La gloriosa macelleria di Dio
Una storia senza capo né coda
Consideriamo intanto il quadro generale, per così dire, della storia della salvezza secondo la Bibbia cristiana. In principio Dio ha creato l’uomo, Adamo, e la donna, Eva. I quali, come tutti sanno, hanno peccato mangiando in Paradiso l’albero della conoscenza del bene e del male. In conseguenza di questo peccato sono stati cacciati dal Paradiso – con l’invito a crescere e moltiplicarsi – e sono diventati mortali. Ma a Dio non basta. Appena comincia a moltiplicarsi, l’umanità viene a noia a Dio, che decide di sterminarla. Non solo: decide di sterminare anche gli animali, che non si capisce quale colpa possano avere non possedendo il libero arbitrio.
Il Signore disse: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti. (Genesi 6: 7)1
Quale peccato hanno compiuto i rettili, le mucche, gli uccelli? Ci si potrebbe chiedere anche quale peccato abbiano compiuto i bambini, a dire il vero, visto che Dio massacra anche loro. Risparmia solo Noè e la sua famiglia e due esemplari di ogni specie vivente. E poi manda il diluvio: il suo primo crimine.
Dopo il diluvio comincia la storia umana. Che però per la Bibbia non è la storia dell’umanità, ma la storia di un particolare popolo: Israele. Che Dio segue e indirizza, spingendolo a conquistare una terra occupata già da altri popoli – da altri esseri umani creati da lui – che, nella sua infinita bontà, incita Israele a massacrare senza pietà. Ma Dio non manca di minacciare di continuo il suo stesso popolo, perché è un Dio geloso, possessivo, iracondo. A un certo punto, però, decide di riconciliarsi con l’umanità, che come abbiamo detto per lui coincide con il popolo ebraico. Logica vorrebbe che facesse sapere in qualche modo che non è arrabbiato. Mandare suo Figlio potrebbe essere una buona idea. Ma la mente di Dio non è così semplice, come dimostra ampiamente l’Antico Testamento. Dio manda sì suo Figlio, Gesù, ma affinché gli esseri umani lo ammazzino. O meglio: lo sacrifichino. Solo dopo questo sacrificio Dio potrà far pace con l’umanità. Cioè: potrà far pace solo dopo che avranno ammazzato suo Figlio. Ma attenzione: questo non vuol dire che faccia pace con tutti. Alcuni sono esclusi dalla riconciliazione. E non si tratta dei malvagi, ma di coloro che non crederanno che Gesù sia Figlio di Dio.
Ci sono storie che sono logiche, credibili, razionali. Ci sono storie che non sono credibili e razionali, ma che tuttavia hanno una loro logica interna. Le fiabe sono piene di elementi irrazionali e nessuno crede che ciò che raccontano sia davvero accaduto, e tuttavia hanno un senso e una logica, al punto che è possibile individuarne – come ha fatto lo studioso russo Vladimir Propp – una sorta di struttura universale. Questa storia invece non ha nessuna logica. Non ha capo né coda, neanche per chi è disposto a mettere da parte la concezione corrente di logica per disporsi a entrare in una narrazione mitica e simbolica.
Il peccato
Per il cristianesimo il male è la conseguenza del peccato di Adamo. Ma è una concezione che sposta il problema, non lo risolve. Dio ha dato un ordine ad Adamo, quello di non mangiare i frutti di un certo albero. E Adamo ha disobbedito. Ha agito facendo uso della libertà che fa parte della sua natura. Una persona radicalmente buona usa la libertà sempre in modo positivo. Anche se ha la possibilità di fare il male, non lo fa. Ma Adamo è in condizione di fare il male? L’albero i cui frutti gli sono stati vietati è proprio l’albero della conoscenza del bene e del male:
Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire.” (Genesi 2:16-17)
Prima di averne mangiati i frutti, dunque, Adamo non poteva avere nessuna conoscenza del bene e del male e di conseguenza non era nelle condizioni di sapere che disobbedire a Dio era male. Ma il punto è un altro. Se Adamo ed Eva, posti nella libera possibilità di fare il bene o il male, hanno scelto di fare il male, è perché nella loro natura c’era una inclinazione al male, o almeno una doppia inclinazione: al bene e al male. Nessuno, pur essendo libero, fa il male se non c’è in lui una inclinazione al male. Ma da dove viene questa inclinazione, se non da Dio? Adamo ed Eva sono creature di Dio, tutto ciò che è in loro viene da Dio.
Si obietterà che sono stati tentati e corrotti dal serpente, cioè dal Diavolo. In realtà il serpente di cui parla il libro della Genesi ha poco a che fare con il Diavolo. La figura del Diavolo, come vedremo, è una costruzione successiva, legata soprattutto al Libro di Enoc, e che solo a posteriori è stata collegata ad alcuni episodi e personaggi biblici (come il Satana che compare nel libro di Giobbe, che è in realtà una sorta di funzionario al servizio di Dio). Ma poniamo che Satana abbia effettivamente tentato e corrotto Adamo ed Eva. Dunque Satana era malvagio, anzi il Male stesso. Ma da dove viene Satana? Le possibilità sono due. La prima è che sia un Principio eterno del male, un anti-Dio. Ma questo significa allora che Dio non è l’unico Dio, ma uno dei due Principi all’origine del mondo. Una concezione affine allo zoroastrismo, ma lontana dal cristianesimo, per il quale Dio è l’origine unica del mondo, e dunque anche del Diavolo. Comunque si consideri la questione, la conclusione non può che essere che se esiste il male nel mondo, viene da Dio, se Dio è l’origine di tutto. Ma questo vuol dire che Dio stesso ha in sé il male. E dunque non è il Bene.
Il problema è come conciliare l’idea di una Origine del mondo assolutamente pura con l’impurità che è nel mondo. Se c’è un rapporto di causa ed effetto tra Dio e mondo, allora tutto il male che è nel mondo viene da Dio. E dunque Dio stesso ne è responsabile.
Il pensiero occidentale ha tentato diverse vie per risolvere la contraddizione, immaginando ad esempio una emanazione del mondo materiale da Dio con livelli di realtà sempre meno puri e dunque sempre più esposti al male ed all’oscurità, ma senza realmente risolverla: se la realtà che proviene da Dio si fa progressivamente meno pura, ciò accade perché c’è un principio di corruzione ed imperfezione la cui origine, essendo Dio l’Origine di tutto, non può che essere in Dio stesso.
Leggiamo ancora il passo dell’azione che, secondo la Bibbia, avrebbe condannato l’umanità alla perdizione:
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. (Genesi 3:6)
Ciò che Eva cerca, mangiando il frutto, è la saggezza. Qui è interessante dare uno sguardo alle altre traduzioni. La Nuovissima versione della San Paolo traduce “attraente per avere successo”, con una resa che ha successo nel presentare Eva in una luce frivola. La Nuova riveduta della Società biblica di Ginevra rende con: “per acquistare conoscenza”. La Nuova Diodati, versione di riferimento dei protestanti: “per rendere uno intelligente”. La vecchia Bibbia di Antonio Martini tralasciava qualsiasi considerazione su saggezza o conoscenza; il frutto banalmente è “appetitoso all’aspetto”.
Il testo ebraico dice le-haskil.2 Si tratta della forma hifil, ossia causativa attiva, del verbo sachal, che include il considerare con attenzione, l’essere prudenti, il ponderare e da ultimo, evidentemente come risultato di un tale modo di agire, l’avere successo.3 La traduzione più aderente è dunque senza alcun dubbio quella che evoca la saggezza, vale a dire una conoscenza non fine sé stessa, ma al servizio di un’azione giusta. Possono essere fuorvianti invece i riferimenti all’intelligenza o alla conoscenza, poiché queste due cose possono non essere prive di arroganza, mentre ciò che spinge Eva a mangiare il frutto è il desiderio di quel sapere equilibrato che chiamiamo appunto saggezza, un bene che la Bibbia associa spesso a Dio. Ma se Dio stesso è saggezza, non si può dire che il peccato di Eva consiste nel desiderio di Dio? Del resto, se l’albero consente la conoscenza del bene e del male, e se Dio è il Bene, senza aver mangiato il frutto di quell’albero non è possibile nemmeno la conoscenza di Dio, che per i credenti è lo scopo stesso dell’essere umano.
La famiglia biblica
Adamo ed Eva hanno due figli, Caino ed Abele. Caino è agricoltore, Abele pastore. Pastori ed agricoltori non sono andati mai troppo d’accordo, e nemmeno i primi fratelli della storia si amano. Ma Dio c’entra qualcosa: perché Caino offre a Dio i frutti della terra, Abele invece offre i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. In sostanza, uccide degli agnelli in onore di Dio. E ci troviamo subito di fronte a una miseria morale. Comunque la si pensi riguardo al vegetarianesimo, ci si aspetterebbe da un Dio buono la scelta di una offerta incruenta. E invece no. Dio apprezza il sacrificio di Abele, gli piace che in suo onore vengano sgozzati degli esseri innocenti. Non gli piace invece l’offerta priva di spargimento di sangue di Caino. Come un cattivo padre, mette un fratello contro l’altro. Caino uccide Abele, Dio lo scopre, si arrabbia con lui e lo caccia, condannandolo a fuggire e nascondersi per tutta la vita (Genesi 4:1-16).
A questo punto la Bibbia ci informa che Caino “conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc” (Genesi 4:17). Ma c’è qualcosa che non torna. Da dove salta fuori la moglie di Caino? Sappiamo che esistono solo tre esseri umani: Adamo ed Eva e il loro figlio Caino (Abele è morto). L’unica donna esistente è Eva. Le ipotesi sono due. La prima è che in realtà Caino sia partito in compagnia di sua madre Eva, con la quale poi si è sposato ed ha partorito Enoc. La seconda ipotesi è che nel frattempo, anche se il libro non lo dice, Adamo ed Eva si sono dati ulteriormente da fare ed è nata qualche altra figlia, con cui Caino è partito e che ha preso in moglie. In entrambi i casi, comunque, si tratta di incesto.
Questa famiglia primordiale è dunque una famiglia nella quale è lecito l’incesto, considerato invece tabù da quasi tutti i popoli.
Abbiamo detto che il figlio di Caino si chiama Enoc. Enoc a sua volta mette al mondo un figlio. Accoppiandosi con chi? Anche in questo caso, con la madre, che è pure zia, o con una ipotetica sorella. Da Enoc nasce Irad, da Irad Mecuaiel, da Mecuaiel Matusael e da Matusael Lamech. Arrivati a questo punto, il problema delle donne doveva essere stato risolto. Se Caino fu costretto ad accoppiarsi con la madre o la sorella, “Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l’altra chiamata Silla” (Genesi 4:19).
Dunque quella biblica, stando almeno al libro della Genesi, è una famiglia nella quale si praticano l’incesto e la poligamia. Vedremo tra un po’, con Abramo e sua moglie Sarai, pratiche perfino più bizzarre. Intanto occorre notare che per le autorità religiose questa famiglia costituisce un modello ancora valido. Rivolgendosi nel 2013 ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani papa Francesco dice, tra l’altro: “Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità”.4 Che è un buon esempio di come si possa far dire alla Bibbia letteralmente tutto quello che si vuole.
Dio ci riprova
La creazione di Adamo ed Eva è stata a quanto pare solo una prova non andata a buon fine. Il buon Dio guarda il mondo umano e lo trova pieno di male.
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. (Genesi 6:5).
Quali fossero le colpe ulteriori di questa umanità promordiale non è dato sapere. Sappiamo solo che a Dio gli esseri umani, che ha creato lui, che erano suoi figli, non piacevano. E Dio fa quello che farebbe qualsiasi padre amorevole con dei figli problematici: li uccide. Stermina tutta l’umanità.
Voglio ancora una volta portare l’attenzione su un particolare che in genere sfugge. Il Signore dice:
Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti. (Genesi 6: 7)
Può essere che gli umani avessero fatto del male, anche se non è possibile, come detto, spiegarsi l’origine di questa tendenza al male se non cercandola in Dio stesso. Ma ancora una volta chiedo: perché gli animali? Non sono dotati di libero arbitrio, e dunque non sono nemmeno capaci di fare il male. Perché Dio decide di distruggere ogni essere vivente, dopo averlo creato? Di fatto, si comporta come un bambino capriccioso che distrugge il castello di sabbia che lui stesso ha fatto, e che ora non gli piace più.
Ma la distruzione non è totale. Dio salva dal diluvio Noè, che ha appena seicento anni, e la sua famiglia, insieme a sette coppie di animali puri e un solo paio per gli animali impuri. Come mai se tutti gli animali sono stati creati da Dio alcuni siano puri e altri impuri è uno dei misteri della fede.
Con Noè si ricomincia, dunque.
A diluvio finito, Dio si pente una seconda volta. Prima si era pentito di aver creato l’essere umano. Ora si pente di averlo distrutto. Sceso dall’arca, Noè prende un po’ di animali puri, li ammazza e li brucia.
Il Signore ne odorò il profumo gradito e disse in cuor suo: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.” (Genesi 8:21)
Il Signore, che ha creato gli animali, prova piacere sentendo l’odore che proviene dalla combustione dei loro cadaveri. E si impegna a non fare più quello che ha fatto, perché il cuore dell’uomo è incline al male: ossia esattamente per le ragioni per le quali ha fatto quello che ha fatto.
Mi pare che sia qui evidente uno dei problemi del monoteismo. Dio è solo. Maledettamente solo. Una solitudine psicologicamente dannosa. Nei pantheon affollati la vita degli Dei è infinitamente più piacevole: fanno vita sociale, si innamorano, si accoppiano, litigano. Qui abbiamo invece un Dio costantemente alle prese con sé stesso e con la sua infelice copia umana. E Freud non è ancora nato.
Una brutta storia
Noè ha tre figli: Sam, Cam e Iafet. Non tanti, considerando che quando è entrato nell’arca aveva seicento anni, e quindi di tempo per riprodursi con sua moglie ne ha avuto parecchio. La prima cosa che fa dopo la fine del diluvio è piantare una vigna e fare il vino. E un giorno, ecco, si ubriaca e si spoglia nudo nella sua tenda. Entra Cam, che lo vede e va a raccontare la cosa ai suoi fratelli. I quali prendono un mantello e, camminando a ritroso, lo gettano addosso al padre, senza dunque vederlo nudo.
Quando Noè si riprende dalla sbronza, si arrabbia con Cam, colpevole di averlo visto nudo. E lo maledice.
Sia maledetto Canaan!\
Schiavo degli schiavi\
sarà per i suoi fratelli! (Genesi 9:25)
Benedice invece gli altri figli, dando loro il diritto di schiavizzare Cam.
Sembra una storia idiota, che rivela ancora una volta la singolare concezione della paternità di chi ha scritto la Bibbia. È invece una brutta storia. Una storia che ha avuto effetti terribili sulla vita di milioni di persone.
Quella della Genesi è una storia delle origini. Stiamo parlando di quelli che il mito ebraico-cristiano ritiene i primi esseri umani. Da essi discendono tutti i popoli. Quando Noè benedice Sem e Iafet e maledice Cam, sta benedicendo e maledicendo i popoli che da loro discenderanno. Non è difficile capire quali siano i popoli che discendono da Sem: i semiti, appunto, ossia i popoli medio-orientali. Dai figli di Iafet, dice la Genesi
derivarono le genti disperse per le isole, nei loro territori, ciascuna secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle rispettive nazioni. (Genesi 10:5)
Non è facilissimo capire a quali genti si riferisca, ma la tradizione ha identificato questi popoli con quelli indo-europei. Quanto a Cam, i suoi discendenti sono i popoli africani, come gli egiziani e gli etiopi, e quelli di Canaan, di cui ci occuperemo tra poco.
Ecco dunque il significato di quel passo: i bianchi discendenti di Iafet e i semiti discendenti di Sem hanno il diritto di ridurre in schiavitù i neri discendenti di Cam: i camiti.
Questo diritto fondato su una storiella biblica oggi fa sorridere, ma occorre considerare che fino a tempi piuttosto recenti la Bibbia è stata il testo ricettacolo di ogni verità per l’Occidente. Ancora negli Stati Uniti ai tempi della Guerra di secessione la riduzione in schiavitù dei neri veniva giustificata ricorrendo a quel passo biblico. Siamo qui di fronte al fondamento biblico del razzismo e del colonialismo, l’autogiustificazione delle più terribili atrocità compiute dai bianchi sui neri, con l’autorizzazione di Dio e del suo presunto testo sacro.
Il mandato di Abramo
Abramo compare all’improvviso nella Bibbia, dopo una lunga e noiosissima elencazione di patriarchi. Di cui sappiamo solo che era figlio di un tale Terach e che sua moglie, Sarai, era sterile. Ed ecco che all’improvviso Dio parla proprio a lui, per mettere in moto la storia di Israele:
Vattene dalla tua terra,\
dalla tua parentela\
e dalla casa di tuo padre,\
verso la terra che io ti indicherò.\
Farò di te una grande nazione\
e ti benedirò,\
renderò grande il tuo nome\
e possa tu essere una benedizione.\
Benedirò coloro che ti benediranno\
e coloro che ti malediranno maledirò,\
e in te si diranno benedette\
tutte le famiglie della terra. (Genesi 12:1-3)
Quali particolari virtù umane o religiose avesse Abramo per essere prescelto da Dio per questa missione, non è dato saperlo. Da quello che leggiamo nel seguito della storia emerge a dire il vero il profilo di un uomo dai modi di fare per così dire discutibili. Seguendo l’invito, la promessa o il comando di Dio, quest’uomo si mette in cammino per la terra di Canaan, che copriva un’area comprendente all’incirca Palestina, Libano e Siria. Ma quando vi giunge non trova granché: la terra indicata da Dio è in preda a una carestia, e per questo è costretto a ripiegare con i suoi verso il ricco Egitto. Ma come entarvi? Evidentemente non solo oggi i migranti hanno problemi alla frontiera. La soluzione di Abramo non è proprio da sant’uomo. Pare che sua moglie, Sarai, fosse una gran bella donna, per cui Abramo escogita questo espediente: non diranno che è sua moglie, faranno finta che sia sua sorella. In questo modo gli egiziani la porteranno dal faraone e, grazie a lei, Abramo sarà accolto con tutti gli onori (Genesi 12:10-20).
In sostanza, Abramo fa prostituire sua moglie per entrare in Egitto.
Piuttosto singolare è anche il modo in cui Abramo si assicura la discendenza, che ci offre un altro spiraglio su quella famiglia biblica che papa Francesco propone ancora oggi come modello. Come abbiamo visto, Sarai era sterile, ma la donna fa ad Abramo una proposta:
Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli. (Genesi 16:2)
Abramo naturalmente non se lo fa dire due volte, e così Agar, la sua schiava, gli dà un figlio, Ismaele.
Nel noto romanzo Il racconto dell’ancella, da cui è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, Margaret Atwood immagina un futuro distopico in cui nell’attuale territorio statunitense si è costituita la Repubblica di Gilead, un sistema politico ispirato alla Bibbia in cui le poche donne ancora fertili sono ridotte in schiavitù come ancelle e costrette ad accoppiarsi con i comandanti del Regime per dar loro dei figli. La situazione è esattamente la stessa descritta in quel passo della Genesi. Il romanzo di Atwood aiuta a riflettere su come un episodio che il credente leggerà di sfuggita, e nel quale com’è naturale non troverà nulla di sconventiente, sia invece gravissimo. Non solo: consente anche di fare qualche considerazione su quanto sia pericoloso che molte persone ritengano sacra la storia di Abramo. Perché una storia sacra è una storia buona, che può e deve ripetersi. Un modello di vita da replicare.
Ma non è, questa, la cosa più pericolosa di quel passo della Bibbia. È il mandato stesso di Abramo che costituisce un precedente pericolosissimo. Abbiamo qui un uomo che si mette in cammino con i suoi per conquistare un territorio in cui sono stabiliti altri popoli. Si mette in cammino non per stabilirsi pacificamente, cercando un pezzo di terra libero e creando rapporti di buon vicinato con i popoli già presenti. Si mette in cammino per invaderli e togliere loro la terra. Come giustifica la pretesa? Con il fatto che Dio gli ha promesso quella terra e gli ha conferito il diritto di conquistarla. Quale Dio? Il suo Dio, naturalmente. Il diritto viene proprio dal fatto che lui, Abramo, ha il vero Dio, mentre i popoli che occupano Canaan, la terra promessa, venerano falsi Dei. Il problema è che qualunque popolo può dire la stessa cosa: ogni popolo ritiene di seguire la giusta religione e di avere il vero Dio.
C’è dunque un popolo invasore che giustifica ricorrendo a Dio il suo preteso diritto alla terra di altri popoli. E che in nome di questo diritto, come vedremo, è pronto a compiere qualsiasi violenza, qualsiasi atrocità. È una scena che si ripeterà infinite altre volte nel corso della storia, fino a giungere ad Hitler ed al suo “Dio è con noi” (Gott mit uns).
Dio stermina ancora
Quello che abbiamo incontrato fino ad ora non è un Dio di amore. È un Dio che parla il linguaggio della potenza e della violenza. Stermina l’umanità, poi si manifesta a un uomo che conduce una vita presumibilmente pacifica e lo invita a mettersi in cammino per invadere la terra di altri popoli. Gli promette una discendenza numerosa, una grande nazione che dominerà la terra. Abbondanza, moltitudine. Potenza, appunto.
A distanza di poche pagine dal diluvio Dio torna a uccidere ancora. Ma questa volta è uno sterminio anche più grave, perché il diluvio ha un innegabile carattere mitico, mentre ora Dio stermina due città, Sodoma e Gomorra. E lo sterminio di intere città non appartiene al mito, ma alla storia. Anche mentre scrivo un dittatore, sostenuto da un patriarca cristiano ortodosso che tuona contro la decadenza dell’Occidente, come dimostra in particolare il rispetto per lui inaccettabile delle persone omosessuali, sta bombardando città e civili inermi.
Non è facile distinguere una persona buona da una cattiva. Anzi: propriamente non esistono persone buone e persone cattive. Tolte le situazioni patologiche, in genere le persone fanno in qualche caso del bene e in qualche caso del male. La percentuale varia, per lo più in rapporto a variabili economiche: è più facile fare il bene quando i bisogni primari, e magari anche quelli non proprio primari, sono assicurati. Ma bene e male sono sempre compresenti.
A quanto pare questo discorso non vale per Sodoma e Gomorra, che sono città interamente malvagie. E per questo Dio, che è Dio di amore, decide di distruggerle interamente con il fuoco. Abramo prova ad intercedere (e devo correggermi: una cosa buona l’ha fatta, in vita sua). Può essere che vi sia qualche giusto. Dio vorrà uccidere il giusto insieme all’empio? E fanno un accordo: se Dio troverà anche solo dieci giusti, non distruggerà la città (Genesi 18:32). Come è prevedibile, i dieci giusti non ci sono, e Dio fa piovere sulla città fuoco e zolfo, probabilmente perché dopo l’acqua voleva provare nuove modalità scenografiche di sterminio.
È possibile che in una intera città non si trovino dieci persone giuste? Dipende naturalmente da cosa si intende per giusto. Ma, ecco, in qualsiasi città ci sono anche molti bambini. Neonati, del tutto privi di coscienza. E bambini piccoli, ancora al di qua del bene e del male. Non c’erano neonati, a Sodoma? Non c’erano bambini?
Quale era la reale colpa della gente di Sodoma? Per dare un saggio della loro perversità la Bibbia racconta che due angeli del Signore, sotto forma di uomini, si erano recati nella città, accolti ed ospitati da Lot, nipote di Abramo. Ma non passa molto tempo prima che la gente di Sodoma si affolli dietro la porta di Lot.
Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!” (Genesi 19:5)
Una richiesta singolare, ma ancora più singolare è la risposta di Lot. Che non si limita a invitare la gente ad andarsene, ma propone uno scambio con le sue figlie:
No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto. (Genesi 19: 7-8)
Abramo offre la moglie agli egiziani, suo nipote offre le figlie ai sodomiti. Le donne sembrano essere poco più che bestiame o merce di scambio. Ma tutta la scena resta bizzarra, e potrebbe essere l’esito di un singolare equivoco. Il testo tradotto con “perché possiamo abusarne” in ebraico è: venede’ah otam. Il verbo usato qui è yada’, che propriamente vuol dire conoscere. È vero che in alcuni casi nella Bibbia è usato per indicare l’atto sessuale, ma resta un uso appunto limitato e secondario; per lo più invece indica il conoscere in generale e il conoscere qualcuno. Quale scena è più probabile: che i sodomiti vadano da Lot per chiedergli di abusare sessualmente dei suoi ospiti, o per chiedergli di fargli sapere chi sta ospitando in casa? La seconda richiesta non sembra irragionevole, se si considera che gli ospiti di Lot non erano persone qualunque, ma angeli in incognito. Se così fosse, Lot avrebbe equivocato, non meno di una lunga tradizione che ha fatto dei sodomiti l’emblema stesso di quel rapporto sessuale che la sessuofobia religiosa considera contro natura.
Non mancano interpreti per i quali la colpa dei sodomiti è stata quella di essere inospitali. Una colpa però che per loro non è meno grave, considerata la grande importanza dell’ospitalità nel mondo biblico. Abbiamo però visto che Abramo fa prostituire la moglie per accedere in Egitto, per cui la pratica dell’ospitalità non doveva essere poi così diffusa, né così grave la colpa dei sodomiti.
Come che sia, il Signore distrugge. Fuoco e zolfo sulle città. Tutti morti, tutto distrutto. Si ripete la devastazione del diluvio. Curiosamente, sembra ripetersi anche quello che viene dopo. Dopo che sono morti tutti, Lot va a stabilirsi con le figlie in una caverna. E le figlie – quelle che Lot aveva offerto al sodomiti – si pongono un problema che abbiamo già incontrato: se non ci sono altri uomini, perché Dio ha ucciso tutti, da chi avranno figli? Queste ragazze intrapredenti decidono, per il bene dell’umanità, di dare un ennesimo esempio edificante e di far ubriacare il padre per accoppiarsi con lui senza che se ne accorga.
Queste righe, oltre a un senso di estraniazione per la bizzarria di tutta la vicenda, danno l’impressione di una spirale: perché si tratta in modo abbastanza trasparente della ripresa dello schema colpa-distruzione-rinascita-nuova colpa che abbiamo già visto con il diluvio, Noè e i suoi figli. L’impressione è quella di un ubriaco che prima racconta una storia e poi, dopo aver bevuto ancora qualche bicchiere, la racconta di nuovo, con variazioni.
Intanto siamo ancora al capitolo 19 del primo libro della Bibbia, ed è già impossibile tenere il conto delle persone massacrate da Dio.
Isacco
Il Cantico dei cantici è forse il libro più bello dell’Antico Testamento. Dopo stermini, scrudeltà, odio, come un’oasi nel deserto compare questo canto leggero di due giovani amanti. Che ci fa nella Bibbia? La tradizione vuole che questo canto, che ha anche momenti di sensualità, simboleggi l’amore tra Dio ed Israele e, in ambito cristiano, tra Cristo e la Chiesa.
Figuriamoci ora un rapporto d’amore in cui uno dei due innamorati proponga all’altro una prova. Qualcosa di forte, perché assoluta è la devozione che esige. Gli chiede di uccidere suo figlio. Una richiesta simile indicherebbe senza alcun dubbio che ci troviamo di fronte ad una persona profondamente malata e ad una relazione insana e pericolosa. Ora, è esattamente questa la relazione d’amore tra Dio e il suo popolo.
Abbiamo visto il modo singolare in cui Abramo ha avuto un figlio. Ma il Signore ha ancora qualcosa in serbo con lui. Sua moglie Sarai, che per volontà divina si chiamerà ora Sara, gli darà un bambino, all’età di novant’anni:
Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei. (Genesi 17: 16).
C’è da chiedersi come mai il Signore, sapendo che sarebbe nato questo bambino – che si chiamerà Isacco – non abbia avvisato Abramo, impedendogli di compiere quella azione vergognosa con la sua schiava Agar. Che adesso, su richiesta di Sara e con l’approvazione del Signore, viene cacciata insieme a suo figlio Ismaele.
Questo Dio innamorato del suo popolo ora ha bisogno, chissà perché, di una prova da Abramo. Se lo ha scelto, evidentemente si fidava di lui, e non sembra che l’uomo abbia fatto nulla per incrinare questa fiducia. Adesso invece ha bisogno di essere rassicurato nel modo più atroce: chiede ad Abramo di sacrificargli suo figlio. Dio, il Dio di amore e di giustizia, chiede a un padre di uccidere suo figlio. Gli chiede di compiere il crimine più terribile che un essere umano possa compiere.
Abramo non protesta. Non dice nulla, o almeno nulla di quello che ha detto è stato riportato. Sella l’asino e si mette in viaggio per uccidere il figlio. Quando già sta per sgozzarlo, l’angelo di Dio lo ferma:
Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito. (Genesi 22:12)
Ai commentatori questo lieto fine piace moltissimo. Sembrava una storia atroce, ed invece ecco il significato profondo: Dio non è cattivo, Dio ci mette alla prova, mette alla prova la nostra fede. E invece è una storia atroce. Che dimostra in primo luogo che Dio, che è onnisciente, non è in grado di leggere nel cuore dell’uomo: altrimenti non avrebbe bisogno di simili messinscene. Insegna che, come ha compreso bene Soren Kierkegaard, la fede è al di là dell’etica, per cui se una voce ci comandasse di compiere qualsiasi crimine, non potremmo escludere che sia la voce di Dio con l’ovvia ragione che Dio, essendo il Bene, non può comandare il male. Ma soprattutto è una storia atroce per Isacco. Un bambino che ha visto suo padre sollevare la mano armata di coltello contro di lui, che ha provato l’orrore, lo sgomento di sentirsi a un passo dalla morte per mano di suo padre, senza avere alcuna colpa, per poi scoprire di essere stato solo una pedina degli oscuri e sporchi giochi divini.
Non conosciamo i pensieri di Isacco in quei momenti terribili. È probabile che abbia maledetto Dio. E il suo indegno padre.
I sacrifici animali
L’episodio di Abramo e Isacco è ingombrante. Non si può far finta che non ci sia, come accade con tante altre atrocità della Bibbia, perché Abramo è il patriarca, colui da cui ha avuto inizio tutto, e la storia del mancato sacrificio di Isacco è evidentemente fondante. Bisogna fare i conti con essa. Esistono intere biblioteche di esegesi del passo che, se possibile, sono anche più disgustose del passo stesso.
L’accento è posto sul fatto che alla fine l’angelo di Dio ferma la mano di Abramo. Dunque Dio non ha consentito ad Abramo di sgozzare suo figlio. Dunque Dio non vuole un sacrificio umano. Tutta la vicenda, si dice, è una rappresentazione narrativa del rifiuto della logica sacrificale da parte di Dio. È un po’ come se Dio, non essendo in grado di parlare, avesse dovuto in qualche modo mimare il suo pensiero. Il problema è che Dio è perfettamente in grado di parlare. La sua voce che gli ordina di uccidere suo figlio ad Abramo giunge chiarissima. Dio avrebbe potuto semplicemente dire ad Abramo che non vuole sacrifici di nessun tipo. Abramo avrebbe capito.
Leggiamo il ponderoso e autorevole Jerome Biblical Commentary, di Raymond Edward Brown, Joseph Fitzmyer e Roland Murphy. La loro lettura del passo è centrata su due argomenti. Il primo è quello dell’obbedienza. “Abramo come padre fondatore di Israele deve affidare tutta la sua vita e il suo futuro a Dio”; “Abramo veramente teme Dio, perché non gli ha rifiutato il suo figlio prediletto”5. Il secondo è che quell’atto sanciva la fine dei sacrifici umani. Leggiamo:
I sacrifici dei bambini erano ampiamente praticati in Canaan e nelle colonie fenicie dell’Africa settentrionale. Furono praticati anche in Israele, come mostra la polemica contro di essi (2 Re, 16, 3; Mi 6, 7), in momenti critici come un mezzo per allontanare l’ira divina. Isreale riconobbe che il primogenito apparteneva a YHWH (Es 13, 11-16; 34, 19-20), ma “ha riscattato” i figli primogeniti con un sacrificio sostitutivo. Questo racconto narra come il fondatore fu guidato da Dio a “riscattare” il primogenito con il sacrificio di un animale.
Quanto al primo punto, l’obbedienza cieca non è una buona cosa, quando si parla di religione. Una religione che chieda di eseguire in modo cieco anche cose che appaiono sbagliate, perché a Dio non è mai possibile disobbedire, è una religione estremamente pericolosa. Non bisogna mai perdere di vista il fatto che la Bibbia è ancora oggi un testo sacro per una parte rilevante dell’umanità.
La questione dei sacrifici umani dei cananei poi è curiosa. Dio non vuole che il suo popolo faccia quello che fanno i cananei, però non può limitarsi a dirlo: deve operare una crudele messinscena. Però i cananei, stando a quello che dice la Bibbia, facevano anche altre cose. Ad esempio avevano costumi sessuali che a Dio non piacevano, come l’omosessualità o il sesso durante le mestruazioni. E Dio interviene senza alcuna ambiguità:
Non rendetevi impuri con nessuna di tali pratiche, poiché con tutte queste cose si sono rese impure le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. (Levitico 18:24)
Per quale oscura ragione Dio non può aggiungere il divieto di sacrificare il primogenito agli altri divieti della sua Legge? Seguendo questa logica, per insegnare al suo popolo che l’omosessualità è abominio – una delle concezioni violente e inaccettabili della Bibbia, sulla quale torneremo – avrebbe dovuto chiedere ad Abramo di fare sesso con un uomo e quindi, prima della penetrazione, mandare il suo angelo per dirgli che no, era solo un modo per metterlo alla prova.
Restiamo sul tema dei sacrifici. La pratica sacrificale è tra le più antiche e diffuse nelle religioni, e tuttavia ovunque la coscienza etica si sia risvegliata essa è apparsa odiosa. In India contro la pratica sacrificale vedica sono sorti movimenti come il buddhismo e il jainismo, che sono giunti ad affermare il valore di qualsiasi essere vivente. Il Dio biblico invece si compiace dell’odore della carne bruciata di esseri viventi assolutamente innocenti. La sua legge prescrive sacrifici su sacrifici: ci sono sacrifici di comunione, di espiazione e di riparazione. Se ad esempio qualcuno viola, senza accorgere, qualche norma rituale, gli basterà portare al sacerdote un montone, che sarà ucciso per riparare la sua colpa (Levitico 5:17-19). L’altare del Signore gronda del sangue di animali uccisi per la sua maggior gloria.
Quel che è peggio, però, è che non cessano nemmeno i sacrifici umani.
I sacrifici umani
Ci avviciniamo al cuore della Bibbia, la Legge. E ci avviciniamo anche all’apice della insensata crudeltà divina.
La parola anatema viene dal greco ed ha il senso di una offerta votiva. Se Dio è il bene, anatema dovrebbe avere un significato rassicurante: offrire qualcosa a Dio dovrebbe significare metterla a sicuro, poggiarla amorevolmente nella sorgente stessa del Bene. Nel linguaggio comune invece la parola ha un significato tutt’altro che positivo: indica una maledizione, una condanna senza appello. Quando l’Antico Testamento è stato tradotto in greco la parola è stata impiegata per tradurre il termine ebraico cherem. Leggiamo questo passo del Levitico:
Nondimeno, quanto uno avrà consacrato al Signore con voto di sterminio, fra le cose che gli appartengono, persona, animale o pezzo di terra del suo patrimonio, non potrà essere né venduto né riscattato; ogni cosa votata allo sterminio è cosa santissima, riservata al Signore. Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte. (Levitico 27:28-29)
Qui la Bibbia CEI traduce con l’espressione votare allo sterminio, che è efficacissima; altre edizioni usano ancora il termine greco anatema.
In nome della religione, dunque, è possibile consacrare alcune cose, e queste cose, in quanto sacre, dovranno essere distrutte. C’è qui l’ambivalenza del sacro, per cui una cosa sacra è al tempo stesso intoccabile e votata alla distruzione. Questo non crea difficoltà: ognuno è libero di fare delle sue proprietà l’uso che preferisce. Il problema è che il cherem coinvolge anche esseri umani.
Tra le cose che possono appartenere a qualcuno ci sono pezzi di terra, animali e persone. Allo stesso modo. Una persona, per la Legge di Dio, può non avere un valore diverso da un campo o da un animale. Una persona può appartenere ad un’altra persona come una cosa qualsiasi. Quel che è peggio è che una persona, in quanto proprietà, può essere distrutta. Il proprietario che ha il diritto di distruggere una cosa ha anche il diritto di uccidere una persona. Non prima di averla consacrata a Dio. È questo atto di consacrazione che destina a morte quella persona. Una volta che una persona è stata consacrata a Dio, quella persona non può più essere salvata. Dio, per quella persona, non ha il volto del salvatore. Per quella persona Dio significa morte. Per quale colpa? Questa persona consacrata a Dio e quindi massacrata avrà compiuto qualche male terribile, per meritare di essere sacrificata a Dio? Niente affatto. Semplicemente, è entrata in possesso di qualcuno che ha il diritto di sacrificarla a Dio.
Mosè uccide
Abbiamo lasciato Abramo in Egitto. È qui che si sistemano i suoi discendenti, dal momento che Canaan si è rivelato essere una terra ingrata. Come è naturale anche questo secondo passaggio non avviene senza il volere divino. Dio compare a Giacobbe, figlio di Isacco, in una visione notturna – quello che normalmente si chiama sogno:
Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te una grande nazione. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. (Genesi 46:3-4)
Giacobbe qualche legittimo dubbio sul suo sogno avrebbe potuto averlo. Magari un Dio che ha già fatto partire suo nonno, per portarlo in una terra inospitale, non è proprio affidabile. Ma si tratta di un Dio iroso, come abbiamo visto: non è possibile sapere come reagirebbe se qualcuno mettesse in dubbio la sua parola.
Dunque Giacobbe e i suoi ripartono. Fanno, bisogna dire, una cosa sensata. Quello che fanno tutti i popoli nomadi quando non ci sono più pascoli. Perché gli ebrei fino a questo momento sono pastori di greggi, e tali saranno ancora per un bel po’. Come pastori si presentano in Egitto. E trovano un’accoglienza assolutamente civile da parte del faraone:
Ebbene, la terra d’Egitto è a tua disposizione: fa’ risiedere tuo padre e i tuoi fratelli nella regione migliore. (Genesi 47:6)
Stando al racconto biblico, però, le cose cambiano con l’arrivo del nuovo faraone, che preoccupato dal potere sempre crescente di Israele decide di perseguitarlo, ordinando addirittura la soppressione dei primogeniti maschi. Ed è a questo punto che entra in scena Mosè. Primogenito, e dunque condannato a morte, sopravvive però perché la madre lo abbandona in riva al fiume su una cesta di papiro, e viene scoperto e salvato dalla figlia del faraone.
Mosè è il nuovo uomo di Dio. Non appena in grado di intendere e di volere, compie subito un omicidio: vedendo un egiziano che colpisce un ebreo, lo ammazza e ne seppellisce il cadavere nella sabbia, non prima di aver controllato che nessuno lo guardasse (Esodo 2:11-12). Una edizione della Bibbia commenta questo omicidio con toni realmente entusiastici:
Il giovane principe Mosè, sensibilissimo all’ingiustizia perpetrata nei confronti del suo popolo, inizia la sua avventura di liberatore e di esule, anticipando la grandiosa missione successiva.6
Si può discutere se l’omicidio sia accettabile come prassi di liberazione di un popolo oppresso; è difficile in ogni caso vedere un anticipo di liberazione nell’assassinio di una persona comune nell’ambito di una normale lite. Perché l’uomo ucciso da Mosè non era un rappresentante del potere, ma un semplice egiziano; e Mosè avrebbe potuto semplicemente difendere l’ebreo picchiato. Invece uccide, e lo fa in un modo particolarmente vile. Ma soprattutto: se uccidere un essere umano è l’inizio di una grandiosa missione, quanti esseri umani avrebbe dovuto uccidere Gesù Cristo, che era il messia, e dunque il liberatore di Israele? Se un uomo di Dio, chiamato da Dio a liberare il suo popolo, può uccidere, come si spiega che poi l’uomo di Dio per eccellenza – anzi, l’uomo-Dio, Dio che si è fatto uomo – abbia buoni rapporti con i romani, che sono i nuovi oppressori del popolo di Dio? Delle due l’una: o ha ragione Gesù a non opporsi con la violenza agli oppressori, e allora bisogna dire che Mosè è stato un assassino, piuttosto che commentare con entusiasmo quell’episodio, oppure hanno ragione Mosè e Barabba, e Gesù non è il messia.
Dio uccide ancora
Dopo esservi entrati ed aver trovato rifugio durante la carestia, gli ebrei decidono di abbandonare l’Egitto, perché la loro condizione ormai è servile. Dal momento che il faraone che li perseguita è ormai morto, la cosa può essere facile: gli ebrei appaiono essere un peso più che una risorsa per gli egiziani. E invece interviene Dio. Manda Mosè ed Aronne, suo fratello, a trattare con il faraone, ma ha già deciso come finirà la trattativa:
Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nella terra d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io leverò la mano contro l’Egitto, e farò uscire dalla terra d’Egitto le mie schiere, il mio popolo, gli Israeliti, per mezzo di grandi castighi. (Esodo 7: 3-4)
Questo passo è di importanza straordinaria, ed è bene soffermarsi un po’. Dio interviene sul faraone, cambiandolo. Rende duro (aqsheh) il suo cuore (leb); in questo modo egli non ascolterà (yishma’) le richieste e Dio potrà compiere prodigi che, come vedremo, comportano la morte di molte persone.
Il punto è questo: Dio può agire sulla mente e sul cuore delle persone. Compresi i capi politici. Questo vuol dire che Dio può violare il libero arbitrio degli esseri umani per indurli a fare ciò che lui vuole. Durante il confronto con Mosè ed Aronne, il faraone non era sé stesso; in qualche modo Dio lo aveva ridotto ad essere un automa nelle sue mani. Ma se Dio può intervenire in questo modo, perché non lo ha fatto in altre occasioni? Se Dio può intervenire sul cuore per renderlo duro, può farlo anche per renderlo tenero. Perché Dio, come ha indurito il cuore del faraone, non ha intenerito il cuore di Hitler, salvando la vita a milioni di ebrei?
È bene tenere a mente che secondo la dottrina cristiana il Dio che opera queste azioni è la Trinità. Benché la Bibbia si dimentichi di informarci, questo Dio è al tempo stesso lo Spirito Santo e Gesù Cristo. Ed è dunque anche Gesù Cristo che indurisce il cuore del faraone.
Il resto è noto. Dio manda sull’Egitto dieci piaghe che mostrano tutta la sua creatività distruttiva: trasforma l’acqua del Nilo in sangue, manda rane, zanzare e tafani, fa morire il bestiame, tormenta con ulcere tutti gli egiziani, quindi smuove una grandine devastante, poi riprende con gli insetti, inviando cavallette, e fa precipitare l’Egitto in tre giorni di tenebre prima di sferrare il suo colpo finale: la morte dei primogeniti. Il Dio di amore – che è anche Gesù Cristo, per i cristiani – fa morire tutti i primogeniti, sia bambini che cuccioli di bestiame.
Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto! (Esodo 12:30)
Un episodio che dimostra che i sacrifici umani non sono affatto finiti con Abramo e Isacco. Non a caso a morire sono i primogeniti. La differenza è che in questo caso a sacrificare a sé stesso è Dio stesso. Che ha fatto sì, con il suo intervento, che il faraone negasse l’uscita agli ebrei per poter poi uccidere i figli degli egiziani. Vale a dire molti bambini innocenti.
Dopo tutto questo sangue Dio si decide a liberare il faraone dal suo incantesimo e gli ebrei vengono lasciati liberi di partire. Non prima, però, di aver derubato gli egiziani. O meglio, si tratta di qualcosa di diverso:
Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali accolsero le loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani. (Esodo 12:35-36)
Come il più scaltro dei ladri, Dio ipnotizza gli egiziani per far sì che gli ebrei li derubino senza incontrare alcuna opposizione. Perché anche il furto rientra nei piani divini.
Gli ebrei dunque partono, guidati da Dio stesso, che li accompagna di giorno sotto forma di una colonna di nuvole e di notte sotto forma di una colonna di fuoco. Con questa guida autorevole, si penserà, gli ebrei arriveranno velocissimi alla terra promessa. E invece si perdono. E il popolo protesta: “È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto?” (Esodo 14:11). Se la prendono con Mosè perché evidentemente la colonna di nuvole era scomparsa in quel momento; e del resto non è facile parlare con una colonna di nuvole.
Quello che gli ebrei non sanno è che il Signore ha deciso che la dimostrazione di potenza non è stata sufficiente. Ha voglia di uccidere ancora un po’ di egiziani, anche se ormai gli ebrei sono liberi e potrebbero andare per la loro strada. Dunque indurisce nuovamente il cuore del faraone, che è ormai uno zombi nelle mani del Signore, e lo spinge ad inseguire gli ebrei. Per poter fare il colpo di scena finale: al comando di Mosè il mar Rosso si separa, lasciando passare gli ebrei, mentre si richiude al passaggio dell’esercito egiziano. Non abbiamo notizia del numero dei morti; “non ne scampò nemmeno uno”, racconta la Bibbia (Esodo 14:28). Ed è un peccato, perché se almeno un egiziano fosse sopravvissuto, avremmo avuto un testimone non ebreo di un fatto storico così eccezionale.
La santa guerra
L’Egitto è alle spalle, dunque. La rotta è verso Canaan. La terra promessa. Sappiamo che Dio l’ha assegnata ad Israele fin dai tempi di Abramo. È per la terra promessa che questi si è messo in cammino. Le cose non sono andate come sarebbe stato logico, perché ad accoglierli nella terra promessa c’è stata la carestia, e questo ha reso necessaria l’infelice parentesi egiziana. Ora si torna.
C’è un problema, però. La terra promessa non è libera. Nella terra promessa abitano ancora altri popoli, che ritengono legittimamente che quella sia la loro terra. Dio, che non ha problemi ad agire sui capi di altri popoli, come dimostra la sua azione sul faraone, non ha illuminato i cananei, non li ha avvisati dell’arrivo degli ebrei, non li ha invitati a far loro spazio per una convinenza pacifica. Anche perché una convivenza pacifica non è proprio ciò cui sta pensando.
Pensa, invece, allo sterminio.
Nella terra di Canaan abitano diversi popoli: Amorrei, Ittiti, Perizziti, Cananei, Evei e Gebusei, secondo l’elenco che ne fa Dio stesso (Esodo 23:23). Dietro ognuno di questi nomi ci sono culture e civiltà affascinanti. I più noti sono gli Ittiti, un popolo non semitico ma indoeuropeo, stanziato prevalentemente nel territorio dell’attuale Turchia. Un regno potente, con una complessa struttura amministrativa, governato da un monarca che era anche un sacerdote ed amministrava la giustizia. La loro religione era politeistica, centrata su una coppia divina: il Dio della Tempesta e la Dea del Sole di Aninna. Ma c’erano anche molte altre divinità, spesso provenienti dai popoli assoggettati, inseriti nel pantheon ittita. Tra i documenti che ci sono pervenuti nella lingua ittita, di particolare interesse sono i trattati con gli altri popoli e Stati. Essi terminano tutti con un lungo elenco delle divinità dei due popoli, chiamati a garantire la santità del patto.7 Questo vuol dire che per gli Ittiti le divinità degli altri popoli erano degne di rispetto, così come le proprie per loro. È una posizione di apertura e riconoscimento reciproco che è propria dei politeismi.
Nulla di tutto ciò in Israele. La superiore civiltà degli ebrei, guidati dal Dio unico e vero, non consente nessun riconoscimento delle divinità degli altri popoli. Ogni Dio che non sia Yhwh è un falso Dio e dev’essere esecrato. Con i popoli che occupano la terra di Canaan non è possibile alcun accordo, alcun trattato pacifico. Quello che Dio vuole è la guerra totale. L’eliminazione. Lo sterminio.
Prima ancora che gli ebrei tornino a Canaan, Dio ha stabilito che i popoli che vi troveranno saranno nemici:
Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari.Quando il mio angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Ittita, il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo e li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e frantumare le loro stele. (Esodo 23:22-24)
Il Signore, creatore dell’umanità, si è messo a capo di un popolo di pastori nomadi del deserto e ha deciso che tutti gli esseri umani nemici di quel popolo saranno anche i suoi nemici. E che per questo li sterminerà. Il termine tradotto con “li distruggerò”, hikhchadtiv, è di una violenza devastante: indica lo sradicamento, l’annullamento, la cancellazione completa.
Cosa questo significhi nella pratica concreta della guerra ce lo spiega Dio stesso nel Deuteronomio:
Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore, tuo Dio, l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi, ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda. Mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore, tuo Dio, ti avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di popolazioni a te vicine. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun vivente, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore, vostro Dio. (Deuteronomio 20:10-18)
Leggiamo bene. Gli ebrei attaccano una città e le offrono la pace. Se volessero offrire la pace ad una città, semplicemente non l’attaccerebbero. La pace che offrono è la semplice sottomissione. Se invece queste città oseranno opporre resistenza, Dio vuole che tutti gli uomini siano uccisi – senza alcuna distinzione tra soldati e civili – e che le donne e i bambini diventino, come il bestiame, semplice bottino di guerra. Questo è il trattamento riservato ai popoli più lontani. I popoli più vicini, invece, Dio vuole che siano sterminati interamente. Uomini, donne, bambini. Se ne restasse in vita solo uno, potrebbe contaminare gli ebrei con i suoi abomini. Il termine ebraico tradotto con abominio, toevah, ha un carattere più rituale che morale (anche se le due cose in ottica biblica sono legate). Questo vuol dire, come sappiamo, che i popoli vicini devono essere sterminati, dal primo uomo all’ultimo bambino, per la semplice ragione che hanno usanze, pratiche, modi di credere diversi da quelli di Israele.
La questione del monoteismo
Nel 1938 Sigmund Freud pubblicò tre saggi, poi raccolti con il titolo L’uomo Mosè e la religione monoteistica, che suscitarono grande scalpore. La sua tesi era che Mosè non era ebreo, ma egiziano. Che Mose sia un nome egiziano – significa bambino, ed è in genere composto: si pensi a nomi di faraoni come Ahmose e Thutmose – è cosa risaputa. Freud ne trae la conclusione che se Mosè aveva un nome egiziano era perché era egiziano; la Bibbia, peraltro, riferisce che aveva difficoltà a parlare (“sono impacciato di bocca e di lingua”, Esodo 4:10), cosa che potrebbe indicare che l’ebraico non era la sua lingua madre. La circoncisione, notava ancora Freud, era praticata da tempo in Egitto, per cui non ha molto senso che Dio chiedesse agli ebrei, attraverso Abramo, di circoncidere i figli come segno dell’alleanza con Dio, se questa pratica era già in uso presso altri popoli (Genesi 17:12). Molto più probabile, invece, che l’egiziano Mosè, guidando gli ebrei, abbia imposto loro anche la pratica egiziana della circoncisione. Ma soprattutto Mosè avrebbe trasmesso agli ebrei la fede in un solo Dio. Prendendola da dove?
Leggiamo questi versi:
Come sono numerose le tue opere!\
Sono nascoste alla vista (degli uomini),\
o dio unico, a cui nessuno è uguale.
Potrebbe essere un testo biblico, magari tratto dai Salmi. Invece sono versi tratti da un inno del faraone Amenofi IV al dio Aton.8 Non è possibile nutrire alcun dubbio sul fatto che Amenofi IV credesse in Aton come unico Dio; cambiò perfino il suo nome in Ekhnaton (o Akhenaton) per metterlo in relazione con Aton. Ma la sua non fu una conversione privata. Come imperatore cercò di imporre ai sudditi la nuova religione – “un rigoroso monoteismo, il primo tentativo del genere nella storia mondiale, per quanto ne possiamo sapere”, scrive Freud9 – ai suoi sudditi, vietando qualsiasi altro culto, a cominciare da quello diffuso del dio Amon. La riforma però non sopravvisse al faraone, anche per via della resistenza della casta sacerdotale, e dopo la sua morte si tornò al culto tradizionale. Ma il culto di Aton fiorì altrove.
Secondo Freud, Mosè era un alto dignitario egiziano, probabilmente vicino al faraone, che vedendo crollare il sogno di Ekhnaton decise di esportare il culto di Aton mettendosi alla guida del popolo ebraico. Anche il suo tentativo però incontrò resistenze. Freud ipotizza che Mosè sia stato ucciso durante una rivolta e che questo abbia generato nel popolo ebraico un senso di colpa da cui sarebbe scaturita poi la speranza nella venuta del messia.
L’opera di Freud è stata fortemente contestata e accusata di scarsa attendibilità storica. In realtà, se nella seconda parte l’ipotesi psicoanalitica prevale sul ragionamento storico, le premesse del suo ragionamento non sono fragili. L’assoluta differenza del popolo ebraico è un mito. Come tutti i popoli, quello ebraico è stato influenzato da tutti i popoli con cui è entrato in contatto. La figura di Noè, per non fare che un esempio, ha un preciso corrispettivo in Utnapishtim, personaggio dell’epopea di Gilgamesh. E se è vero che l’Egitto era giunto al monoteismo, sarebbe davvero strano se gli ebrei, che secondo la stessa testimonianza biblica in Egitto avevano passato più di quattro secoli, non ne fossero stati influenzati. L’Adonai ebreo non sarebbe dunque che una nuova incarnazione storica dell’egiziano Aton.
L’obiezione riguarda il monoteismo di Ekhnaton. Non era davvero tale, di dice, perché il faraone non credeva che Aton fosse l’unico Dio, ma l’unico da venerare. Più che monoteismo, cioè, quello di Ekhnaton sarebbe enoteismo, quella posizione religiosa che esalta una sola divinità sulle altre, senza però negare queste ultime. La questione è ancora oggetto di discussione, e non si può dire che sia propriamente una discussione disinteressata. Anche ammettendo che quello di Ekhnaton sia enoteismo, ci si potrebbe chiedere se non sia enoteismo anche quello degli ebrei. Che non hanno un pantheon di divinità inferiori o subalterne a Yhwh, ma si muovono in un contesto in cui esistono altri popoli con le loro divinità. Per gli ebrei gli Dei degli altri popoli sono non esistenti, o solo solo Dei diversi dal loro Dio, l’unico che meriti di essere adorato?
Una questione importante è quella del risvolto politico del moniteismo. Abbiamo appena considerato la visione terribilmente violenta che accompagna il passaggio degli ebrei dall’Egitto alla terra promessa. Quanto questa violenza è legata al monoteismo? L’egittologo Jan Assmann ritiene che Ekhnaton e poi Mosè siano gli autori di quella che chiama “distinzione mosaica”, ossia la distinzione, in ambito religioso, tra vero e falso. Nel mondo politeistico le divinità degli altri popoli non sono false, ma semplicemente altre; e non è impossibile tradurle nel proprio linguaggio religioso. Una volta operata la “distinzione mosaica”, invece, il mondo si divide in vero e falso, una distinzione che conduce necessariamente alla polarizzazione tra amici e nemici: ebrei e gentili, cristiani e pagani, musulmani e infedeli, e così via. Scrive Assmann:
Distinzioni culturali o intellettuali come queste costruiscono un Universo che non è solo pieno di significato, identità e orientamento, ma anche pieno di conflitto, intolleranza e violenza.10
Torneremo sul tema della violenza.
Il Decalogo
La questione dei sacrifici ci ha offerto già un saggio della Legge data da Dio a Mosè. Bisogna riconoscere che a Dio non manca nulla in fatto di scenografia. Il Signore scende sul Sinai sotto forma di tuoni e lampi; tutto il monte sembra in fiamme. Potrebbe essere un normale temporale, a dire il vero, ma in questo caso nel tuono c’è la voce di Dio. La dettatura della Legge è un’operazione piuttosto lunga: Mosè resta sul Sinai quaranta giorni e quaranta notti. E nel frattempo il popolo perde fiducia in Dio. Questo popolo di Dio, che ha visto Mosè aprire le acque del Mar Rosso, che è stato guidato da Dio stesso sotto forma di colonna di fuoco, perde improvvisamente la sua fede. E mentre Mosè è sul Sinai si costruisce un idolo, un vitello d’oro, sotto la guida di Aronne. Mosè torna con le tavole della Legge e scopre che il suo popolo, il popolo di Dio, è diventato idolatra.
Se ci fosse una logica nella Bibbia, ora Dio sterminerebbe gli ebrei. Perché l’idolatria è la ragione per la quale Dio massacra fino all’ultimo bambino i popoli cananei. Eppure quei popoli avrebbero potuto obiettare che Dio – l’unico vero Dio – non si è mai rivelato loro. Mentre Israele non è scusabile, perché ha avuto modo di conoscere il vero Dio, tornando appena possibile all’idolatria. Ma Dio diventa improvvisamente conciliante. Decide di perdonare il suo popolo. A fare vendetta sarà solo Mosè, fiancheggiato dai Leviti (a proposito dei quali non è superficiale l’ipotesi di Freud che si trattasse di egiziani al pari di Mosè). Uccidono tremila ebrei e riportano l’ordine (Esodo 32:28). Questo episodio è uno spiraglio importante. Non è credibile che un popolo monoteista si converta improvvisamente all’idolatria, solo per qualche giorno di assenza del suo capo. A meno che il monoteismo non sia tutt’uno con quel capo. A meno che, cioè, il monoteismo non sia una novità introdotta da Mosè e contestata da una opposizione interna.
Mosè spezza le tavole della Legge, preso dalla rabbia. Poi, fatta giustizia, torna sul Sinai per riceverne una seconda copia.
La Legge è in realtà un insieme capillare di disposizioni che regolano tutti gli aspetti della vita pubblica e privata degli ebrei. La parte più nota è il Decalogo, ma è un errore separarlo dal resto e considerarlo come un testo dal valore universale.
Vediamolo.
Il primo comandamento è:
Non avrai altri dèi di fronte a me. (Esodo 20:3)
La Bibbia CEI scrive dèi al minuscolo, per la ragione ovvia, per un monoteista, che qualsiasi Dio diverso da Yhwh è un Dio minore. Questo comandamento afferma che Dio è unico e non ve n’è un altro. Ma è proprio così? Abbiamo visto la distinzione tra monoteismo ed enoteismo. Il testo ebraico tradotto con “di fronte a me” è ‘al-panay, che fa riferimento proprio alla faccia: “non ci sarà un altro Dio (Elohim) in faccia a me”. Che potrebbe significare che nessuno, degli altri Dei esistenti, deve avere la stessa importanza di Yhwh; nessuno deve essere al suo livello, in modo da potergli stare di fronte.
Segue il comandamento di non farsi “idolo né immagine alcuna” di qualunque cosa sia in cielo, in terra o in acqua.
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e rispettano i miei comandamenti. (Esodo 20:5-6).
Qui è importante capire cosa si intende con idolo e immagine. Il testo ebraico dice pesel, scultura, e temunah, immagine o forma. Nessuno dei due termini implica, in senso stretto, che si tratti di idoli, ma il senso è chiaro dall’indicazione successiva di non prostrarsi davanti ad esse. E qui c’è un chiarissimo divieto biblico di ciò che avviene quotidianamente nelle chiese cattoliche: perché quelle dei santi e della Madonna sono appunto statue, davanti alle quali i fedeli si prostrano quotidianamente.
Che Dio punisca le colpe dei padri nei figli è regola atroce, che porta alla punizione di persone innocenti, ma non sorprende troppo, dal momento che parliamo di un Dio che guida un popolo incitandolo a sterminare altri popoli; colpisce magari l’approssimazione, in un testo così importante. Dio punisce fino alla terza o alla quarta generazione? La questione della benevolenza poi pone qualche problema logico. Se qualcuno non rispetta i comandamenti, Dio punirà i suoi discendenti fino alla terza o quarta generazione. Ma che succede se appartiene alla millesima generazione di qualcuno che aveva rispettato i comandamenti divini?
Dio qui si presenta con un aggettivo significativo: geloso. Come spesso succede in ebraico, la parola, qannha, ha un riferimento fisico: si tratta di diventare rosso in viso per la rabbia, l’invidia o la gelosia.11 I filosofi e i teologi si sono figurati un Dio come essere eterno, immutabile, incrollabilmente sereno, fonte di ogni gioia. Qui abbiamo un Dio col viso rosso di rabbia, costantemente sull’orlo di una crisi di nervi.
Secondo comandamento:
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. (Esodo 20:7)
Si ritiene comunemente che questo comandamento vieti la bestemmia. Non è così. Dio ha per così dire un nome comune e un nome proprio. Nella Bibbia è chiamato Elohim o Adonai, nomi comuni che si possono tradurre con Dio e Signore, e con un nome proprio: Yhwh. I cattolici ritengono che queste quattro lettere vadano lette Jahvè, mentre per i Testimoni di Geova si leggono, appunto, Geova. Si tratta solo di congetture, perché l’ebraico si scrive senza vocali, che vengono aggiunte nella lettura. Nel caso di Yhwh, queste vocali però non venivano pronunciate, appunto in virtù di questo comandamento. È abbastanza curioso quanto scrive nell’enciclopedia Treccani del 1933 il biblista gesuita Alberto Vaccari:
Per venerazione, non scevra di qualche superstizione, i Giudei già da più secoli a. C. schivavano di pronunciare quell’augusto nome e vi sostituivano, anche dove stava scritto nella Bibbia, i nomi comuni di Elohim (Dio) o, più spesso, Adonai (Signore)...12
Quella che l’insigne biblista chiama superstizione è appunto il secondo comandamento, per cui le sue parole sono un buon esempio di ciò che i cattolici considerano bestemmia.
Il divieto è di nominare il nome proprio di Dio, al di fuori dei contesti rituali nei quali ciò è permesso. Non è difficile comprendere le ragioni di questo divieto. Il nome di Dio è sacro, e tutto ciò che è sacro richiede un approccio diverso. Come un oggetto sacro non può essere toccato da tutti, in tutti i modi e in ogni situazione, così il nome di Dio non può essere pronunciato in ogni situazione.
Il terzo comandamento impone il riposo del sabato. Che per gli ebrei, come è noto, è riposo assoluto: ogni attività è sospesa, in ricordo del giorno in cui Dio, creato il mondo, si riposò. Anche in questo caso i cristiani hanno deciso di fare carta straccia della Legge di Dio, sostituendo al sabato la domenica.
Quarto comandamento:
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. (Esodo 20:12)
Ci piace pensare ad un mondo in cui i figli seguono passo passo i genitori e poi, quando sono vecchi e non più autosufficienti, li assistono. C’è però un problema. Se una società cambia, è perché ad un certo punto i figli non ripetono proprio le azioni dei genitori. Pensano diversamente, agiscono diversamente. La ribellione ha un suo posto preciso nella storia dell’umanità. Non è probabilmente azzardato considerare lo stesso Gesù Cristo come un ribelle, se consideriamo – lo vedremo – la sua posizione nella sua famiglia. Che si fa, dunque, se un figlio di ribella? Lo si uccide. Per la precisione, si castiga prima. Se insiste, lo si porta dagli anziani della città e lo si denuncia come ribelle. “Allora tutti gli uomini della città lo lapideranno ed egli morirà” (Deuteronomio 21:20).
Quinto comandamento:
Non ucciderai. (Esodo 21:13)
Bello, scritto così, netto, senza se e senza ma. Non molto credibile, però, dopo tutti gli stermini che abbiamo visto, e alla luce di quelli che vedremo tra un po’. In realtà il comandamento ha dei limiti ben precisi. Significa: non uccidere nessun ebreo che faccia quello che dice la Legge di Dio. Gli altri, come vedremo subito, possono e devono essere uccisi.
Il sesto comandamento dice, nella traduzione della Bibbia CEI:
Non commetterai adulterio. (Esodo 21:14)
Qui la distorsione del comandamento biblico è evidentissima. Il comandamento di non commettere atti impuri esiste solo nella fantasia morbosa della Chiesa cattolica. Quel comandamento in base al quale generazioni di sacerdoti hanno terrorizzato gli adolescenti, minacciando le pene dell’inferno se avessero osato esplorare il loro corpo e la loro sessualità, semplicemente non esiste. Il comando è chiaro: la thnaph. Niente adulterio. La cosa si può intendere anche in senso figurato, perché se Dio è un Dio geloso, allora anche allontanarsi da Dio è adulterio; ma gli atti impuri non c’entrano nulla.
Il settimo comandamento vieta di rubare. L’ottavo dice:
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. (Esodo 20:16)
Anche in questo caso il comandamento è comunemente frainteso. Dio non sta vietando di mentire. Dire la verità è una cosa di cui nessuno negherà il valore, che si possa e si debba dire sempre la verità è questione complessa. Se qualcuno ci chiedesse dov’è la persona che vuole uccidere, gli risponderemmo dicendogli la verità, e consentendogli dunque di trovarla e ucciderla, o difenderemmo la vittima mentendo? Quello che il comandamento impone è di non mentire nel testimoniare contro qualcuno, vale a dire di non mentire in un processo, contribuendo alla condanna di una persona innocente.
A questo punto compaiono, nella elencazione cattolica, due distinti comandamenti, il nono e il decimo. Il nono dice di “non desiderare la donna d’altri”, il decimo di “non desiderare la roba d’altri”. Già così formulati, a dire il vero, questi due comandamenti sono assai discutibili. Che vuol dire “la donna d’altri”? E perché non l’uomo? E che c’è di male, poi, a desiderare?
Questi due comandamenti nella Bibbia sono uno solo:
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. (Esodo 20:17)
La casa, la moglie, lo schiavo, il bue e l’asino sono in uno stesso comandamento perché hanno lo stesso valore: sono semplici cose, di cui il maschio è in possesso. Non deve sorprendere: è la visione di un popolo di pastori nomadi. Non ci si può aspettare che abbiano una concezione particolarmente evoluta del rapporto tra i sessi. Ma bisogna chiedersi anche se ha senso continuare a considerare di qualsiasi valore un testo per il quale una donna è una semplice cosa. E interrogarsi, ancora una volta, sulle conseguenze storiche di questa visione patriarcale.
Istruzioni per vendere la propria figlia e altre atrocità
L’errore che si fa, con i dieci comandamenti, è non solo quello di leggerli e interpretarli fantasiosamente, trattando con poco rispetto quello che dovrebbe essere il testo più sacro di tutti, ma anche quello di isolarli dal contesto. I dieci comandamenti sono solo l’inizio di un lungo testo normativo che copre ben tre libri biblici: l’Esodo, il Levitico e il Deuteronomio (che gli ebrei chiamano, più sensatamente, Devarim, Parole). Solo la lettura di tutto questo insieme normativo consente di avere una idea adeguata di ciò che è giusto e sbagliato secondo la volontà di Dio.
Immergiamoci in questa meravigliosa manifestazione della bontà e giustizia divina.
Solo qualche versetto dopo l’ultimo comandamento, Dio ci spiega come dobbiamo comportarci se vogliamo vendere nostra figlia come schiava:
Quando un uomo venderà la figlia come schiava, ella non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. Se lei non piace al padrone, che perciò non la destina a sé in moglie, la farà riscattare. (Esodo 21:7-8)
Sappiamo che la moglie è una proprietà del marito; perché dovrebbe andare diversamente per la figlia? E di una proprietà si può fare quel che si vuole. Anche venderla.
Per Dio va benissimo che esistano schiavi. Non turba il suo senso di giustizia, a condizione che gli schiavi siano presi presso gli altri popoli:
Quanto allo schiavo e alla schiava che avrai in proprietà, potete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. (Esodo 25:44)
Quando gli europei andranno in Africa a comprare gli schiavi neri da vendere in America, saranno sicuri di agire secondo la piena volontà di Dio. Così come sarà assolutamente sicura la coscienza di Leopoldo II del Belgio, che ha sottoposto a una feroce schiavitù tutti gli abitanti del Congo, causando la morte di circa dieci milioni di persone.
Il sesto comandamento vieta l’adulterio. Ora il Signore ci spiega cosa fare se qualcuno viola il comandamento: l’adultero e l’adulterà saranno messi a morte entrambi (Levitico 20:10). Non sono gli unici ad essere uccisi per via dei loro comportamenti sessuali. Se un uomo avrà un rapporto sessuale con sua moglie durante il periodo delle sue mestruazioni, dovranno essere uccisi entrambi (Levitico 20:18). Per il Signore le mestruazioni sono una cosa seria. Una donna con le mestruazioni è impura per sette giorni. Chiunque la tocchi è impuro fino a sera, così come diventa impura qualunque cosa tocchi. Chi tocca una cosa toccata da una donna con le mestruazioni diventa impuro (Levitico 15:19-24).
Poi c’è l’omosessualità. È una ossessione per i credenti. Sembra che non ci sia offesa più grande al Signore che amare seguendo le proprie inclinazioni. Non mancano credenti più aperti, che dicono che l’amore è sempre degno di rispetto e non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nell’omosessualità. Purtroppo però sono smentiti dalla Bibbia:
Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro. (Levitico 20:13)
Toebah. Abominio. Cosa disgustosa e orribile. Questa è per la Bibbia l’omosessualità. Non è abominio, invece, sterminare intere città nel nome del Signore, non risparmiando nemmeno i bambini.
Che altro? Sarà messo a morte per lapidazione qualunque ebreo che osi convertirsi al Dio Moloch (Levitico 20:2). Ugualmente sarà lapidato chiunque faccia il negromante o l’indovino (20:27). La norma precisa che potrà essere uomo o donna, ma ad essere perseguitate uccise in quanto streghe sono state soprattutto le donne; e spesso erano solo donne che non rientravano pienamente nel ruolo angusto che la società assegnava loro.
Sono le norme che ci si può aspettare presso un antico popolo di pastori. Né più, né meno. Ingenuo sarebbe chi si aspettasse in quel contesto una sensibilità diversa, anche se leggendo i testi egiziani si trova qualche rispetto della donna, mentre qui non sembra essere nemmeno un essere umano. Il problema, ancora, è che questo testo, proveniente da una piccola civiltà mediorientale, è stato il punto di riferimento morale per l’Occidente per molti secoli, ed ancora oggi per molti è il fondamento della morale.
Quando si pretende di vivere secondo la Bibbia, dovrebbe essere chiaro che si sta rivendicando l’assassinio delle persone omosessuali ed atrocità simili.
Nessun superstite
Poiché Dio è amore, la consegna della Legge è accompagnata da qualche amorevole raccomandazione. Se gli ebrei non seguiranno la sua Legge, Dio li perseguiterà nei modi terribili che abbiamo imparato a conoscere. E gli vengono parole che sono un essere umano profondamente malato potrebbe pronunciare:
Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figlie. (Levitico 26:29)
Se invece seguirà la Legge, Israele conquisterà la terra promessa, con il sostegno di Dio.
La conquista di Canaan è un susseguirsi ininterrotto di massacri; i libri che la raccontano non possono essere letti senza un profondo disgusto da chiunque consideri la vita umana un valore. Abbiamo migliaia e migliaia di persone che vengono ridotte a nulla, passate a fil di spada, mentre le loro città sono bruciate e spogliate di ogni ricchezza.
Consideriamo il solo libro di Giosuè. Gli ebrei conquistano Gerico, una delle città più antiche del mondo. Prima di dare l’assalto alla città Giosuè dichiara che tutto ciò che è in essa è cherem (Giosuè 6:17). Questo vuol dire che tutti gli abitanti della città, uomini, donne e bambini, dovranno essere uccisi, e la loro uccisione sarà un sacrificio a Dio. E così avviene:
Incendiarono poi la città e quanto vi era dentro. Destinarono però l’argento, l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro al tesoro del tempio del Signore. (Giosuè 6:24)
Perché Dio ama che gli si sacrifichino esseri umani, ma non disdegna l’oro.
La scena si ripete nella città di Ai, dove vengono sacrificate al Signore dodicimila persone, tutti gli abitanti della città (Giosuè 8:25). Quindi vengono massacrati tutti gli abitanti di Libna e di Lachis. La furia di Israele, con la guida di Dio, non conosce limiti. Ovunque passi lascia morte e distruzione:
Così Giosuè conquistò tutta la regione: le montagne, il Negheb, la Sefela, le pendici, con tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni vivente, come aveva comandato il Signore, Dio d’Israele. (Giosuè 10:40)
Questo vuol dire che Israele, il popolo che secondo alcuni avrebbe eliminato i sacrifici umani, ha sacrificato al suo Dio migliaia di uomini, donne, bambini, non risparmiando nemmeno gli animali.
Gli storici ci diranno che c’è molta fantasia in questa narrazione. Non risulta, ad esempio, che Gerico e Ai siano state occupate in quel periodo. Il fatto che il libro di Dio dica cose false non preoccupa troppo, però, i biblisti. La parola di Dio, si sa, si incarna storicamente, e questa incarnazione è difficile, perfino imperfetta, anche se il messaggio di Dio trascende tutti questi limiti e si staglia con nettezza.
Ma quale è il messaggio di Dio? Cosa ci comunica un libro che parla di città massacrate e di migliaia di uomini, donne e bambini sacrificati a Dio? Se non hanno valore storico, queste narrazioni ne hanno qualche altro? Che insegna un Dio che parla di morte?
Queste narrazioni, bisogna ripeterlo, sono state fondanti. Che siano vere o false, esse hanno prodotto effetti. L’Occidente cristiano ha avuto ragione di credere, per secoli e secoli, che la guerra possa essere santa. Che si possa sterminare il nemico, e farlo in nome di Dio. Che si possa concepire Dio come un Signore di eserciti, che guida un popolo contro un altro. Se Dio intendeva comunicare altro, nascondendo un senso spirituale sotto storie atroci, bisogna dire che l’ha fatto davvero male.
Mosè comanda di uccidere donne e bambini
Facciamo ancora un passo indietro (e poi ne faremo uno rapido in avanti, perché non se ne può più di queste atrocità). Torniamo a Mosè. Uno dei momenti gloriosi della sua marcia verso la terra promessa è il massacro dei madianiti. Il Signore aveva un conto in sospeso con loro. Alcune donne madianite avevano avuto relazioni con uomini israeliani. Cosa normale nei rapporti tra popoli. Questa donne avevano invitato gli ebrei con cui erano entrati in contatto a seguire le cerimonie in onore del loro Dio, Baal-Peor. Un affronto all’unico vero Dio, che comanda immediatamente di ucciderli, in questo caso con una variante: saranno appesi a un palo ed esposti al Sole (Numeri 25:4). Ma per il Signore non può bastare: tutti i madianiti devono essere uccisi per questa colpa. Cercare di diffondere la propria religione è un peccato terribile, se la religione non è la propria.
Dio dunque comanda a Mosè di attaccare Madian e Mosè esegue mandando ben dodicimila soldati, mille per ogni tribù d’Israele. Le città dei madianiti cadono e vangono bruciate, gli uomini uccisi. Le donne e i bambini vengono risparmiati e fatti prigionieri. Ma Mosè non è d’accordo:
Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore, nella vicenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi.” (Numeri 31: 14-18)
Mosè, dunque, l’uomo di Dio, ordina di uccidere tutti i bambini maschi e le donne adulte e di tenere come bottino di guerra (non è difficile immaginare cosa ciò significhi) le bambine. Compiuta questa nobile azione, spartisce poi i beni razziati.
Questo passo è di particolare interesse, e non solo perché Mosè vi compare sotto forma di criminale di guerra. È interessante perché mostra quanto sia fragile la teoria della pedagogia divina, secondo la quale attraverso tutte queste atrocità Dio avrebbe guidato – molto lentamente, bisogna dire – il suo popolo verso l’acquisizione di una coscienza morale. Il problema è che qui è evidente che ai comandanti dell’esercito l’uccisione di donne e bambini appariva una cosa sbagliata. Questi uomini si sono rifiutati di compiere quello che già allora doveva apparire un crimine di guerra, benché il concetto sia recente. Se si sono rifiutati di uccidere dei bambini, è perché non occorre una particolare pedagogia divina per sentire che uccidere un bambino è una cosa sbagliata. È Mosè, l’uomo di Dio, che soffoca questa apertura morale. È Mosè, l’uomo di Dio, che comanda di uccidere i bambini. Attraverso di lui, Dio agisce come un corruttore, non come una guida morale del suo popolo.
Tutto è vanità
Ho promesso un salto in avanti. Lasciamo i testi storici della Bibbia e diamo uno sguardo a quella che è la sezione più bella della Bibbia (e meno atroce): i cosiddetti Libri sapienziali, che costituiscono una parte di quelli che gli ebrei chiamano Ketuvim (Scritti).
Abbiamo già incontrato Giobbe. Sappiamo che è un uomo pio che, per una scommessa tra Dio e Satana, si ritrova da un giorno all’altro a perdere tutto. Il libro riporta i dialoghi tra Giobbe e tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Sofar. La tesi degli amici è che Dio è giusto e sostiene chi è pio, e che dunque se a Giobbe sono successe queste cose orribili, deve aver commesso qualche colpa. Come ho già notato, nel libro, e in generale nell’ebraismo, non è in discussione l’esistenza di Dio. Ora sappiamo anche perché. Il Dio della Bibbia è in qualche modo lo spirito del popolo ebraico, ne è la guida, ne rappresenta l’unità. Per l’uomo biblico – qui uso volutamente il maschile, perché le donne bibliche sono soggetti minori – essere ebreo e credere nel Dio di Israele è tutt’uno. La questione è, piuttosto, quella dell’operare di questo Dio. Una questione che si pone sia a livello collettivo che a livello individuare. Se Israele è inconcepibile senza il suo Dio, il modo di procedere di questo Dio agli ebrei apparirà spesso difficile da comprendere, soprattutto quando le cose vanno male. E che dire poi di chi, come Giobbe, si trova a soffrire pur essendo buono e pio?
La risposta degli amici di Giobbe è che Dio è giusto e mai punirebbe un uomo giusto. Dunque Giobbe dev’essere colpevole. Gli amici di Giobbe diventano i suoi accusatori, in quello che si rivela essere un doppio processo:
È forse per la tua pietà che ti punisce\
e ti convoca in giudizio?\
O non piuttosto per la tua grande malvagità\
e per le tue iniquità senza limite? (Giobbe 22:4-5)
Giobbe si rifiuta di ammetterlo, ma se Dio lo ha punito, è perché ha spogliato i poveri, ha rifiutato da bere all’assetato e il pane all’affamato, ha rimandato a mani vuote le vedove: le immagini classiche dell’iniquità nella Bibbia. Giobbe respinge con sdegno le accuse e a sua volta processa Dio. Non si limita a difendersi, ma chiama in causa Dio, e lo fa con parole che sono gravissime:
Per questo io dico che è la stesa cosa:\
egli fa perire l’innocente e il reo!\
Se un flagello uccide all’improvviso,\
della sciagura degli innocenti egli ride.\
La terra è lasciata in balia del malfattore:\
egli vela il volto dei giudici:\
chi, se non lui, può fare questo? (Giobbe 9:22-24)
Dio non è soltanto indifferente alla sorte degli innocenti. Dio ride quando un flagello, ad esempio un terremoto, uccide degli innocenti. Dio fa in modo che il mondo sia nelle mani dei malvagi. Tutte queste sono indubbiamente bestemmie. E ci si aspetterebbe che Dio punisca Giobbe per queste bestemmie. Accade invece il contrario. Alla fine del libro Dio stesso si manifesta, parlando dal mezzo di una tempesta. Rimprovera Giobbe per la sua pretesa di chiamare in causa Dio, ricordandogli che l’essere umano è insignificante al suo cospetto, ma non contraddice davvero le sue parole. Non ristabilisce la verità rassicurante che Dio premia i buoni e punisce i malvagi. Al contrario: appare come un essere assolutamente trascendente, la cui potenza non può essere imbrigliata dalle categorie di giusto e ingiusto.
Con la sua terribile manifestazione atterrisce Giobbe, che non può che pentirsi delle sue parole. Ma, ecco, Dio non si arrabbia con lui, bensì con i suoi amici. Rivolto a Elifaz, dice:
La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. (Giobbe 42: 7)
Gli amici di Giobbe hanno detto che Dio è giusto e premia i giusti. Per Dio queste sono cose sbagliate. È giusto invece quello che ha detto Giobbe: ossia che Dio se la ride della disgrazia degli innocenti.
Un altro libro che sembra adatto più a suscitare dubbi che a corroborare la fede è quello di Qoèlet, noto anche come Ecclesiaste. Attribuito a Salomone, è come quello di Giobbe il libro di un uomo in crisi. Giobbe ha subito la perdita improvvisa e incomprensibile di tutti i suoi beni. Qoèlet è semplicemente un uomo che sembra aver smarrito il senso della vita. Tutto gli sembra vuoto, privo di senso, come spiega fin dai primi, bellissimi versi:
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,vanità delle vanità: tutto è vanità? (Qoèlet 1: 2)
La parola tradotta con vanità è havel, che in ebraico indica, in senso fisico, il fumo, il vapore, il soffio, la nebbia, e in senso figurato il vuoto o, appunto, la vanità. La formula usata è frequente nell’ebraico per indicare qualcosa di grande. Il verso si potrebbe tradurre quindi anche con “O vanità immensa” oppure, in modo un po’ più filosofico, “O immenso vuoto”.
Il senso di questo vuoto è più chiaro se si considera il sequente passo:
Rimane lontano ciò che accade: profondo, profondo! Chi può comprenderlo? (Qoèlet 7:24)
Il mondo è lontano, profondo, difficile da comprendere. Sono parole che si accordano con quelle di Giobbe, ma si allontanano dalle certezze dei credenti. Come per Giobbe, per Qoèlet non si può essere sicuri che fare il bene porti ad essere felici. Il mondo è pieno di male e di ingiustizia, ma soprattutto sembra affidato al caso:
Tornai a considerare un’altra cosa sotto il Sole: che non è degli agili la corsa né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, e nemmeno degli intelligenti riscuotere stima, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. (Qoèlet 9:11)
Se le cose stanno così, allora la sapienza non è cercare di conoscere l’essenza delle cose, il senso generale del mondo, perché una tale conoscenza non è possibile; bisogna piuttosto cercare di capire come muoversi con prudenza in un mondo così sfuggente e tentare in qualche modo di accordarsi al caso.
Una cosa è importante segnalare. Né Giobbe né Qohelet affrontano la loro crisi esistenziale riflettendo sulla vita dopo la morte. Qoèlet è chiaro:
Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso il medesimo luogo:\
tutto è venuto dalla polvere\
e nella polvere tutto ritorna. (Qoèlet 3:19-20)
Qui Salomone, cui è attribuito il libro, non afferma soltanto che non esiste alcuna vita dopo la morte (come ribadisce anche in 9:5-6), ma nega anche l’esistenza dell’anima. Il ruha, termine che opportunamente la Bibbia CEI traduce con soffio vitale, indica qui evidentemente non un’anima, ma appunto il respiro, l’atto vitale che distingue i vivi dai morti. E che non è affatto diverso negli uomini e negli animali.
Il messia
C’è un passo del libro di Giobbe la cui verità è difficile contestare. Dio, dice Giobbe,
Rende grandi i popoli e li fa perire,fa largo ad altri popoli e li guida. (Giobbe, 12:23)
La storia non è che un susseguirsi di regni, imperi, stati che crescono, prendono il potere, sottomettono, e poi a loro volta sono sottomessi. Vero è che per Giobbe dietro questo avvicendarsi c’è la mano di Dio, ma è una mano non diversa da quella di un bambino capriccioso che gioca con i soldatini.
Dopo aver conquistato, massacro dopo massacro, la terra promessa, gli ebrei costituiscono il loro regno, che ha il momento di maggior grandezza con i re Davide e Salomone, ma che dopo la morte di quest’ultimo si divide in due: il regno di Israele al nord e quello di Giuda al sud. Il regno di Israele cade nel 722 a.C., conquistato dagli assiri; quello di Giuda nel 587 a. C., quando Nabucodonosor conquista Gerusalemme e distrugge il tempio. Tutti gli ebrei sono deportati e conoscono una schiavitù peggiore di quella in Egitto.
Ciò che accade è che tutto il popolo ebraico si trova nella situazione di Giobbe. Perché Dio ritrae improvvisamente i suoi favori? Perché un popolo giusto si trova in schiavitù? La risposta a questa domanda è nei profeti, uomini attraverso i quali ora Dio si rivolge al suo popolo. E la prima risposta è, prevedibilmente, che Dio ha messo Israele nelle mani dei suoi nemici per punirlo dei suoi peccati e delle sue infedeltà. Per bocca dei suoi profeti Dio riprende le sue secolari minacce:
Perciò il mio popolo sarà deportato\
senza che neppure lo sospetti.\
I suoi grandi periranno di fame,\
il suo popolo sarà arso dalla sete. (Isaia 5:13)
È una strategia cognitiva assolutamente normale, quando accade una tragedia storica o naturale. Non c’è terremoto che non sia accompagnato, anche in una società ormai secolarizzata, dalla ricerca di colpe nascoste. Perfino Gandhi, quando nel 1934 un terribile terremoto colpì il Bihar, scrisse che “le calamità giungono sugli uomini come punizione per i loro peccati”13. Dunque Israele ha peccato. Quale terribile peccato abbia compiuto in particolare non è dato saperlo. Leggendo i profeti ci si trova di fronte alle piccole o grandi iniquità che da sempre accompagnano il cammino dell’umanità, con l’aggiunta di qualche nota di colore, come le donne di Gerusalemme che osano camminare con la testa dritta, ammiccando e “facendo tintinnare gli anelli ai piedi”, ed alle quali il Dio Padre e Maschio, nella sua infinita misericordia, promette che diventeranno calve (Isaia 3:16-17).
La seconda risposta è la speranza. Dio è arrabbiato con Israele, come è accaduto in passato, ma al tempo stesso continua a far promesse di liberazione e minacciare i nemici. Con il linguaggio violentissimo che conosciamo:
I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi;\
saranno saccheggiate le loro case,\
violentate le loro mogli. (Isaia 13:16)
Ma Dio va oltre. Rilancia, per così dire. Non promette solo la liberazione dalla schiavitù. Dopo che i bambini babilonesi sarabbo strati sfracellati davanti agli occhi dei loro padri e le loro mogli saranno state violentate, gli ebrei potranno far ritorno nella vecchia terra promessa, ma la nuova terra promessa sarà qualcosa di mai visto prima. Il lupo e l’agnello, la pantera e il capretto, il vitello e il leone pascoleranno insieme, guidati da un bambino (Isaia 11:6), non ci sarà più la morte (Isaia 25:8) e quelli che sono già morti rivivranno (Isaia 26:19).
Connessa a questa promessa è la figura del messia, il masciach, colui che è stato consacrato dal Signore. La sua missione sarà quella di ricondurre il popolo nella terra promessa, replicando l’impresa di Mosè, ma questa terra sarà anche il luogo della liberazione definitiva dalla morte. In un passo oscuro, ma non particolarmente più oscuro degli altri, Isaia parla di un servo sofferente, un uomo dall’aspetto ripugnante, perfino sfigurato, che viene prima innalzato e poi schiacciato, prendendo su di sé le colpe e offrendo sé stesso in sacrificio (Isaia 53:1-12). Per i cristiani questo passo profetizza la venuta di Gesù Cristo, il messia, colui che la sua morte ha riscattato l’umanità. Per gli ebrei, invece, il passo non presenta difficoltà particolari: come ovunque, nella Bibbia, Dio ricorre alla personificazione per parlare di Israele stesso, che è l’oggetto di tutti i suoi discorsi.
In ogni caso né in Isaia, né in altri profeti, né il alcun altro passo dell'Antico Testamento si dice che il messia è il Figlio di Dio. In nessun passo della Bibbia Dio si presenta come Trinità. Quando Mosè, in una scena di grande effetto, gli chiede chi è, Dio risponde: “Io sono colui che sono”. Ehyeh asher ehyeh, in ebraico. Un testo che pone non pochi problemi di traduzione, perché il verbo può essere tradotto sia al passato che al futuro, per cui potrebbe essere, ad esempio, anche: “Io sono colui che sarà”. Con implicazioni teologiche interessanti. Quello che qui importa, però, è che in questa occasione fondamentale, Dio non si rivela come Trinità. Nessuno, leggendo questo testo, potrebbe mai dedurre che Dio è anche Figlio. Lo stesso si può dire per l’altro testo in cui Dio si presenta: l’inizio del Decalogo.
Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. (Esodo 20:2)
Il testo ebraico dice: Anoki Yhwh Eloheka. Dio si presenta con il suo nome sacro e ricorda quello che ha fatto per Israele. Anche in questo caso non si presenta come Trinità, non presenta al suo popolo il suo aspetto di Spirito né il Figlio.
Questa omissione può essere interpretata in due modi. La prima è che Dio si sia rivelato progressivamente. Agli ebrei ha rivelato un aspetto di sé, manifestando il Figlio solo nel momento della nascita di Gesù. Questa interpretazione però ha implicazioni gravi. Significa che per secoli Dio è stato falso con Israele, chiedendo una fedeltà assoluta, punendo atrocemente quando questa fedeltà non c’era o gli sembrava che non ci fosse, promettendo la salvezza, assicurando un legame esclusivo, e al tempo stesso manifestandosi parzialmente, nascondendo parti di sé.
La seconda interpretazione è che semplicemente il Figlio di Dio è un’invenzione posteriore.
Con queste considerazioni siamo alle soglie del Nuovo Testamento.
Note
-
Tutte le citazioni bibliche sono nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana, edizione 2008. ↩
-
Poiché questo non è uno studio filologico, i termini ebraici sono traslitterati in modo semplificato. Il testo ebraico di riferimento è quello della Biblia Hebraica Stuttgartensia, Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart 1990, quarta edizione. ↩
-
F. Brown, A Hebrew and English lexicon of the Old Testament, based on the Lexicon of William Gesenius, Clarendon Press, Oxford 1939, p. 968. ↩
-
Messaggio del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12-15 settembre 2013), in Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, La Famiglia fa differenza. Per il futuro, per la città, per la politica. Documento conclusivo della 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, EDB, Bologna 2014. ↩
-
Nuovo grande commentario biblico, a cura di Raymond Edward Brown, Joseph Fitzmyer e Roland Nurphy, Queriniana, Brescia 2002, p. 32. ↩
-
La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1986, p. 78. ↩
-
F. Imparati, Studi sulla società e sulla religione degli Ittiti, tomo I, LoGisma, Vicchio (Fi) 2004, p. 563. ↩
-
E. Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto, Cultura e società attraverso i testi, Einaudi, Torino 1999, p. 413. ↩
-
S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica , in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torini 1979, p. 349. ↩
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J. Assmann, Moses the Egyptian. The memory of Egypt in western monotheism, Harvard University Press, Cambridge-London 1998, p. 1. Traduzione mia. ↩
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F. Brown, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, based on the Lexicon of William Gesenius, cit, p. 888. ↩
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A. Vaccari, voce Jahvè, in Enciclopedia Italiana¸Treccani, Roma 1933. ↩
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M.K. Gandhi, Bihar and untouchability, in “Harijan”, 2 febbraio 1934. ↩
