I sacri e i massacrabili
I Vangeli
I Vangeli raccontano la storia di un personaggio, Gesù di Nazaret, che fa e dice cose di grande suggestione, dichiarando di essere il Figlio di Dio, ossia Dio stesso. Questo è ciò che affermano i quattro Vangeli riconosciuti dalle Chiese cristiane, che però sono solo una selezione da una vera e propria biblioteca di Vangeli, alcuni dei quali sono palesemente falsi, scritti in epoca tarda e con contenuti fantasiosi, mentre altri sono antichi ed autorevoli non meno dei Vangeli canonici e sono stati scartati solo perché il loro contenuto non era in linea con quanto affermava e credeva la corrente dominante del cristianesimo.
Dopo la morte di Cristo il suo messaggio ha preso direzioni diverse. Una delle scuole più affascinanti è quella dello gnosticismo, che aveva i suoi Vangeli, come il bellissimo Vangelo di Tommaso. Gli gnostici affrontavano e risolvevano in modo interessante un problema importante: quello di conciliare il Dio dell’Antico Testamento con il Dio del Nuovo. Il Dio di cui parla Gesù è un Dio di amore e perdono, quello della Genesi, dell’Esodo e del Levitico è un Dio che stermina e decreta l’uccisione anche di bambini innocenti. La risposta degli gnostici è che si tratta di due figure diverse. Il Dio dell’Antico Testamento è, per loro, il Demiurgo, un essere inferiore e malvagio, mentre il Dio del Vangelo è il vero Dio perfetto ed eterno. Altri, gli ebioniti, anch’essi con un loro Vangelo, pur seguendo l’insegnamento di Gesù ne negavano la divinità, mentre secondo i nazareni per la salvezza occorreva seguire sia l’insegnamento di Gesù che la Legge ebraica.
I primi seguaci di Gesù si trovarono ad affrontare almeno due questioni. La prima è quella del rapporto con l’ebraismo. Alcune correnti si ponevano in una linea di continuità, mantenendo la pratica della circoncisione e il rispetto del sabato, mentre altri si distaccavano nettamente dall’ebraismo. Il secondo è quello della natura di Gesù. È Dio allo stesso modo di Dio Padre o ci sono differenze? La posizione che suscitò le maggiori dispute fu quella del teologo Ario, che sosteneva che Gesù è Dio, ma in modo diverso da Dio Padre, e in qualche modo inferiore, perché non esiste eternamente come il Padre, ma è stato creato, per cui c’è stato un tempo in cui c’era il Padre ma non c’era il Figlio. L’arianesimo fu condannato dal Concilio di Nicea del 325. Ma non fu solo una condanna teorica. Tutte le interpretazioni di Cristo diverse da quella ortodossa furono dichiarate eretiche e soppresse nel sangue.
Fin dalle sue origini il cristianesimo ha praticato una violenza che solo in apparenza è in contrasto con l’insegnamento del suo fondatore. L’affermazione del cristianesimo in Occidente è segnata da una duplice violenza: da un lato quella interna, per far fuori chiunque avesse opinioni considerate non ortodosse, e che serviva a far prevalere la dottrina cattolica e ad affermare la supremazia della Chiesa di Roma; dall’altro la violenza contro i pagani, che intendeva semplicemente spazzare via secoli di civiltà greco-romana, e perseguì lo scopo con la distruzione dei templi, la cancellazione dei libri, il divieto di praticare la religione pagana (stabilito con l’Editto di Tessalonica del 380) e l’assassinio per chiunque si ostinasse a non essere cristiano e cattolico. Tra le vittime della violenza e del fanatismo cristiano ci fu la filosofa e matematica alessandrina Ipazia, uccisa nel 415 da una folla di cristiani che dopo averla denudata la smembrò usando dei cocci. Per i cristiani Ipazia, immersa in studi che non erano in grado di comprendere, era una maga, e come sappiamo la Bibbia giustifica l’uccisione di negromanti e indovini. Il vescovo Cirillo, considerato dagli storici il mandante dell’assassinio di Ipazia, è ancora oggi venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.
L’etica di Gesù
L’insegnamento di Gesù appare per certi versi in contrasto con quello della Legge di Mosè. Un contrasto che è evidente, ad esempio, nell’episodio dell’adultera. Secondo la Legge, come sappiamo, una donna colpevole di adulterio dev’essere condannata a morte. Quando gli chiedono se è giusto lapidare l’adultera, Gesù invece risponde: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8:7). Una risposta astuta, perché affermare di essere senza peccato sarebbe stato in contrasto con la Bibbia stessa. Da questo passo emerge una delle caratteristiche di Gesù, che molto contribuì al suo carisma: la sua straordinaria capacità dialettica, l’abilità con cui riesce a prevalere sull’interlocutore sottraendosi al tempo stesso alla discussione. Benché in un passo inviti i suoi discepoli a parlare chiaro, limitandosi a “sì, sì” e “no, no”, perché “il di più viene dal Maligno” (Matteo 5:37), si può dire che nel Vangelo non vi sia una sola domanda cui egli stesso risponda con un sì o con un no. Nel passo che abbiamo appena considerato, ad esempio, quale è la sua posizione nei confronti della Legge? Di fatto ha impedito che la si applicasse, per cui si potrebbe ritenere che si ponga oltre la Legge. Ma così non è:
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. (Matteo 5:17-19)
Questo è uno di quei passi che i cristiani leggono, senza leggerli davvero. I minimi precetti di cui Gesù qui parla sono quelli che riguardano la lapidazione dell’adultera, l’assassinio degli omosessuali, la vendita delle proprie figlie, eccetera. Sono questi precetti che Gesù considera ancora pienamente validi. Né aggiunge molto il fatto che parli di un compimento. Se le parole hanno un senso, il fatto che Gesù difenda ogni singolo trattino della Legge significa che considera intoccabili tutti i precetti, esattamente così come sono stati scritti. Del resto, sarebbe strano il contrario, visto che si tratta della Legge data da Dio, ossia da lui stesso.
Nel Vangelo ci sono molti insegnamenti etici di alto livello. C’è, in primo luogo, quella che i filosofi chiamano regola aurea:
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. (Matteo 7:12)
Si tratta di una regola morale che ha un carattere quasi universale, perché si trova formulata in modi molto simili in contesti culturali e storici molto lontani tra loro. Si trova, ad esempio, in Confucio, nato in Cina più di cinquecento anni prima di Cristo:
Zidong domandò: “Esiste forse un adagio che possa guidare la nostra condotta per tutta la vita?” Il Maestro disse: “Vi è l’adagio ‘Non imporre agli altri quello che non desidereresti per te stesso’”.1
Ma qui Gesù sta riprendendo l’affermazione di un noto maestro ebreo del suo tempo, rabbì Hillel, che a chi gli chiese di sintetizzare in poche parole l’intera Torah, rispose:
Ciò che non è buono per te non lo fare a un altro, il resto è commento. Vai e studia.2
Ai cristiani non piace ricordare questa somiglianza, diciamo così, delle parole di Gesù con quelle di un rabbino. Il pensatore ebreo Lejzer Zamenohf ebbe l’idea di creare una sorta di religione che facesse da ponte tra tutte le altre, per favorire il dialogo e la comprensione. Al centro di questa religione mise appunto le parole di Hillel, e per questo pensò di chiamarla hilelismo. I cristiani però protestarono: quelle parole erano di Gesù, non di Hillel; e il buon Zamenhof, che era pacifista, cambiò il nome in homaranismo, che in esperanto (la lingua da lui creata per favorire la comunicazione tra popoli) vuol dire umanitarismo.
L’altro grande insegnamento di Gesù è quello dell’amore del prossimo. Se leggiamo il Vangelo, possiamo constatare che nemmeno questo è però un insegnamento di Gesù. Scrive Luca:
Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. (Luca 10:25-28)
Non è dunque Gesù, ma un dottore della Legge a enunciare il comandamento dell’amore. Il riferimento, per quanto riguarda l’amore del prossimo, è a Levitico 19:18, che dice appunto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Chi è il prossimo? Il testo ebraico usa il termine rea’, che significa “amico, compagno”.3 Letto interamente, il verso del Levitico dice: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso”. È chiarissimo che il prossimo non è qualsiasi essere umano, ma chi appartiene alla stessa comunità etnica.
Ora, nel Vangelo di Luca, il dottore della Legge chiede a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. E Gesù risponde con la parabola del buon samaritano. C’è un uomo che viene assalito dai briganti. Un sacerdote vede e passa oltre, e così anche un levita. Poi giunge un samaritano che lo soccorre. Quando Gesù chiede chi è in questo caso il prossimo, il dottore della Legge non può fare a meno di rispondere: “Chi ha avuto compassione di lui” (Luca 10:37).
Per comprendere questo passo occorre considerare chi erano in quel contesto i samaritani. Essi costituivano una minoranza religiosa ed etnica che non aveva buoni rapporti con gli ebrei. Quale fosse la posizione di Gesù verso di loro lo chiarisce un passo del Vangelo di Giovanni. Gesù è in una città della Samaria e si ferma presso un pozzo. Vede una donna samaritana che attinge acqua e le rivolge la parola. La donna si meraviglia, appunto perché ebrei e samaritani non hanno buoni rapporti. E Gesù, tra l’altro, le dice: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei” (Giovanni 4:22). È chiaro da questo passo che Gesù non ha alcuna simpatia per i samaritani, di cui disprezza la religione. Ma anche più grande è l’antipatia che prova per i rappresentanti del potere religioso ebraico: i sacerdoti, i dottori della Legge, i farisei. Quello che dice, in questa parabola, è che perfino un soggetto socialmente disprezzato come un samaritano può essere meglio di un sacerdote e di un levita. Lo scopo è quello di umiliare e confondere il suo interlocutore, sminuendone l’importanza con un argomento che non può contestare. D’altra parte, ciò che rende il samaritano degno di essere considerato prossimo non è la sua appartenenza al genere umano, ma il suo comportamento. Se qualcuno che ci è lontano ci fa del bene, mostra compassione e ci soccorre, ciò lo rende vicino, prossimo a noi, e perciò degno di amore. Ma ciò non implica affatto che tutti, per il solo fatto di essere umani, siano a noi prossimi e che pertanto si debbano amare.
Questo è il senso oggettivo di quel passo. Che però è superato dall’insegnamento sulla non resistenza al male.
La non resistenza al male
Quello che è l’insegnamento più alto del Vangelo compare in due passi. Il primo è questo del Vangelo di Matteo:
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. (Matteo 5:38-48)
L’altro passo si trova nel Vangelo di Luca (6:27-36), e se ne discosta di poco.
Leggiamo con attenzione. Qui emerge ancora la posizione ambigua di Gesù nei confronti della Legge. Che è valida fino all’ultimo trattino, ma alla quale qui contrappone punto per punto una nuova etica. Se la concezione giuridica della Legge è fondata sul principio, a dire il vero arcaico, del taglione, dell’“occhio per occhio, dente per dente”, ora Gesù insegna una logica diversa. Amare gli amici, i prossimi, e odiare i nemici è la posizione ordinaria. Gesù esige una posizione straordinaria, quella che in filosofia si chiamerebbe un’etica supererogatoria, che va cioè al di là di ciò che si può ragionevolmente chiedere a una persona comune. Propone di amare anche i nemici, e dunque di non avere più nessun nemico; e di non resistere alla violenza.
Ma perché agire in questo modo? La risposta, in questo passo, sembra essere che questo modo di agire si conforma al modo di agire di Dio. Scrive Luca:
Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. (Luca 6:35)
Bisogna agire così, dunque, perché è così che fa Dio. Ma quale Dio? Il Dio di cui si parla qui ha poco a che fare con il Dio che distrugge Sodoma e Gomorra per punirne la malvagità e che spinge Israele a sterminare gli idolatri cananei. Dio è non tanto il creatore della natura quanto il garante del suo ordine. Ma si potrebbe anche ritenere che qui Gesù stia parlando della natura stessa. La benevolenza di Dio è la benevolenza impersonale della nuvola che fa cadere la pioggia sull’orto del malvagio come su quello del buono, e che un altro giorno distrugge sia il primo che il secondo con la grandine. L’amore qui ha come premessa un’altra virtù etica, l’equanimità, la virtù che consiste nel trascendere, nel rapporto con gli altri, la percezione centrata sull’ego. Se si cerca qualcosa si simile, occorre guardare al buddhismo. Nel Kakacupamasutta il Buddha insegna:
O monaci, anche se dei banditi, dei malfattori, vi facessero a pezzi, parte dopo parte, con una sega a due mani, colui che nutrisse pensieri di odio verso di loro non praticherebbe i miei insegnamenti.4
Non provare odio nemmeno per chi ci sta uccidendo in modo crudele è la perfezione dell’equanimità (upekkha), segno che l’ego, con tutti i suoi elementi inquinanti, come il desiderio, l’avversione e la rabbia, è stato abbandonato.
Ma non siamo lontani nemmeno dall’etica di quello che è considerato il più importante filosofo ateo dell’Occidente: Spinoza. Che dopo aver considerato il modo di procedere necessario della Natura e le nostre stesse passioni come forze naturali, giunge alla medesima conclusione:
Chi vive sotto la guida della ragione, si sforza quanto può di ricambiare, l’odio, l’ira, il dispregio, eccetera, di altri contro di lui, con l’amore, ossia con la generosità.5
Siamo di fronte, dunque, a una visione etica di cui non si può negare l’elevatezza. Ma che appare per così dire fuori contesto, perché in aperto contrasto non solo con la secolare cultura biblica del nemico, ma anche, come vedremo tra qualche pagina, con una vera e propria metafisica del Nemico che ha conseguenze terribili sul piano etico.
Leggiamo intanto la versione che di questo precetto dà Paolo di Tarso (San Paolo per i cristiani) nella Lettera ai Romani (12:17-21):
Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.
Qui l’indicazione riguardo all’azione è la stessa, ma cambia in modo radicale la giustificazione. Se per Gesù è un modo di agire conforme a quello di Dio – ossia, abbiamo detto, della natura – per Paolo si può evitare di rispondere al male con il male perché c’è un Dio iroso che punisce i malvagi. In questo caso l’amore del nemico è solo apparente. Non resistendo al male, permettiamo che il nemico accumuli il male che sarà punito sempre più duramente da Dio. Come dice efficacemente Paolo, in questo modo il nemico accumula carboni ardenti sulla sua testa. Questo però vuol dire che l’amore del nemico è in realtà una violenza particolarmente subdola. Vero amore sarebbe, invece, impedire al nemico di operare altra violenza, anche al costo di farla nostra, con la colpa che comporta.
C’è uno scarto enorme tra la non resistenza di Gesù e la non resistenza di Paolo. Alcuni studiosi ritengono che Paolo sia stato il vero fondatore del cristianesimo. Certo senza il suo decisivo contributo non si sarebbe diffuso nel mondo romano, e da lì nel mondo intero. Ma qui è evidente la diversa sensibilità tra lui e Gesù. Si può dire che Paolo chiuda la finestra spirituale più imporante del Vangelo. Ma lo fa, occorre riconoscere, in pieno accordo con la tradizione biblica. Inaudita, e perciò esposta a qualsiasi incomprensione, è invece l’idea di una azione che si liberi dall’impaccio del bene e del male perché conforme a un principio metafisico che a sua volta è al di là del bene e del male.
Queste parole hanno ispirato alcune letture politicamente radicali del Vangelo, come quella di Lev Tolstoj, la cui idea di una sistematica rinuncia alla violenza ha ispirato a sua volta Gandhi. Il fatto che questa lettura sia possibile dimostra quanto possa essere eticamente e politicamente feconda, per alcuni spiriti radicali, la lettura del Vangelo. Ma si tratta di una lettura ampiamente minoritaria. Nella tradizione cristiana quel passo ha il senso di un vago richiamo ad una bontà estrema, in fondo praticabile solo dai santi, e che comunque non va oltre la dimensione delle relazioni quotidiane. Soprattutto, bisogna essere consapevoli – occorre che ne sia consapevole chi ritiene che il Vangelo insegni la nonviolenza – che questa finestra etico-politica così affascinante coesiste, come vedremo, con un dispositivo violento micidiale.
I fondamenti della fede
Confrontata con quella di Confucio, di Socrate, del Buddha, l’etica di Gesù appare debole sul piano dell’argomentazione. Dice cosa è bene, ma non dice – o dice solo per accenni, come abbiamo appena visto – perché è bene, né in quale modo noi che siamo così imperfetti possiamo cercare di realizzare il bene. Socrate insegna che diventiamo morali nella misura in cui impariamo a conoscere noi stessi e a praticare l’enkrateia, il dominio sulla nostra parte passionale. Il Buddha insegna un sistema di tecniche meditative che servono, tra l’altro, a non restare schiacciati dalle nostre tendenza negative, come il desiderio e la rabbia, diventando quindi capaci di bene. Gesù non ha bisogno di parlare di tecniche per diventare morali, perché al suo posto pone la fede. La risposta a tutto è in Dio. Amare Dio è il fondamento della morale: non serve altro. Certo, ci si può chiedere come fare allora ad amare Dio, che fare se non si prova questo amore, ed è una questione difficile che affronteremo tra qualche pagina. Intanto dev’essere chiaro che Gesù non è e non vuole essere un filosofo. Né i suoi seguaci cercano in lui questo. Gesù è il Figlio di Dio. Così si presenta, e su questo si fonda il cristianesimo.
Ma su cosa si fonda la convinzione che Gesù sia il Figlio di Dio? Lo dice Gesù, ma non è possibile che l’autoproclamazione sia sufficiente.
I sostegni, se non i fondamenti, di questa affermazione sono tre: le profezie, i miracoli e la resurrezione. Gesù è figlio di Dio perché la sua venuta è stata profetizzata, anticipata dalle Scritture, che ha portato a compimento; perché ha fatto opere straordinarie, impossibili a un essere umano; e perché è risorto.
Analizzeremo ora questi tre punti.
Le profezie
Secondo i cristiani la venuta di Gesù è stata annunciata dai profeti, e in particolare da Isaia. C’è da dire che affinché una profezia si possa considerare realizzata occorre che non ci sia un rapporto di causa ed affetto tra la profezia stessa e il suo compimento. Ma Gesù conosce i profeti, e in diverse occasioni si comporta in modo tale da adempiere le profezie. Non è la profezia che anticipa e prevede le azioni di Gesù; sono le azioni che si conformano alla profezia.
Nei versi nei quali profetizzerebbe la venuta del messia, Isaia scrive che “spunterà dal tronco di Iesse” (Isaia 11:2). Iesse era il padre del re Davide, per cui il messia dovrà essere un discendente del re Davide. Gesù lo era? Il Vangelo di Matteo e quello di Luca forniscono due genealogie per dimostrare come Gesù discenda da re Davide (Matteo 1:1-17; Luca 3:23-38). Matteo parte da Abramo, Luca addirittura da Adamo. Purtroppo le due genealogie non coincidono. La cosa divertente è che le divergenze non si trovano nella più remota antichità, ma anche nelle generazioni più prossime. Gesù era figlio di Giuseppe, dice Matteo, che era figlio di Giacobbe, che era figlio di Mattàn, che era figlio di Eleazar, che era figlio di Eliud... No, tutt’altro. Gesù, ci informa Luca, era figlio di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Mattat (non Mattan), figlio di Levi, figlio di Iannai, figlio di Giuseppe... Sembra che sia un lungo elenco di nomi scelti a caso. I due evangelisti, la cui mano è guidata dallo Spirito, non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sul nome del nonno di Gesù, che per Matteo si chiamava Giacobbe e per Luca era un tale Eli.
La seconda profezia riguarda il nome. Dice Isaia:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. (Isaia 7:14-15).
La profezia dice senza ambiguità che il messia verrà chiamato Emmanuele. La cosa ha un senso chiaro: dopo la nascita gli si darà come nome Emmanuele. Ma invece il bambino viene chiamato Gesù. E, cosa davvero curiosa e divertente, il Vangelo scrive che il bambino fu chiamato Gesù affinché si realizzasse la profezia che diceva che sarebbe stato chiamato Emmanuele (Matteo 1: 22). Occorre notare di sfuggita che non c’è nessuna traccia nel Vangelo del fatto che Gesù da piccolo si nutrisse di panna e miele. Questo è il modo in cui il Vangelo usa il testo profetico: viene richiamato un passo di un profeta, per lo più Isaia, astratto dal suo contesto, senza quindi che si ritenga profezia anche ciò che è scritto prima e dopo.
Un buon esempio di questo procedimento è la profezia riguardante il luogo di nascita di Gesù. Che è nato, scrive Matteo,
A Betlemme di Giudea, perché così è\
scritto per mezzo del profeta:\
“E tu, Betlemme, terra di Giuda,\
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:\
da te infatti uscirà un capo\
che sarà il pastore del mio popolo, Israele.” (Matteo 2:5-6)
Il riferimento qui è a Michea 5:1. Ma Matteo modifica il testo per fargli dire una cosa diversa. Perché Michea parla di un moshel, un termine che indica in modo assolutamente inequivocabile una figura politica: colui che governa. Il profeta dice che da Betlemme verrà colui che governerà Israele. Matteo gli fa dire che verrà colui che pascolerà il suo popolo. La figura politica del governatore è sostituita con la figura spirituale del pastore, cambiando le parole della Bibbia. Del resto, basta considerare il contesto di quella presunta profezia. Poco oltre Michea scrive:
La tua mano si alzerà\
contro tutti i tuoi nemici,\
e tutti i tuoi avversari\
saranno sterminati. (Michea 5:8)
Se è vera la profezia su Betlemme, allora è vera anche questa profezia. Ma non risulta che Gesù abbia sterminato i suoi nemici. Di quello si occuperanno poi i cristiani.
L’unica profezia che sembra avere un reale rapporto con la vita di Gesù, o per meglio dire con la sua morte, è quella di Isaia 53:
Disprezzato e reietto dagli uomini,\
uomo dei dolori che ben conosce il patire,\
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;\
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.\
Eppure si è caricato delle nostre sofferenze,\
si è addossato i nostri dolori;\
e noi lo giudicavamo castigato,\
percosso da Dio e umiliato. (Isaia 53:3-4)
La figura di questo servo di Dio disprezzato, umiliato e infine ucciso, che prende su di sé le colpe di altri, pare in effetti sovrapponibile a quella di Gesù. Ma nella profezia di Isaia manca la cosa più importante. L’uomo di cui qui si parla è appunto un uomo. Isaia non parla di un uomo che è Dio stesso, non annuncia la novella della presenza di Dio stesso tra gli uomini. E, in assenza di questo annuncio, il servo di cui parla Isaia può essere identificato con qualsiasi figura messianica sconfitta. Gli Atti degli apostoli ci parlano di altre due figure messianiche sorte prima di Gesù:
Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. (Atti 5:36-37)
Sia Teuda che Giuda il Galileo si dichiararono messia. E, coerentemente con la missione di un messia, si misero contro i romani per difendere la libertà di Israele. Di Teuda racconta lo storico Giuseppe Flavio nelle sue Antichità Giudaiche:
Durante il periodo in cui Fado era procuratore della Giudea, un certo sobillatore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti.6
La fine di Teuda non fu migliore di quella di Gesù: la sua testa fu mozzata e portata a Gerusalemme. In mancanza di una indicazione, nella profezia, della natura divina del servo, quel passo potrebbe applicarsi perfettamente a Teuda, che perse la vita mentre lottava per la liberazione di Israele.
L’obiezione dei cristiani è che Teuda però non è risorto. L’unica differenza, in realtà, è che i suoi seguaci si sono dispersi invece di ricompattarsi grazie al mito della sue resurrezione.
Tutte le profezie hanno un unico riferimento: Israele. Qualunque cosa dicano Isaia, Michea, Ezechiele o anche i Salmi (anche da essi sono estratti testi cui si attribuisce valore profetico), la dicono di Israele. Il popolo ebraico è l’orizzonte di qualsiasi affermazione dell’Antico Testamento. Ma Gesù non ha più a che fare con Israele. Non è il salvatore di Israele. E questo nessuna profezia lo dice. Saranno i cristiani a elaborare una nuova profezia: quella secondo la quale il disegno divino sarà completo, e quindi giungerà la fine dei tempi, quando tutto Israele sarà convertito.7 Che non è propriamente un modo per esprimere rispetto verso chi professa un’altra religione.
I miracoli
La posizione di Gesù riguardo ai suoi miracoli è ambigua. Quando i farisei gli chiedono un segno dal cielo per credere in lui, la sua reazione è sdegnata:
Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non darò alcun segno. (Marco 8:12)
Quando a Cana un uomo gli chiede di guarire suo figlio, osserva amareggiato:
Se non vedete segni e prodigi, voi non credete. (Giovanni 4:48)
Al tempo stesso i miracoli sono fondamentali per la fede. Quando gli chiedono di rivelare senza nessuna ambiguità se è il Cristo, la sua risposta è:
Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. (Giovanni 10:25)
Sono dunque i miracoli, le opere, che testimoniano che Gesù è il messia. Ma si tratta di un fondamento estremamente fragile. Lo era già per i suoi contemporanei. Se i farisei gli chiedono un segno, è evidente che i miracoli non erano sufficienti già al suo tempo. A distanza di secoli sono sufficienti per credere nella divinità di Gesù né più né meno dei miracoli di altri personaggi. Ad esempio di Apollonio di Tiana, filosofo pitagorico vissuto qualche decennio dopo Gesù, di cui Filostrato racconta miracoli eccezionali, non esclusa la resurrezione di un morto e l’ascensione al cielo.8 Ma lo stesso Pitagora fece dei miracoli, e anche piuttosto eleganti. Secondo Giamblico, ad esempio, un giorno, camminando sulla spiaggia da Sibari a Crotone, fermò dei pescatori che stavano ritirando le reti e predisse loro l’esatto numero di pesci pescati. I pescatori si sorpresero e scommisero che, se Pitagora avesse indovinato, avrebbero lasciato liberi i pesci. I numero di pesci risultò esattamente quello previsto da Pitagora. I pescatori rilasciarono i pesci, ma Pitagora comunque pagò loro il loro prezzo.9
Non manca in qualche caso questa simpatica obiezione dei credenti: quelli di Pitagora o di Apollonio di Tiana non possono essere autentici miracoli perché non sono stati fatti dal vero Dio. Il fatto che Gesù fosse il vero Dio però è dimostrato dai miracoli. Dunque il fatto che Gesù sia il vero Dio è dimostrato dai miracoli, che sono dimostrati dal fatto che Gesù è il vero Dio.
Ma guardiamo da vicino qualcuno di questi miracoli. Cominciamo dal primo: alle nozze di Cana. Gesù è invitato insieme a sua madre e ai suoi discepoli ad una festa di matrimonio. Ad un certo punto finisce il vino. E Gesù, su invito di sua madre, chiede di riempire di acqua alcune giare, nelle quali essa si trasforma miracolosamente in vino. Ma chi sa del miracolo? Nessuno degli invitati se ne accorge, dal momento che colui che dirigeva il banchetto si complimenta con lo sposo per aver tenuto da parte il vino buono fino alla fine. Infatti, ci informa Giovanni, egli “non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua” (Giovanni 2:9). In altri termini, il miracolo avviene di nascosto, e gli unici testimoni sono i servitori, che assistono a un prodigio ma non ne informano nessuno. Questo vuol dire che il miracolo è stato tramandato attraverso i discepoli, invitati alla festa, che però non sono propriamente una fonte disinteressata.
La guarigione dell’emorroissa è narrata da ben tre Vangeli: Matteo (9:20-22), Marco (5:25-34) e Luca (8:43-48). Questa donna soffriva di perdite di sangue da ben dodici anni. Aveva speso molti soldi per cure che non le erano servite a nulla. Ora si fa largo tra la folla, allunga un braccio e tocca il mantello di Gesù. E immediatamente sente di essere guarita. Qui la prova del miracolo è tutta nell’affermazione della donna. Il Vangelo non dice che la donna tornò a casa, si accorse che l’emorragia era terminata e fu visitata da medici che constatarono che effettivamente era guarita. Tutto il miracolo è basato sulla sua sensazione che il flusso di sangue si fosse interrotto. Sensazione che per ovvie ragioni non poteva, in quel momento, essere accompagnata dalla verifica. Tutto quello che sappiamo è che una donna che soffriva di emorragie dopo aver toccato Gesù ebbe la sensazione di essere guarita.
Poi ci sono le guarigioni di indemoniati. Particolarmente significativo è il miracolo dell’epilettico. Il Vangelo di Marco presenta il ragazzo appunto con la denominazione corretta della malattia – “è epilettico e soffre molto” (Matteo 17:15) – mentre Matteo e Luca indicano in modo inequivocabile i sintomi: il ragazzo si scuote, urla ed ha la bava alla bocca (Luca 9:39), digrigna i denti e diventa rigido (Marco 9:18). Gli evangelisti attribuiscono il problema ad uno spirito che si impossessa del ragazzo, e la cosa non sorprende: era la concezione dell’epoca. Ma Gesù, che è Dio, dovrebbe sapere che non c’entra nessuno spirito o demonio, e che quella del ragazzo è solo una malattia come le altre. Invece, dopo aver rimproverato il padre, che si era già rivolto senza successo ai suoi discepoli (“O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?”, Matteo 17:17), guarisce il ragazzo intimando al demonio di lasciarlo:
Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. (Matteo 17:18)
Gesù non può aver compiuto questo miracolo. Può aver guarito un epilettico, a volerci credere. Ma non può aver guarito un epilettico facendo uscire da lui un demonio, perché l’epilessia non è causata da alcun demonio.
E c’è, infine, il triste miracolo del fico, che più che mostrare la divina potenza di Gesù getta una luce inquietante sulla sua idea di liberazione. Gesù ha fame. Vede un fico e cerca dei frutti da mangiare. Ma l’albero non ha frutti perché non è la stagione adatta. Allora Gesù maledice il fico: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!” (Matteo 21:19). E il fico si secca subito. I discepoli si meravigliano della cosa. E Gesù:
In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete. (Matteo 2:21-22)
Un discepolo un po’ smaliziato avrebbe potuto fargli notare che, se la fede può ordinare a un monte di gettarsi in mare (non mancava a Gesù la fantasia), può a maggior ragione ordinare a un umile fico di produrre frutti fuori stagione. E certo sarebbe stato un miracolo più bello della distruzione di un albero la cui unica colpa era quella di seguire le leggi della natura.
Le resurrezione
Le profezie sono arbitrariamente collegate alla vita di Gesù, i suoi miracoli sono a dir poco discutibili. Resta, come fondamento della fede, la resurrezione.
Tutta la fede cristiana si fonda, in fin dei conti, sul fatto della resurrezione di Gesù. Un fatto storico, occorre sottolineare. I credenti, sempre pronti a considerare simbolici e allegorici i passi imbarazzanti della Bibbia, si guardano bene dal fare altrettanto con i passi del Vangelo che parlano della resurrezione di Gesù. È accaduto realmente, come sono accaduti realmente altri fatti storici, come l’uccisione di Giulio Cesare o la sua conquista della Gallia.
Ma qualsiasi fatto storico esiste in virtù delle fonti che ne parlano. Un fatto storico è certo se diverse fonti autorevoli, cioè antiche ed autentiche, ne parlano in modo simile. È incerto se esistono diverse fonti, anche autorevoli, che ne parlano però con differenze significative. Nel caso della resurrezione di Cristo, non si può invece nemmeno parlare di fatto storico, perché a parlarne è una sola fonte, ed è una fonte di parte: il Vangelo stesso.
Vediamo in che modo ne parla.
Secondo il Vangelo di Matteo alla mattina della domenica Maria Maddalena e un’altra donna di nome Maria, non meglio identificata, vanno a far visita al sepolcro di Gesù. In quel momento c’è un grande terremoto e un angelo fa rotolare la pietra del sepolcro, annunciando che Dio è risorto. Le guardie, presenti, rimangono sconvolte. L’angelo annuncia alle donne che Gesù è risorto.
Fermiamoci un attimo. Stando a questa narrazione, la resurrezione e la conseguente uscita dal sepolcro sono avvenute prima, presumibilmente durante le prime ore del mattino. Ma le due guardie, che alla vista dell’angelo restano “come morte” (Matteo 28:4), avrebbero dovuto assistere anche alla resurrezione di Gesù e alla sua uscita dal sepolcro. A meno che Gesù non sia uscito dal sepolcro facendo passare il suo corpo attraverso la pietra e sfuggendo allo sguardo delle guardie. In questo caso la resurrezione sarebbe stato un evento sì miracoloso, ma ben poco glorioso.
Le due donne quindi corrono ad annunciare la resurrezione e per strada incontrano Gesù stesso, che comunica loro che attenderà i suoi discepoli in Galilea. E così accade. I discepoli, ormai in undici dopo il tradimento di Giuda, attendono Gesù in un posto stabilito e qui lo vedono. Ma non tutti sono convinti. “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono” (Matteo 28:17). Facciamo attenzione a questo passo. Il testo non dice, come traduce qualche edizione, che “alcuni invece dubitarono”;10 dice che i discepoli dubitarono.
Ricapitoliamo: Gesù appare a due donne, una identificata e una no; poi compare ai discepoli, che però dubitano.
Il Vangelo di Marco ci conferma che la resurrezione è avvenuta alle prime ore del mattino. Non ci dice nulla però del terremoto e della discesa dell’angelo; di un fatto così terribile non ha alcuna notizia. Non gli è giunta voce né gliel’ha riferito lo Spirito. Gesù appare solo a Maria Maddalena, mentre l’altra Maria scompare. Poi Gesù appare a due discepoli, mentre stanno camminando in campagna. Però appare “sotto altro aspetto” (Marco 16:12). Cosa vuol dire sotto altro aspetto? Non c’è un modo di comparire sotto altro aspetto. Se è comparso qualcuno con un altro aspetto, vuol dire che è comparso un altro.
Infine Gesù si presenta a tutti i discepoli. In questo caso però non è in Galilea, o almeno l’evangelista non ce lo dice. I discepoli sono a tavola e Gesù li rimprovera per non aver creduto a Maria Maddalena e ai due discepoli.
Ricapitoliamo: Gesù appare a Maria Maddalena, poi a due discepoli, ma con un aspetto diverso, e quindi potrebbe non essere lui, e infine ai discepoli.
Luca è più generoso nei dettagli. Di domenica mattina alcune donne, tra cui Maria Maddalena, Maria di Giacomo e una certa Giovanna, vanno al sepolcro e lo trovano aperto. Non c’è nessun terremoto. Gli angeli questa volta sono due, ma si mostrano sotto forma di uomini dagli abiti splendenti. Annunciano che Gesù è risorto. Le donne lo raccontano agli apostoli, ma questi non credono loro, ipotizzando che sia trattato di “un vaneggiamento” (Luca 24:11). Però Simone Pietro va a controllare e scopre che nel sepolcro ci sono solo le bende.
La faccenda dei due apostoli che camminano in campagna in Luca diventa molto più interessante. I due, uno dei quali si chiama Cleopa, stanno camminando quando sono affiancati da Gesù, che però non riconoscono. Chiede loro di cosa stanno parlando, e i due discepoli gli riferiscono il caso a tutti noto della morte di Gesù. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, dicono (Luca 24:21). Ancora dopo la morte di Gesù un suo discepolo poteva evidentemente ritenere che la sua missione fosse quella di liberare Israele. Gesù li rimprovera e spiega loro le profezie che lo riguardano, poi resta a cena da loro. Al momento in cui benedice il pane, lo spezza e lo distribuisce, ai discepoli si aprono gli occhi e lo riconoscono. Tornano quindi dagli undici per annunciare la cosa, e scoprono che sanno già della resurrezione, perché Gesù “è apparso a Simone” (Luca 24:34). Ma questo contraddice apertamente quello che lo stesso Luca ha scritto poco prima, quando ha raccontato che Simone Pietro ha trovato le bende. Se gli è anche apparso Gesù, si è dimenticato di raccontarlo.
Mentre i discepoli stanno parlando, Gesù compare in mezzo a loro. I discepoli sono confusi e temono che sia un fantasma. Ma Gesù li invita a toccarlo:
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. (Luca 24:39)
E per confermare di avere un corpo reale mangia insieme a loro del pesce arrostito. Poi, usciti, li benedice e ascende al cielo.
Ricapitoliamo: alcune donne scoprono che il sepolcro è vuoto, ma Gesù non appare loro; Pietro vede che il sepolcro è vuoto, ma Gesù non gli appare, anzi sì; due discepoli vedono Gesù ma non lo riconoscono, se non dopo un bel po’; infine si manifesta ai discepoli.
Veniamo a Giovanni. La sequenza degli eventi, secondo quella che è la narrazione più dettagliata (Giovanni 20 e 21), è la seguente:
a. Maria Maddalena va di mattino presto al sepolcro e vede la pietra rimossa. Corre ad annunciare la cosa a Simone Pietro e all’altro discepolo, “quello che Gesù amava” (Giovanni 20:2). Maria Maddalena non capisce che Gesù è risorto, pensa che qualcuno abbia portato via il corpo.
b. Pietro e l’altro discepolo corrono. Il discepolo senza nome corre più veloce, arriva e vede le bende, ma non entra. Pietro sopraggiunge ed entra, e solo dopo entra anche l’altro.
c. I discepoli tornano a casa. Maria Maddalena resta presso il sepolcro e piange. Qui le compaiono due angeli che le chiedono perché pianga. Compare anche Gesù che le parla, ma Maria Maddalena pensa che sia il custode del giardino (o, come qualche edizione traduce impietosamente, l’ortolano) e lo riconosce solo quando la chiama per nome.
d. La sera stessa Gesù appare ai discepoli e soffia su di loro trasmettendo lo Spirito Santo.
e. Tommaso, detto Didimo, non era presente, e resta incredulo. Otto giorni dopo ricompare Gesù e lo invita a toccarlo per credere.
f. Dopo qualche tempo Gesù compare a diversi discepoli, compreso Simone Pietro, mentre stanno pescando. Gesù rivolge loro la parola, ma i discepoli non si accorgono che è lui. Lo riconosce il discepolo che lui amava.
Del fatto fondamentale dei Vangeli, l’evento su cui si regge tutta la fede cristiana, i quattro evangelisti danno versioni profondamente discordanti. Gesù risuscita come corpo e sottolinea questa circostanza parlando con i discepoli. Non è un fantasma, il suo corpo è materiale, è carne ed ossa. Al tempo stesso, però, il suo corpo sembra avere proprietà particolari. Dopo la resurrezione, la sua manifestazione dovrebbe essere palese, priva di qualsiasi ambiguità, e invece Gesù si manifesta dapprima sotto un aspetto non riconoscibile e solo dopo si mostra per quello che è. Ma in che modo avviene questo? Come può accadere che il viso di una persona cara non sia riconosciuto subito? Gli evangelisti non parlano di un volto coperto; sarebbe strano, dal resto, se parlasse a volto coperto ai due discepoli con cui passeggia in campagna o ai discepoli in riva al mare. Come accade che il suo aspetto cambi? È già accaduto che in vita si trasfigurasse,11 ma si era trattatato di un caso eccezionale. Ora invece sembra che Gesù sia risorto con un corpo fluido, che cambia di continuo, assumendo ora un aspetto ora un altro, allo scopo di confondere i discepoli nel momento in cui bisognerebbe confortarli senza alcuna ambiguità. Sulla base di queste narrazioni, non si può escludere che si tratti di un’altra persona che si è spacciata per Gesù approfittando dell’emozione del momento e della facilità di suggestionare uomini e donne fortemente sconvolti da ciò che era successo.
Come fatto storico, la resurrezione di Gesù non esiste. Perché le testimonianze sono poche, perché sono contrastanti tra di loro, equivoche e, soprattutto, di parte. Di un evento così eccezionale non c’è alcuna testimonianza che non venga dai discepoli. Ma i discepoli stessi, secondo una di queste poche testimonianze di parte, erano rimasti dubbiosi alla presenza di Gesù risorto. Qualsiasi altro fatto sostenuto in modo simile da una sola fonte di parte sarebbe derubricato a leggenda. I credenti lo sanno bene, e considerano la resurrezione stessa un articolo di fede. Ma si crea così un circolo vizioso: la fede è fondata sulla resurrezione, che però non è un fatto storico dimostrabile, ma una cosa che occorre credere per fede.
Il Regno e la liberazione
Gesù non dichiara solo di essere Figlio di Dio e dunque Dio lui stesso. Il suo messaggio è centrato sul Regno. La buona novella che Gesù viene ad annunciare è che questa realtà, con le sue ingiustizie, i mali, le sofferenze, la morte, sta per essere consumata; sta per giungere un’epoca di giustizia, di pace e di liberazione dalla morte. Il Regno.
Il messaggio di Gesù è essenzialmente escatologico, come tale è stato vissuto per secoli dai cristiani e come tale è vissuto oggi da alcune confessioni. Altre, come la Chiesa cattolica, hanno portato l’elemento escatologico per così dire in secondo piano, concentrandosi piuttosto sulla cristologia.
Ma quando verrà il Regno?
Nel Vangelo Gesù usa espressioni spesso molto ambigue, ma una cosa è chiara: la venuta del Regno è imminente. Non è questione di secoli e nemmeno di decenni. È una cosa che sta per accadere.
Fin dall’inizio della sua missione, Gesù centra la sua predicazione sull’annuncio che il Regno è vicino:
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. (Marco 1:14-15)
Il tempo dunque è già compiuto. Non c’è da attendere oltre. La predicazione di Gesù si pone alla fine dei tempi.
Dopo aver scelto i suoi dodici apostoli, Gesù dà loro il compito di predicare. Vieta loro di andare tra i pagani e di entrare nelle città dei samaritani; sappiamo che per questi ultimi Gesù non provava alcuna simpatia. I dodici dovranno quindi limitarsi a predicare nelle città di Israele. Ma la missione non durerà a lungo.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo. (Matteo 10:23)
Qualsiasi dubbio è fugato da questo passo del Vangelo di Marco:
Diceva loro: “In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza”. (Marco 9:1)
Abbiamo qui una evidente smentita della parola di Gesù. A meno che la venuta del Regno di Dio non sia la sua stessa morte e resurrezione, è evidente che l’annuncio di Gesù non si è avverato.
Consideriamo questa ipotesi: il sopraggiungere del “Regno di Dio nella sua potenza” non rappresenta la fine del mondo, ma il costituirsi del Regno che accoglierà poi i salvati alla fine dei tempi. Secondo questa interpretazione, dunque, quel passo non farebbe riferimento alla fine del mondo, ma al fatto che in quei tempi sta avvenendo una cosa misteriosa, la costituzione di questo Regno spirituale nel quale però solo dopo molti secoli sarà possibile entrare. Questa ipotesi è smentita però dalle stesse parole di Gesù. Nel testo più chiaro sull’avvento del Regno, Gesù afferma che, quando il Figlio dell’uomo tornerà “verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui” (Matteo 25:31), allora tutti i popoli saranno giudicati; alcuni saranno posti alla sua destra, e Cristo, come un Re, dirà loro: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo...” (Matteo 25:34). Il Regno dunque esiste fin dall’inizio dei tempi. Ciò che Gesù annuncia non è la costituzione del Regno, ma appunto il ritorno nel Figlio dell’uomo nella sua gloria. Un ritorno imminente, che avverrà prima che alcune delle persone cui Gesù si rivolge muoiano. Un ritorno che però non c’è stato.
Il passo appena citato ci consente anche di riflettere sulla particolare logica della liberazione. Il Cristo-Re, una visione che avrà conseguenze importanti sulla commistione di religione e politica nell’Occidente cristiano, parla di un Regno che è già destinato, fin dall’inizio dei tempi, a coloro che lo abiteranno. È un’eredità consegnata ai legittimi possessori. Questo pone qualche interrogativo sulla effettiva possibilità di una liberazione universale.
Chi potrà entrare nel Regno? Chiunque, a condizione che abbia creduto in Cristo e abbia fatto il bene? La seconda condizione non è sufficiente. Fare il bene di per sé non garantisce l’accesso al Regno. Del resto, alla fine dei tempi ci sarà una separazione netta: alcuni alla destra del Cristo-Re, altri alla sinistra. I buoni e i cattivi. Ma chi è davvero in grado di operare questa distinzione? Chi può dire di essere radicalmente, interamente buono? E c’è un essere umano che si possa considerare interamente malvagio, che non abbia mai compiuto nulla di buono? In realtà il bene e il male sono sempre variamente intrecciati in ognuno di noi, e la biografia di alcuni dei modelli morali dell’umanità riserva sempre spiacevoli sorprese.
La fede da questo punto di vista funziona meglio. La fede può essere esposta a dubbi, ma c’è o non c’è. Se dal punto di vista etico gli esseri umani si pongono lungo un continuum, dal punto di vista della fede si distinguono senz’altro in credenti e non credenti.
Ma chi sono i credenti? Chi può avere la fede in Gesù? Solo chi Dio ha già scelto. Dice Gesù:
Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Giovanni 6:44)
Nessuno dunque può scegliere di credere in Gesù. È Dio che spinge alcuni verso Gesù. La parte precedente del discorso di Gesù chiarisce il senso della sua missione:
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. (Giovanni 6:37-39)
Gesù non è venuto per la salvezza di tutti. È venuto a raccogliere coloro che fin dall’inizio dei tempi erano stati destinati alla salvezza. La sua missione consiste nel far in modo che nessuno di quanti sono destinati alla salvezza si perda, non nel salvare chi non è già destinato.
In questo senso va interpretata la figura ricorrente, ed efficace in un contesto pastorale come quello dell’epoca, del buon pastore. Un pastore ha il suo gregge. Non si occupa di tutte le pecore, ma solo del suo gregge. Ma quali sono le pecore di Gesù? Ascoltiamo ancora la risposta ai giudei che gli chiedono se è il Cristo:
Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.” (Giovanni 10:25-29)
Chi non crede in Gesù non può credere, perché non è già destinato dall’inizio al gregge di Gesù. Dio ha assegnato a Gesù alcune anime, che gli appartengono e che si lasceranno guidare da lui verso il Regno. Per tutti gli altri, per tutti quelli che non sono già stati scelti, il Regno è chiuso.
Gesù non spiega però per quale ragione Dio abbia scelto fin dall’inizio di salvare alcuni e condannare altri. Anche questo rientra, con i massacri di intere città, nell’imperscrutabile piano di Dio. In ogni caso il Vangelo, il meraviglioso annuncio di Gesù, si riduce a questo: la strana notizia che esiste un club di privilegiati spirituali, destinati alla salvezza, mentre chiunque non ne faccia parte verrà condannato alla dannazione eterna, pur in assenza di qualsiasi colpa personale.
Gesù voleva fondare una Chiesa?
Gesù sceglie dodici apostoli e affida loro una missione. Dovranno predicare il Vangelo e contribuire alla raccolta delle pecore che fanno parte del gregge di Gesù. Ma questa struttura di base dovrà poi evolvere in una Chiesa? Gesù intendeva fondare una organizzazione religiosa? Dopo quanto abbiamo detto la risposta negativa è evidente. Non c’è bisogno di nessuna Chiesa, perché l’avvento del Regno è imminente.
La Chiesa cattolica ritiene di essere stata istituita da Gesù con queste parole rivolte a Simone Pietro:
E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. (Matteo 16:18)
Questo primato di Pietro deriva dal fatto che è stato l’unico, tra i discepoli, a riconoscere in Gesù “il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:16). Non è privo di interesse considerare come questo episodio invece è narrato nel Vangelo di Tommaso. Quando Gesù chiede ai suoi discepoli a chi assomiglia, Simone Pietro lo assimila a “un angelo giusto”, Matteo a “un filosofo di grande saggezza”.
Gli disse Tommaso: – Maestro, la mia bocca non è assolutamente in grado di dire a chi tu sei simile. Gesù disse: – Io non sono più tuo maestro, perché tu sei ebbro; ti sei inebriato alla copiosa sorgente che è emanata da me –. Poi lo prese da parte e gli disse tre parole. Allora, quando Tommaso tornò dai suoi compagni, essi gli domandarono: – Che cosa ti ha detto Gesù? – Rispose loro Tommaso: – Se vi dico una sola parola che egli mi ha detto, voi prenderete delle pietre e me le scaglierete, e un fuoco uscirà dalle pietre e vi brucerà.12
Quale dei due testi ha ragione? Gesù ha affidato a Pietro il compito di fondare una Chiesa, o ha riconosciuto a Tommaso un primato spirituale e gli ha trasmesso un insegnamento segreto? È impossibile rispondere sulla base dei testi. Per i cristiani il primo testo è autentico e il secondo falso, ma dal punto di vista storico ci troviamo di fronte a due testi ugualmente antichi ed autorevoli. Se il secondo è considerato falso è perché la comunità che si è riconosciuta nel primo, la Chiesa, ha avuto il potere di mettere a tacere la comunità che si riconosceva nel secondo.
Ma diamo per valido il primo testo. Il suo senso è che Gesù voleva fondare la Chiesa? La parola greca ecclesia indica una comunità, e una comunità non è necessariamente una Chiesa organizzata in modo gerarchico, con un suo capo, una sua dottrina, un sistema dogmatico, un suo potere e una sua ricchezza. Gesù voleva fondare questa Chiesa? La risposta è nel Vangelo ed è, una volta tanto, chiarissima: no. Qui occorre citare il testo con una certa ampiezza, perché si tratta forse dell’unico testo involontariamente profetico della Bibbia.
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘rabbì’ dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.” (Matteo 23:1-12)
Qui Gesù sta attaccando il clero del suo tempo, contro il quale la polemica nei Vangeli è continua e sempre molto accesa. Ma la descrizione che ne fa è esattamente sovrapponibile ad una descrizione spassionata, nemmeno particolarmente critica, del clero cattolico o ortodosso, per certi versi anche protestante.
Gesù denuncia due cose: il rigorismo imposto agli altri ma non a sé stessi e la vanità che deriva dalla considerazione sociale. Partiamo da questo secondo punto. Basta uno sguardo all’abbigliamento delle alte cariche religiose per trovarsi di fronte a questa stessa vanità, portata fino al ridicolo. Paramenti principeschi, sfarzosi, tessuti pregiati, oro e pietre preziose sono gli abiti che distinguono il potere religioso nelle maggiori Chiese cristiane. Lo stesso si può dire per i “posti d’onore”. Non c’è cerimonia pubblica, anche in un Paese laico, che non preveda l’invito del sacerdote o, meglio, del vescovo. Quanto al papa, non è possibile avere a che fare con lui senza mostrare una profonda umiltà, inginocchiandosi e baciandogli l’anello.
Il papa, appunto. Qui Gesù sta dicendo con chiarezza assoluta che non vuole nessun papa né alcun pope. Non avrebbe potuto dirlo meglio. Perché le parole papa e pope significano entrambe padre. E qui Gesù dice che nessuno dev’essere chiamato padre. Non è, si comprende, una semplice faccenda di nome. Se non vuole che nessuno sia chiamato padre è perché non vuole nessuna struttura verticistica. E questo perché, analizzando il clero del suo tempo, ha compreso che a questo conduce la gerarchia: la follia del potere, con tutte le sue miserie e le sue vanità.
Parlando della condotta dei sacerdoti si rischia di scadere nell’anticlericalismo rozzo. Si direbbe però che è esattamente quello che fa Gesù nel Vangelo. Se avesse dovuto descrivere il clero cattolico, avrebbe usato con ogni probabilità parole molto più dure: perché solo in Francia, e solo negli ultimi settant’anni, i sacerdoti hanno violentato più di trecentomila bambini. Ma questa è la natura umana, si obietta. Ogni istituzione ha i suoi limiti, che vengono dalla nostra debolezza. E dunque Gesù sarebbe morto sulla croce per dar vita a un clero del tutto identico a quello che aborriva, se non peggiore, e ciò a causa della sua scarsa conoscenza della natura umana. La conosceva fin troppo bene, invece, a giudicare da quel passo. Perché aveva compreso che nelle organizzazioni gerarchiche presto diventa centrale il potere, e dove c’è il potere è aperta la via a qualsiasi degenerazione. Non è una astratta e astorica natura umana la causa delle terribili colpe del clero. È il fatto di essersi costituito come una struttura di potere. Lo dimostra il fatto che le organizzazioni religiose cristiane che si sono mantenute orizzontali, comunitarie, senza concentrare il potere in una struttura sacerdotale gerarchica, sono rimaste immuni dalla maggior parte dei mali che così vistosamente segnano le maggiori chiese cristiane.
Gesù o Barabba?
La scena è tra le più suggestive del Vangelo. Pilato mostra alla folla due prigionieri. Da un lato Gesù, dall’altra il brigante Barabba. E chiede chi dei due liberare. E la folla sceglie Barabba.
Che gli ebrei abbiano scelto Barabba è ancora oggi, per molti, un esempio di come l’assurdo possa prevalere nella storia; di come il male possa prendere le sembianze del bene ed entusiasmare le masse. Ma è davvero così?
A definire Barabba lestes, brigante, è Giovanni (18:40). Gli altri evangelisti ci danno qualche informazione in più. Barabba, scrive Marco, “si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio” (15:7). Non era dunque un brigante, un ladro o un delinquente comune. Era quello che oggi definiremmo un partigiano. Apparteneva con ogni probabilità agli zeloti, il gruppo politico che lottava per liberare Israele dalla sottomissione ai romani.
Gli ebrei dunque si trovano a scegliere tra due figure. Da una parte Gesù, che si proclamava Figlio di Dio, che più volte era stato visto in compagnia dei romani e alla domanda se bisognasse pagare loro le tasse, aveva risposto con il noto “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Matteo 22:21), che è una frase molto suggestiva, ma che praticamente significava che sì, bisognava pagare le tasse ai romani. Dall’altra un altro Gesù – perché pare che Barabba di nome si chiamasse anch’egli Gesù – Figlio del Padre (perché questo è il significato ebraico del termine Barabba), che lotta contro i romani. Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI) ha riconosciuto che in questa scelta gli ebrei si trovarono di fronte a due figure messianiche:
In altre parole, Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano.13
Ma per gli ebrei, eccezion fatta per la cerchia ristretta dei seguaci di Gesù, non c’erano due figure messianiche, ma una sola: Barabba. In base a tutto quello che era stato loro insegnato, in base a quello che è scritto nella Bibbia, gli ebrei non potevano concepire un messia che non lottasse politicamente per la libertà di Israele. Perché questo era il messia: un liberatore di Israele. In questo senso viene definito messia perfino un non ebreo come Ciro, per aver consentito il ritorno degli ebrei in Palestina (Isaia 45:1).
Gli ebrei dunque hanno fatto la scelta giusta, secondo quanto era stato insegnato loro dalla Bibbia e dai sacerdoti, vale a dire – se la Bibbia è ispirata da Dio – secondo quanto Dio stesso aveva detto loro.
E tuttavia gli ebrei, per aver compiuto questa scelta, sono stati accusati per secoli di deicidio, di aver messo in croce Dio stesso e di aver scelto il male. Questa accusa ha giustificato per secoli la persecuzione degli ebrei nell’Occidente cristiano. E se è vero che è forzato vedere una continuità tra l’antigiudaismo tradizionale e l’antisemitismo di Hitler, è anche vero che l’antigiudaismo non è stato solo una posizione teorica, ma ha causato secoli di atrocità contro gli ebrei, che non è facile non porre sulla stessa linea che conduce ad Auschwitz.
Peraltro, nell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei c’è una singolare contraddizione. Secondo l’insegnamento cristiano, la morte di Cristo sulla croce è stata la realizzazione del piano divino per la salvezza dell’uomo. Gesù doveva morire sulla crose. Se non fosse morto, l’umanità non sarebbe stata salvata. Dunque gli ebrei non hanno compiuto alcun crimine. Al contrario: hanno consentito a Dio di realizzare il suo piano.
La Vergine
Inutilmente si cercherebbe nei Vangeli la Madonna così come è venerata oggi. Di fatto, i primi cristiani non avevano alcun culto per la madre di Gesù. Si tratta di una costruzione successiva, motivata in gran parte dalla necessità di contrastare il successo che avevano divinità femminili come Iside. Il cristianesimo aveva bisogno anch’esso di una figura femmile forte: ed ecco che Maria diventa la Madonna, la Vergine, Signora e Regina, titoli regali che davvero si addicono poco alla sua figura storica, ma che diventano essenziali man mano che il cristianesimo si avvicina al potere e avanza la pretesa di fondarlo e giustificarlo.
Maria di Nazaret, ci informano i Vangeli, era una vergine sposa di Giuseppe (Luca 1:27). La parola greca usata da Giovanni, parthenos, può indicare sì una donna vergine, ma anche una donna molto giovane. In ogni caso, quel passo evangelico indica che Maria era vergine al momento in cui è rimasta incinta di Gesù per opera dello Spirito Santo. Che è una cosa difficile da credere, fisicamente impossibile, ma nulla è impossibile da credere per chi ha fede. Il punto è che questa verginità per dogma della Chiesa è perpetua: Maria diventa, con il secondo Concilio di Costantinopoli del 553, aeipàrthenos, ossia sempre vergine. Che vuol dire che non solo è stata fecondata senza penetrazione sessuale, ma ha partorito anche Gesù senza che le si rompesse l’imene.
In che modo il feto di Gesù possa essere uscito dalla vagina senza rompere l’imene pone problemi di non facile soluzione. Ma, ripeto, nulla è impossibile da credere per chi ha fede. Ma anche per chi ha fede esiste una logica dell’assurdo. Si può immaginare che Maria abbia concepito senza atto sessuale e partorito senza rottura dell’imene il Figlio di Dio. Ma che dire degli altri figli? Sono stati tutti concepiti e partoriti allo stesso modo? Allora sono anch’essi Figli di Dio. E come mai i Vangeli ne parlano solo di sfuggita?
Nel Vangelo di Giovanni c’è un curioso quadretto familiare che lascia pensare che i rapporti tra Gesù e la sua famiglia fossero tutt’altro che sereni.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. I suoi fratelli gli dissero: “Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!”. Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. (Giovanni 7:2-5)
I fratelli di Gesù non credevano in lui (o meglio: neppure loro credevano in lui: a credergli dovevano essere davvero in pochi). Sembra che lo trattino come un megalomane, uno che vuole mettersi in mostra con trovate originali. Da parte sua, Gesù ricambia pienamente questa freddezza. Quando la madre e i fratelli lo cercano, si rifiuta di incontrarli:
Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. “Qualcuno gli disse: ‘Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti’. Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’. Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre.’ (Marco 12:46-50)
Il senso di questo passo è chiarissimo a chiunque voglia intenderlo: Gesù sta rinnegando la sua famiglia. I suoi fratelli, con i quali evidentemente i rapporti erano pessimi, ma anche sua madre, quella che la Chiesa venera come Madre per eccellenza, e che Gesù rifiuta come tale. È peraltro estremamente significativo che nei Vangeli Gesù non la chiami madre, ma donna. Lo fa durante le nozza di Cana. Maria fa presente a Gesù che è finito il vino. E lui le risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (Giovanni 2:4). Anche nel momento più tragico, quando è sulla croce, così Gesù si rivolge alla madre, indicandole “il discepolo che egli amava": “Donna, ecco tuo figlio!” (Giovanni 19:26).
La parola greca gynē è la stessa che usa, ad esempio, per rivolgersi all’adultera, dopo averla salvata dalla lapidazione: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” (Giovanni 8:10). Ed è, ancora, il termine con cui si rivolge a Maria Maddalena dopo la (presunta) resurrezione: “Donna, perché piangi?” (Giovanni 20:15). Usa per Maria la stessa parola che usa per qualsiasi donna, senza alcuna considerazione per la sua condizione di madre.
Le false immagini
Non sappiamo nulla dai Vangeli dell’aspetto di Gesù e di Maria. Sappiamo dal Vangelo di Luca che il pubblicano Zaccheo per vederlo in mezzo alla folla fu costretto a salire su un sicomoro, “perché era piccolo di statura” (Luca 19:3). Non è chiaro se ad essere piccolo di statura fosse Zaccheo o Gesù. Certo è però che Gesù non doveva essere più alto della folla che lo attorniava.
Possiamo essere assolutamente certi che né Gesù né Maria, se sono mai esistiti, avevano un aspetto troppo diverso da quello di un uomo e di una donna della Palestina del loro tempo: bassi, dunque, secondo i canoni attuali, e dalla pelle scura. Le ragioni sono semplici. Un uomo e una donna con occhi e capelli chiari in quel contesto avrebbero fatto enorme clamore e gli autori dei Vangeli non avrebbero mancato di notare una circostanza così singolare, segno evidente dell’impronta divina. Il fatto che non dicano nulla del loro aspetto lascia intendere che esso fosse del tutto ordinario.
A lungo si è creduto nell’autenticità della lettera di un certo Publio Lentulo, presunto governatore della Giudea prima di Ponzio Pilato, che facendo rapporto all’imperatore Tiberio descriveva Gesù come un uomo alto, dai capelli lunghi, color di nocciola, e gli occhi azzurri. A dimostrare la falsità della lettera fu già Lorenzo Valla, cui dobbiamo la importante dimostrazione della falsità di un altro documento, quella Donazione di Costantino sulla quale la Chiesa cattolica ha fondato per secoli il suo potere temporale. Non è mai esistito alcun governatore di nome Publio Lentulo, e lo stesso Vangelo afferma che tutta la vita pubblica di Gesù si è svolta sotto Ponzio Pilato. Se davvero un Publio Lentulo fosse stato precedessore di Ponzio Pilato, non avrebbe avuto la possibilità di fare la conoscenza di Gesù. Un falso maldestro, dunque, con cui si cercava di dare fondamento testuale a un modo di rappresentare Gesù che era già un uso da tempo.
Ma perché Gesù e la Madonna da bassi e scuri diventano alti, castani o perfino biondi con gli occhi azzurri? Occorre considerare il carattere dualistico del cristianesimo. Gesù è il bene, contro il quale si staglia il male: il Diavolo. Sono su due piani diversi, ma il male non cessa mai di insidiare il bene, benché il Diavolo non possa vantare la stessa potenza di Dio, in quanto essere inferiore. Questa opposizione prende la forma dell’opposizione tra la luce e il buio, il giorno e la notte, il bianco e il nero. E inevitabilmente diventa opposizione razziale: i bianchi sono gli esseri spirituali, i neri quelli diabolici. Il Cristo biondo rappresenterà in modo perfetto il Dio dei bianchi, quando questi colonizzeranno i popoli dalla pelle scura, facendo scempio dei loro corpi con il pretesto di salvare le loro anime.
Perché il Vangelo è un libro violento
Bisogna partire da qui, dal Diavolo, per capire perché il Vangelo, nonostante le apparenze, è un libro violento.
Come ho già osservato, nell’Antico Testamento non esiste il Diavolo. Esistono figure che in seguito saranno associate al Diavolo, ma l’identificazione non regge ad una analisi più attenta. Non è il Diavolo il serpente che tenta Eva nella Genesi e non è il Diavolo nemmeno il Satana, l’ha-shatan, del libro di Giobbe, che svolge piuttosto la funzione di una sorta di funzionario al servizio di Dio. La nascita della figura del Diavolo è legata a un testo che non compare nella Bibbia, il Libro di Enoc.14 Che racconta che gli angeli di Dio, guidati da un angelo di nome Semeyaza, a un certo punto provarono attrazione per le donne umane e si accoppiarono con loro. Questo peccato suscitò l’ira di Dio e la loro caduta. La colpa è nella mescolanza di spirituale e materiale, divino e umano, anche se si tratta in fondo di ciò che farà Dio stesso nascendo nel grembo di una donna.
Il Diavolo è un angelo, non un Dio, e tuttavia per la sua opposizione a Dio si presenta in qualche modo come un anti-Dio. Questa opposizione avviene a livello metafisico, ma ha una sua precisa corrispondenza anche nel campo umano e storico. Credere che esistano un Dio-Bene e un anti-Dio che incarna il Male vuol dire separare anche gli esseri umani in due campi opposti. Da una parte ci sono coloro che sono divini, dall’altra ci sono gli esseri umani demoniaci. La figura del Diavolo è accompagnata dalla pratica della demonizzazione. Elaine Pagels ha studiato il modo in cui questa pratica era usata nel contesto ebraico ai tempi di Gesù. Anche ad una lettura distratta del Vangelo appare evidente che Gesù si muove in un contesto caratterizzato da una grande frammentazione e conflittualità interna. Gli ebrei sono sottomessi al romani, ma sono anche divisi in gruppi il lotta fra loro. E questi gruppi si combattono accusandosi reciprocamente di essere legati a Satana.
Per Pagels i seguaci di Gesù hanno dunque fatto propria una pratica che era ampiamente diffusa presso le sette ebraiche del tempo. Tra i gruppi del tempo, gli esseni sono senza alcun dubbio quello più vicino a Gesù. Un gruppo altamente spirituale, in aperta opposizione al potere degli scribi e dei farisei, le cui posizioni e i cui riti presentano affinità tali con la predicazione di Gesù da indurre alcuni studiosi a ipotizzare che Gesù fosse uno di loro. Non diversamente da altri gruppi, essi “avevano sviluppato ed elaborato immagini di un potere malvagio che chiamavano con diversi nomi – Satana, Beliab, Belzebub, Mastema (‘odio’) – appunto per caratterizzare la loro lotta contro la maggioranza ebraica che loro, per ragioni diverse da quelle dei seguaci di Gesù, denunciano di apostasia”.15 Non è possibile comprendere il cristianesimo se si prescinde da questo contesto storico.
C’è una differenza importante tra la comunità creata da Gesù e le altre comunità che facevano ricorso alla demonizzazione. Gesù introduce un elemento nuovo: l’affermazione di essere Figlio di Dio. Con questa affermazione inventa la fede come la conosciamo. Nel contesto ebraico, come abbiamo visto, non è in discussione il credere o non credere in Dio. Si può essere più o meno fedeli a Dio, si può dubitare della sua azione, ma c’è un rapporto di quasi identificazione di Israele con Dio che non lascia spazio all’ateismo. Con Gesù tutto cambia. Gesù fa una affermazione inaudita. Afferma di essere Figlio di Dio e dunque Dio stesso. Come credergli? Nei profeti si parla di un messia, ma non si parla di un Figlio di Dio. Se Dio aveva intenzione di mandare suo Figlio, e dunque di incarnarsi in una forma umana, perché non lo ha annunciato con chiarezza, senza ambiguità?
Per comprendere la difficoltà in cui vennero a trovarsi gli ebrei, si provi a immaginare la scena trasposta nel mondo di oggi. Si immagini un uomo o una donna che sostengano, magari dopo aver compiuto qualche miracolo, di essere Dio stesso. Chi gli crederebbe? E quale esito avrebbe la loro predicazione? Probabilmente un esito non troppo diverso da quello che ebbe la predicazione di Gesù Cristo, se consideriamo la sorte di un profeta abbastanza recente, David Lazzaretti, ucciso dai carabinieri sull’Amiata nel 1878.
Gesù dunque fa una affermazione incredibile. E a quelli che vi credono promette la salvezza, mentre a chi non vi crede minaccia le cose più terribili. Ma non si limita a far questo. Afferma che chi gli crede è da Dio, chi non gli crede è dal Diavolo.
Il vero centro del Vangelo è l’affermazione: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde” (Luca 11:23). Gesù fa questa affermazione dopo aver scacciato un demonio da un uomo muto. Qualcuno nella folla lo accusa di scacciare i demoni per mezzo del Diavolo (Beelzebul), usando quella demonizzazione reciproca di cui parla Pagels. Gesù non svela la violenza di una simile demonizzazione, ma la fa propria, portandolo a un livello di scontro metafisico.
Gesù annuncia il Regno. La liberazione definitiva dal male e dalla morte. Questa liberazione però non sarà per tutti, non è una sorta di riconciliazione cosmica, di trascendimento del male nella realizzazione ultima di Dio come Bene. Al contrario: alcuni entreranno nel Regno mentre altri saranno condannati in eterno. Questa violenza è evidente nelle parabole, il mezzo che Gesù preferisce per parlare del Regno.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. (Matteo 13:47-59)
Ci sono esseri umani buoni ed esseri umani cattivi. Ci sono esseri umani che andranno con Dio ed altri che saranno gettati nel fuoco. Ci sono, secondo un’altra immagine, esseri umani che sono grano ed esseri umani che sono zizzania. Alla fine dei tempi il grano sarà raccolto e messo nel granaio, mentre la zizzania sarà bruciata (Matteo 13:24-30).
A distinguere i buoni dai cattivi, coloro che saranno salvati da quelli che saranno bruciati, è bene ancora sottolinearlo, non è il comportamento, il fatto di fare o meno del bene, ma la fede. Chi riconosce che Gesù è il Figlio di Dio è buono. Chi nega che Gesù sia Dio, secondo la logica del “chi non è con me è contro di me”, è anti-Cristo. Lo scrive con grande chiarezza Giovanni:
Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. (1 Giovanni 2:22)
Gli esseri umani si dividono ora in due categorie: da una parte i cristiani, dall’altra gli anticristi. Da una parte coloro che meritano la vita eterna, e che fin d’ora sono uniti al Signore, e dall’altra coloro che alla fine dei tempi finiranno nel fuoco eterno, e che già ora sono creature del Diavolo.
Nella parabola della zizzania il seminatore vieta ai servi di raccogliere la zizzania, per il timore che insieme ad essa venga falciato anche il grano. Una precauzione che i cristiani non hanno seguito. Se si afferma che chiunque sia, o appaia, contro Cristo è un essere diabolico, zizzania da distruggere col fuoco, la tentazione di falciarlo subito è forte. Ed è quello che hanno fatto per secoli i cristiani. Tutti i soggetti che il cristianesimo ha soppresso o oppresso – da ebrei e pagani alle streghe, ai neri, agli omosessuali, ai nativi americani e così via – hanno in comune questa demonizzazione: sono stati associati al Diavolo e per questo considerati incarnazione del male assoluto, come tale da estirpare.
Il cristianesimo ha creato un mondo nel quale vi sono da una parte esseri umani sacri, appartenenti a Dio, e dall’altra esseri umani appartenenti al Diavolo, e come tali nemmeno degni di essere considerati umani, e dunque massacrabili.
L’inferno
Il meno che si possa dire, dell’inferno, è che esso segna una frattura eterna. Anche dopo il ritorno di Cristo, la realtà resta scissa. Non c’è nessuna conciliazione finale, nessun superamento del male. Anche l’eternità è infelice, imbrattata dalla sofferenza di miliardi di anime, condannate per sempre, esclude da qualsiasi possibilità di redenzione.
Ma perché, poi? Sappiamo tutti che nella vita avvengono i cambiamenti, le conversioni, le trasformazioni. Molti santi cristiani sono stati peccatori convertiti. Lo stesso San Paolo prima di diventare cristiano è stato persecutore di cristiani. Perché mai un’anima non dovrebbe potersi evolvere anche dopo la morte? Perché, se esiste l’anima e sopravvive alla morte, escludere in eterno che essa possa convertirsi al bene, avvicinarsi a Dio, cambiare? Non c’è alcuna ragione, se non un accanimento contro alcuni soggetti, il desiderio di punirli non solo in questa vita, ma anche nell’altra, in eterno.
Come ha mostrato il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri, questa concezione è assurda anche da un punto di vista strettamente giuridico.16 I credenti ritengono che Dio sia giusto. La giustizia divina dovrebbe essere dunque infinitamente più perfetta di quella umana. Tutt’altro, invece. Un principio riconosciuto in tutti gli stati democratici è quello della proporzionalità della pena. Non è possibile naturalmente condannare allo stesso modo un furto di lieve entità e un omicidio. Inoltre lo scopo della pena è, come afferma la Costituzione italiana, la riabilitazione del colpevole: si punisce per aiutare a cambiare. Per questo nei Paesi democratici si mette in discussione lo stesso ergastolo. Se si condanna qualcuno a passare in carcere tutta la sua vita, che senso ha parlare di riabilitazione? Nella visione cristiana della pena non esiste né proporzionalità della pena né riabilitazione. Non esiste proporzionalità, perché ovviamente nessun reato, nessuna colpa può essere tale da meritare una pena eterna. Qualunque sia la colpa, anche il più accanito dei giustizialisti la riterrà estinta dopo qualche miliardo di anni di pene infernali. Non esiste nessuna colpa che possa meritare una pena eterna, per la semplice ragione che le nostre azioni sono sempre limitate. La cosa appare ancora più assurda se si considera che anche colpe che ad una sensibilità comune appaiono risibili – come la masturbazione – secondo la dottrina cattolica meritano, in assenza di un adeguato pentimento e della confessione, una pena eterna all’inferno. Soprattutto non c’è alcuna possibilità di riabilitazione. L’anima è legata, fissata in eterno alla sua colpa, con un giudizio implacabile che non ammette cambiamenti, evoluzioni, ripensamenti.
L’interpretazione
A quanti mettono il dito nella piaga delle contraddizioni che abbiamo appena visto, i credenti rispondono in tre modi, da quando il quarto modo – semplicemente mettere a tacere simili obiezioni ammazzando chi le avanza – è diventato impossibile per via della ben nota decadenza della civiltà occidentale.
Il primo modo è il ricorso alla pedagogia divina. Nella Bibbia, si dice, ci sono cose atroci, ma appaiono tali solo alla sensibilità attuale; in realtà esse si inseriscono in un percorso di crescita, di educazione ed incivilimento. Ma nessuna della atrocità che abbiamo incontrato può essere considerata una tappa lungo un percorso etico. Non si impara il bene massacrando, per quanto si possa partire da una posizione di ferocia. Si insegna il bene indicando il bene. Partendo magari da cose minime, come il rispetto della vita più fragile. Se si incita a massacrare, si sta corrompendo un popolo.
Il secondo modo è il ricorso alla contestualizzazione. Citare un singolo passo della Bibbia estrapolandolo dal contesto, dicono, è una operazione strumentale che non consente di coglierne il suo senso reale. A dire il vero i credenti ricorrono assai liberamente a testi estrapolati dal contesto, quando torna loro comodo, e il commento di passi isolati, spesso interpretati in modo davvero molto libero, è prassi normale di sacerdoti, vescovi e papi. Ma soprattutto il contesto è semplicemente evocato, mai realmente discusso. Se ci si dice d’accordo e si propone di ragionare insieme sul contesto, si ottiene un silenzio imbarazzato o l’obiezione che quella è faccenda degli esegeti e degli storici.
Il terzo modo è l’interpretazione. Tutte le atrocità apparenti della Bibbia, si dice, nascono da un equivoco. Si prendono alla lettera dei testi che invece vanno interpretati in modo diverso: cercando un significato morale, o allegorico (cioè simbolico) o anagogico, ossia spirituale-mistico. Anche in questo caso l’interpretazione è più evocata che realmente praticata; e anche in questo caso spesso è sufficiente il richiamo a qualche vaga autorità. In realtà l’interpretazione è un’arma a doppio taglio. Se la Bibbia non va letta in modo letterale, ma interpretata, allora questo vale tanto per Mosè che massacra dei bambini quanto per Maria che partorisce pur essendo vergine; vale, soprattutto, per dei passi che effettivamente potrebbero essere letti simbolicamente: quelli che raccontano la resurrezione di Cristo. Di più: tutta la narrazione biblica, dalla creazione dell’Adamo fino al Cristo, può essere interpretata come una storia meramente simbolica, che ha un significato morale o spirituale (o entrambi), ma che non ha alcun valore intrinseco di verità.
Note
-
Confucio, Dialoghi, XV, 25, Einaudi, Torino 2006, p. 189. ↩
-
Talmud, Shabbat, 31a. 6. Testo online (inglese ed ebraico) in The William Davidson Talmud, url: https://www.sefaria.org/Shabbat.31a.6?lang=bi ↩
-
F. Brown, A Hebrew and English lexicon of the Old Testament, cit., p. 945: friend, companion, fellow. ↩
-
La rivelazione del Buddha. Volume primo: I testi antichi, a cura di Raniero Gnoli, Mondadori, Milano 2001, p. 457. ↩
-
Etica, Parte quarta, prop. 56; Spinoza, Etica, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 194. ↩
-
Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, V, 1, UTET, Novara 2013 (ebook). ↩
-
Scrive il Catechismo della Chiesa cattolica (par. 674): “La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia al riconoscimento di lui da parte di ‘tutto Israele’ (Rm 11,26) a causa dell’indurimento di una parte nella ‘mancanza di fede’ (Rm 11,20) verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la pentecoste: ‘Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev’essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti’ (At 3,19-21)”. ↩
-
Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi, Milano 1978. ↩
-
Giamblico, La vita pitagorica, VIII, BUR, Milano 2001, p. 157 ↩
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Così La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, cit. ↩
-
Marco 9:2-8; Matteo 17:1-8; Luca 9:28-36. ↩
-
Vangelo di Tommaso, 14, in I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1990, pp. 486-487. ↩
-
J. Ratzinger, Gesù di Nazareth. Dal battesimo alla trasfigurazione, BUR, Milano 2007, p. 63. ↩
-
Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di Paolo Sacchi, UTET, Torino 1981. ↩
-
E. Pagels, The origin of Satan, Vintage Books, New York 1995, p. 18. ↩
-
L. Lombardi Vallauri, Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo, Le Lettere, Firenze 2001. Per queste idee sull’inferno nel 1998 Lombardi Vallauri è stato sospeso dall’insegnamento presso l’Università Cattolica di Milano. ↩
