosteneva che l’essere umano è naturalmente buono. Per dimostrarlo escogitò un esperimento mentale semplice ed efficace. Immaginiamo, disse, un bambino che stia per cadere in un pozzo. Chiunque, osservando la scena, proverà una sensazione di raccapriccio assolutamente spontanea e naturale. Tutti abbiamo innate in noi cose come il senso di pietà, il senso di vergogna e il senso di giustizia.5

Ma perché, se siamo naturalmente buoni, facciamo il male? A rispondere in modo ugualmente efficace è un altro filosofo cinese, Mozi. Tendiamo a pensare che all’origine del male che facciamo ci siano le nostre emozioni negative, come la rabbia. E indubbiamente esse spesso precedono molte delle nostre peggiori azioni. Ma cosa viene prima delle emozioni?

In alcuni casi, qualcuno che assista a un bambino che sta per cadere in un pozzo può restare indifferente. In altri casi può augurarsi che il bambino cada nel pozzo. In altri casi ancora, può gettare il bambino nel pozzo. In tutti e tre i casi, penserà che ciò sia la cosa giusta. A giustificare ognuno di questi comportamenti sarà il suo modo di interpretare la realtà. Chi è quel bambino? Se è un bambino, e basta, è naturale soccorrerlo. Ma quel bambino può essere un bambino nemico. In questo caso c’è qualcosa che ci impedisce di vedere in quel bambino l’appartenenza alla comune umanità.

L’aspetto decisivo, allora, è un altro. Non a livello emotivo, ma a livello cognitivo. È il nostro modo di mappare il mondo, creando confini, marcando territori, definendo zone di esclusione. Questo aveva capito Mozi: che facciamo il male perché non riusciamo più a vedere l’insieme, ma abbiamo una visione frammentata della realtà. Il filosofo confuciano distingueva due tipi di persone: gli universali e i discriminanti. I primi vedono l’umanità, i secondi solo pezzi di umanità. Ascoltiamolo:

Se la gente considerasse gli Stati degli altri come il proprio Stato, chi vorrebbe mobilitare il proprio Stato per attaccare gli Stati altrui? Essi considererebbero gli Stati altrui come il proprio. Se la gente considerasse le province degli altri come considera la propria, chi vorrebbe innalzare la propria provincia per combattere le province degli altri? Essi considererebbero la provincia degli altri come la propria. Se la gente considerasse la casata altrui come la propria, chi agiterebbe la propria casata per portare disordine nelle casate altrui? Essi considererebbero le casate altrui come la propria. Ora se Stati e città non si attaccano e combattono reciprocamente, e se le casate non si arrecano disordine a vicenda, ciò è dannoso per il mondo? O è benefico? Bisogna dire che è benefico. Vediamo quale è l’origine di questi benefici. Da dove vengono? Essi vengono dall’odiare e fare del male alla gente? Certamente diremo di no. Diremo che sorgono dal fatto che la gente si ama e si fa del bene a vicenda. E se dovessimo distinguere e dare un nome a coloro che nel mondo amano e fanno del bene agli altri, dovremmo dire che sono “discriminanti” o “universali”? Dovremo certamente dire che sono “universali”.6

Questa analisi è confermata da non pochi studi di psicologia sociale, che hanno mostrato come l’aggressività interpersonale aumenti nel momento in cui si formano dei gruppi e a questi gruppi viene fornita una identità. Ma non occorre nemmeno ricorrere alla psicologia. È sufficiente considerare la storia più recente. Che è storia di partiti, di Stati, di coalizioni lanciate al massacro le une contro le altre per affermare le proprie ragioni, la propria identità, i propri interessi.

Perché le religioni sono pericolose

Se questo è vero, le religioni non sono soltanto sistemi di credenze fondati sul nulla, ma tutto sommato innocui. Sono pericolose, perché ogni religione si costituisce come un recinto chiuso, identitario, sempre esposto alla tentazione della violenza. Salvo rare eccezioni, la religione conduce al settarismo. Essere religiosi vuol dire far parte di una chiesa, di una umma, di un sangha. Il mondo si divide in due: quelli che sono dentro e quelli che sono fuori dal gruppo religioso. È curioso come questa divisione settaria contrasti apertamente con i messaggi universalistici propri di molte religioni, come il cristianesimo. Si predica l’amore universale, ma questa universalità è impacciata dalla propria appartenenza religiosa.

Nel caso del cristianesimo, come detto, c’è l’elemento ulteriore della demonizzazione. Chi è fuori dalla comunità dei credenti è associato al Diavolo e dunque demonizzato. E da questa demonizzazione deriva la sua disumanizzazione, premessa per la sua semplice soppressione.

Le istituzioni religiose sono responsabili delle più grandi tragedie della storia dell’umanità. Predicando la pace e l’amore, hanno invece praticato l’odio, la dissacrazione dell’altro, lo sterminio e il genocidio. Se ci si chiede da dove sia nato tutto questo odio omicida, si trova la risposta in un libretto del filosofo del diritto Carl Schmitt, che non era propriamente pacifista: La tirannia dei valori.7 Il ragionamento è semplice: se si afferma un valore (ad esempio la giustizia e l’uguaglianza sociale), allora chiunque minacci quel valore diventa un nemico. Al valore che io sostengo corrisponde un disvalore, che è la presenza stessa di una minaccia del valore che sostengo. Nel caso dell’esempio, chiunque neghi la giustizia e l’uguaglianza sociale è un nemico da combattere. E se la fede nella giustizia e nell’uguaglianza è molto forte, il nemico va abbattuto. In questo modo l’affermazione di valori ed ideali conduce alla violenza. Nel caso della fede religiosa, questo fanatismo dei valori giunge al massimo, e di conseguenza anche la violenza esplode nelle sue forme più atroci. I religiosi ritengono che la loro verità sia la Verità, che i loro valori siano i Valori assoluti, non negoziabili, più solidi dei valori degli altri perché metafisicamente fondati. Ma metafisicamente fondata, e quindi atroce, diventa anche la violenza che nasce da quei valori.

Poiché non sono fondate sulla ragione, il vero ed unico fondamento di qualsiasi religione è il fatto che molte persone aderiscano ad esse. Una religione smette di essere vera nel momento esatto in cui la gente smette di credervi. Zeus e Apollo sono divinità morte perché non hanno più fedeli, non perché la loro religione sia meno solida di quella cristiana. Se così stanno le cose, è assolutamente fondamentale che più persone possibile credano. Il proselitismo è una conseguenza inevitabile del fideismo. Una conseguenza anche peggiore è la violenza. Poiché non è possibile sostenerla razionalmente, la fede è costantemente esposta alla tentazione della violenza. Che può essere solo la violenza verbale di chi si accorge di non avere argomenti in una discussione e non può far altro che sbraitare, ma può essere anche la violenza organizzata di un gruppo che fa valere le proprie pretese ragioni con la forza del numero o ancora quella di un intero Stato che dichiara guerra in nome dei valori cristiani e della lotta alla decadenza occidentale.

Religione e potere

Ho già citato Jean Meslier e il suo eccezionale Testamento, nel quale si trova tra l’altro formulata con grande chiarezza, e con l’indignazione che gli era propria, una tesi che in quanto sacerdote di campagna ha avuto modo di verificare per così dire sul campo: quella della religione come strumento di dominio politico.

Le notizie sulla vita di Meslier sono scarne. L’unico evento significativo sembra essere stato il suo scontro con un signore locale, che accusava di maltrattare e sfruttare i poveri.8 Un episodio di poco conto, ma che è uno spiraglio significativo sulla sua visione del mondo. Come prete di campagna Meslier è quotidianamente a contatto con i più umili, con i braccianti che assicurano la ricchezza dei nobili con la loro fatica quotidiana; ma come sacerdote della Chiesa cattolica deve stare dalla parte dei nobili, mostrare nei loro confronti un rispetto particolare, sancire quotidianamente l’alleanza del potere religioso con quello politico. La Chiesa sta retoricamente con i poveri, con gli ultimi esaltati nel Discorso della montagna, ma di fatto è una istituzione ricca e potente, le cui gerarchie appartengono alla nobiltà e ne condividono ideali e stile di vita.

Per Meslier, dunque, la religione è uno strumento di sottomissione sociale. Particolarmente interessante è la critica che fa di quello che sembra essere l’insegnamento morale più alto di Gesù Cristo: la non resistenza al male. Tolstoj scorgerà un potenziale rivoluzionario in questo gesto, come rifiuto di tutto un ordine centrato sulla violenza; ma potrà farlo perché legherà alla non resistenza la pratica ulteriore della disobbedienza. Chi rifiuta la violenza, per il grande scrittore russo, si sottrae al servizio militare, e in questo modo rifiuta di essere un pezzo del grande scacchiere del sistema di dominio.9 Non si può dire, però, che nel corso della loro storia le chiese cristiane, salvo qualche eccezione minoritaria, abbiano insegnato la disobbedienza. Se si volesse fare in modo che un soggetto sfruttato non si ribelli, ragiona Meslier, non c’è modo migliore che insegnargli a ricevere il male senza reagire. C’è un diritto naturale di opporsi al male, affermava, e dunque le massime cristiane sulla non resistenza al male vanno contro il diritto naturale, “tendono evidentemente a sovvertire la giustizia e a opprimere i poveri e i deboli e sono contrarie al buon governo degli uomini”.10

La religione non si limita a insegnare modi di comportamento – la sottomissione, la non resistenza all’oppressione, il rispetto delle autorità – che sono funzionali al dominio. Offre agli oppressi anche un sistema di consolazioni che servono a compensare le sofferenze attuali. Quanto più è dura e difficile la vita terrena, tanto più sarà felice la vita nell’aldilà. Ma soprattutto atterrisce con l’incubo di una punizione eterna per chiunque osi ribellarsi all’ordine stabilito. Una minaccia che sembra risibile in una società secolarizzata, ma che era assolutamente efficace in società nelle quali la religione plasmava la visione del mondo delle masse.

Le concezioni religiose offrono sostegno e giustificazione alle gerarchie di potere e alle disuguaglianze sociali. Già San Paolo spiega che il buon cristiano dovrà sottomettersi a tutte le autorità, perché così vuole Dio:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. (Romani 13:1-2)

E Dio vuole anche che ci sia la schiavitù. Nessuno schiavo pensi di ribellarsi e di rivendicare la sua uguaglianza con tutti gli esseri umani, dal momento che Cristo ha esaltato gli ultimi:

Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo! (Colossesi 3:22-24)

In questo passo è evidentissimo il modo in cui opera la religione. Essa fa sì che la sottomissione sia accettata perfino con gioia, come una sorta di servizio religioso, e ciò grazie alla promessa di una ricompensa immaginaria.

Altrove San Paolo scrive:

Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. (Efesini 5:21-24)

San Paolo concepisce il mondo come una grande gerarchia. In alto c’è il Cristo, poi le autorità religiose, poi il maschio, poi le donne e gli schiavi. Una grande gerarchia armoniosa, in cui ognuno è felice di occupare la sua posizione, perché così piace a Dio.

Per dirla con i termini di Karl Marx, la religione ha svolto e svolge una funzione ideologica. Costruisce una visione del mondo nella quale la disuguaglianza diventa parte del piano di Dio, distoglie i poveri da qualsiasi tentazione rivoluzionaria offrendo una risposta allucinatoria al loro malessere e predica virtù funzionali all’ordine sociale. Non accade solo nel cristanesimo. In India il sistema delle caste è giustificato ricorrendo al mito dello smembramento del Purusha primordiale, dalle cui parti nacquero le diverse caste, con i brahmani nati dalla bocca e i poveri shudra nati dai piedi e perciò destinati alla condizione più umile.

Non è impossibile che la religione possa avere un ruolo rivoluzionario. Al sistema delle caste si è ribellato, ad esempio, Bhimrao Ramji Ambedkar, predicando la conversione degli intoccabili, i soggetti al di fuori di ogni casta e per questo oggetto di disprezzo universale, al buddhismo, una religione che non riconosce la divisione in caste della società. In questo caso la pratica religiosa della conversione al buddhismo ha, in quel contesto storico e sociale, una funzione di cambiamento sociale. E tuttavia nelle società tradizionalmente buddhiste, se non esistono le caste, esistono – e sono profonde – le disuguaglianze sociali, giustificate anch’esse in modo ideologico con la dottrina del karma, secondo la quale le nostre attuali condizioni di vita sono le conseguenze del bene e del male che abbiamo fatto nelle vite precedenti. Per cui è giusto che il ricco sia ricco, perché sta godendo i frutti del bene fatto nelle vite precedenti, mentre il povero sta scontando il male compiuto.

La sessuofobia

C’è poi la questione del sesso. È uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, come mangiare, bere, camminare, muoversi. Le religioni hanno reso peccaminoso questo fatto assolutamente naturale, finalizzandolo alla procreazione e condannando il piacere. Non tutte le religioni, a dire il vero. Il mondo pagano greco-romano aveva nei confronti del sesso una libertà che scandalizzò non poco i cristiani, che parallelamente alla distruzione sistematica dei templi, delle opere d’arte, dei libri degli antichi perseguirono la moralizzazione dei costumi, o quella che a loro pareva tale. Il modello da seguire, anche per chi vive in città, è il monaco, colui che ha rinunciato a tutto per vivere in assoluta rinuncia il suo rapporto con Dio. Anche se non potranno raggiungere questo modello di santità, tutti i cristiani sono chiamati a una vita casta, anche nell’aspetto esteriore. Si condanna la sessualità, ma anche tutto ciò che conduce ad essa. Poiché un corpo bello suscita desiderio, i corpi dovranno essere coperti. Nessun ornamento, nulla che possa piacere all’altro sesso. Sono indicazioni di austerità che riguardano entrambi i sessi, ma che colpiscono soprattutto le donne. Il cristianesimo eredita la misoginia dell’Antico Testamento, espressione di una società pastorale nella quale l’uomo è padrone allo stesso modo delle pecore e delle donne. Anche Qoèlet, che è tra i pochi che riesca a dire qualche cosa saggia, sente di doverci avvisare che “amara più della morte è la donna” (7:26). Quali fossero i rapporti di potere nella famiglia veterotestamentaria è chiaro da questa norma del Deuteronomio (24:1):

Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.

La parola ebraica tradotta qui con “qualcosa di vergognoso” è ‘ervah, un termine complesso che include l’idea di sporco, di vergognoso, di nudo, tutti aspetti legati alla sfera sessuale. Possiamo figurarci una moglie che prenda l’iniziativa sessuale, o che provi piacere durante l’atto sessuale, o che si mostri nuda. In tutti questi caso l’uomo-padrone potrà mandarla via. E non è difficile intuire quale possa essere la sorte di una donna ripudiata in questo modo dal marito.

Gesù sembra opporsi apertamente a questa norma, quando afferma che chiunque ripudi la propria donna commette adulterio. Ma ammette una eccezione: parektos logou porneias (Matteo 5:32). La Bibbia CEI 2008 traduce “eccetto il caso di unione illegittima”, ma è in questo caso una traduzione del tutto inadeguata. Nella traduzione di questo passo le soluzioni sono le più varie: fornicazione (Riveduta e Diodati), adulterio (Martini), concubinato (CEI 1978). Non può trattarsi di adulterio, evidentemente, perché secondo la Legge alle donne adultere spettava ben di peggio dell’essere ripudiate dai propri mariti. Fornicazione è la traduzione più aderente all’originale, anche se si tratta di un termine ormai desueto. Porneia indica qualsiasi condotta considerata illecita nel campo sessuale. Il termine ricorre nella prima Lettera ai Corinzi, in un passo in cui San Paolo, anticipando il Giudizio universale, fa l’elenco di coloro che non entreranno nel Regno:

Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6:9-10)

Qui la stessa edizione della Bibbia, la CEI 2008, traduce la stessa parola in modo diverso. Prima la porneia era una unione illegittima, ora diventa più correttamente immoralità. Ad essere più precisi, occorreva indicare che l’immoralità che non piace al Signore riguarda la sfera sessuale. Così letto, il passo del Vangelo vuol dire che i mariti possono ripudiare le mogli se queste si mostrano sessualmente immorali. Ma torniamo esattamente a quello che dice il Deuteronomio, al controllo maschile della sessualità della donna, di cui ha il pieno possesso, e di cui può disfarsi se essa rischia di sfuggirgli e se ne sente minacciato.

Il cristianesimo fa propria la sessuofobia e la misoginia dell’Antico Testamento, ma la rende perfino più efficace ricorrendo al modello della Vergine. È una immagine interamente costruita, a partire dall’aspetto fisico, ma diventa un formidabile strumento per plasmare la femminilità secondo l’immaginario maschile. O meglio, secondo l’immaginario di una maschilità che si sente minacciata dalla sessualità femminile, che è presto associata al Diavolo e alle sue tentazioni. La donna cristiana sarà casta, si sottoporrà con sofferenza all’atto sessuale solo a scopi procreativi, e per tutta la vita dovrà negarsi il piacere sessuale come intrinsecamente peccaminoso.

Non sarà sfuggito nel passo di San Paolo citato il riferimento ai sodomiti. Come sappiamo, si basa con ogni probabilità su un fraintendimento, ma l’episodio biblico è stato sufficiente per fondare secoli di persecuzione delle persone omosessuali, che secondo la Legge di Dio, occorre ricordarlo, possono e devono essere uccise (Levitico 20:13).

È roba del passato, si dirà: ora la sessualità è libera. Non del tutto. E non certo grazie ai religiosi.

Leggiamo il Catechismo della Chiesa cattolica.

Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è rivestito di Cristo, modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita. Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità. (§ 2348)

Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione. (§ 2351)

Sono “moralmente disordinati”, per la Chiesa, quegli atti la cui scelta “comporta un disordine della volontà, cioè un male morale” (§ 1755). È un male morale, dunque, fare l’amore con il proprio coniuge per il solo piacere di farlo, così come è un male morale la masturbazione. La Chiesa ha la bontà di avvertire che per valutare la gravità dell’atto di masturbazione occorrerà tener conto “dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale” (§ 2352). E fa un po’ sorridere che vi sia oggi qualcuno che possa masturbarsi provando angoscia; ma non fa sorridere che una potente istituzione religiosa scriva idiozie che potrebbero indurre, di fatto, un forte stato di angoscia e di malessere psichico a causa di un atto assolutamente innocuo.

C’è poi l’omosessualità. I paragrafi che ne trattano, nel Catechismo, vengono subito dopo quello riguardante lo stupro.

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. (§ 2357)

Una persona omosessuale per la Chiesa cattolica è gravemente depravata. È un testo privo di qualsiasi elemento razionale. Richiamarsi ad una presunta legge naturale è un patetico tentativo di universalizzare i propri pregiudizi. Non esiste alcune legge naturale. L’essere umano è un creatore di cultura. Come il bisogno naturale di mangiare è soddisfatto ovunque in modi diversi, così il bisogno sessuale trova espressione in forme diversissime nelle diverse culture. Se esiste una legge naturale, poi, non dev’essere diversa dalle leggi fisiche e fisiologiche, la cui infrazione dovrebbe essere ugualmente “intrinsecamente disordinata”. E il miracolo sarebbe peccato non meno della masturbazione.

In quel tentativo patetico c’è tutta la pericolosità dei pregiudizi sessuofobi, misogini e omofobi della religioni. Ogni credente ha il diritto di vivere o di negare la sua sessualità come crede. Ma i credenti hanno la vocazione dell’universalità. Pretendono che la loro sia la Verità e sentono di doverla testimoniare davanti a ciò che con disprezzo chiamano mondo, come se essi non ne facessero parte. Questo vuol dire che si ritengono non solo in diritto, ma perfino in dovere di condizionare la sessualità anche di chi non è credente. E questo rappresenta una minaccia per tutti.

Che importa la fede?

Per quale ragione, esattamente, se Dio esiste, è importante che qualcuno creda in lui? Se Dio esiste, è un essere perfetto, e un essere perfetto di nulla ha bisogno. Che qualcuno creda nella sua esistenza o meno sarebbe indifferente per lui. Un Dio così preoccupato che qualcuno creda nella sua esistenza sembra essere un Dio fragile, sull’orlo costante di una crisi di nervi; un narcisista patologico o un essere evanescente, la cui esistenza dipende, in fondo, dal fatto che altri vi credano.

Se un Dio ci fosse, la fede non avrebbe alcuna importanza. Se Dio è buono, è importante che si faccia il bene. Un Dio buono sarebbe un promotore del bene, e nulla più. La convinzione dei credenti è che se Dio è il bene, allora non è possibile fare il bene senza credere in Dio, per cui la fede e le opere sono strettamente legate: non c’è possibilità di fare il bene senza aver fede in Dio. Ma è chiaro che le cose non stanno così. È sotto gli occhi di tutti che è possibile essere buoni, giusti, solidali, aperti all’altro, pur senza credere in Dio, così come è sotto gli occhi di tutti che è possibile credere in Dio ed essere arroganti, violenti, chiusi, egoisti. Non c’è alcuna superiorità morale nei credenti. Nessun superpotere etico legato alla fede.

Se Dio esistesse, sarebbe indifferente al fatto che qualcuno creda o meno in lui, e piuttosto considererebbe le azioni buone o cattive. Ma forse nemmeno questo. Un genitore desidera che i figli siano buoni, ma non li abbandona a sé stessi se sbagliano, non li condanna né fa distinzioni tra figli buoni e cattivi. I monoteismi si figurano Dio come un genitore, in particolare, e non a caso, come un padre. Ma ne fanno un pessimo padre. Un padre spaventosamente narcisista, per il quale la cosa più importante è imporsi ai figli, e che non riesce ad amare tutti i figli allo stesso modo, ma punisce e condanna in eterno quelli che sbagliano. Nessun uomo che si comportasse così meriterebbe di essere chiamato padre.

Quale Dio ha un bisogno così assoluto che si creda in lui, se non un Dio inesistente? Ciò che esiste non ha bisogno di nessuna fede. Il Sole non ha bisogno della fede degli esseri umani per continuare a splendere. Esiste e basta. La sua luce e il suo calore raggiungerebbero anche chi ne negasse l’esistenza. C’è un rapporto tra essere ed essere; il legame, per dirla in termini filosofici, è ontologico. Nel caso di Dio, che è l’essere per eccellenza, si pretende invece che il rapporto con l’uomo debba essere mediato da un fatto psicologico come la fede. 

Dio, che dovrebbe essere l’origine dell’Universo, viene ridotto invece ad essere un Dio-al-servizio. Nell’Antico Testamento è un Dio etnico, un Dio-al-servizio di Israele, una sorta di condottiero e di legislatore al tempo stesso. E poiché le vicende di Israele sono alterne, e per dirla tutta sono più le sventure che i successi, il popolo di Dio è costretto a figurarsi un Dio bizzoso, geloso, minaccioso, spesso incomprensibile. Con l’avvento del Cristianesimo Dio viene messo al servizio del singolo. Dio è colui che ci ama. Che è morto per noi. Che vuole il nostro bene. L’origine stessa dell’essere si curva amorevolmente su di noi. Non è meraviglioso?

Ma se l’origine stessa dell’essere ci ama, perché ci capitano cose negative? Perché soffriamo? Ed ecco che questo Dio che ci ama diventa improvvisamente distante e incomprensibile. Questo amore, del resto, non è incondizionato. Dio non ci ama come suoi figli, per il fatto stesso che esistiamo; non ci lascia liberi di pensare come vogliamo. Dio ci ama solo se crediamo quello che lui vuole e se facciamo quello che lui ci chiede. E tra le cose che ci chiede c’è, naturalmente, il fatto di riconoscere l’autorità di una istituzione religiosa, di obbedire ai suoi membri come a Dio, di condividerne i dogmi e le pratiche. Se non facciamo questo Dio non si limiterà ad abbandonarci, ma ci punirà con pene eterne.

Dinamiche simili, in una relazione sentimentale tra poveri esseri umani, sarebbero indice certissimo di una patologia relazionale, e chiunque consiglierebbe a chi restasse invischiato in essa di liberarsene al più presto. Nel caso di Dio, pare che il suo farsi uomo non sia stato senza conseguenze. Più che elevare l’uomo alla condizione divina, sembra che Dio abbia finito per assomigliare all’uomo (nel senso di maschio), e non all’uomo migliore: a un uomo incapace di vero amore.

Non credere per sopravvivere

Lo sviluppo scientifico degli ultimi secoli ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere il mondo. L’Universo si è via via allargato e la nostra posizione nel cosmo si è rivelata in tutta la sua disperante realtà: occupiamo un pianeta infinitamente piccolo all’interno di una delle tante galassie dell’Universo. Se scomparissimo insieme a tutto il pianeta, il cambiamento nell’Universo non sarebbe più rilevante della scomparsa di un granello di sabbia su un lunghissimo litorale.

Sappiamo anche, grazie a Darwin, di essere animali come gli altri. E nemmeno particolarmente evoluti. Perché una specie animale evoluta non è quella che è in grado di filosofare, ma quella che sa meglio adattarsi all’ambiente. E da questo punto di vista l’homo sapiens ha ancora tutto da dimostrare.

Sappiamo, grazie agli ultimi sviluppi della fisica, che il nostro modo stesso di concepire gli oggetti è in gran parte illusorio, mentre le neuroscienze mostrano sempre più come l’io non sia quella realtà stabile e sostanziale che l’Occidente ha chiamato anima, ma una luce intermittente, anch’essa per lo più illusoria.

Sappiamo queste cose, ma non le sappiamo davvero. Che ne siamo consapevoli o meno, la nostra posizione nel mondo è ancora condizionata da secoli di pensiero religioso. Come bambini viziati, continuiamo a considerarci esseri speciali, separati dal resto della natura, con un destino diverso da quello di tutti gli altri. Guardiamo dall’alto in basso gli animali, sentendo di non avere nulla in comune con loro; solo come segno della nostra superiorità etica giungiamo a discutere dei loro diritti o della nostra crudeltà nei loro confronti. Quanto alle piante, non le percepiamo nemmeno come esseri viventi, anche se la nostra sopravvivenza dipende in modo determinante da loro.

Sappiamo di essere un frammento infinitamente piccolo dell’Universo che in qualsiasi momento può essere travolto e finire nel nulla, ma al tempo stesso sentiamo di essere speciali. Per secoli abbiamo creduto in un mondo governato da un Dio simile a noi che, nonostante le sue bizzarrie, di noi avrebbe avuto cura fino alla fine dei tempi. E la fine non sarebbe stata semplice annientamento, ma il prevalere definitivo del bene sul male, della giustizia sulla scelleratezza. Ora quello che ci minaccia è l’assurdo puro e semplice. Tutto potrebbe finire nel giro di pochi anni. Senza nessun compimento: solo il nulla.

Non c’è nulla di più pericoloso per la sopravvivenza della nostra specie di una visione distorta della realtà. Abbiamo bisogno di percepire in tutta la sua gravità il pericolo che ci sovrasta per poterlo affrontare con l’unico strumento che possediamo: la ragione. Ma non possiamo farlo se continuiamo a credere che la natura, con le sue leggi, sia nelle mani di un Dio antropomorfo, che ci ama, ci protegge e ci salva dalla nostra stessa follia.

Di fronte ai rapporti sempre più preoccupati che da decenni ci avvisano sui cambiamenti climatici in corso restiamo scettici. Perché sentiamo che non può finire così. Siamo stati abituati a muoverci in un mondo pieno di senso, in cui le cose accadono secondo un fine preciso. Può finire improvvisamente, assurdamente la vita della formica che abbiamo schiacciato durante la nostra passeggiata mattutina, ma non può finire allo stesso modo la vita della specie umana, e meno che mai quella del pianeta. Un mondo privo di Dio sembra vuoto, freddo, ostile e inospitale. Ma se vogliamo continuare ad abitare questo pianeta, e vogliamo che lo abitino con noi le altre specie animali e vegetarli, è di questa visione che abbiamo bisogno. Smessa l’antica arroganza, dobbiamo imparare a muoverci come animali tra animali, esseri la cui vita è appesa a un equilibrio delicato, che in qualsiasi momento può spezzarsi.

Contro il fanatismo

Molti anni fa bussò alla mia porta un uomo che conoscevo solo di vista. Mi capitava di incrociarlo sulla sua bicicletta: settant’anni circa, vestito sempre di tutto punto, eppure in modo semplice; e un’aria umile, quasi disarmante. Aveva con sé una borsa piena di giornali. Di argomento religioso, sospettavo. Ora ne ebbi la conferma. Mi proponeva di acquistare una copia del suo giornale, di non so quale piccola chiesa. Spiegai al brav’uomo che ero ateo. E lui replicò, con dolcezza: “Ma non si tratta di essere credenti. Si tratta di fare del bene”. E poi aggiunse: “Se uno vuole”.

Nella mia memoria l’immagine di quest’uomo si associa naturalmente a quella di Pier Cesare Bori. Non solo per la somiglianza fisica, ma anche per un modo simile di vivere e praticare la fede religiosa. Bori era quacchero, e riteneva che la pace fosse il primo obiettivo di una vita religiosa. Obiettivo che andava perseguito con lo studio (restano fondamentali i suoi studi su Tolstoj e sul dialogo tra culture), ma anche aprendo spazi di ascolto, di incontro e di gentilezza nella vita quotidiana.

Perché concludo un libro sull’ateismo ricordando due figure di credenti? Perché aborro il fanatismo.

Non c’è nulla di più pericoloso, per l’umanità, che la distinzione tra noi e loro. Da una parte la comunità dei giusti, dall’altra la massa degli sbagliati. Da una parte i salvati, dall’altra i dannati. Le religioni sono pericolose, come ho cercato di mostrare, perché non solo non riescono a sfuggire a questa logica, ma la radicalizzano e la esprimono in forma particolarmente violenta. Perché se da questa parte c’è Dio, che è il bene assoluto, dall’altra dev’esserci il male assoluto. E il male assoluto va combattuto in modo radicale. Senza nessuna pietà.

Liberarsi da Dio e dalla religione però non vuol dire liberarsi dalla logica oppositiva. Ci si può ritenere dalla parte giusta proprio in quanto atei, e pensare che dall’altra parte ci sia tutto il male. Si può essere fanatici in quanto atei non meno che in quanto religiosi.

L’amore per la verità è un valore tanto per i religiosi quanto per gli atei. Uno stesso amore conduce in direzioni opposte. Per i credenti la verità è Dio: è la Verità. Per gli atei la verità è sempre minuscola. Sono a dire il vero tentato di derubricare questa verità a semplice esattezza. La parola verità evoca sempre grandi scenari, visioni d’insieme, formulazioni definitive sulla realtà. Esattezza è invece l’accertamento delle cose. Esattezza è dire che due più due fa quattro. Che uccidere dei bambini in guerra vuol dire essere criminali di guerra. Che l’essere umano è un animale come gli altri. Che il pensiero non è espressione dell’anima, ma dei processi cerebrali. Che il nostro pianeta non ha alcuna posizione privilegiata nell’Universo. E così via.

Le nostre verità tendono a degenerare in ideologie. Diventano sistemi di pensiero chiusi, ai quali affidiamo la nostra identità; nel nostro modo di definirci essi vengono subito dopo il nome e il lavoro. Tizio, operaio, cattolico. Caio, avvocato, musulmano. E Sempronio, professore, ateo. Ognuno di loro difende strenuamente il proprio sistema di idee e lo tiene al riparo da qualsiasi smentita. I vantaggi di questo atteggiamento non sono pochi. Si ha un orientamento, la risposta a molte domande, un senso generale di sicurezza. Ma il costo è altissimo: la rinuncia al dubbio, al pensiero autonomo, all’onestà intellettuale. E il rischio costante di fanatismo.

Per onestà intellettuale, e per scongiurare il fanatismo, chiudo questo libro ricordando le tante persone che, in nome della fede, quotidianamente si prendono cura dei più deboli, lottano per un mondo più giusto e cercano di opporre qualche attrito alla violenza della macchina sociale.

Note

  1. J. Meslier, Memoire des pensées et des sentiments de J. M., in Oeuvres complètes, préfaces et notes par J. Deprun, R. Desné et A. Soboul, Anthropos, Paris 1970, vol. I, p. 82. Traduzione mia. ↩

  2. Voltaire, Dizionario Filosofico, Bompiani, Milano 2012, voce: Pietro. ↩

  3. La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 2009, p. 2594. ↩

  4. F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. II, pp. 680-681. ↩

  5. Mencio, Libro II, 29, in Testi confuciani, traduzione di Fausto Tomassini, UTET, Torino 1974, pp. 306-307. ↩

  6. Mozi, The Mozi. A complete translation, translated and annotated by Ian Johnston, The Chinese University of Hong Kong, Hong Kong 2010, pp. 148-149. Traduzione dall’inglese mia. ↩

  7. C. Schmitt, La tirannia dei valori, Adelphi, Milano 2008. ↩

  8. Th. Guilabert, Le veridiche avventure di Jean Meslier (1664-1729). Curato, ateo e rivoluzionario, La Fiaccola, Ragusa 2013, pp. 28-29. ↩

  9. L. Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, Manca, Genova 1991. ↩

  10. J. Meslier, Memoire des pensées et des sentiments de J. M., cit., vol I, p. 506. Traduzione mia. ↩