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Antonio Vigilante

Dio è falso

Una breve introduzione all’ateismo

endehors

Prima edizione: agosto 2022. Seconda edizione: marzo 2023.

Licenza CC BY-NC-ND (https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/deed.it). È concessa la libera distribuzione della presente opera, purché non a scopo commerciale e senza alcuna modifica nell’attribuzione, nel contenuto e nella forma.

In copertina: figura di Dio Padre in legno policromo, Austria, XVII secolo. Copyright © Cambi Casa d’Aste 2022.

endehors · https://officinaendehors.pages.dev/libri/dio-e-falso/

Premessa

Fino a qualche decennio fa il destino delle religioni sembrava segnato, almeno nei Paesi occidentali. La secolarizzazione procedeva sicura, apparentemente inarrestabile e non era difficile immaginare un futuro in cui tutte le religioni, almeno come le conosciamo, sarebbero state spazzate via. Oggi un simile ottimismo sarebbe ingiustificato. Le religioni sono in rapida crescita anche nei Paesi industrializzati ed hanno dimostrato di saper utilizzare a loro vantaggio anche gli strumenti tecnologici e informatici. Oltre a mantenere una base solida nei Paesi poveri, il cristianesimo si mostra aggressivo nella versione evangelica in America e in quella ortodossa in Russia, offrendo sostegno alle politiche di Donald Trump negli Stati Uniti, di Jair Bolsonaro in Brasile, e di Vladimir Putin in Russia.

Attaccare la religione non è, dunque, infierire su un cadavere. Né approfondire le ragioni dell’ateismo significa ribadire l’ovvio. Più il mondo diventa complesso, difficile da decifrare, minaccioso con le sue molteplici emergenze — le malattie, la crisi climatica, il rischio nucleare — più è forte la tentazione di trovare rifugio in una concezione religiosa. È una tentazione comprensibile.

Perché allora difendere l’ateismo? Perché quella presa di rifugio non è senza conseguenze. Affidarsi a una costellazione di dogmi e a delle autorità religiose significa rinunciare al pensiero autonomo e critico, ossia alla più nostra delle nostre facoltà. Più la religione è diffusa, più debole è il senso critico. E un indebolimento generale del senso critico ha effetti devastanti sulla vita di tutti.

Dio è falso significa due cose.

Significa, naturalmente, che Dio non esiste, che è la convinzione di base dell’ateismo. Ma significa anche, considerando l’etimologia dell’aggettivo (falso viene dal verbo latino fallere: ingannare, deludere, simulare), che il personaggio di fantasia che si chiama Dio e che compare nei testi sacri dei monoteismi è tutt’altro che un personaggio leale, onesto, buono; se fosse il personaggio di un romanzo, difficilmente il lettore riuscirebbe ad affezionarsi a lui: sarebbe un anti-eroe, uno di quei personaggi attraverso i quali i grandi narratori dell’Ottocento e del Novecento hanno mostrato le tenebre e gli abissi dell’animo umano.

Poiché ai credenti questo libro apparirà blasfemo fin dal titolo, è bene premettere qualche considerazione sulla blasfemia.

La società è fatta, tra le altre cose, di discorsi. Quello che ci diciamo sull’educazione, sui rapporti di genere, sul potere, sul sesso e così via è determinante per il modo in cui facciamo educazione, impostiamo i rapporti di genere, pratichiamo il potere e il sesso eccetera. Il modo in cui viviamo insieme è condizionato dal modo in cui pensiamo il nostro vivere insieme, ma anche dai discorsi pubblici sui valori, le regole, i ruoli, le pratiche sociali e quelle private, il bene e il male, il conveniente e lo sconveniente, e così via.

Ora, ogni discorso pubblico può essere criticato. È un diritto elementare prendere parte al discorso pubblico con piena libertà di critica. È un diritto elementare poter dire, ad esempio, che le relazioni educative devono essere simmetriche e libere dal potere. È un diritto elementare di chiunque provare a cambiare la società dando il proprio contributo al discorso pubblico. E questo contributo può includere anche la critica aspra, il sarcasmo, la satira.

Da diversi secoli la religione è diventata parte integrante del discorso pubblico. A dire il vero in passato il discorso pubblico era discorso religioso ed ogni tentativo laico di intervenire nel discorso pubblico era soffocato nel sangue. Le cose ora vanno diversamente. La religione non può vantare alcun privilegio nel discorso pubblico: e dunque qualsiasi affermazione o convinzione religiosa dev’essere trattata alla stessa stregua di qualsiasi altra.

In passato esistevano due livelli della religione: quello pubblico e quello misterico. È ancora difficile comprendere quasi fossero le convinzioni dei seguaci dei misteri orfici ed eleusini. Sappiamo che sono stati determinanti per la nascita della filosofia, ma dal momento che erano, appunto, misteri, non è facile far piena luce su di essi. I misteri erano convinzioni e pratiche religiose sottratte al discorso pubblico, proprio perché il discorso pubblico è per sua natura corrosivo. Facevano parte del discorso pubblico i miti, le storie riguardanti le divinità, che non di rado erano oggetto di ironie o di argomentate critiche filosofiche.

Il cristianesimo ha una particolarità. È una religione a carattere misterico. Le convinzioni centrali del cristianesimo ed i suoi rituali – la morte di Dio, il suo sacrificio, la ripetizione del sacrificio nella pratica della comunione – sono affini a pratiche misteriche come quelle legate al culto di Mitra. Al tempo stesso, però, il cristianesimo non è un culto misterico. La messa e la comunione avvengono sotto gli occhi di tutti e ad esse partecipano non degli iniziati, ma dei semplici credenti, spesso nemmeno praticanti. Il cristianesimo è un volgarizzamento dei misteri che avanza la pretesa di partecipare al discorso pubblico rivendicando al contempo la segretezza dei misteri. E in ciò, naturalmente, c’è una pretesa irricevibile. Delle due l’una: o il cristianesimo rinuncia al discorso pubblico, si ripensa come pratica iniziatica, ricevendo da questo ritrarsi la protezione che viene dall’essere fuori scena; oppure, se pretende di partecipare al discorso pubblico – cercando anche di orientare le scelte politiche – non può sottrarsi alla corrosività del discorso pubblico. Pretendere una particolare intoccabilità nella sfera del discorso pubblico in nome delle proprie pratiche misteriche è disonestà intellettuale.

Questo libro è articolato in tre momenti: una prima parte nella quale si introduce il concetto di ateismo e si discutono le presunte prove dell’esistenza di Dio; una lunga parte centrale di analisi della Bibbia; una parte finale di riflessione sulle questioni etiche e politiche legate all’ateismo.

Ringrazio Marco Trainito e Carlo Serrati per l'attenta lettura del testo. Sono naturalmente l'unico responsabile delle sue restanti imperfezioni.

Siena, luglio 2022

Capitolo 1

L’assenza di Dio

Una nota personale

Come la maggior parte di coloro che sono nati in Italia sono stato educato nella fede cattolica. Cosa che significava, più o meno: fare il segno della croce passando davanti ad una chiesa, mostrare il massimo rispetto verso sacerdoti, monaci e suore, solennizzare le feste mangiando molti dolci a Natale e l’agnello a Pasqua (sarei diventato vegetariano solo nell’adolescenza), in caso di malattia assumere una certa polverina che assicuravano essere miracolosa e che proveniva da alcune rose coltivate nel santuario di Santa Rita a Cascia e dire le preghiere a scuola. Solo crescendo ho cominciato ad aggiungere autonomamente la pratica della messa domenicale. Non senza qualche partecipazione. A un certo punto divenni un credente nel senso più autentico, per quanto possa essere autentico e consapevole il cattolicesimo di un bambino. Non mi dispiaceva l’idea di diventar prete, e credo di essermi anche informato sulla via da seguire.

Poi è accaduto qualcosa.

Nel giugno del 1981 un bambino di sei anni, Alfredino Rampi, cadde in un pozzo. Per tre giorni si cercò si salvarlo. Per tre giorni quel pozzo diventò il centro del Paese: le operazioni di salvataggio avvenivano in diretta, milioni di spettatori restavano con il fiato sospeso mentre questo o quel soccorritore cercava di portarlo in salvo. Come molti italiani, io pregai. Pregai Dio di salvare un bambino di sei anni. Non era una impresa possibile, molti erano fiduciosi sulla possibilità di estrarlo vivo. Il giorno dopo il bambino morì.

Avevo fallito io. Aveva fallito Dio. Dio mi aveva deluso. Dio era stato falso con me. Ragionai: può essere che Dio non ascolti una preghiera, se si tratta di una preghiera superficiale. Perché mai Dio dovrebbe occuparsi della prosperità degli affari del signor Tizio? E perché dovrebbe dar ascolto a chi lo prega con sulla coscienza mille colpe? Ma non è concepibile che Dio non ascolti la preghiera di un bambino che chiede di salvare la vita a un altro bambino.

Quella preghiera inascoltata è l’origine precoce del mio ateismo. All’inizio ero più che altro arrabbiato con Dio, come si è arrabbiati con chi ci ha ingannato. Provai a parlarne con qualcuno in chiesa. E qui scoprii una seconda cosa. Quelle persone che in chiesa mi sembravano buone e gentili, diventavano improvvisamente ostili se si suscitava qualche dubbio.

C’è stata poi la fase dello studio. Mi dissi che non potevo dirmi ateo senza prima studiare a fondo la Bibbia. Ho passato l’adolescenza a leggere praticamente qualsiasi testo sacro: la Bibbia, il Corano, i testi indiani e quelli buddhisti. Verso i vent’anni ho approfondito la conoscenza della Bibbia studiando l’ebraico. Mi pareva che non si potesse avere una conoscenza non superficiale della Bibbia leggendola tradotta, perché molto si perde nella traduzione. Ma scoprii che la Bibbia letta nella lingua originale era, se possibile, ancora più atroce della Bibbia tradotta: perché i traduttori edulcorano, modernizzano, ingentiliscono il testo, cercando di accordarlo, per quanto possibile, con la nostra sensibilità.

Da allora sono cambiate molte cose in me. Ho ridiscusso mille volte tutte le mie idee, perché ritengo che un’idea sia valida solo se regge all’assalto costante del dubbio. Come qualsiasi essere umano, avverto l’affronto della vita: il senso della morte che incombe, la perdita inesorabile delle persone care, la minaccia della malattia, il corpo che invecchia. E come tutti, non sono immune da quella che chiamerei la tentazione del nido. Rifugiarmi in una visione del mondo rassicurante, nella quale sentirmi immune da ogni male, preservato per sempre dal negativo. Ma questa è una tendenza regressiva che va combattuta, se vogliamo vivere da adulti.

Quello che forse è il più grande teologo del Novecento, il luterano Dietrich Bonhoeffer, ha avvertito e denunciato il rischio di un Dio tappabuchi, cui si ricorre ogni volta che c’è da colmare un vuoto di conoscenza, e di una religione che si fa incontro ai singoli facendo presa sulle loro situazioni di debolezza, e ha proposto la via di un cristianesimo non religioso, come un modo di vivere e di agire nel mondo.1 Un tentativo coraggioso di riportare la fede nell’orizzonte dell’esperienza comune, di fare del cristiano un essere umano che, non diversamente da chiunque altro, cerca di orientarsi nel mondo e di fare la cosa giusta, e non qualcuno che si senta in possesso della Verità ultima sul mondo e ritenga di far parte dell’unica istituzione salvifica. Ma è un tentativo che non ha avuto eco al di fuori della cerchia degli intellettuali, e nel mondo cattolico ha trovato pochi consensi anche in campo teologico. D’altra parte, è comprensibile la resistenza delle autorità religiose verso riletture così coraggiosamente critiche, che se da un lato sono rese necessarie da uno sviluppo della cultura che si allontana sempre più dalle categorie religiose, dall’altro rischiano di risultare semplicemente incomprensibili per l’uomo e la donna comuni, che nella religione cercano esattamente questo: conforto, certezze, sicurezza.

Essere atei vuol dire negarsi questo conforto, queste certezze, questa sicurezza. Perché? Perché è un conforto falso. Perché vuol dire cercare rifugio in un cumulo di menzogne. E perché lasciarsi guidare dalla paura non è un gran modo di vivere.

Un esercizio

Cominciamo con un esercizio. Prendiamo un foglio di carta e scriviamo i nomi delle cose. Di qualsiasi cosa ci venga in mente. Le prime saranno, probabilmente, le cose materiali: la sedia, il tavolo, la pietra, il muro. Poi verranno gli esseri viventi: le persone, gli animali, le piante. Poi giungeremo a cose meno tangibili. La libertà, la giustizia, il bene: i cosiddetti valori. Ma anche: il venerdì e la domenica, il contratto e la promessa, Babbo Natale, Pinocchio, Virgilio e Leopardi, il Conte di Montecristo, eccetera.

Ora abbiamo davanti a noi una lunga lista di cose. Quaranta, cinquanta, forse perfino cento nomi. Il nostro esercizio consiste nel mettere in ordine questi nomi. Nell’organizzarli secondo categorie e sottocategorie.

Una prima distinzione evidentemente sarà tra cose sensibili, che cioè possiamo cogliere con i sensi, e cose non sensibili. Da una parte la sedia e la pietra, dall’altra la libertà e il contratto. Poi dobbiamo operare una serie di distinzioni all’interno delle cose sensibili. In primo luogo dobbiamo distinguere le cose dagli esseri viventi. Una rana, una pianta e una pietra sono cose sensibili – possiamo vederli, toccarli eccetera – ma con differenze importanti. Poi dobbiamo distinguere ancora, all’interno della categoria delle cose, le cose naturali (la pietra ad esempio) dalle cose create da noi, come il tavolo, la casa, la statua, il quadro. Potremmo operare ulteriori distinzioni, ad esempio considerando la differenza tra uno strumento, come appunto il tavolo, e un oggetto artistico come un quadro.

Consideriamo ora le cose non sensibili. Abbiamo un bel po’ di nomi di cose evidentemente molto diverse tra loro. Che rapporto c’è tra la giustizia, Babbo Natale e il numero 4? Hanno in comune poco, al di là del fatto di non essere sensibili. A dire il vero, anche il rapporto con i sensi è diverso: la giustizia può essere raffigurata solo in modo simbolico, mentre possiamo tracciare su un foglio il numero 4 o vestirci da Babbo Natale. Sappiamo bene, però, che una persona vestita da Babbo Natale non è Babbo Natale, così come il segno del numero 4 non è il numero 4, che è un concetto astratto. Possiamo creare una prima sottocategoria che includa i valori morali ed estetici: il bene, la bellezza, la giustizia eccetera. Una seconda sottocategoria può includere gli enti matematici e logici: i numeri, le forme geometriche eccetera. In una terza sottocategoria inseriremo gli enti sociali: la famiglia, il contratto, la promessa, la domenica eccetera; tutte le cose non sensibili che fanno parte della nostra vita sociale. C’è un rapporto stretto tra questa sottocategoria e quella dei valori morali ed estetici, perché la nostra vita sociale è fatta di valori, così come c’è un legame tra i valori ed alcuni enti sensibili come i quadri o le statue, che sono cose che incarnano il valore della bellezza. Potrebbe essere necessario tracciare delle linee che uniscono queste sottocategorie. Una ulteriore sottocategoria includerà i personaggi di fantasia: Babbo Natale, appunto, e Pinocchio e Peter Pan. Bene. Un’altra sottocategoria è necessaria per i personaggi storici: Giulio Cesare, Cleopatra, Napoleone eccetera. Sono esistiti, ma ora la loro consistenza è quella di personaggi di una narrazione storica.

E Dio? Dove collochiamo Dio?

Questo è il problema dell’ateismo. Non si tratta, propriamente, di affermare o negare Dio. Che Dio esista in un certo modo è fuori discussione. Se esiste la parola, esiste anche la cosa. Se è possibile parlare di Dio, Dio evidentemente esiste. Il problema è: quale tipo di esistenza ha Dio? Ha lo stesso genere di esistenza della pietra, del cane, dell’essere umano, della giustizia o di Babbo Natale? Per chi è credente, Dio è reale in modo diverso da qualsiasi altra cosa. Bisognerebbe per così dire creare una categoria a parte, perché Dio esiste in modo unico. Non è solo reale: è più reale di qualsiasi altra cosa. Per chi non crede, Dio va collocato in qualcuna delle sottocategorie delle cose non sensibili. Nella migliore delle ipotesi, lo si può considerare un ideale, un valore. Nella peggiore, è un personaggio di fantasia non diverso da Babbo Natale.

Cosa nega chi nega Dio

L’ateo è colui che nega l’esistenza reale di Dio. Ma di quale Dio?

È evidente che non possiamo negare l’esistenza di qualsiasi Dio. Abbiamo appena detto che possiamo considerare Dio come un valore, non diverso dalla giustizia o dalla libertà. Ora, giustizia e libertà sono cose importanti. Molte persone sono morte per affermare la giustizia e la libertà. E tuttavia hanno un genere di esistenza particolare, diverso da quello delle cose reali e sensibili. Se qualcuno affermasse che Dio ha la realtà di un valore o di un ideale, sarebbe difficile negare Dio. Si potrebbe osservare, al più, che nella realtà in cui viviamo gli ideali hanno poco spazio. Ma ciò fa parte della logica dell’ideale: se fosse diversamente, l’ideale si confonderebbe con il reale.

Qualcuno, inoltre, potrebbe sostenere che Dio è la Natura stessa (a proposito, dovremmo chiederci dove collocare la Natura; un problema di soluzione non facilissima). Uno dei più grandi filosofi occidentali, Spinoza, sosteneva proprio questo: Deus sive Natura. Dio, ossia la Natura. In questo caso negare l’esistenza di Dio significherebbe negare l’esistenza della Natura. Si potrebbe argomentare che di fatto parliamo di Natura o di Universo, ma non sappiamo esattamente di cosa si tratta, perché la percezione che ne abbiamo è limitata e parziale. Ma è difficile negare che esistano una Natura e un Universo.

Bisogna anche osservare, però, che Spinoza è considerato il filosofo ateo per eccellenza. Le sue idee scandalizzarono ugualmente gli ebrei, che lo scomunicarono, e i cristiani. Per un credente affermare che Dio è la Natura significa negare Dio. E dunque essere atei. E in effetti è così.

L’ateo è dunque colui che nega l’esistenza di un essere o di diversi esseri divini, personali, responsabili della creazione e del governo del mondo e interessati alle vicende umane. Poiché in Occidente il politeismo si è estinto con l’avvento del cristianesimo, l’ateismo occidentale aggredisce il Dio pensato dai tre grandi monoteismi di origine semitica, che oggi sono la base delle credenze religiose della maggior parte dell’umanità: il Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani.

Questo non vuol dire che non esistano forme di ateismo in contesti diversi da quello ebraico-cristiano-islamico, come quello greco ed indiano. Sia nella Grecia che nell’India antiche sono sorte scuole filosofiche scettiche, ateistiche o agnostiche. Alcuni dei temi e degli argomenti di queste forme di ateismo sono affini a quelli dell’ateismo moderno: ad esempio una visione materialistica ed atomistica del mondo. Altri sono diversi perché diverso è il contesto. Il Buddha, ad esempio, considera l’idea di Dio indifferente o dannosa per il percorso di liberazione; non ci libera dalla sofferenza, ed anzi è causa di attaccamento e dunque di sofferenza. Ma è talmente complessa la concezione indiana del divino, che molti induisti possono accettare senza inquietarsi la figura del Buddha, considerandolo una figura divina accanto alle altre.

L’ateismo europeo moderno nega il Dio le cui radici sono nella Bibbia. Un Dio che ha le seguenti caratteristiche:

  • Personalità: è un essere dotato di identità, di volontà, di desideri perfino.

  • Antropomorfismo: Dio dunque assomiglia all’essere umano; se non in senso fisico2 – ma sono frequenti le rappresentazioni di Dio sotto forma umana – certo in quello psicologico.

  • Unicità: Dio è uno solo. Nel cristianesimo è trino, a dire il vero, ma la Trinità è unità.

  • Tratti maschili: il Dio ebraico, cristiano e islamico è evidentemente un Dio maschio.

L’ateismo mette in discussione l’esistenza di un essere simile, analizzando in modo razionale le prove con le quali si pretende di dimostrarla e sottoponendo a critica i testi che ne parlano, ma evidenzia anche la pericolosità di una tale concezione religiosa, le conseguenze negative che essa può avere sulla vita dei singoli e delle collettività.

Ateismo e agnosticismo

Gli atei negano l’esistenza di Dio. Agli agnostici questa sembra una presa di posizione troppo radicale. Come si può essere certi che Dio non esista? Non è una fede anche questa? E dunque sospendono il giudizio. Ritengono che non sia possibile né affermare né negare con certezza l’esistenza di Dio, e che in via di principio non si possa negare che esista qualcosa.

Come abbiamo visto, però, essere credenti non vuol dire credere in qualcosa, ma credere in un Dio o in più Dei personali in rapporto con l’essere umano. Affermare che Dio è qualcosa di diverso è, per i credenti, ateismo – esattamente come pericolosissimo ateismo è stato considerato il Dio-Natura di Spinoza.

C’è un altro punto importante. Quando l’agnostico afferma che non si può escludere che Dio ci sia, anche se noi non lo conosciamo, sta negando a Dio la conoscibilità. Ora, questa è una delle caratteristiche fondamentali di Dio, insieme alla personalità e alla bontà. Dio è colui che si manifesta, si rivela, si fa conoscere all’essere umano. Negare la conoscibilità di Dio significa negarne un suo tratto centrale, non meno che negare la sua personalità o bontà. E ciò è, di fatto, ateismo.

Le religioni sono sempre esistite?

Sembra ad alcuni che l’ateismo sia un salto nel vuoto. In fondo, si dice – e questa per alcuni è perfino una sorta di dimostrazione dell’esistenza di Dio – le religioni sono sempre esistite e l’umanità ha sempre creduto in qualche forma di divinità. Per chi è credente, tuttavia, non importa che Dio sia creduto in qualche forma, poiché considera false tutte le forme in cui Dio viene pensato e venerato al di fuori della sua religione. Di fatto, ogni credente è ateo nei confronti del Dio o degli Dei di tutte le altre religioni. È singolare dunque che ricorra, per dimostrare il proprio Dio, a quelle religioni che pure considera false ed erronee.

Ma in un simile ragionamento c’è soprattutto un errore di prospettiva, molto frequente ma non per questo meno grave. Conosciamo la vita della nostra specie nelle ultime migliaia di anni, che però sono una parte minima della sua vita complessiva. Dividiamo la vicenda dell’homo sapiens in storia e preistoria. Nella preistoria ci immaginiamo un essere umano abitante delle caverne e portatore di clava, e nella nostra percezione è una piccola fase di transizione prima che il soggetto umano pieno faccia il suo ingresso trionfale sul palcoscenico della storia. E invece la preistoria occupa migliaia e migliaia di anni, di cui sappiamo pochissimo. Abbiamo idee ancora molto vaghe su come e quando è nata l’agricoltura, come e quando sono nate le disuguaglianze sociali, come e quando sono state edificate le prime grandi città e costituite le prime organizzazioni statali. E ugualmente sappiamo molto poco su come e quando sono nate le religioni.

Sempre è un avverbio che dovremmo usare con estrema attenzione. Ciò che a noi sembra molto antico è invece recentissimo, appartiene agli ultimi sviluppi della nostra specie. Con ogni probabilità la credenza in un Dio creatore è una convinzione che è apparsa tardi e che è destinata ad estinguersi, non diversamente da altre manifestazioni culturali della nostra specie.

Le presunte prove dell’esistenza di Dio

Non è infrequente che i credenti chiedano agli atei di dimostrare che Dio non esiste, sostenendo che se non è possibile dimostrare che Dio non esiste, allora l’ateismo è anch’esso una fede. Analizziamo questo argomento.

Se io sostenessi che ieri sono stato rapito dagli alieni, che mi hanno portato su un pianeta su un’altra galassia, mi si chiederebbe di dimostrare quello che sto dicendo. Si potrebbe apprezzare, poi, la validità di queste prove, ma intanto è necessario che io ne porti qualcuna. Potrei mostrare una foto di questo pianeta o degli alieni, e chi è scettico potrebbe analizzarla, verificarne l’autenticità, dimostrare che è stata ritoccata al computer. Se non porto alcuna prova, la mia affermazione è evidentemente priva di qualsiasi fondamento. È uno scherzo o una menzogna. È chiaro che non avrebbe nessun senso se io dicessi: “Va bene, non sono in grado di dimostrare di essere stato con degli alieni sul loro pianeta. Ma dimostrate voi che non vi sono stato. Se non riuscite a farlo, allora è evidente che non sto mentendo, o che la vostra negazione ha lo stesso valore della mia affermazione”. Una simile risposta sarebbe considerata una conferma dei sospetti sulla mia salute mentale, sorti già con la mia affermazione su quello che mi è successo ieri.

L’onere della prova spetta a chi afferma, non a chi nega. Se i credenti ritengono che esista un essere che nessuno vede, che nessuno sente, di cui non v’è alcuna traccia, sta a loro dimostrarlo. L’ateo non è tenuto a dimostrare nulla. Potrà considerare le loro prove, criticandole. Null’altro.

C’è qualche altra considerazione da fare prima di analizzare le presunte prove dell’esistenza di Dio.

Prima. La nostra vita si svolge in mezzo a oggetti umili, cose e strumenti quotidiani, della cui esistenza mai dubitiamo. Uno spazzolino da denti, una penna, la sedia, il tavolo. Cose tutt’altro che eterne, che ci accompagnano per un tratto di strada, ma che fino a quando sono con noi lo sono al di là di ogni dubbio. Dio non riesce, a quanto pare, ad attingere l’evidenza di un semplice spazzolino da denti, di cui nessuna persona sana di mente si porrebbe il problema di dimostrare l’esistenza. Nel momento in cui i credenti si pongono il problema di dimostrare l’esistenza di Dio, stanno di fatto dimostrando la fragilità della loro fede. Che si debba dimostrare l’esistenza di Dio vuol dire che questa esistenza è problematica, tutt’altro che evidente, e il fatto che l’esistenza del più importante degli esseri sia tutt’altro che evidente – meno evidente di quella della più umile delle cose – è un fatto a dir poco imbarazzante.

 Seconda. Quest’ansia di dimostrare l’esistenza di Dio sembra essere propria del cristianesimo. Nell’Antico Testamento troviamo un problema diverso: dimostrare non l’esistenza di Dio, ma la sua bontà e giustizia e il suo intervento a favore di chi è buono e giusto. È questo il problema del libro di Giobbe, il libro più intenso dell’Antico Testamento. Giobbe è buono e timorato. Dio però fa una scommessa con Satana. Continuerà ad essere timorato di Dio se la vita gli andrà male? Dio dà a Satana il potere di causare a Giobbe ogni genere di sciagura. Ed ecco che Giobbe, piagato, sofferente, con la vita distrutta, parla. Ma non nega l’esistenza di Dio. Non dice: dal momento che mi è successo questo, Dio non esiste. Sembra che il problema non si ponga. La sua domanda è un’altra: se è successo questo, com’è Dio? Dio è buono e giusto, o no? Per quanto il libro di Giobbe sia considerato ispirato e faccia parte della Bibbia, molte affermazioni di Giobbe suonano, come vedremo, come bestemmie. Dio c’è, ma non è buono. O meglio: è al di là dello stesso bene. Questo sembra essere il messaggio del libro di Giobbe.

La questione dell’esistenza di Dio diventa invece cruciale con il cristianesimo. Gesù si presenta come il messia e al tempo stesso afferma di essere il Figlio di Dio. Ma è una persona in carne ed ossa, tutti sanno da dove viene, chi è sua madre, chi sono i suoi fratelli. Bisogna credergli? Qui nasce la fede cristiana. Bisogna credere nell’affermazione assurda che quest’uomo non è un uomo, ma Dio stesso? Ponendo la sua domanda – credete in me? – Gesù apre lo spiraglio all’ateismo. Alla sua domanda si può rispondere con un sì o con un no. Più di prima, si può ora essere credenti o atei. Nessuna religione stimola l’ateismo quanto il cristianesimo, perché nessuna religione rivolge al singolo con la medesima chiarezza quella domanda: che questo uomo sia Dio, lo credi o no?

Dio come causa del mondo

Se Dio non esiste, chi ha creato questo mondo? Questo è senza dubbio l’argomento più frequente dei credenti. Il mondo esiste; ma tutto ciò che esiste ha una causa; dunque anche il mondo deve avere una causa. E dal momento che non si può risalire all’infinito nelle cause, dev’esserci una causa prima. E questa causa prima è Dio.

È interessante chiedere a chi adopera questo argomento cosa sappia del mondo della cui origine è così certo. Studia fisica, chimica, biologia? Ha approfondito la struttura della materia? Ha studiato la fisica quantistica e la teoria della relatività? La risposta con ogni probabilità sarà: no. Queste persone, interessate all’origine dell’Universo, non hanno tuttavia alcun interesse per l’Universo stesso. Se si facesse loro qualche domanda su come è fatto, come funziona, quanto è grande l’Universo, emergerebbe una visione non troppo diversa da quella prevalente nell’età premoderna: la Terra al centro dell’Universo, illuminata dal Sole e dalle stelle. Per credere che il nostro Universo sia stato creato da un Dio che si prende cura in modo particolare del destino della specie umana, ossia di una delle infinite specie che abitano un minuscolo pianeta della galassia che chiamiamo Via Lattea, occorre avere una visione ristretta dell’Universo, considerarlo nulla più che una appendice del pianeta Terra.

Consideriamo la questione da un punto di vista logico. Prendiamo queste due affermazioni:

1.Tutto ciò che esiste è creato.

2.Il mondo esiste.

La seconda frase è senz’altro vera. La prima andrebbe discussa, ma diamola per vera. Se le due frasi sono vere, allora si può senz’altro concludere che

3. Il mondo è creato.

E se è creato, deve esistere un Creatore. Ma quali caratteristiche ha questo Creatore? Secondo i credenti, il Creatore è Dio, e non è stato creato. Questa affermazione rende dunque falsa l’affermazione 1, che va rivista così:

1. Non tutto ciò che esiste è creato.

E ciò fa crollare tutto il ragionamento. Se alcune cose sono create ed altre no, può essere che il mondo sia stato creato oppure che non lo sia. Detto altrimenti: se Dio non è stato creato, allora può essere che anche il mondo non sia stato creato.

Sostenendo che Dio ha creato il mondo non siamo in una situazione diversa da quella di chi, avendo tra le mani un minuscolo frammento di un libro, così piccolo da contenere appena una parola, avanzasse la pretesa di sapere di che libro si tratta e chi lo ha scritto.

Di fatto, ai credenti interessa poco la questione dell’origine dell’Universo. Se la scienza dimostrasse che questo Universo ha in effetti origine da qualcosa, ma che questo qualcosa è diverso dal Dio di cui parla la loro religione – ad esempio un altro Universo – la loro delusione sarebbe enorme. Non importa, a chi crede, sapere da dove viene il mondo. Gli importa soltanto umanizzare il mondo. Credere che la nostra specie è importante, e che dunque è importante la sua piccola vita; sapere che non è un trascurabile dettaglio di un Universo freddo e distante.

La prova ontologica

La cosiddetta prova ontologica è la prova dell’esistenza di Dio meno usata dai credenti, perché non facilissima da comprendere, e più apprezzata dagli studiosi, che hanno impiegato non poche energie per difenderla o confutarla. È stata formulata dal teologo e filosofo Anselmo d’Aosta (1033–1109), che è stato proclamato santo e dottore della Chiesa.

Seguiamo il ragionamento di Anselmo. Possiamo definire Dio come ciò di cui non si può pensare il maggiore.

Ma certamente – scrive Anselmo – ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe più grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.3

Vediamo i passaggi logici:

1. Dio è colui di cui non si può pensare il maggiore.

2. Immaginiamo che, come sostengono gli atei, Dio esista solo nella nostra mente, dunque sia un essere solo immaginario.

3. Se così fosse, potremmo pensare un essere più grande di Dio, perché esistente (un essere di cui non si può pensare il maggiore che in più esiste).

4. Non possiamo dunque pensare che Dio non esista, perché se così fosse Dio non sarebbe colui di cui non si può pensare il maggiore.

Questo argomento suscitò già al tempo di Anselmo la risposta di un monaco, Gaunilone, in uno scritto intitolato Difesa dell’insipiente (Liber pro insipiente). L’insipiente, o sciocco, era l’ateo, al quale si rivolgevano gli argomenti di Anselmo. Gaunilone prende le sue difese naturalmente non perché ne condivida la negazione di Dio, ma per mostrare la debolezza del ragionamento di Anselmo. Il centro della sua critica è l’esempio dell’isola. Prendiamo un’isola perduta, dice, nella quale si trovi ogni genere di ricchezza, un’isola superiore a qualsiasi posto immaginabile. Quest’isola esiste o no? Se qualcuno dicesse che deve esistere per forza, perché se non esistesse non sarebbe perfetta, penseremmo che sta scherzando o che è stolto.4

Nonostante la replica di Gaunilone l’argomento è stato ripreso da Leibniz, uno dei maggiori filosofi moderni; attaccato da Immanuel Kant nella sua Critica della Ragion Pura (1781), ritorna nel Novecento in una nuova versione, altamente formalizzata, ad opera del matematico Kurt Gödel.

È un argomento sottile, ma fondato su un equivoco. Cosa vuol dire esistere? Come abbiamo visto, per Anselmo dire che Dio esiste significa che non è solo nel nostro intelletto. È fuori di noi. Ma può essere fuori di noi in due modi. Il primo è il modo ordinario, il modo in cui esiste una pietra. E questo modo ordinario di esistere si accerta attraverso i sensi: possiamo vedere e toccare la pietra, e questo ci dà la certezza della sua esistenza. Oppure può essere che esista al di fuori di noi pur senza essere sensibile. Questo modo di esistenza ci è estraneo, non appartiene al mondo dell’esperienza comune ma a quello della filosofia e della religione. Platone affermava che in una dimensione al di sopra del cielo, l’Iperunanio, esistono le Idee, e che queste Idee hanno un tipo di realtà più alta di quella delle cose del nostro mondo, e per questo non possono essere conosciute con i sensi, ma solo con la ragione.

Quando si parla di esistenza di Dio si parla dunque di questo genere di esistenza. Dio esiste fuori dalla nostra mente senza però che lo si possa cogliere con i sensi. Proviamo allora a riformulare il ragionamento. Se Dio esistesse solo nel nostro intelletto, non sarebbe l’essere di cui non si può pensare il maggiore. Ma perché? Perché è convinzione comune che un essere reale sia una cosa migliore di un essere semplicemente pensato. Una donna reale è preferibile a una donna solo pensata. Ma questo “è preferibile” ha bisogno dell’esperienza sensibile. È dal momento che abbiamo i sensi, che esprimiamo la preferenza per una cosa che si manifesta sensibilmente. Ma Dio è al di là dei sensi. Dunque per dimostrare l’esistenza di Dio, che è al di là dei sensi, abbiamo bisogno di un convinzione – “è preferibile” –  che deriva non dalla ragione, ma dall’esperienza sensibile. Possiamo dire che un Dio realmente esistente è più perfetto di un Dio che esiste solo nell’intelletto perché nell’esperienza comune consideriamo più perfetto ciò che si manifesta ai sensi rispetto a ciò che è solo pensato. Ma questa preferenza non è valida per Dio, che è al di là dei sensi. Dunque il discorso di Anselmo non è valido.

Anselmo afferma che se Dio esistesse solo nel nostro intelletto, non sarebbe ciò di cui non si può pensare il più grande, perché un Dio effettivamente esistente fuori dal nostro intelletto sarebbe più perfetto. Ma questa idea secondo la quale ciò che esiste fuori dall'intelletto è più perfetto appartiene al piano della comune esperienza sensibile. L’esempio di Anselmo è quello del pittore. Una immagine effettivamente dipinta su una tela è più reale di una immagine solo pensata. È evidente quindi che quando Anselmo parla di esistenza, qui, fa riferimento all’esistenza accertata dai sensi: l’esistenza dell’immagine sulla tela, che vedo e tocco.

Delle due l’una: o Dio appartiene all’insieme degli esseri la cui esistenza può essere accertata sensibilmente, e allora effettivamente deve esistere, perché se non esistesse non sarebbe perfetto, ma in questo caso in quanto essere sensibile sarebbe limitato e imperfetto come tutto ciò che è materiale e sensibile, e dunque non sarebbe Dio; oppure non appartiene all’insieme degli esseri sensibili, e allora una preferenza che vale per i soli esseri sensibili non può essere adoperata per dimostrarne l’esistenza.

Il “disegno intelligente”

Se Dio non c’è, come si spiega che il mondo sia così perfetto? Come si spiega il meccanismo estremamente complesso del corpo umano, ma anche di quello degli animali? Come si spiega l’abilità delle api nella costruzione delle loro arnie? Come si spiega la perfetta vita sociale delle formiche? Chi ha regolato gli infiniti processi della natura? Basta uno sguardo al mondo per renderci conto che esso funziona in modo intelligente, e che ciò non può essere opera del caso, ma il risultato della creazione di un Dio intelligente.

È questo l’argomento del disegno intelligente.

Una prima, semplice risposta che si può dare a questo argomento è che quando pensiamo a Dio non pensiamo tanto a un essere intelligente, quanto a un essere buono. La bontà e la giustizia sono le qualità più importanti di Dio; quanto all’intelligenza, non sono sicuro che si possa considerare granché intelligente il Dio che compare nella Bibbia e nel Corano. Dunque il mondo dovrebbe apparire soprattutto come un’opera della bontà. Ma non è affatto così. Anzi. Il mondo (o meglio: il nostro pianeta) è una scena terribile sulla quale in ogni istante compaiono un predatore e una preda. Gli animali si distruggono a vicenda: l’animale predato è a sua volta predatore; anche gli animali non predatori, più mansueti, per vivere hanno bisogno di distruggere grandi quantità di piante. A chi parla di disegno intelligente ricorrendo alla perfezione del corpo degli animali sfugge una cosa: quei corpi perfetti sono in un caso macchine per uccidere, in un altro semplice cibo. Se un Dio intelligente ha organizzato tutto ciò, bisogna pensare a un’intelligenza estremamente perversa.

Si obietterà che un mondo così infelice è la conseguenza del peccato. Una obiezione assurda, sia perché, come presto vedremo, se Adamo ha compiuto il male vuol dire che la possibilità del male era già in lui, ed essendo stato creato da Dio, non può che provenire da Dio stesso; sia perché a peccare è stato l’essere umano, e sfugge per quale ragione le conseguenze del suo peccato debbano pagarle migliaia di specie viventi.

Si può notare, ancora, che in questa presunta prova è all’opera un errore di prospettiva particolarmente frequente. Si parla di mondo, ma di fatto si discute della vita sul nostro pianeta. Che, come sappiamo, non è che un dettaglio trascurabilissimo dell’Universo. C’è intelligenza nell’Universo? In realtà ci troviamo soltanto di fronte a processi fisici e chimici che non ci dicono granché.

Quella che chiamiamo intelligenza nel mondo naturale non è che la presenza di mezzi adatti a un fine. Ci sembra intelligente l’ape che crea il miele, come anche il fiore che riesce ad attirare l’ape. Sappiamo, grazie a Darwin, che quella presunta intelligenza è indispensabile per la sopravvivenza dei fiori, delle api e di qualsiasi altro essere vivente. Le strategie, le organizzazioni, le strutture che ci sembrano intelligenti sono state selezionate con un processo durato milioni di anni, che ha portato le specie ad adattarsi sempre più efficacemente al loro ambiente (pena l’estinzione). Dietro questa intelligenza, cieca al bene (perché sopravvivere vuol dire, per lo più, catturare la preda o sfuggire al predatore), non c’è la libera azione di una intelligenza creatrice, ma la più feroce necessità: quella di sopravvivere.

Il miracolo

Chi crede non lo fa per lo più perché sia stato convinto da qualche prova. Come detto, le prove dell’esistenza di Dio hanno (o meglio: avevano) qualche rilevanza per teologi e filosofi, non certo per la gente comune. Che è ben altrimenti impressionata, invece, dai miracoli. Non è corretto ritenere che il miracolo sia alla base della fede. La base è un’altra: il semplice fatto di essere stati educati nella fede e di aver ricevuto dalla nascita un sistema di credenze, il senso di sicurezza, anche sociale, che viene dall’accettazione di questo sistema di credenze, il conforto e la consolazione nei momenti di bisogno che ci dà la convinzione che esista un Dio che si prende cura di noi. Quest’ultimo punto mette tuttavia in luce l’importanza del miracolo. Non si crede perché esistono i miracoli, ma chi crede ha bisogno di sentire che Dio interviene, e che dunque i miracoli sono possibili.

Esistono tre tipi di miracoli.

Consideriamo un primo caso. Una persona ha un cancro. Questo vuol dire che nel suo corpo alcune cellule hanno cominciato a riprodursi in un modo incontrollato e pericoloso per l’organismo. La scienza ha sviluppato alcune tecniche per contrastare il cancro, dalla chemioterapia all’immunoterapia. Tecniche che agiscono sul male fisico in modo fisico. Chi crede nei miracoli ritiene invece che il cancro possa essere fermato grazie all’intervento di Dio, senza che vi sia una azione propriamente fisica, ma con un’azione spirituale.

Il secondo caso è quello in cui Dio interviene per modificare il corso degli eventi. Riconsideriamo il caso di Alfredino Rampi. Il bambino cade nel pozzo. Milioni di persone pregano Dio di intervenire, di fare in modo che i soccorsi siano efficaci, che il bambino possa salvarsi. Non si tratta di agire sul su corpo modificandolo, ma di far sì che gli eventi vadano in un certo modo.

Il terzo caso è quello in cui Dio interviene per illuminare i singoli. Ad Auschwitz milioni di persone sono morte, uccise dalla follia criminale del nazismo. Molte di loro hanno pregato inutilmente il loro Dio. Che avrebbe potuto illuminare Hitler, fargli comprendere il suo errore, convertirlo al bene. Se invece lo avesse fatto morire (magari rendendo efficace l’attentato del 20 luglio del ’44, alla cui organizzazione partecipò Dietrich Bonhoeffer) sarebbe stato un miracolo riconducibile al secondo caso.

Non è difficile osservare che in tutti e tre i casi ci troviamo di fronte a una fede smentita costantemente dall’esperienza. Qualcuno ritiene di essere stato guarito da Dio da qualche grave malattia. Fortunatamente, quelli che si affidano solo a Dio, evitando anche le cure mediche, sono pochi; ma questo la dice lunga sulla reale fiducia nell’intervento divino. In ogni caso, è arbitrario attribuire a Dio ciò che invece è opera dei medici. Ma soprattutto, e purtroppo, il cancro e altre malattie uccidono ogni anno milioni di persone. Milioni di preghiere che non sono state ascoltate. Milioni di miracoli mancati.

Per quanto riguarda il secondo caso, basterebbe considerare la questione del piccolo Alfredino per far crollare – come è accaduto a chi scrive – qualsiasi fiducia in un intervento divino per modificare il corso degli eventi. E questo vale anche per il terzo caso: Dio non ha illuminato Hitler, né lo ha punito per il modo empio in cui ha usato il motto “Gott mit uns” (“Dio è con noi”).

La fede nei miracoli fa parte del pensiero magico, e la caratteristica del pensiero magico è che resiste a qualsiasi smentita dell’esperienza. Tizio non è guarito dal suo cancro, pur avendo pregato ardentemente? Può essere che la fede di Tizio non fosse proprio limpida, o che Dio lo abbia punito per i suoi peccati precedenti. O, semplicemente, “il volere di Dio è imperscrutabile”.

Dio non è intervenuto per salvare gli ebrei ad Auschwitz? Può essere, dicono, che quella tragedia facesse parte di un piano più ampio che non possiamo comprendere. Tutta la filosofia della storia di Hegel è basata su questo assunto. La storia procede verso il meglio, ma questo cammino prevede anche tappe dolorose. Dio ha un piano che non possiamo comprendere, e questo piano può implicare anche fasi di apparente abbandono. Argomento al quale si può rispondere con le parole di Ivan Karamazov. Non c’è armonia futura, conciliazione, realizzazione di qualsiasi Regno di Dio che possa compensare lo strazio di bambini martirizzati. “Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate”, afferma Ivan.5 Possiamo non comprendere il piano di Dio. Ma che il sacrificio di un bambino sia irredimibile è una cosa che possiamo comprendere benissimo.

C’è poi il rispetto della libertà. Dio non avrebbe potuto illuminare Hitler, perché non avrebbe rispettato il suo libero arbitrio. Ma se le cose stanno così, non si comprende come mai papa Bergoglio, ad esempio, preghi dicendo:

Dio onnipotente ed eterno, nelle tue mani sono le speranze degli uomini e i diritti di ogni popolo: assisti con la tua sapienza coloro che ci governano, perché con il tuo aiuto promuovano su tutta la terra una pace duratura, la prosperità dei popoli e la libertà religiosa.6

Se Dio non può intervenire per cambiare il corso degli eventi, o meglio: se il corso degli eventi segue logiche divine che noi non possiamo comprendere, allora non ha alcun senso pregare Dio. Né ha alcun senso chiedere che Dio assista coloro che governano. Se avesse potuto farlo, avrebbe assistito con la sua sapienza Hitler, e non avremmo avuto Auschwitz. O Dio può intervenire nella storia, e allora pregare ha un senso, ma la storia dimostra abbondantemente che Dio non interviene, o Dio non può intervenire, perché la storia segue logiche che non possiamo comprendere e non è possibile nemmeno a Dio cambiare la volontà degli uomini, e allora la preghiera non ha senso, e di fronte a qualunque tragedia storica i cristiani dovrebbero restare in silenzio.

Su Auschwitz

Fermiamoci ancora un po’ a riflettere su Auschwitz, che considereremo il simbolo di tutte le tragedie causate dall’uomo. La questione è: perché Dio ha permesso Auschwitz? Perché non è intervenuto? La domanda ha reso attuale un antico dilemma formulato dal filosofo Epicuro:7 se Dio non interviene per eliminare il male, le cose sono due: o può, ma non vuole, e dunque è potente ma non buono, oppure vuole, ma non può, e dunque è buono ma impotente.

La questione del male prende oggi la forma di una domanda particolare: se esiste Dio, perché Auschwitz? È facile rispondere che Auschwitz è stata una creazione umana, espressione della nostra malvagità, e dunque Dio non c’entra. Ma la cosa non è così facile. Ciò significa, in primo luogo, negare qualsiasi intervento di Dio nella storia. Se il male si afferma nella storia in forme così crudeli, allora non esiste alcuna Provvidenza, e la storia è una scena tragica sulla quale si esprimono le peggiori passioni umane. Questo vuol dire anche che qualsiasi preghiera a Dio per intervenire, ad esempio per evitare una guerra, non ha alcun senso. Se avesse potuto, sarebbe intervenuto per evitare gli errori di Hitler. Appellarsi all’imperscrutabilità, affermando che i piani di Dio sono complessi e al di là della nostra comprensione, compromette due aspetti importanti della concezione di Dio: la sua intelligibilità – Dio si manifesta, parla all’essere umano, spiega i suoi piani – e la sua onnipotenza. Dov’è la potenza di Dio, se per realizzare i suoi fini deve consentire una così terribile manifestazione del male?

Auschwitz significa milioni di preghiere che sono rimaste inascoltate. Perché? È confortante che nessun teologo cristiano abbia sostenuto che le preghiere degli ebrei sono rimaste inascoltate perché, appunto, erano ebrei, e dunque pregavano il Dio sbagliato. C’è il riconoscimento implicito che la preghiera di un ebreo vale quanto quella di un cristiano e che Dio non fa distinzioni. Perché dunque Dio non ha ascoltato le preghiere? Per molti ebrei, come Primo Levi, la risposta è semplice: perché non c’è nessun Dio.8 Un altro ebreo, il filosofo Hans Jonas, ha cercato di rispondere salvaguardando la fede. Le possibilità, per Jonas, sono due: Dio avrebbe potuto salvare gli ebrei, ma ha preferito non farlo: era potente ma non buono; oppure avrebbe voluto salvarli, ma non ha potuto: era buono, ma impotente.

Auschwitz dunque costringe a scegliere tra due caratteristiche di Dio: la potenza e la bontà. Per Jonas non possiamo in alcun modo rinunciare alla bontà di Dio. Dobbiamo dunque pensare che Dio non ha salvato di ebrei semplicemente perché non poteva. Dio è buono, ma impotente. Jonas riprende un mito della qabbalah, la mistica ebraica. Quando ha creato il mondo, Dio ha dovuto in qualche modo ritrarsi, contrarsi, indebolirsi. Dando vita al mondo e quindi all’essere umano, si è ridotto per lasciar spazio ad altro. “Dopo essersi affidato totalmente al divenire del mondo, Dio non ha più nulla da dare: ora tocca all’uomo dare”9, scrive Jonas.

È una soluzione molto suggestiva, che ha il merito di affermare l’assoluta responsabilità storica dell’essere umano, e che trova risonanza anche nel pensiero cristiano, nella riflessione di autori come Bonhoeffer o il nostro Sergio Quinzio. Resta tuttavia una soluzione intellettuale, non accettata dalla dottrina ufficiale delle Chiese e lontanissima della sensibilità e dalle convinzioni dei credenti, che continuano a pregare Dio affinché intervenga nella vita dei singoli e in quella dei popoli.  La concezione di un Dio impotente è stata apertamente rigettata da papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est:

Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che “stia dormendo” (cfr 1 Re 18, 27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella “bontà di Dio” e nel “suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.10

Soprattutto, è una concezione in aperto contrasto con la Bibbia, che costantemente afferma il potete di Dio, al punto tale che non è azzardato sostenere che questo suo tratto sia più importante, nel testi sacri, della bontà e della giustizia.

Ma l’alternativa è il silenzio incomprensibile di Dio.

La rivelazione

La fede non si fonda sulle prove dell’esistenza di Dio; il tentativo di provarne l’esistenza compare quando la fede è già messa in discussione dalla ragione e si avverte la necessità di giustificare in modo razionale ciò che evidentemente è al di sotto della ragione. Il vero fondamento della fede è la rivelazione di Dio, che per i credenti nei tre monoteismi è contenuta nei libri sacri: la Tanak per gli ebrei, che i cristiani chiamano Antico Testamento; la Bibbia per i cristiani, che comprende l’Antico e il Nuovo Testamento, ossia la raccolta dei Vangeli, degli Atti e delle Lettere degli Apostoli e dell’Apocalisse, e il Corano. Questi testi per i credenti sono ispirati da Dio, ne esprimono il messaggio ed indicano la via per giungere a lui; poiché Dio è il bene, i testi sacri sono la via che conduce al bene.

Stando così le cose, ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte a testi chiari e limpidi (se Dio è luce, non dovrebbe esprimersi con la massima chiarezza?), privi di contraddizioni, ma soprattutto eticamente altissimi. Libri nei quali trovare una espressione del bene priva di qualsiasi ambiguità e in grado di condurre la vita umana verso le più alte vette morali.

Non è proprio così.

La Bibbia è un insieme di testi pieni di assurdità, di contraddizioni, di parti incomprensibili, di comportamenti bizzarri, ma soprattutto di atrocità. Di violenza terribile. Assurdità, contraddizioni, violenza che si incontrano quasi ad ogni pagina, ad ogni passo, ed è un fenomeno psicologico del massimo interesse il fatto che i credenti riescano a leggere un testo senza accorgersi che esso dice cose inaccettabili. È possibile passare una vita intera a leggere la Bibbia senza mai vedere tutto ciò che può essere disturbante. Ma accade anche un’altra cosa, molto pericolosa. Quando ci si accorge – o quando si è costretti ad accorgersi – di un passo disturbante, si attivano strategie argomentative (di cui parleremo più oltre) per rendere quel passo, quell’episodio, quella norma accettabili. Il pericolo è nel fatto che ci si esercita a giustificare l’ingiustificabile, e questa pratica può avere conseguenze terribili se applicata al presente.

Poiché questa è una breve introduzione all’ateismo, non è possibile una analisi puntuale, libro per libro, della Bibbia. Mi soffermerò su alcuni punti, che da soli saranno sufficienti a mostrare il carattere perfino diseducativo della lettura della Bibbia.

Intanto qualche considerazione sull’islam.

L’islam

L’ateismo si è sviluppato in Occidente soprattutto tra il Sei e Settecento, in un contesto culturale e filosofico caratterizzato dalla diffusione di una concezione materalistica della realtà, dall’attacco alle superstizioni e ai miracoli, dalla lettura filologica e critica delle Scritture e dalla denuncia del potere ecclesiastico. Gran parte di questi temi culturali hanno trovato massima espressione nell’Illuminismo, che però è stato solo in piccola parte ateistico (ad esempio con Paul Henri Thiry d’Holbach), preferendo la posizione più prudente dei deismo, che afferma l’esistenza di un Dio concepito razionalmente e rifiuta come superstizione tutto ciò che ne dicono le religioni. In questo periodo nasce anche, in Europa, la cultura della tolleranza. Autori come Spinoza, Locke e Voltaire denunciano gli orrori del fanatismo e invocano il rispetto della diversità di pensiero e di credo. Ciò non impedisce a Voltaire, ad esempio, di attaccare il cattolicesimo con tutte le armi della sua erudizione, della sua scrittura elegante e della sua implacabile ironia.

L’ateismo occidentale si trova in difficoltà di fronte all’islam. Sia perché si è sviluppato in costante confronto polemico con il cristianesimo, e dunque gli manca spesso anche una base di conoscenza adeguata per poter usare con l’islam strumenti critici raffinati, e sia perché attaccare l’islam appare in contrasto con quel principio di tolleranza e di rispetto del diverso che fa parte della costellazione di valori di un ateo. Perché in Paesi come il nostro l’islam è la religione di una minoranza, ed attaccare una minoranza crea disagio a chi, come l’ateo, è da sempre in lotta contro la maggioranza.

È d’altra parte evidente che l’islam è in continuità con gli altri due monoteismi, e non può che essere accomunato ad essi nella critica. Nei confronti dell’ebraismo e del cristianesimo l’islam opera quello che, nei termini di Hegel, si può definire superamento dialettico. Il Corano supera, come rivelazione definitiva, sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Superandoli, però, non li cancella. Troviamo nel Corano molti dei personaggi della Bibbia, a cominciare da Gesù e dalla Madonna, ma con un ruolo diverso: Gesù, in particolare, non è il Figlio di Dio – Dio è unico, e questa è la principale verità di fede dell’islam – ma un semplice profeta.

Del monoteismo l’islam conserva la violenza, di cui analizzeremo le ragioni e le dinamiche. Il Dio unico non è conciliabile, non consente alcun incontro o scambio religioso. Quando un popolo guidato da un Dio unico incontra un popolo che ha un altro Dio o altri Dei, la guerra è inevitabile.

Nella visione islamica, non meno che in quella ebraica e in quella cristiana, il mondo si divide in noi e loro. Da una parte i credenti, dall’altra i miscredenti. Vedremo che c’è un paradosso, nel Vangelo: non è possibile salvarsi senza credere in Cristo, ma al tempo stesso nessuno può andare al Cristo se non è il Padre stesso che lo attira. Un simile paradosso compare nel Corano. Dei miscredenti si legge:

Quanto a quelli che non credono, a loro non fa differenza che tu li avverta oppure no: non crederanno.

Allah ha posto un sigillo sui loro cuori e sulle loro orecchie e sui loro occhi c’è un velo; avranno un castigo immenso. (Sura II, 6-7)11

I miscredenti saranno castigati in modo immenso, pur non avendo alcuna colpa, perché è stato Dio stesso a renderli incapaci di credere.

Ma chi sono, davvero, i miscredenti? Sono gli atei, o tutti coloro che hanno una religione diversa da quella musulmana? Come qualsiasi testo, il Corano non sfugge all’interpretazione. Nella stessa Sura citata si legge:

In verità coloro che credono e i giudei, nazareni o sabei, tutti quelli che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti. (Sura II, 62)

Il senso sembra chiaro: ebrei e cristiani sono da considerare credenti e dunque assimilati ai musulmani. Ma il traduttore italiano avverte che non è così. Tutta l’esegesi, spiega, afferma che il passo

si riferisce a quelli che vissero prima della rivelazione del Corano e della missione profetica affidata a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Non c’è nessuna alternativa all’Islàm (vedi III, 85).12

Seguiamo la sua indicazione e leggiamo il versetto 85 della sura III:

Chi vuole una religione diversa dall’Islàm, il suo culto non sarà accettato, e nell’altra vita sarà tra i perdenti.

È una affermazione piuttosto scontata. I seguaci di qualsiasi religione ritengono che la salvezza sia riservata solo a loro, e solo negli ultimi decenni in alcuni ambiti religiosi si comincia ad ammettere che qualcuno potrebbe salvarsi anche se non aderente alla propria parte religiosa. Il problema qui è un altro. Chi non è musulmano sarà lasciato libero di essere perdente nell’altra vita, o il fatto che Allah non accetti il loro culto è una ragione per perseguitarli già in questa vita? Leggiamo quello che segue:

Loro ricompensa sarà la maledizione di Allah, degli angeli e di tutti gli uomini.

[Rimarranno in essa] in perpetuo. Il castigo non sarà loro alleviato e non avranno alcuna dilazione,

eccetto coloro che poi si pentiranno e si emenderanno, poiché Allah è perdonatore, misericordioso. (Sura III, 87-89)

Al musulmano chiunque abbia una religione diversa dalla sua apparirà come un maledetto non solo da Dio, ma anche dagli uomini; e in quanto musulmano lui stesso, evidentemente, sarà tra gli uomini chiamati a maledirlo.

D’altra parte il Corano afferma senza alcuna ambiguità che

Non c’è costrizione nella religione. (Sura II, 256)

E questo dovrebbe risolvere la faccenda. E invece no, perché nell’islam non c’è solo il Corano, ma anche gli hadith, i detti del profeta, diversi dei quali affermano che l’apostata, colui che abbandona l’islam, dovrà essere messo a morte. E di fatto ancora oggi in diversi Paesi musulmani si può essere condannati a morte per apostasia, oltre che per blasfemia.

Nel Corano, dunque, come in ogni testo, ci sono aperture e chiusure. È un libro che ha fondato civiltà avanzatissime, raffinate, culturalmente evolute e tolleranti e regimi oscurantisti e violenti. Ha dei contenuti oggettivamente violenti, ma non più violenti di quelli della Bibbia. Una analisi testuale comparativa della Bibbia e del Corano compiuta qualche anno fa da un informatico americano ha rivelato che i contenuti violenti sono più frequenti nel testo sacro di ebrei e cristiani che in quello dei musulmani.13 Una conclusione che può sorprendere solo chi non ha mai letto la Bibbia.

C’è però una differenza importante, e riguarda l’approccio al testo. Le società occidentali si sono progressivamente secolarizzate. Lo sviluppo della critica religiosa e del libero pensiero hanno relativizzato la centralità delle categorie religiose e il modo di approcciarsi al testo sacro degli stessi credenti. L’islam ha subito una evoluzione diversa, anche a causa delle diverse forme di oppressione subite dal mondo occidentale. Il modello sociale e culturale occidentale ha suscitato, in paesi come l’Iran, un vero rigetto; e l’Islam è stato pensato in opposizione al mondo secolarizzato. Ciò ha condotto a una lettura fondamentalistica del Corano che fa sì che esso, pur non contenendo più violenza della Bibbia, possa di fatto generare effetti più violenti, anche nel mondo occidentale. Ma è una differenza che appare sempre meno significativa alla luce della crescita del fondamentalismo cristiano in Paesi come gli Stati Uniti e la Russia.

Note

  1. D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015. Bonhoeffer scrisse queste lettere nel carcere in cui era rinchiuso per aver attentato alla vita di Hitler. La sua condanna a morte fu eseguita il 9 aprile 1945. ↩

  2. Sul corpo di Dio si veda il libro di Francesca Stavrakopoulou Anatomia di Dio, Bollati Boringhieri, Torino 2022. ↩

  3. Anselmo d’Aosta, Proslogio, 2, in Id., Opere filosofiche, Bompiani, Milano 2008, p. 76. ↩

  4. Il testo di Gaunilone si trova in Anselmo d’Aosta, Monologio e Proslogio, Bompiani, Milano 2009, p. 375. ↩

  5. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Newton Compton, Roma 2010, p. 256. ↩

  6. Preghiera del Venerdì Santo del 2022, durante la guerra in Ucraina. ↩

  7. A lui attribuito dall’apologeta romano Lattanzio del suo De ira Dei (13, 20-21). ↩

  8. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986. ↩

  9. H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, il melangolo, Genova 2005, p. 39. ↩

  10. Benedetto XVI, Deus caritas est, § 38. ↩

  11. La traduzione del Corano adoperata è quella di Hamza Roberto Piccardo (Newton Compton, Roma 2001). ↩

  12. Ivi, p. 34, nota 56. ↩

  13. G. Bowden, Bible And Quran Text Analysis Reveals “Violence” More Common In Old And New Testament, in “The Huffington Post UK” (url: https://www.huffingtonpost.co.uk), 9 febbraio 2016. ↩

Capitolo 2

La gloriosa macelleria di Dio

Una storia senza capo né coda

Consideriamo intanto il quadro generale, per così dire, della storia della salvezza secondo la Bibbia cristiana. In principio Dio ha creato l’uomo, Adamo, e la donna, Eva. I quali, come tutti sanno, hanno peccato mangiando in Paradiso l’albero della conoscenza del bene e del male. In conseguenza di questo peccato sono stati cacciati dal Paradiso – con l’invito a crescere e moltiplicarsi – e sono diventati mortali. Ma a Dio non basta. Appena comincia a moltiplicarsi, l’umanità viene a noia a Dio, che decide di sterminarla. Non solo: decide di sterminare anche gli animali, che non si capisce quale colpa possano avere non possedendo il libero arbitrio.

Il Signore disse: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti. (Genesi 6: 7)1

Quale peccato hanno compiuto i rettili, le mucche, gli uccelli? Ci si potrebbe chiedere anche quale peccato abbiano compiuto i bambini, a dire il vero, visto che Dio massacra anche loro. Risparmia solo Noè e la sua famiglia e due esemplari di ogni specie vivente. E poi manda il diluvio: il suo primo crimine.

Dopo il diluvio comincia la storia umana. Che però per la Bibbia non è la storia dell’umanità, ma la storia di un particolare popolo: Israele. Che Dio segue e indirizza, spingendolo a conquistare una terra occupata già da altri popoli – da altri esseri umani creati da lui – che, nella sua infinita bontà, incita Israele a massacrare senza pietà. Ma Dio non manca di minacciare di continuo il suo stesso popolo, perché è un Dio geloso, possessivo, iracondo. A un certo punto, però, decide di riconciliarsi con l’umanità, che come abbiamo detto per lui coincide con il popolo ebraico. Logica vorrebbe che facesse sapere in qualche modo che non è arrabbiato. Mandare suo Figlio potrebbe essere una buona idea. Ma la mente di Dio non è così semplice, come dimostra ampiamente l’Antico Testamento. Dio manda sì suo Figlio, Gesù, ma affinché gli esseri umani lo ammazzino. O meglio: lo sacrifichino. Solo dopo questo sacrificio Dio potrà far pace con l’umanità. Cioè: potrà far pace solo dopo che avranno ammazzato suo Figlio. Ma attenzione: questo non vuol dire che faccia pace con tutti. Alcuni sono esclusi dalla riconciliazione. E non si tratta dei malvagi, ma di coloro che non crederanno che Gesù sia Figlio di Dio.

Ci sono storie che sono logiche, credibili, razionali. Ci sono storie che non sono credibili e razionali, ma che tuttavia hanno una loro logica interna. Le fiabe sono piene di elementi irrazionali e nessuno crede che ciò che raccontano sia davvero accaduto, e tuttavia hanno un senso e una logica, al punto che è possibile individuarne – come ha fatto lo studioso russo Vladimir Propp – una sorta di struttura universale. Questa storia invece non ha nessuna logica. Non ha capo né coda, neanche per chi è disposto a mettere da parte la concezione corrente di logica per disporsi a entrare in una narrazione mitica e simbolica.

Il peccato

Per il cristianesimo il male è la conseguenza del peccato di Adamo. Ma è una concezione che sposta il problema, non lo risolve. Dio ha dato un ordine ad Adamo, quello di non mangiare i frutti di un certo albero. E Adamo ha disobbedito. Ha agito facendo uso della libertà che fa parte della sua natura. Una persona radicalmente buona usa la libertà sempre in modo positivo. Anche se ha la possibilità di fare il male, non lo fa. Ma Adamo è in condizione di fare il male? L’albero i cui frutti gli sono stati vietati è proprio l’albero della conoscenza del bene e del male:

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire.” (Genesi 2:16-17)

Prima di averne mangiati i frutti, dunque, Adamo non poteva avere nessuna conoscenza del bene e del male e di conseguenza non era nelle condizioni di sapere che disobbedire a Dio era male. Ma il punto è un altro. Se Adamo ed Eva, posti nella libera possibilità di fare il bene o il male, hanno scelto di fare il male, è perché nella loro natura c’era una inclinazione al male, o almeno una doppia inclinazione: al bene e al male. Nessuno, pur essendo libero, fa il male se non c’è in lui una inclinazione al male. Ma da dove viene questa inclinazione, se non da Dio? Adamo ed Eva sono creature di Dio, tutto ciò che è in loro viene da Dio.

Si obietterà che sono stati tentati e corrotti dal serpente, cioè dal Diavolo. In realtà il serpente di cui parla il libro della Genesi ha poco a che fare con il Diavolo. La figura del Diavolo, come vedremo, è una costruzione successiva, legata soprattutto al Libro di Enoc, e che solo a posteriori è stata collegata ad alcuni episodi e personaggi biblici (come il Satana che compare nel libro di Giobbe, che è in realtà una sorta di funzionario al servizio di Dio). Ma poniamo che Satana abbia effettivamente tentato e corrotto Adamo ed Eva. Dunque Satana era malvagio, anzi il Male stesso. Ma da dove viene Satana? Le possibilità sono due. La prima è che sia un Principio eterno del male, un anti-Dio. Ma questo significa allora che Dio non è l’unico Dio, ma uno dei due Principi all’origine del mondo. Una concezione affine allo zoroastrismo, ma lontana dal cristianesimo, per il quale Dio è l’origine unica del mondo, e dunque anche del Diavolo. Comunque si consideri la questione, la conclusione non può che essere che se esiste il male nel mondo, viene da Dio, se Dio è l’origine di tutto. Ma questo vuol dire che Dio stesso ha in sé il male. E dunque non è il Bene.

Il problema è come conciliare l’idea di una Origine del mondo assolutamente pura con l’impurità che è nel mondo. Se c’è un rapporto di causa ed effetto tra Dio e mondo, allora tutto il male che è nel mondo viene da Dio. E dunque Dio stesso ne è responsabile.

Il pensiero occidentale ha tentato diverse vie per risolvere la contraddizione, immaginando ad esempio una emanazione del mondo materiale da Dio con livelli di realtà sempre meno puri e dunque sempre più esposti al male ed all’oscurità, ma senza realmente risolverla: se la realtà che proviene da Dio si fa progressivamente meno pura, ciò accade perché c’è un principio di corruzione ed imperfezione la cui origine, essendo Dio l’Origine di tutto, non può che essere in Dio stesso.

Leggiamo ancora il passo dell’azione che, secondo la Bibbia, avrebbe condannato l’umanità alla perdizione:

Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. (Genesi 3:6)

Ciò che Eva cerca, mangiando il frutto, è la saggezza. Qui è interessante dare uno sguardo alle altre traduzioni. La Nuovissima versione della San Paolo traduce “attraente per avere successo”, con una resa che ha successo nel presentare Eva in una luce frivola. La Nuova riveduta della Società biblica di Ginevra rende con: “per acquistare conoscenza”. La Nuova Diodati, versione di riferimento dei protestanti: “per rendere uno intelligente”. La vecchia Bibbia di Antonio Martini tralasciava qualsiasi considerazione su saggezza o conoscenza; il frutto banalmente è “appetitoso all’aspetto”.

Il testo ebraico dice le-haskil.2 Si tratta della forma hifil, ossia causativa attiva, del verbo sachal, che include il considerare con attenzione, l’essere prudenti, il ponderare e da ultimo, evidentemente come risultato di un tale modo di agire, l’avere successo.3 La traduzione più aderente è dunque senza alcun dubbio quella che evoca la saggezza, vale a dire una conoscenza non fine sé stessa, ma al servizio di un’azione giusta. Possono essere fuorvianti invece i riferimenti all’intelligenza o alla conoscenza, poiché queste due cose possono non essere prive di arroganza, mentre ciò che spinge Eva a mangiare il frutto è il desiderio di quel sapere equilibrato che chiamiamo appunto saggezza, un bene che la Bibbia associa spesso a Dio. Ma se Dio stesso è saggezza, non si può dire che il peccato di Eva consiste nel desiderio di Dio? Del resto, se l’albero consente la conoscenza del bene e del male, e se Dio è il Bene, senza aver mangiato il frutto di quell’albero non è possibile nemmeno la conoscenza di Dio, che per i credenti è lo scopo stesso dell’essere umano.

La famiglia biblica

Adamo ed Eva hanno due figli, Caino ed Abele. Caino è agricoltore, Abele pastore. Pastori ed agricoltori non sono andati mai troppo d’accordo, e nemmeno i primi fratelli della storia si amano. Ma Dio c’entra qualcosa: perché Caino offre a Dio i frutti della terra, Abele invece offre i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. In sostanza, uccide degli agnelli in onore di Dio. E ci troviamo subito di fronte a una miseria morale. Comunque la si pensi riguardo al vegetarianesimo, ci si aspetterebbe da un Dio buono la scelta di una offerta incruenta. E invece no. Dio apprezza il sacrificio di Abele, gli piace che in suo onore vengano sgozzati degli esseri innocenti. Non gli piace invece l’offerta priva di spargimento di sangue di Caino. Come un cattivo padre, mette un fratello contro l’altro. Caino uccide Abele, Dio lo scopre, si arrabbia con lui e lo caccia, condannandolo a fuggire e nascondersi per tutta la vita (Genesi 4:1-16).

A questo punto la Bibbia ci informa che Caino “conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc” (Genesi 4:17). Ma c’è qualcosa che non torna. Da dove salta fuori la moglie di Caino? Sappiamo che esistono solo tre esseri umani: Adamo ed Eva e il loro figlio Caino (Abele è morto). L’unica donna esistente è Eva. Le ipotesi sono due. La prima è che in realtà Caino sia partito in compagnia di sua madre Eva, con la quale poi si è sposato ed ha partorito Enoc. La seconda ipotesi è che nel frattempo, anche se il libro non lo dice, Adamo ed Eva si sono dati ulteriormente da fare ed è nata qualche altra figlia, con cui Caino è partito e che ha preso in moglie. In entrambi i casi, comunque, si tratta di incesto.

Questa famiglia primordiale è dunque una famiglia nella quale è lecito l’incesto, considerato invece tabù da quasi tutti i popoli.

Abbiamo detto che il figlio di Caino si chiama Enoc. Enoc a sua volta mette al mondo un figlio. Accoppiandosi con chi? Anche in questo caso, con la madre, che è pure zia, o con una ipotetica sorella. Da Enoc nasce Irad, da Irad Mecuaiel, da Mecuaiel Matusael e da Matusael Lamech. Arrivati a questo punto, il problema delle donne doveva essere stato risolto. Se Caino fu costretto ad accoppiarsi con la madre o la sorella, “Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l’altra chiamata Silla” (Genesi 4:19).

Dunque quella biblica, stando almeno al libro della Genesi, è una famiglia nella quale si praticano l’incesto e la poligamia. Vedremo tra un po’, con Abramo e sua moglie Sarai, pratiche perfino più bizzarre. Intanto occorre notare che per le autorità religiose questa famiglia costituisce un modello ancora valido. Rivolgendosi nel 2013 ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani papa Francesco dice, tra l’altro: “Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità”.4 Che è un buon esempio di come si possa far dire alla Bibbia letteralmente tutto quello che si vuole.

Dio ci riprova

La creazione di Adamo ed Eva è stata a quanto pare solo una prova non andata a buon fine. Il buon Dio guarda il mondo umano e lo trova pieno di male.

Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. (Genesi 6:5).

Quali fossero le colpe ulteriori di questa umanità promordiale non è dato sapere. Sappiamo solo che a Dio gli esseri umani, che ha creato lui, che erano suoi figli, non piacevano. E Dio fa quello che farebbe qualsiasi padre amorevole con dei figli problematici: li uccide. Stermina tutta l’umanità.

Voglio ancora una volta portare l’attenzione su un particolare che in genere sfugge. Il Signore dice:

Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti. (Genesi 6: 7)

Può essere che gli umani avessero fatto del male, anche se non è possibile, come detto, spiegarsi l’origine di questa tendenza al male se non cercandola in Dio stesso. Ma ancora una volta chiedo: perché gli animali? Non sono dotati di libero arbitrio, e dunque non sono nemmeno capaci di fare il male. Perché Dio decide di distruggere ogni essere vivente, dopo averlo creato? Di fatto, si comporta come un bambino capriccioso che distrugge il castello di sabbia che lui stesso ha fatto, e che ora non gli piace più.

Ma la distruzione non è totale. Dio salva dal diluvio Noè, che ha appena seicento anni, e la sua famiglia, insieme a sette coppie di animali puri e un solo paio per gli animali impuri. Come mai se tutti gli animali sono stati creati da Dio alcuni siano puri e altri impuri è uno dei misteri della fede.

Con Noè si ricomincia, dunque.

A diluvio finito, Dio si pente una seconda volta. Prima si era pentito di aver creato l’essere umano. Ora si pente di averlo distrutto. Sceso dall’arca, Noè prende un po’ di animali puri, li ammazza e li brucia.

Il Signore ne odorò il profumo gradito e disse in cuor suo: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.” (Genesi 8:21)

Il Signore, che ha creato gli animali, prova piacere sentendo l’odore che proviene dalla combustione dei loro cadaveri. E si impegna a non fare più quello che ha fatto, perché il cuore dell’uomo è incline al male: ossia esattamente per le ragioni per le quali ha fatto quello che ha fatto.

Mi pare che sia qui evidente uno dei problemi del monoteismo. Dio è solo. Maledettamente solo. Una solitudine psicologicamente dannosa. Nei pantheon affollati la vita degli Dei è infinitamente più piacevole: fanno vita sociale, si innamorano, si accoppiano, litigano. Qui abbiamo invece un Dio costantemente alle prese con sé stesso e con la sua infelice copia umana. E Freud non è ancora nato.

Una brutta storia

Noè ha tre figli: Sam, Cam e Iafet. Non tanti, considerando che quando è entrato nell’arca aveva seicento anni, e quindi di tempo per riprodursi con sua moglie ne ha avuto parecchio. La prima cosa che fa dopo la fine del diluvio è piantare una vigna e fare il vino. E un giorno, ecco, si ubriaca e si spoglia nudo nella sua tenda. Entra Cam, che lo vede e va a raccontare la cosa ai suoi fratelli. I quali prendono un mantello e, camminando a ritroso, lo gettano addosso al padre, senza dunque vederlo nudo.

Quando Noè si riprende dalla sbronza, si arrabbia con Cam, colpevole di averlo visto nudo. E lo maledice.

Sia maledetto Canaan!\

Schiavo degli schiavi\

sarà per i suoi fratelli! (Genesi 9:25)

Benedice invece gli altri figli, dando loro il diritto di schiavizzare Cam.

Sembra una storia idiota, che rivela ancora una volta la singolare concezione della paternità di chi ha scritto la Bibbia. È invece una brutta storia. Una storia che ha avuto effetti terribili sulla vita di milioni di persone.

Quella della Genesi è una storia delle origini. Stiamo parlando di quelli che il mito ebraico-cristiano ritiene i primi esseri umani. Da essi discendono tutti i popoli. Quando Noè benedice Sem e Iafet e maledice Cam, sta benedicendo e maledicendo i popoli che da loro discenderanno. Non è difficile capire quali siano i popoli che discendono da Sem: i semiti, appunto, ossia i popoli medio-orientali. Dai figli di Iafet, dice la Genesi

derivarono le genti disperse per le isole, nei loro territori, ciascuna secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle rispettive nazioni. (Genesi 10:5)

Non è facilissimo capire a quali genti si riferisca, ma la tradizione ha identificato questi popoli con quelli indo-europei. Quanto a Cam, i suoi discendenti sono i popoli africani, come gli egiziani e gli etiopi, e quelli di Canaan, di cui ci occuperemo tra poco.

Ecco dunque il significato di quel passo: i bianchi discendenti di Iafet e i semiti discendenti di Sem hanno il diritto di ridurre in schiavitù i neri discendenti di Cam: i camiti.

Questo diritto fondato su una storiella biblica oggi fa sorridere, ma occorre considerare che fino a tempi piuttosto recenti la Bibbia è stata il testo ricettacolo di ogni verità per l’Occidente. Ancora negli Stati Uniti ai tempi della Guerra di secessione la riduzione in schiavitù dei neri veniva giustificata ricorrendo a quel passo biblico. Siamo qui di fronte al fondamento biblico del razzismo e del colonialismo, l’autogiustificazione delle più terribili atrocità compiute dai bianchi sui neri, con l’autorizzazione di Dio e del suo presunto testo sacro.

Il mandato di Abramo

Abramo compare all’improvviso nella Bibbia, dopo una lunga e noiosissima elencazione di patriarchi. Di cui sappiamo solo che era figlio di un tale Terach e che sua moglie, Sarai, era sterile. Ed ecco che all’improvviso Dio parla proprio a lui, per mettere in moto la storia di Israele:

Vattene dalla tua terra,\

dalla tua parentela\

e dalla casa di tuo padre,\

verso la terra che io ti indicherò.\

Farò di te una grande nazione\

e ti benedirò,\

renderò grande il tuo nome\

e possa tu essere una benedizione.\

Benedirò coloro che ti benediranno\

e coloro che ti malediranno maledirò,\

e in te si diranno benedette\

tutte le famiglie della terra. (Genesi 12:1-3)

Quali particolari virtù umane o religiose avesse Abramo per essere prescelto da Dio per questa missione, non è dato saperlo. Da quello che leggiamo nel seguito della storia emerge a dire il vero il profilo di un uomo dai modi di fare per così dire discutibili. Seguendo l’invito, la promessa o il comando di Dio, quest’uomo si mette in cammino per la terra di Canaan, che copriva un’area comprendente all’incirca Palestina, Libano e Siria. Ma quando vi giunge non trova granché: la terra indicata da Dio è in preda a una carestia, e per questo è costretto a ripiegare con i suoi verso il ricco Egitto. Ma come entarvi? Evidentemente non solo oggi i migranti hanno problemi alla frontiera. La soluzione di Abramo non è proprio da sant’uomo. Pare che sua moglie, Sarai, fosse una gran bella donna, per cui Abramo escogita questo espediente: non diranno che è sua moglie, faranno finta che sia sua sorella. In questo modo gli egiziani la porteranno dal faraone e, grazie a lei, Abramo sarà accolto con tutti gli onori (Genesi 12:10-20).

In sostanza, Abramo fa prostituire sua moglie per entrare in Egitto.

Piuttosto singolare è anche il modo in cui Abramo si assicura la discendenza, che ci offre un altro spiraglio su quella famiglia biblica che papa Francesco propone ancora oggi come modello. Come abbiamo visto, Sarai era sterile, ma la donna fa ad Abramo una proposta:

Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli. (Genesi 16:2)

Abramo naturalmente non se lo fa dire due volte, e così Agar, la sua schiava, gli dà un figlio, Ismaele.

Nel noto romanzo Il racconto dell’ancella, da cui è stata tratta anche una fortunata serie televisiva, Margaret Atwood immagina un futuro distopico in cui nell’attuale territorio statunitense si è costituita la Repubblica di Gilead, un sistema politico ispirato alla Bibbia in cui le poche donne ancora fertili sono ridotte in schiavitù come ancelle e costrette ad accoppiarsi con i comandanti del Regime per dar loro dei figli. La situazione è esattamente la stessa descritta in quel passo della Genesi. Il romanzo di Atwood aiuta a riflettere su come un episodio che il credente leggerà di sfuggita, e nel quale com’è naturale non troverà nulla di sconventiente, sia invece gravissimo. Non solo: consente anche di fare qualche considerazione su quanto sia pericoloso che molte persone ritengano sacra la storia di Abramo. Perché una storia sacra è una storia buona, che può e deve ripetersi. Un modello di vita da replicare.

Ma non è, questa, la cosa più pericolosa di quel passo della Bibbia. È il mandato stesso di Abramo che costituisce un precedente pericolosissimo. Abbiamo qui un uomo che si mette in cammino con i suoi per conquistare un territorio in cui sono stabiliti altri popoli. Si mette in cammino non per stabilirsi pacificamente, cercando un pezzo di terra libero e creando rapporti di buon vicinato con i popoli già presenti. Si mette in cammino per invaderli e togliere loro la terra. Come giustifica la pretesa? Con il fatto che Dio gli ha promesso quella terra e gli ha conferito il diritto di conquistarla. Quale Dio? Il suo Dio, naturalmente. Il diritto viene proprio dal fatto che lui, Abramo, ha il vero Dio, mentre i popoli che occupano Canaan, la terra promessa, venerano falsi Dei. Il problema è che qualunque popolo può dire la stessa cosa: ogni popolo ritiene di seguire la giusta religione e di avere il vero Dio.

C’è dunque un popolo invasore che giustifica ricorrendo a Dio il suo preteso diritto alla terra di altri popoli. E che in nome di questo diritto, come vedremo, è pronto a compiere qualsiasi violenza, qualsiasi atrocità. È una scena che si ripeterà infinite altre volte nel corso della storia, fino a giungere ad Hitler ed al suo “Dio è con noi” (Gott mit uns).

Dio stermina ancora

Quello che abbiamo incontrato fino ad ora non è un Dio di amore. È un Dio che parla il linguaggio della potenza e della violenza. Stermina l’umanità, poi si manifesta a un uomo che conduce una vita presumibilmente pacifica e lo invita a mettersi in cammino per invadere la terra di altri popoli. Gli promette una discendenza numerosa, una grande nazione che dominerà la terra. Abbondanza, moltitudine. Potenza, appunto.

A distanza di poche pagine dal diluvio Dio torna a uccidere ancora. Ma questa volta è uno sterminio anche più grave, perché il diluvio ha un innegabile carattere mitico, mentre ora Dio stermina due città, Sodoma e Gomorra. E lo sterminio di intere città non appartiene al mito, ma alla storia. Anche mentre scrivo un dittatore, sostenuto da un patriarca cristiano ortodosso che tuona contro la decadenza dell’Occidente, come dimostra in particolare il rispetto per lui inaccettabile delle persone omosessuali, sta bombardando città e civili inermi.

Non è facile distinguere una persona buona da una cattiva. Anzi: propriamente non esistono persone buone e persone cattive. Tolte le situazioni patologiche, in genere le persone fanno in qualche caso del bene e in qualche caso del male. La percentuale varia, per lo più in rapporto a variabili economiche: è più facile fare il bene quando i bisogni primari, e magari anche quelli non proprio primari, sono assicurati. Ma bene e male sono sempre compresenti.

A quanto pare questo discorso non vale per Sodoma e Gomorra, che sono città interamente malvagie. E per questo Dio, che è Dio di amore, decide di distruggerle interamente con il fuoco. Abramo prova ad intercedere (e devo correggermi: una cosa buona l’ha fatta, in vita sua). Può essere che vi sia qualche giusto. Dio vorrà uccidere il giusto insieme all’empio? E fanno un accordo: se Dio troverà anche solo dieci giusti, non distruggerà la città (Genesi 18:32). Come è prevedibile, i dieci giusti non ci sono, e Dio fa piovere sulla città fuoco e zolfo, probabilmente perché dopo l’acqua voleva provare nuove modalità scenografiche di sterminio.

È possibile che in una intera città non si trovino dieci persone giuste? Dipende naturalmente da cosa si intende per giusto. Ma, ecco, in qualsiasi città ci sono anche molti bambini. Neonati, del tutto privi di coscienza. E bambini piccoli, ancora al di qua del bene e del male. Non c’erano neonati, a Sodoma? Non c’erano bambini?

Quale era la reale colpa della gente di Sodoma? Per dare un saggio della loro perversità la Bibbia racconta che due angeli del Signore, sotto forma di uomini, si erano recati nella città, accolti ed ospitati da Lot, nipote di Abramo. Ma non passa molto tempo prima che la gente di Sodoma si affolli dietro la porta di Lot.

Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!” (Genesi 19:5)

Una richiesta singolare, ma ancora più singolare è la risposta di Lot. Che non si limita a invitare la gente ad andarsene, ma propone uno scambio con le sue figlie:

No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto. (Genesi 19: 7-8)

Abramo offre la moglie agli egiziani, suo nipote offre le figlie ai sodomiti. Le donne sembrano essere poco più che bestiame o merce di scambio. Ma tutta la scena resta bizzarra, e potrebbe essere l’esito di un singolare equivoco. Il testo tradotto con “perché possiamo abusarne” in ebraico è: venede’ah otam. Il verbo usato qui è yada’, che propriamente vuol dire conoscere. È vero che in alcuni casi nella Bibbia è usato per indicare l’atto sessuale, ma resta un uso appunto limitato e secondario; per lo più invece indica il conoscere in generale e il conoscere qualcuno. Quale scena è più probabile: che i sodomiti vadano da Lot per chiedergli di abusare sessualmente dei suoi ospiti, o per chiedergli di fargli sapere chi sta ospitando in casa? La seconda richiesta non sembra irragionevole, se si considera che gli ospiti di Lot non erano persone qualunque, ma angeli in incognito. Se così fosse, Lot avrebbe equivocato, non meno di una lunga tradizione che ha fatto dei sodomiti l’emblema stesso di quel rapporto sessuale che la sessuofobia religiosa considera contro natura.

Non mancano interpreti per i quali la colpa dei sodomiti è stata quella di essere inospitali. Una colpa però che per loro non è meno grave, considerata la grande importanza dell’ospitalità nel mondo biblico. Abbiamo però visto che Abramo fa prostituire la moglie per accedere in Egitto, per cui la pratica dell’ospitalità non doveva essere poi così diffusa, né così grave la colpa dei sodomiti.

Come che sia, il Signore distrugge. Fuoco e zolfo sulle città. Tutti morti, tutto distrutto. Si ripete la devastazione del diluvio. Curiosamente, sembra ripetersi anche quello che viene dopo. Dopo che sono morti tutti, Lot va a stabilirsi con le figlie in una caverna. E le figlie – quelle che Lot aveva offerto al sodomiti – si pongono un problema che abbiamo già incontrato: se non ci sono altri uomini, perché Dio ha ucciso tutti, da chi avranno figli? Queste ragazze intrapredenti decidono, per il bene dell’umanità, di dare un ennesimo esempio edificante e di far ubriacare il padre per accoppiarsi con lui senza che se ne accorga.

Queste righe, oltre a un senso di estraniazione per la bizzarria di tutta la vicenda, danno l’impressione di una spirale: perché si tratta in modo abbastanza trasparente della ripresa dello schema colpa-distruzione-rinascita-nuova colpa che abbiamo già visto con il diluvio, Noè e i suoi figli. L’impressione è quella di un ubriaco che prima racconta una storia e poi, dopo aver bevuto ancora qualche bicchiere, la racconta di nuovo, con variazioni.

Intanto siamo ancora al capitolo 19 del primo libro della Bibbia, ed è già impossibile tenere il conto delle persone massacrate da Dio.

Isacco

Il Cantico dei cantici è forse il libro più bello dell’Antico Testamento. Dopo stermini, scrudeltà, odio, come un’oasi nel deserto compare questo canto leggero di due giovani amanti. Che ci fa nella Bibbia? La tradizione vuole che questo canto, che ha anche momenti di sensualità, simboleggi l’amore tra Dio ed Israele e, in ambito cristiano, tra Cristo e la Chiesa.

Figuriamoci ora un rapporto d’amore in cui uno dei due innamorati proponga all’altro una prova. Qualcosa di forte, perché assoluta è la devozione che esige. Gli chiede di uccidere suo figlio. Una richiesta simile indicherebbe senza alcun dubbio che ci troviamo di fronte ad una persona profondamente malata e ad una relazione insana e pericolosa. Ora, è esattamente questa la relazione d’amore tra Dio e il suo popolo.

Abbiamo visto il modo singolare in cui Abramo ha avuto un figlio. Ma il Signore ha ancora qualcosa in serbo con lui. Sua moglie Sarai, che per volontà divina si chiamerà ora Sara, gli darà un bambino, all’età di novant’anni:

Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei. (Genesi 17: 16).

C’è da chiedersi come mai il Signore, sapendo che sarebbe nato questo bambino – che si chiamerà Isacco – non abbia avvisato Abramo, impedendogli di compiere quella azione vergognosa con la sua schiava Agar. Che adesso, su richiesta di Sara e con l’approvazione del Signore, viene cacciata insieme a suo figlio Ismaele.

Questo Dio innamorato del suo popolo ora ha bisogno, chissà perché, di una prova da Abramo. Se lo ha scelto, evidentemente si fidava di lui, e non sembra che l’uomo abbia fatto nulla per incrinare questa fiducia. Adesso invece ha bisogno di essere rassicurato nel modo più atroce: chiede ad Abramo di sacrificargli suo figlio. Dio, il Dio di amore e di giustizia, chiede a un padre di uccidere suo figlio. Gli chiede di compiere il crimine più terribile che un essere umano possa compiere.

Abramo non protesta. Non dice nulla, o almeno nulla di quello che ha detto è stato riportato. Sella l’asino e si mette in viaggio per uccidere il figlio. Quando già sta per sgozzarlo, l’angelo di Dio lo ferma:

Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito. (Genesi 22:12)

Ai commentatori questo lieto fine piace moltissimo. Sembrava una storia atroce, ed invece ecco il significato profondo: Dio non è cattivo, Dio ci mette alla prova, mette alla prova la nostra fede. E invece è una storia atroce. Che dimostra in primo luogo che Dio, che è onnisciente, non è in grado di leggere nel cuore dell’uomo: altrimenti non avrebbe bisogno di simili messinscene. Insegna che, come ha compreso bene Soren Kierkegaard, la fede è al di là dell’etica, per cui se una voce ci comandasse di compiere qualsiasi crimine, non potremmo escludere che sia la voce di Dio con l’ovvia ragione che Dio, essendo il Bene, non può comandare il male. Ma soprattutto è una storia atroce per Isacco. Un bambino che ha visto suo padre sollevare la mano armata di coltello contro di lui, che ha provato l’orrore, lo sgomento di sentirsi a un passo dalla morte per mano di suo padre, senza avere alcuna colpa, per poi scoprire di essere stato solo una pedina degli oscuri e sporchi giochi divini.

Non conosciamo i pensieri di Isacco in quei momenti terribili. È probabile che abbia maledetto Dio. E il suo indegno padre.

I sacrifici animali

L’episodio di Abramo e Isacco è ingombrante. Non si può far finta che non ci sia, come accade con tante altre atrocità della Bibbia, perché Abramo è il patriarca, colui da cui ha avuto inizio tutto, e la storia del mancato sacrificio di Isacco è evidentemente fondante. Bisogna fare i conti con essa. Esistono intere biblioteche di esegesi del passo che, se possibile, sono anche più disgustose del passo stesso.

L’accento è posto sul fatto che alla fine l’angelo di Dio ferma la mano di Abramo. Dunque Dio non ha consentito ad Abramo di sgozzare suo figlio. Dunque Dio non vuole un sacrificio umano. Tutta la vicenda, si dice, è una rappresentazione narrativa del rifiuto della logica sacrificale da parte di Dio. È un po’ come se Dio, non essendo in grado di parlare, avesse dovuto in qualche modo mimare il suo pensiero. Il problema è che Dio è perfettamente in grado di parlare. La sua voce che gli ordina di uccidere suo figlio ad Abramo giunge chiarissima. Dio avrebbe potuto semplicemente dire ad Abramo che non vuole sacrifici di nessun tipo. Abramo avrebbe capito.

Leggiamo il ponderoso e autorevole Jerome Biblical Commentary, di Raymond Edward Brown, Joseph Fitzmyer e Roland Murphy. La loro lettura del passo è centrata su due argomenti. Il primo è quello dell’obbedienza. “Abramo come padre fondatore di Israele deve affidare tutta la sua vita e il suo futuro a Dio”; “Abramo veramente teme Dio, perché non gli ha rifiutato il suo figlio prediletto”5. Il secondo è che quell’atto sanciva la fine dei sacrifici umani. Leggiamo:

I sacrifici dei bambini erano ampiamente praticati in Canaan e nelle colonie fenicie dell’Africa settentrionale. Furono praticati anche in Israele, come mostra la polemica contro di essi (2 Re, 16, 3; Mi 6, 7), in momenti critici come un mezzo per allontanare l’ira divina. Isreale riconobbe che il primogenito apparteneva a YHWH (Es 13, 11-16; 34, 19-20), ma “ha riscattato” i figli primogeniti con un sacrificio sostitutivo. Questo racconto narra come il fondatore fu guidato da Dio a “riscattare” il primogenito con il sacrificio di un animale.

Quanto al primo punto, l’obbedienza cieca non è una buona cosa, quando si parla di religione. Una religione che chieda di eseguire in modo cieco anche cose che appaiono sbagliate, perché a Dio non è mai possibile disobbedire, è una religione estremamente pericolosa. Non bisogna mai perdere di vista il fatto che la Bibbia è ancora oggi un testo sacro per una parte rilevante dell’umanità.

La questione dei sacrifici umani dei cananei poi è curiosa. Dio non vuole che il suo popolo faccia quello che fanno i cananei, però non può limitarsi a dirlo: deve operare una crudele messinscena. Però i cananei, stando a quello che dice la Bibbia, facevano anche altre cose. Ad esempio avevano costumi sessuali che a Dio non piacevano, come l’omosessualità o il sesso durante le mestruazioni. E Dio interviene senza alcuna ambiguità:

Non rendetevi impuri con nessuna di tali pratiche, poiché con tutte queste cose si sono rese impure le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. (Levitico 18:24)

Per quale oscura ragione Dio non può aggiungere il divieto di sacrificare il primogenito agli altri divieti della sua Legge? Seguendo questa logica, per insegnare al suo popolo che l’omosessualità è abominio – una delle concezioni violente e inaccettabili della Bibbia, sulla quale torneremo – avrebbe dovuto chiedere ad Abramo di fare sesso con un uomo e quindi, prima della penetrazione, mandare il suo angelo per dirgli che no, era solo un modo per metterlo alla prova.

Restiamo sul tema dei sacrifici. La pratica sacrificale è tra le più antiche e diffuse nelle religioni, e tuttavia ovunque la coscienza etica si sia risvegliata essa è apparsa odiosa. In India contro la pratica sacrificale vedica sono sorti movimenti come il buddhismo e il jainismo, che sono giunti ad affermare il valore di qualsiasi essere vivente. Il Dio biblico invece si compiace dell’odore della carne bruciata di esseri viventi assolutamente innocenti. La sua legge prescrive sacrifici su sacrifici: ci sono sacrifici di comunione, di espiazione e di riparazione. Se ad esempio qualcuno viola, senza accorgere, qualche norma rituale, gli basterà portare al sacerdote un montone, che sarà ucciso per riparare la sua colpa (Levitico 5:17-19). L’altare del Signore gronda del sangue di animali uccisi per la sua maggior gloria. 

Quel che è peggio, però, è che non cessano nemmeno i sacrifici umani.

I sacrifici umani

Ci avviciniamo al cuore della Bibbia, la Legge. E ci avviciniamo anche all’apice della insensata crudeltà divina.

La parola anatema viene dal greco ed ha il senso di una offerta votiva. Se Dio è il bene, anatema dovrebbe avere un significato rassicurante: offrire qualcosa a Dio dovrebbe significare metterla a sicuro, poggiarla amorevolmente nella sorgente stessa del Bene. Nel linguaggio comune invece la parola ha un significato tutt’altro che positivo: indica una maledizione, una condanna senza appello. Quando l’Antico Testamento è stato tradotto in greco la parola è stata impiegata per tradurre il termine ebraico cherem. Leggiamo questo passo del Levitico:

Nondimeno, quanto uno avrà consacrato al Signore con voto di sterminio, fra le cose che gli appartengono, persona, animale o pezzo di terra del suo patrimonio, non potrà essere né venduto né riscattato; ogni cosa votata allo sterminio è cosa santissima, riservata al Signore. Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte. (Levitico 27:28-29)

Qui la Bibbia CEI traduce con l’espressione votare allo sterminio, che è efficacissima; altre edizioni usano ancora il termine greco anatema.

In nome della religione, dunque, è possibile consacrare alcune cose, e queste cose, in quanto sacre, dovranno essere distrutte. C’è qui l’ambivalenza del sacro, per cui una cosa sacra è al tempo stesso intoccabile e votata alla distruzione. Questo non crea difficoltà: ognuno è libero di fare delle sue proprietà l’uso che preferisce. Il problema è che il cherem coinvolge anche esseri umani.

Tra le cose che possono appartenere a qualcuno ci sono pezzi di terra, animali e persone. Allo stesso modo. Una persona, per la Legge di Dio, può non avere un valore diverso da un campo o da un animale. Una persona può appartenere ad un’altra persona come una cosa qualsiasi. Quel che è peggio è che una persona, in quanto proprietà, può essere distrutta. Il proprietario che ha il diritto di distruggere una cosa ha anche il diritto di uccidere una persona. Non prima di averla consacrata a Dio. È questo atto di consacrazione che destina a morte quella persona. Una volta che una persona è stata consacrata a Dio, quella persona non può più essere salvata. Dio, per quella persona, non ha il volto del salvatore. Per quella persona Dio significa morte. Per quale colpa? Questa persona consacrata a Dio e quindi massacrata avrà compiuto qualche male terribile, per meritare di essere sacrificata a Dio? Niente affatto. Semplicemente, è entrata in possesso di qualcuno che ha il diritto di sacrificarla a Dio.

Mosè uccide

Abbiamo lasciato Abramo in Egitto. È qui che si sistemano i suoi discendenti, dal momento che Canaan si è rivelato essere una terra ingrata. Come è naturale anche questo secondo passaggio non avviene senza il volere divino. Dio compare a Giacobbe, figlio di Isacco, in una visione notturna – quello che normalmente si chiama sogno:

Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te una grande nazione. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. (Genesi 46:3-4)

Giacobbe qualche legittimo dubbio sul suo sogno avrebbe potuto averlo. Magari un Dio che ha già fatto partire suo nonno, per portarlo in una terra inospitale, non è proprio affidabile. Ma si tratta di un Dio iroso, come abbiamo visto: non è possibile sapere come reagirebbe se qualcuno mettesse in dubbio la sua parola.

Dunque Giacobbe e i suoi ripartono. Fanno, bisogna dire, una cosa sensata. Quello che fanno tutti i popoli nomadi quando non ci sono più pascoli. Perché gli ebrei fino a questo momento sono pastori di greggi, e tali saranno ancora per un bel po’. Come pastori si presentano in Egitto. E trovano un’accoglienza assolutamente civile da parte del faraone:

Ebbene, la terra d’Egitto è a tua disposizione: fa’ risiedere tuo padre e i tuoi fratelli nella regione migliore. (Genesi 47:6)

Stando al racconto biblico, però, le cose cambiano con l’arrivo del nuovo faraone, che preoccupato dal potere sempre crescente di Israele decide di perseguitarlo, ordinando addirittura la soppressione dei primogeniti maschi. Ed è a questo punto che entra in scena Mosè. Primogenito, e dunque condannato a morte, sopravvive però perché la madre lo abbandona in riva al fiume su una cesta di papiro, e viene scoperto e salvato dalla figlia del faraone.

Mosè è il nuovo uomo di Dio. Non appena in grado di intendere e di volere, compie subito un omicidio: vedendo un egiziano che colpisce un ebreo, lo ammazza e ne seppellisce il cadavere nella sabbia, non prima di aver controllato che nessuno lo guardasse (Esodo 2:11-12). Una edizione della Bibbia commenta questo omicidio con toni realmente entusiastici:

Il giovane principe Mosè, sensibilissimo all’ingiustizia perpetrata nei confronti del suo popolo, inizia la sua avventura di liberatore e di esule, anticipando la grandiosa missione successiva.6

Si può discutere se l’omicidio sia accettabile come prassi di liberazione di un popolo oppresso; è difficile in ogni caso vedere un anticipo di liberazione nell’assassinio di una persona comune nell’ambito di una normale lite. Perché l’uomo ucciso da Mosè non era un rappresentante del potere, ma un semplice egiziano; e Mosè avrebbe potuto semplicemente difendere l’ebreo picchiato. Invece uccide, e lo fa in un modo particolarmente vile. Ma soprattutto: se uccidere un essere umano è l’inizio di una grandiosa missione, quanti esseri umani avrebbe dovuto uccidere Gesù Cristo, che era il messia, e dunque il liberatore di Israele? Se un uomo di Dio, chiamato da Dio a liberare il suo popolo, può uccidere, come si spiega che poi l’uomo di Dio per eccellenza – anzi, l’uomo-Dio, Dio che si è fatto uomo – abbia buoni rapporti con i romani, che sono i nuovi oppressori del popolo di Dio? Delle due l’una: o ha ragione Gesù a non opporsi con la violenza agli oppressori, e allora bisogna dire che Mosè è stato un assassino, piuttosto che commentare con entusiasmo quell’episodio, oppure hanno ragione Mosè e Barabba, e Gesù non è il messia.

Dio uccide ancora

Dopo esservi entrati ed aver trovato rifugio durante la carestia, gli ebrei decidono di abbandonare l’Egitto, perché la loro condizione ormai è servile. Dal momento che il faraone che li perseguita è ormai morto, la cosa può essere facile: gli ebrei appaiono essere un peso più che una risorsa per gli egiziani. E invece interviene Dio. Manda Mosè ed Aronne, suo fratello, a trattare con il faraone, ma ha già deciso come finirà la trattativa:

Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nella terra d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io leverò la mano contro l’Egitto, e farò uscire dalla terra d’Egitto le mie schiere, il mio popolo, gli Israeliti, per mezzo di grandi castighi. (Esodo 7: 3-4)

Questo passo è di importanza straordinaria, ed è bene soffermarsi un po’. Dio interviene sul faraone, cambiandolo. Rende duro (aqsheh) il suo cuore (leb); in questo modo egli non ascolterà (yishma’) le richieste e Dio potrà compiere prodigi che, come vedremo, comportano la morte di molte persone.

Il punto è questo: Dio può agire sulla mente e sul cuore delle persone. Compresi i capi politici. Questo vuol dire che Dio può violare il libero arbitrio degli esseri umani per indurli a fare ciò che lui vuole. Durante il confronto con Mosè ed Aronne, il faraone non era sé stesso; in qualche modo Dio lo aveva ridotto ad essere un automa nelle sue mani. Ma se Dio può intervenire in questo modo, perché non lo ha fatto in altre occasioni? Se Dio può intervenire sul cuore per renderlo duro, può farlo anche per renderlo tenero. Perché Dio, come ha indurito il cuore del faraone, non ha intenerito il cuore di Hitler, salvando la vita a milioni di ebrei?

È bene tenere a mente che secondo la dottrina cristiana il Dio che opera queste azioni è la Trinità. Benché la Bibbia si dimentichi di informarci, questo Dio è al tempo stesso lo Spirito Santo e Gesù Cristo. Ed è dunque anche Gesù Cristo che indurisce il cuore del faraone.

Il resto è noto. Dio manda sull’Egitto dieci piaghe che mostrano tutta la sua creatività distruttiva: trasforma l’acqua del Nilo in sangue, manda rane, zanzare e tafani, fa morire il bestiame, tormenta con ulcere tutti gli egiziani, quindi smuove una grandine devastante, poi riprende con gli insetti, inviando cavallette, e fa precipitare l’Egitto in tre giorni di tenebre prima di sferrare il suo colpo finale: la morte dei primogeniti. Il Dio di amore – che è anche Gesù Cristo, per i cristiani – fa morire tutti i primogeniti, sia bambini che cuccioli di bestiame.

Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c’era casa dove non ci fosse un morto! (Esodo 12:30)

Un episodio che dimostra che i sacrifici umani non sono affatto finiti con Abramo e Isacco. Non a caso a morire sono i primogeniti. La differenza è che in questo caso a sacrificare a sé stesso è Dio stesso. Che ha fatto sì, con il suo intervento, che il faraone negasse l’uscita agli ebrei per poter poi uccidere i figli degli egiziani. Vale a dire molti bambini innocenti.

Dopo tutto questo sangue Dio si decide a liberare il faraone dal suo incantesimo e gli ebrei vengono lasciati liberi di partire. Non prima, però, di aver derubato gli egiziani. O meglio, si tratta di qualcosa di diverso:

Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali accolsero le loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani. (Esodo 12:35-36)

Come il più scaltro dei ladri, Dio ipnotizza gli egiziani per far sì che gli ebrei li derubino senza incontrare alcuna opposizione. Perché anche il furto rientra nei piani divini.

Gli ebrei dunque partono, guidati da Dio stesso, che li accompagna di giorno sotto forma di una colonna di nuvole e di notte sotto forma di una colonna di fuoco. Con questa guida autorevole, si penserà, gli ebrei arriveranno velocissimi alla terra promessa. E invece si perdono. E il popolo protesta: “È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto?” (Esodo 14:11). Se la prendono con Mosè perché evidentemente la colonna di nuvole era scomparsa in quel momento; e del resto non è facile parlare con una colonna di nuvole.

Quello che gli ebrei non sanno è che il Signore ha deciso che la dimostrazione di potenza non è stata sufficiente. Ha voglia di uccidere ancora un po’ di egiziani, anche se ormai gli ebrei sono liberi e potrebbero andare per la loro strada. Dunque indurisce nuovamente il cuore del faraone, che è ormai uno zombi nelle mani del Signore, e lo spinge ad inseguire gli ebrei. Per poter fare il colpo di scena finale: al comando di Mosè il mar Rosso si separa, lasciando passare gli ebrei, mentre si richiude al passaggio dell’esercito egiziano. Non abbiamo notizia del numero dei morti; “non ne scampò nemmeno uno”, racconta la Bibbia (Esodo 14:28). Ed è un peccato, perché se almeno un egiziano fosse sopravvissuto, avremmo avuto un testimone non ebreo di un fatto storico così eccezionale.

La santa guerra

L’Egitto è alle spalle, dunque. La rotta è verso Canaan. La terra promessa. Sappiamo che Dio l’ha assegnata ad Israele fin dai tempi di Abramo. È per la terra promessa che questi si è messo in cammino. Le cose non sono andate come sarebbe stato logico, perché ad accoglierli nella terra promessa c’è stata la carestia, e questo ha reso necessaria l’infelice parentesi egiziana. Ora si torna.

C’è un problema, però. La terra promessa non è libera. Nella terra promessa abitano ancora altri popoli, che ritengono legittimamente che quella sia la loro terra. Dio, che non ha problemi ad agire sui capi di altri popoli, come dimostra la sua azione sul faraone, non ha illuminato i cananei, non li ha avvisati dell’arrivo degli ebrei, non li ha invitati a far loro spazio per una convinenza pacifica. Anche perché una convivenza pacifica non è proprio ciò cui sta pensando.

Pensa, invece, allo sterminio.

Nella terra di Canaan abitano diversi popoli: Amorrei, Ittiti, Perizziti, Cananei, Evei e Gebusei, secondo l’elenco che ne fa Dio stesso (Esodo 23:23). Dietro ognuno di questi nomi ci sono culture e civiltà affascinanti. I più noti sono gli Ittiti, un popolo non semitico ma indoeuropeo, stanziato prevalentemente nel territorio dell’attuale Turchia. Un regno potente, con una complessa struttura amministrativa, governato da un monarca che era anche un sacerdote ed amministrava la giustizia. La loro religione era politeistica, centrata su una coppia divina: il Dio della Tempesta e la Dea del Sole di Aninna. Ma c’erano anche molte altre divinità, spesso provenienti dai popoli assoggettati, inseriti nel pantheon ittita. Tra i documenti che ci sono pervenuti nella lingua ittita, di particolare interesse sono i trattati con gli altri popoli e Stati. Essi terminano tutti con un lungo elenco delle divinità dei due popoli, chiamati a garantire la santità del patto.7 Questo vuol dire che per gli Ittiti le divinità degli altri popoli erano degne di rispetto, così come le proprie per loro. È una posizione di apertura e riconoscimento reciproco che è propria dei politeismi.

Nulla di tutto ciò in Israele. La superiore civiltà degli ebrei, guidati dal Dio unico e vero, non consente nessun riconoscimento delle divinità degli altri popoli. Ogni Dio che non sia Yhwh è un falso Dio e dev’essere esecrato. Con i popoli che occupano la terra di Canaan non è possibile alcun accordo, alcun trattato pacifico. Quello che Dio vuole è la guerra totale. L’eliminazione. Lo sterminio.

Prima ancora che gli ebrei tornino a Canaan, Dio ha stabilito che i popoli che vi troveranno saranno nemici:

Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari.Quando il mio angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Ittita, il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo e li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e frantumare le loro stele. (Esodo 23:22-24)

Il Signore, creatore dell’umanità, si è messo a capo di un popolo di pastori nomadi del deserto e ha deciso che tutti gli esseri umani nemici di quel popolo saranno anche i suoi nemici. E che per questo li sterminerà. Il termine tradotto con “li distruggerò”, hikhchadtiv, è di una violenza devastante: indica lo sradicamento, l’annullamento, la cancellazione completa.

Cosa questo significhi nella pratica concreta della guerra ce lo spiega Dio stesso nel Deuteronomio:

Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore, tuo Dio, l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi, ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda. Mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore, tuo Dio, ti avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di popolazioni a te vicine. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun vivente, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore, vostro Dio. (Deuteronomio 20:10-18)

Leggiamo bene. Gli ebrei attaccano una città e le offrono la pace. Se volessero offrire la pace ad una città, semplicemente non l’attaccerebbero. La pace che offrono è la semplice sottomissione. Se invece queste città oseranno opporre resistenza, Dio vuole che tutti gli uomini siano uccisi – senza alcuna distinzione tra soldati e civili – e che le donne e i bambini diventino, come il bestiame, semplice bottino di guerra. Questo è il trattamento riservato ai popoli più lontani. I popoli più vicini, invece, Dio vuole che siano sterminati interamente. Uomini, donne, bambini. Se ne restasse in vita solo uno, potrebbe contaminare gli ebrei con i suoi abomini. Il termine ebraico tradotto con abominio, toevah, ha un carattere più rituale che morale (anche se le due cose in ottica biblica sono legate). Questo vuol dire, come sappiamo, che i popoli vicini devono essere sterminati, dal primo uomo all’ultimo bambino, per la semplice ragione che hanno usanze, pratiche, modi di credere diversi da quelli di Israele.

La questione del monoteismo

Nel 1938 Sigmund Freud pubblicò tre saggi, poi raccolti con il titolo L’uomo Mosè e la religione monoteistica, che suscitarono grande scalpore. La sua tesi era che Mosè non era ebreo, ma egiziano. Che Mose sia un nome egiziano – significa bambino, ed è in genere composto: si pensi a nomi di faraoni come Ahmose e Thutmose – è cosa risaputa. Freud ne trae la conclusione che se Mosè aveva un nome egiziano era perché era egiziano; la Bibbia, peraltro, riferisce che aveva difficoltà a parlare (“sono impacciato di bocca e di lingua”, Esodo 4:10), cosa che potrebbe indicare che l’ebraico non era la sua lingua madre. La circoncisione, notava ancora Freud, era praticata da tempo in Egitto, per cui non ha molto senso che Dio chiedesse agli ebrei, attraverso Abramo, di circoncidere i figli come segno dell’alleanza con Dio, se questa pratica era già in uso presso altri popoli (Genesi 17:12). Molto più probabile, invece, che l’egiziano Mosè, guidando gli ebrei, abbia imposto loro anche la pratica egiziana della circoncisione. Ma soprattutto Mosè avrebbe trasmesso agli ebrei la fede in un solo Dio. Prendendola da dove?

Leggiamo questi versi:

Come sono numerose le tue opere!\

Sono nascoste alla vista (degli uomini),\

o dio unico, a cui nessuno è uguale.

Potrebbe essere un testo biblico, magari tratto dai Salmi. Invece sono versi tratti da un inno del faraone Amenofi IV al dio Aton.8 Non è possibile nutrire alcun dubbio sul fatto che Amenofi IV credesse in Aton come unico Dio; cambiò perfino il suo nome in Ekhnaton (o Akhenaton) per metterlo in relazione con Aton. Ma la sua non fu una conversione privata. Come imperatore cercò di imporre ai sudditi la nuova religione – “un rigoroso monoteismo, il primo tentativo del genere nella storia mondiale, per quanto ne possiamo sapere”, scrive Freud9 – ai suoi sudditi, vietando qualsiasi altro culto, a cominciare da quello diffuso del dio Amon. La riforma però non sopravvisse al faraone, anche per via della resistenza della casta sacerdotale, e dopo la sua morte si tornò al culto tradizionale. Ma il culto di Aton fiorì altrove.

Secondo Freud, Mosè era un alto dignitario egiziano, probabilmente vicino al faraone, che vedendo crollare il sogno di Ekhnaton decise di esportare il culto di Aton mettendosi alla guida del popolo ebraico. Anche il suo tentativo però incontrò resistenze. Freud ipotizza che Mosè sia stato ucciso durante una rivolta e che questo abbia generato nel popolo ebraico un senso di colpa da cui sarebbe scaturita poi la speranza nella venuta del messia.

L’opera di Freud è stata fortemente contestata e accusata di scarsa attendibilità storica. In realtà, se nella seconda parte l’ipotesi psicoanalitica prevale sul ragionamento storico, le premesse del suo ragionamento non sono fragili. L’assoluta differenza del popolo ebraico è un mito. Come tutti i popoli, quello ebraico è stato influenzato da tutti i popoli con cui è entrato in contatto. La figura di Noè, per non fare che un esempio, ha un preciso corrispettivo in Utnapishtim, personaggio dell’epopea di Gilgamesh. E se è vero che l’Egitto era giunto al monoteismo, sarebbe davvero strano se gli ebrei, che secondo la stessa testimonianza biblica in Egitto avevano passato più di quattro secoli, non ne fossero stati influenzati. L’Adonai ebreo non sarebbe dunque che una nuova incarnazione storica dell’egiziano Aton.

L’obiezione riguarda il monoteismo di Ekhnaton. Non era davvero tale, di dice, perché il faraone non credeva che Aton fosse l’unico Dio, ma l’unico da venerare. Più che monoteismo, cioè, quello di Ekhnaton sarebbe enoteismo, quella posizione religiosa che esalta una sola divinità sulle altre, senza però negare queste ultime. La questione è ancora oggetto di discussione, e non si può dire che sia propriamente una discussione disinteressata. Anche ammettendo che quello di Ekhnaton sia enoteismo, ci si potrebbe chiedere se non sia enoteismo anche quello degli ebrei. Che non hanno un pantheon di divinità inferiori o subalterne a Yhwh, ma si muovono in un contesto in cui esistono altri popoli con le loro divinità. Per gli ebrei gli Dei degli altri popoli sono non esistenti, o solo solo Dei diversi dal loro Dio, l’unico che meriti di essere adorato?

Una questione importante è quella del risvolto politico del moniteismo. Abbiamo appena considerato la visione terribilmente violenta che accompagna il passaggio degli ebrei dall’Egitto alla terra promessa. Quanto questa violenza è legata al monoteismo? L’egittologo Jan Assmann ritiene che Ekhnaton e poi Mosè siano gli autori di quella che chiama “distinzione mosaica”, ossia la distinzione, in ambito religioso, tra vero e falso. Nel mondo politeistico le divinità degli altri popoli non sono false, ma semplicemente altre; e non è impossibile tradurle nel proprio linguaggio religioso. Una volta operata la “distinzione mosaica”, invece, il mondo si divide in vero e falso, una distinzione che conduce necessariamente alla polarizzazione tra amici e nemici: ebrei e gentili, cristiani e pagani, musulmani e infedeli, e così via. Scrive Assmann:

Distinzioni culturali o intellettuali come queste costruiscono un Universo che non è solo pieno di significato, identità e orientamento, ma anche pieno di conflitto, intolleranza e violenza.10

Torneremo sul tema della violenza.

La questione dei sacrifici ci ha offerto già un saggio della Legge data da Dio a Mosè. Bisogna riconoscere che a Dio non manca nulla in fatto di scenografia. Il Signore scende sul Sinai sotto forma di tuoni e lampi; tutto il monte sembra in fiamme. Potrebbe essere un normale temporale, a dire il vero, ma in questo caso nel tuono c’è la voce di Dio. La dettatura della Legge è un’operazione piuttosto lunga: Mosè resta sul Sinai quaranta giorni e quaranta notti. E nel frattempo il popolo perde fiducia in Dio. Questo popolo di Dio, che ha visto Mosè aprire le acque del Mar Rosso, che è stato guidato da Dio stesso sotto forma di colonna di fuoco, perde improvvisamente la sua fede. E mentre Mosè è sul Sinai si costruisce un idolo, un vitello d’oro, sotto la guida di Aronne. Mosè torna con le tavole della Legge e scopre che il suo popolo, il popolo di Dio, è diventato idolatra.

Se ci fosse una logica nella Bibbia, ora Dio sterminerebbe gli ebrei. Perché l’idolatria è la ragione per la quale Dio massacra fino all’ultimo bambino i popoli cananei. Eppure quei popoli avrebbero potuto obiettare che Dio – l’unico vero Dio – non si è mai rivelato loro. Mentre Israele non è scusabile, perché ha avuto modo di conoscere il vero Dio, tornando appena possibile all’idolatria. Ma Dio diventa improvvisamente conciliante. Decide di perdonare il suo popolo. A fare vendetta sarà solo Mosè, fiancheggiato dai Leviti (a proposito dei quali non è superficiale l’ipotesi di Freud che si trattasse di egiziani al pari di Mosè). Uccidono tremila ebrei e riportano l’ordine (Esodo 32:28). Questo episodio è uno spiraglio importante. Non è credibile che un popolo monoteista si converta improvvisamente all’idolatria, solo per qualche giorno di assenza del suo capo. A meno che il monoteismo non sia tutt’uno con quel capo. A meno che, cioè, il monoteismo non sia una novità introdotta da Mosè e contestata da una opposizione interna.

Mosè spezza le tavole della Legge, preso dalla rabbia. Poi, fatta giustizia, torna sul Sinai per riceverne una seconda copia.

La Legge è in realtà un insieme capillare di disposizioni che regolano tutti gli aspetti della vita pubblica e privata degli ebrei. La parte più nota è il Decalogo, ma è un errore separarlo dal resto e considerarlo come un testo dal valore universale.

Vediamolo.

Il primo comandamento è:

Non avrai altri dèi di fronte a me. (Esodo 20:3)

La Bibbia CEI scrive dèi al minuscolo, per la ragione ovvia, per un monoteista, che qualsiasi Dio diverso da Yhwh è un Dio minore. Questo comandamento afferma che Dio è unico e non ve n’è un altro. Ma è proprio così? Abbiamo visto la distinzione tra monoteismo ed enoteismo. Il testo ebraico tradotto con “di fronte a me” è ‘al-panay, che fa riferimento proprio alla faccia: “non ci sarà un altro Dio (Elohim) in faccia a me”. Che potrebbe significare che nessuno, degli altri Dei esistenti, deve avere la stessa importanza di Yhwh; nessuno deve essere al suo livello, in modo da potergli stare di fronte.

Segue il comandamento di non farsi “idolo né immagine alcuna” di qualunque cosa sia in cielo, in terra o in acqua.

Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e rispettano i miei comandamenti. (Esodo 20:5-6).

Qui è importante capire cosa si intende con idolo e immagine. Il testo ebraico dice pesel, scultura, e temunah, immagine o forma. Nessuno dei due termini implica, in senso stretto, che si tratti di idoli, ma il senso è chiaro dall’indicazione successiva di non prostrarsi davanti ad esse. E qui c’è un chiarissimo divieto biblico di ciò che avviene quotidianamente nelle chiese cattoliche: perché quelle dei santi e della Madonna sono appunto statue, davanti alle quali i fedeli si prostrano quotidianamente.

Che Dio punisca le colpe dei padri nei figli è regola atroce, che porta alla punizione di persone innocenti, ma non sorprende troppo, dal momento che parliamo di un Dio che guida un popolo incitandolo a sterminare altri popoli; colpisce magari l’approssimazione, in un testo così importante. Dio punisce fino alla terza o alla quarta generazione? La questione della benevolenza poi pone qualche problema logico. Se qualcuno non rispetta i comandamenti, Dio punirà i suoi discendenti fino alla terza o quarta generazione. Ma che succede se appartiene alla millesima generazione di qualcuno che aveva rispettato i comandamenti divini?

Dio qui si presenta con un aggettivo significativo: geloso. Come spesso succede in ebraico, la parola, qannha, ha un riferimento fisico: si tratta di diventare rosso in viso per la rabbia, l’invidia o la gelosia.11 I filosofi e i teologi si sono figurati un Dio come essere eterno, immutabile, incrollabilmente sereno, fonte di ogni gioia. Qui abbiamo un Dio col viso rosso di rabbia, costantemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Secondo comandamento:

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. (Esodo 20:7)

Si ritiene comunemente che questo comandamento vieti la bestemmia. Non è così. Dio ha per così dire un nome comune e un nome proprio. Nella Bibbia è chiamato Elohim o Adonai, nomi comuni che si possono tradurre con Dio e Signore, e con un nome proprio: Yhwh. I cattolici ritengono che queste quattro lettere vadano lette Jahvè, mentre per i Testimoni di Geova si leggono, appunto, Geova. Si tratta solo di congetture, perché l’ebraico si scrive senza vocali, che vengono aggiunte nella lettura. Nel caso di Yhwh, queste vocali però non venivano pronunciate, appunto in virtù di questo comandamento. È abbastanza curioso quanto scrive nell’enciclopedia Treccani del 1933 il biblista gesuita Alberto Vaccari:

Per venerazione, non scevra di qualche superstizione, i Giudei già da più secoli a. C. schivavano di pronunciare quell’augusto nome e vi sostituivano, anche dove stava scritto nella Bibbia, i nomi comuni di Elohim (Dio) o, più spesso, Adonai (Signore)...12

Quella che l’insigne biblista chiama superstizione è appunto il secondo comandamento, per cui le sue parole sono un buon esempio di ciò che i cattolici considerano bestemmia.

Il divieto è di nominare il nome proprio di Dio, al di fuori dei contesti rituali nei quali ciò è permesso. Non è difficile comprendere le ragioni di questo divieto. Il nome di Dio è sacro, e tutto ciò che è sacro richiede un approccio diverso. Come un oggetto sacro non può essere toccato da tutti, in tutti i modi e in ogni situazione, così il nome di Dio non può essere pronunciato in ogni situazione.

Il terzo comandamento impone il riposo del sabato. Che per gli ebrei, come è noto, è riposo assoluto: ogni attività è sospesa, in ricordo del giorno in cui Dio, creato il mondo, si riposò. Anche in questo caso i cristiani hanno deciso di fare carta straccia della Legge di Dio, sostituendo al sabato la domenica.

Quarto comandamento:

Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. (Esodo 20:12)

Ci piace pensare ad un mondo in cui i figli seguono passo passo i genitori e poi, quando sono vecchi e non più autosufficienti, li assistono. C’è però un problema. Se una società cambia, è perché ad un certo punto i figli non ripetono proprio le azioni dei genitori. Pensano diversamente, agiscono diversamente. La ribellione ha un suo posto preciso nella storia dell’umanità. Non è probabilmente azzardato considerare lo stesso Gesù Cristo come un ribelle, se consideriamo – lo vedremo – la sua posizione nella sua famiglia. Che si fa, dunque, se un figlio di ribella? Lo si uccide. Per la precisione, si castiga prima. Se insiste, lo si porta dagli anziani della città e lo si  denuncia come ribelle. “Allora tutti gli uomini della città lo lapideranno ed egli morirà” (Deuteronomio 21:20).

Quinto comandamento:

Non ucciderai. (Esodo 21:13)

Bello, scritto così, netto, senza se e senza ma. Non molto credibile, però, dopo tutti gli stermini che abbiamo visto, e alla luce di quelli che vedremo tra un po’. In realtà il comandamento ha dei limiti ben precisi. Significa: non uccidere nessun ebreo che faccia quello che dice la Legge di Dio. Gli altri, come vedremo subito, possono e devono essere uccisi.

Il sesto comandamento dice, nella traduzione della Bibbia CEI:

Non commetterai adulterio. (Esodo 21:14)

Qui la distorsione del comandamento biblico è evidentissima. Il comandamento di non commettere atti impuri esiste solo nella fantasia morbosa della Chiesa cattolica. Quel comandamento in base al quale generazioni di sacerdoti hanno terrorizzato gli adolescenti, minacciando le pene dell’inferno se avessero osato esplorare il loro corpo e la loro sessualità, semplicemente non esiste. Il comando è chiaro: la thnaph. Niente adulterio. La cosa si può intendere anche in senso figurato, perché se Dio è un Dio geloso, allora anche allontanarsi da Dio è adulterio; ma gli atti impuri non c’entrano nulla.

Il settimo comandamento vieta di rubare. L’ottavo dice:

Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. (Esodo 20:16)

Anche in questo caso il comandamento è comunemente frainteso. Dio non sta vietando di mentire. Dire la verità è una cosa di cui nessuno negherà il valore, che si possa e si debba dire sempre la verità è questione complessa. Se qualcuno ci chiedesse dov’è la persona che vuole uccidere, gli risponderemmo dicendogli la verità, e consentendogli dunque di trovarla e ucciderla, o difenderemmo la vittima mentendo? Quello che il comandamento impone è di non mentire nel testimoniare contro qualcuno, vale a dire di non mentire in un processo, contribuendo alla condanna di una persona innocente.

A questo punto compaiono, nella elencazione cattolica, due distinti comandamenti, il nono e il decimo. Il nono dice di “non desiderare la donna d’altri”, il decimo di “non desiderare la roba d’altri”. Già così formulati, a dire il vero, questi due comandamenti sono assai discutibili. Che vuol dire “la donna d’altri”? E perché non l’uomo? E che c’è di male, poi, a desiderare?

Questi due comandamenti nella Bibbia sono uno solo:

Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. (Esodo 20:17)

La casa, la moglie, lo schiavo, il bue e l’asino sono in uno stesso comandamento perché hanno lo stesso valore: sono semplici cose, di cui il maschio è in possesso. Non deve sorprendere: è la visione di un popolo di pastori nomadi. Non ci si può aspettare che abbiano una concezione particolarmente evoluta del rapporto tra i sessi. Ma bisogna chiedersi anche se ha senso continuare a considerare di qualsiasi valore un testo per il quale una donna è una semplice cosa. E interrogarsi, ancora una volta, sulle conseguenze storiche di questa visione patriarcale.

Istruzioni per vendere la propria figlia e altre atrocità

L’errore che si fa, con i dieci comandamenti, è non solo quello di leggerli e interpretarli fantasiosamente, trattando con poco rispetto quello che dovrebbe essere il testo più sacro di tutti, ma anche quello di isolarli dal contesto. I dieci comandamenti sono solo l’inizio di un lungo testo normativo che copre ben tre libri biblici: l’Esodo, il Levitico e il Deuteronomio (che gli ebrei chiamano, più sensatamente, Devarim, Parole). Solo la lettura di tutto questo insieme normativo consente di avere una idea adeguata di ciò che è giusto e sbagliato secondo la volontà di Dio.

Immergiamoci in questa meravigliosa manifestazione della bontà e giustizia divina.

Solo qualche versetto dopo l’ultimo comandamento, Dio ci spiega come dobbiamo comportarci se vogliamo vendere nostra figlia come schiava:

Quando un uomo venderà la figlia come schiava, ella non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. Se lei non piace al padrone, che perciò non la destina a sé in moglie, la farà riscattare. (Esodo 21:7-8)

Sappiamo che la moglie è una proprietà del marito; perché dovrebbe andare diversamente per la figlia? E di una proprietà si può fare quel che si vuole. Anche venderla.

Per Dio va benissimo che esistano schiavi. Non turba il suo senso di giustizia, a condizione che gli schiavi siano presi presso gli altri popoli:

Quanto allo schiavo e alla schiava che avrai in proprietà, potete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. (Esodo 25:44)

Quando gli europei andranno in Africa a comprare gli schiavi neri da vendere in America, saranno sicuri di agire secondo la piena volontà di Dio. Così come sarà assolutamente sicura la coscienza di Leopoldo II del Belgio, che ha sottoposto a una feroce schiavitù tutti gli abitanti del Congo, causando la morte di circa dieci milioni di persone.

Il sesto comandamento vieta l’adulterio. Ora il Signore ci spiega cosa fare se qualcuno viola il comandamento: l’adultero e l’adulterà saranno messi a morte entrambi (Levitico 20:10). Non sono gli unici ad essere uccisi per via dei loro comportamenti sessuali. Se un uomo avrà un rapporto sessuale con sua moglie durante il periodo delle sue mestruazioni, dovranno essere uccisi entrambi (Levitico 20:18). Per il Signore le mestruazioni sono una cosa seria. Una donna con le mestruazioni è impura per sette giorni. Chiunque la tocchi è impuro fino a sera, così come diventa impura qualunque cosa tocchi. Chi tocca una cosa toccata da una donna con le mestruazioni diventa impuro (Levitico 15:19-24).

Poi c’è l’omosessualità. È una ossessione per i credenti. Sembra che non ci sia offesa più grande al Signore che amare seguendo le proprie inclinazioni. Non mancano credenti più aperti, che dicono che l’amore è sempre degno di rispetto e non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nell’omosessualità. Purtroppo però sono smentiti dalla Bibbia:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro. (Levitico 20:13)

Toebah. Abominio. Cosa disgustosa e orribile. Questa è per la Bibbia l’omosessualità. Non è abominio, invece, sterminare intere città nel nome del Signore, non risparmiando nemmeno i bambini.

Che altro? Sarà messo a morte per lapidazione qualunque ebreo che osi convertirsi al Dio Moloch (Levitico 20:2). Ugualmente sarà lapidato chiunque faccia il negromante o l’indovino (20:27). La norma precisa che potrà essere uomo o donna, ma ad essere perseguitate uccise in quanto streghe sono state soprattutto le donne; e spesso erano solo donne che non rientravano pienamente nel ruolo angusto che la società assegnava loro.

Sono le norme che ci si può aspettare presso un antico popolo di pastori. Né più, né meno. Ingenuo sarebbe chi si aspettasse in quel contesto una sensibilità diversa, anche se leggendo i testi egiziani si trova qualche rispetto della donna, mentre qui non sembra essere nemmeno un essere umano. Il problema, ancora, è che questo testo, proveniente da una piccola civiltà mediorientale, è stato il punto di riferimento morale per l’Occidente per molti secoli, ed ancora oggi per molti è il fondamento della morale.

Quando si pretende di vivere secondo la Bibbia, dovrebbe essere chiaro che si sta rivendicando l’assassinio delle persone omosessuali ed atrocità simili.

Nessun superstite

Poiché Dio è amore, la consegna della Legge è accompagnata da qualche amorevole raccomandazione. Se gli ebrei non seguiranno la sua Legge, Dio li perseguiterà nei modi terribili che abbiamo imparato a conoscere. E gli vengono parole che sono un essere umano profondamente malato potrebbe pronunciare:

Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figlie. (Levitico 26:29)

Se invece seguirà la Legge, Israele conquisterà la terra promessa, con il sostegno di Dio.

La conquista di Canaan è un susseguirsi ininterrotto di massacri; i libri che la raccontano non possono essere letti senza un profondo disgusto da chiunque consideri la vita umana un valore. Abbiamo migliaia e migliaia di persone che vengono ridotte a nulla, passate a fil di spada, mentre le loro città sono bruciate e spogliate di ogni ricchezza.

Consideriamo il solo libro di Giosuè. Gli ebrei conquistano Gerico, una delle città più antiche del mondo. Prima di dare l’assalto alla città Giosuè dichiara che tutto ciò che è in essa è cherem (Giosuè 6:17). Questo vuol dire che tutti gli abitanti della città, uomini, donne e bambini, dovranno essere uccisi, e la loro uccisione sarà un sacrificio a Dio. E così avviene:

Incendiarono poi la città e quanto vi era dentro. Destinarono però l’argento, l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro al tesoro del tempio del Signore. (Giosuè 6:24)

Perché Dio ama che gli si sacrifichino esseri umani, ma non disdegna l’oro.

La scena si ripete nella città di Ai, dove vengono sacrificate al Signore dodicimila persone, tutti gli abitanti della città (Giosuè 8:25). Quindi vengono massacrati tutti gli abitanti di Libna e di Lachis. La furia di Israele, con la guida di Dio, non conosce limiti. Ovunque passi lascia morte e distruzione:

Così Giosuè conquistò tutta la regione: le montagne, il Negheb, la Sefela, le pendici, con tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni vivente, come aveva comandato il Signore, Dio d’Israele. (Giosuè 10:40)

Questo vuol dire che Israele, il popolo che secondo alcuni avrebbe eliminato i sacrifici umani, ha sacrificato al suo Dio migliaia di uomini, donne, bambini, non risparmiando nemmeno gli animali.

Gli storici ci diranno che c’è molta fantasia in questa narrazione. Non risulta, ad esempio, che Gerico e Ai siano state occupate in quel periodo. Il fatto che il libro di Dio dica cose false non preoccupa troppo, però, i biblisti. La parola di Dio, si sa, si incarna storicamente, e questa incarnazione è difficile, perfino imperfetta, anche se il messaggio di Dio trascende tutti questi limiti e si staglia con nettezza.

Ma quale è il messaggio di Dio? Cosa ci comunica un libro che parla di città massacrate e di migliaia di uomini, donne e bambini sacrificati a Dio? Se non hanno valore storico, queste narrazioni ne hanno qualche altro? Che insegna un Dio che parla di morte?

Queste narrazioni, bisogna ripeterlo, sono state fondanti. Che siano vere o false, esse hanno prodotto effetti. L’Occidente cristiano ha avuto ragione di credere, per secoli e secoli, che la guerra possa essere santa. Che si possa sterminare il nemico, e farlo in nome di Dio. Che si possa concepire Dio come un Signore di eserciti, che guida un popolo contro un altro. Se Dio intendeva comunicare altro, nascondendo un senso spirituale sotto storie atroci, bisogna dire che l’ha fatto davvero male.

Mosè comanda di uccidere donne e bambini

Facciamo ancora un passo indietro (e poi ne faremo uno rapido in avanti, perché non se ne può più di queste atrocità). Torniamo a Mosè. Uno dei momenti gloriosi della sua marcia verso la terra promessa è il massacro dei madianiti. Il Signore aveva un conto in sospeso con loro. Alcune donne madianite avevano avuto relazioni con uomini israeliani. Cosa normale nei rapporti tra popoli. Questa donne avevano invitato gli ebrei con cui erano entrati in contatto a seguire le cerimonie in onore del loro Dio, Baal-Peor. Un affronto all’unico vero Dio, che comanda immediatamente di ucciderli, in questo caso con una variante: saranno appesi a un palo ed esposti al Sole (Numeri 25:4). Ma per il Signore non può bastare: tutti i madianiti devono essere uccisi per questa colpa. Cercare di diffondere la propria religione è un peccato terribile, se la religione non è la propria.

Dio dunque comanda a Mosè di attaccare Madian e Mosè esegue mandando ben dodicimila soldati, mille per ogni tribù d’Israele. Le città dei madianiti cadono e vangono bruciate, gli uomini uccisi. Le donne e i bambini vengono risparmiati e fatti prigionieri. Ma Mosè non è d’accordo:

Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore, nella vicenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi.” (Numeri 31: 14-18)

Mosè, dunque, l’uomo di Dio, ordina di uccidere tutti i bambini maschi e le donne adulte e di tenere come bottino di guerra (non è difficile immaginare cosa ciò significhi) le bambine. Compiuta questa nobile azione, spartisce poi i beni razziati.

Questo passo è di particolare interesse, e non solo perché Mosè vi compare sotto forma di criminale di guerra. È interessante perché mostra quanto sia fragile la teoria della pedagogia divina, secondo la quale attraverso tutte queste atrocità Dio avrebbe guidato – molto lentamente, bisogna dire – il suo popolo verso l’acquisizione di una coscienza morale. Il problema è che qui è evidente che ai comandanti dell’esercito l’uccisione di donne e bambini appariva una cosa sbagliata. Questi uomini si sono rifiutati di compiere quello che già allora doveva apparire un crimine di guerra, benché il concetto sia recente. Se si sono rifiutati di uccidere dei bambini, è perché non occorre una particolare pedagogia divina per sentire che uccidere un bambino è una cosa sbagliata. È Mosè, l’uomo di Dio, che soffoca questa apertura morale. È Mosè, l’uomo di Dio, che comanda di uccidere i bambini. Attraverso di lui, Dio agisce come un corruttore, non come una guida morale del suo popolo.

Tutto è vanità

Ho promesso un salto in avanti. Lasciamo i testi storici della Bibbia e diamo uno sguardo a quella che è la sezione più bella della Bibbia (e meno atroce): i cosiddetti Libri sapienziali, che costituiscono una parte di quelli che gli ebrei chiamano Ketuvim (Scritti).

Abbiamo già incontrato Giobbe. Sappiamo che è un uomo pio che, per una scommessa tra Dio e Satana, si ritrova da un giorno all’altro a perdere tutto. Il libro riporta i dialoghi tra Giobbe e tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Sofar. La tesi degli amici è che Dio è giusto e sostiene chi è pio, e che dunque se a Giobbe sono successe queste cose orribili, deve aver commesso qualche colpa. Come ho già notato, nel libro, e in generale nell’ebraismo, non è in discussione l’esistenza di Dio. Ora sappiamo anche perché. Il Dio della Bibbia è in qualche modo lo spirito del popolo ebraico, ne è la guida, ne rappresenta l’unità. Per l’uomo biblico – qui uso volutamente il maschile, perché le donne bibliche sono soggetti minori – essere ebreo e credere nel Dio di Israele è tutt’uno. La questione è, piuttosto, quella dell’operare di questo Dio. Una questione che si pone sia a livello collettivo che a livello individuare. Se Israele è inconcepibile senza il suo Dio, il modo di procedere di questo Dio agli ebrei apparirà spesso difficile da comprendere, soprattutto quando le cose vanno male. E che dire poi di chi, come Giobbe, si trova a soffrire pur essendo buono e pio?

La risposta degli amici di Giobbe è che Dio è giusto e mai punirebbe un uomo giusto. Dunque Giobbe dev’essere colpevole. Gli amici di Giobbe diventano i suoi accusatori, in quello che si rivela essere un doppio processo:

È forse per la tua pietà che ti punisce\

e ti convoca in giudizio?\

O non piuttosto per la tua grande malvagità\

e per le tue iniquità senza limite? (Giobbe 22:4-5)

Giobbe si rifiuta di ammetterlo, ma se Dio lo ha punito, è perché ha spogliato i poveri, ha rifiutato da bere all’assetato e il pane all’affamato, ha rimandato a mani vuote le vedove: le immagini classiche dell’iniquità nella Bibbia. Giobbe respinge con sdegno le accuse e a sua volta processa Dio. Non si limita a difendersi, ma chiama in causa Dio, e lo fa con parole che sono gravissime:

Per questo io dico che è la stesa cosa:\

egli fa perire l’innocente e il reo!\

Se un flagello uccide all’improvviso,\

della sciagura degli innocenti egli ride.\

La terra è lasciata in balia del malfattore:\

egli vela il volto dei giudici:\

chi, se non lui, può fare questo? (Giobbe 9:22-24)

Dio non è soltanto indifferente alla sorte degli innocenti. Dio ride quando un flagello, ad esempio un terremoto, uccide degli innocenti. Dio fa in modo che il mondo sia nelle mani dei malvagi. Tutte queste sono indubbiamente bestemmie. E ci si aspetterebbe che Dio punisca Giobbe per queste bestemmie. Accade invece il contrario. Alla fine del libro Dio stesso si manifesta, parlando dal mezzo di una tempesta. Rimprovera Giobbe per la sua pretesa di chiamare in causa Dio, ricordandogli che l’essere umano è insignificante al suo cospetto, ma non contraddice davvero le sue parole. Non ristabilisce la verità rassicurante che Dio premia i buoni e punisce i malvagi. Al contrario: appare come un essere assolutamente trascendente, la cui potenza non può essere imbrigliata dalle categorie di giusto e ingiusto.

Con la sua terribile manifestazione atterrisce Giobbe, che non può che pentirsi delle sue parole. Ma, ecco, Dio non si arrabbia con lui, bensì con i suoi amici. Rivolto a Elifaz, dice:

La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. (Giobbe 42: 7)

Gli amici di Giobbe hanno detto che Dio è giusto e premia i giusti. Per Dio queste sono cose sbagliate. È giusto invece quello che ha detto Giobbe: ossia che Dio se la ride della disgrazia degli innocenti.

Un altro libro che sembra adatto più a suscitare dubbi che a corroborare la fede è quello di Qoèlet, noto anche come Ecclesiaste. Attribuito a Salomone, è come quello di Giobbe il libro di un uomo in crisi. Giobbe ha subito la perdita improvvisa e incomprensibile di tutti i suoi beni. Qoèlet è semplicemente un uomo che sembra aver smarrito il senso della vita. Tutto gli sembra vuoto, privo di senso, come spiega fin dai primi, bellissimi versi:

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,vanità delle vanità: tutto è vanità? (Qoèlet 1: 2)

La parola tradotta con vanità è havel, che in ebraico indica, in senso fisico, il fumo, il vapore, il soffio, la nebbia, e in senso figurato il vuoto o, appunto, la vanità. La formula usata è frequente nell’ebraico per indicare qualcosa di grande. Il verso si potrebbe tradurre quindi anche con “O vanità immensa” oppure, in modo un po’ più filosofico, “O immenso vuoto”.

Il senso di questo vuoto è più chiaro se si considera il sequente passo:

Rimane lontano ciò che accade: profondo, profondo! Chi può comprenderlo? (Qoèlet 7:24)

Il mondo è lontano, profondo, difficile da comprendere. Sono parole che si accordano con quelle di Giobbe, ma si allontanano dalle certezze dei credenti. Come per Giobbe, per Qoèlet non si può essere sicuri che fare il bene porti ad essere felici. Il mondo è pieno di male e di ingiustizia, ma soprattutto sembra affidato al caso:

Tornai a considerare un’altra cosa sotto il Sole: che non è degli agili la corsa né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, e nemmeno degli intelligenti riscuotere stima, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. (Qoèlet 9:11)

Se le cose stanno così, allora la sapienza non è cercare di conoscere l’essenza delle cose, il senso generale del mondo, perché una tale conoscenza non è possibile; bisogna piuttosto cercare di capire come muoversi con prudenza in un mondo così sfuggente e tentare in qualche modo di accordarsi al caso.

Una cosa è importante segnalare. Né Giobbe né Qohelet affrontano la loro crisi esistenziale riflettendo sulla vita dopo la morte. Qoèlet è chiaro:

Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso il medesimo luogo:\

tutto è venuto dalla polvere\

e nella polvere tutto ritorna. (Qoèlet 3:19-20)

Qui Salomone, cui è attribuito il libro, non afferma soltanto che non esiste alcuna vita dopo la morte (come ribadisce anche in 9:5-6), ma nega anche l’esistenza dell’anima. Il ruha, termine che opportunamente la Bibbia CEI traduce con soffio vitale, indica qui evidentemente non un’anima, ma appunto il respiro, l’atto vitale che distingue i vivi dai morti. E che non è affatto diverso negli uomini e negli animali.

Il messia

C’è un passo del libro di Giobbe la cui verità è difficile contestare. Dio, dice Giobbe,

Rende grandi i popoli e li fa perire,fa largo ad altri popoli e li guida. (Giobbe, 12:23)

La storia non è che un susseguirsi di regni, imperi, stati che crescono, prendono il potere, sottomettono, e poi a loro volta sono sottomessi. Vero è che per Giobbe dietro questo avvicendarsi c’è la mano di Dio, ma è una mano non diversa da quella di un bambino capriccioso che gioca con i soldatini.

Dopo aver conquistato, massacro dopo massacro, la terra promessa, gli ebrei costituiscono il loro regno, che ha il momento di maggior grandezza con i re Davide e Salomone, ma che dopo la morte di quest’ultimo si divide in due: il regno di Israele al nord e quello di Giuda al sud. Il regno di Israele cade nel 722 a.C., conquistato dagli assiri; quello di Giuda nel 587 a. C., quando Nabucodonosor conquista Gerusalemme e distrugge il tempio. Tutti gli ebrei sono deportati e conoscono una schiavitù peggiore di quella in Egitto.

Ciò che accade è che tutto il popolo ebraico si trova nella situazione di Giobbe. Perché Dio ritrae improvvisamente i suoi favori? Perché un popolo giusto si trova in schiavitù? La risposta a questa domanda è nei profeti, uomini attraverso i quali ora Dio si rivolge al suo popolo. E la prima risposta è, prevedibilmente, che Dio ha messo Israele nelle mani dei suoi nemici per punirlo dei suoi peccati e delle sue infedeltà. Per bocca dei suoi profeti Dio riprende le sue secolari minacce:

Perciò il mio popolo sarà deportato\

senza che neppure lo sospetti.\

I suoi grandi periranno di fame,\

il suo popolo sarà arso dalla sete. (Isaia 5:13)

È una strategia cognitiva assolutamente normale, quando accade una tragedia storica o naturale. Non c’è terremoto che non sia accompagnato, anche in una società ormai secolarizzata, dalla ricerca di colpe nascoste. Perfino Gandhi, quando nel 1934 un terribile terremoto colpì il Bihar, scrisse che “le calamità giungono sugli uomini come punizione per i loro peccati”13. Dunque Israele ha peccato. Quale terribile peccato abbia compiuto in particolare non è dato saperlo. Leggendo i profeti ci si trova di fronte alle piccole o grandi iniquità che da sempre accompagnano il cammino dell’umanità, con l’aggiunta di qualche nota di colore, come le donne di Gerusalemme che osano camminare con la testa dritta, ammiccando e “facendo tintinnare gli anelli ai piedi”, ed alle quali il Dio Padre e Maschio, nella sua infinita misericordia, promette che diventeranno calve (Isaia 3:16-17).

La seconda risposta è la speranza. Dio è arrabbiato con Israele, come è accaduto in passato, ma al tempo stesso continua a far promesse di liberazione e minacciare i nemici. Con il linguaggio violentissimo che conosciamo:

I loro piccoli saranno sfracellati davanti ai loro occhi;\

saranno saccheggiate le loro case,\

violentate le loro mogli. (Isaia 13:16)

Ma Dio va oltre. Rilancia, per così dire. Non promette solo la liberazione dalla schiavitù. Dopo che i bambini babilonesi sarabbo strati sfracellati davanti agli occhi dei loro padri e le loro mogli saranno state violentate, gli ebrei potranno far ritorno nella vecchia terra promessa, ma la nuova terra promessa sarà qualcosa di mai visto prima. Il lupo e l’agnello, la pantera e il capretto, il vitello e il leone pascoleranno insieme, guidati da un bambino (Isaia 11:6), non ci sarà più la morte (Isaia 25:8) e quelli che sono già morti rivivranno (Isaia 26:19).

Connessa a questa promessa è la figura del messia, il masciach, colui che è stato consacrato dal Signore. La sua missione sarà quella di ricondurre il popolo nella terra promessa, replicando l’impresa di Mosè, ma questa terra sarà anche il luogo della liberazione definitiva dalla morte. In un passo oscuro, ma non particolarmente più oscuro degli altri, Isaia parla di un servo sofferente, un uomo dall’aspetto ripugnante, perfino sfigurato, che viene prima innalzato e poi schiacciato, prendendo su di sé le colpe e offrendo sé stesso in sacrificio (Isaia 53:1-12). Per i cristiani questo passo profetizza la venuta di Gesù Cristo, il messia, colui che la sua morte ha riscattato l’umanità. Per gli ebrei, invece, il passo non presenta difficoltà particolari: come ovunque, nella Bibbia, Dio ricorre alla personificazione per parlare di Israele stesso, che è l’oggetto di tutti i suoi discorsi.

In ogni caso né in Isaia, né in altri profeti, né il alcun altro passo dell'Antico Testamento si dice che il messia è il Figlio di Dio. In nessun passo della Bibbia Dio si presenta come Trinità. Quando Mosè, in una scena di grande effetto, gli chiede chi è, Dio risponde: “Io sono colui che sono”. Ehyeh asher ehyeh, in ebraico. Un testo che pone non pochi problemi di traduzione, perché il verbo può essere tradotto sia al passato che al futuro, per cui potrebbe essere, ad esempio, anche: “Io sono colui che sarà”. Con implicazioni teologiche interessanti. Quello che qui importa, però, è che in questa occasione fondamentale, Dio non si rivela come Trinità. Nessuno, leggendo questo testo, potrebbe mai dedurre che Dio è anche Figlio. Lo stesso si può dire per l’altro testo in cui Dio si presenta: l’inizio del Decalogo.

Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile. (Esodo 20:2)

Il testo ebraico dice: Anoki Yhwh Eloheka. Dio si presenta con il suo nome sacro e ricorda quello che ha fatto per Israele. Anche in questo caso non si presenta come Trinità, non presenta al suo popolo il suo aspetto di Spirito né il Figlio.

Questa omissione può essere interpretata in due modi. La prima è che Dio si sia rivelato progressivamente. Agli ebrei ha rivelato un aspetto di sé, manifestando il Figlio solo nel momento della nascita di Gesù. Questa interpretazione però ha implicazioni gravi. Significa che per secoli Dio è stato falso con Israele, chiedendo una fedeltà assoluta, punendo atrocemente quando questa fedeltà non c’era o gli sembrava che non ci fosse, promettendo la salvezza, assicurando un legame esclusivo, e al tempo stesso manifestandosi parzialmente, nascondendo parti di sé.

La seconda interpretazione è che semplicemente il Figlio di Dio è un’invenzione posteriore.

Con queste considerazioni siamo alle soglie del Nuovo Testamento.

Note

  1. Tutte le citazioni bibliche sono nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana, edizione 2008. ↩

  2. Poiché questo non è uno studio filologico, i termini ebraici sono traslitterati in modo semplificato. Il testo ebraico di riferimento è quello della Biblia Hebraica Stuttgartensia, Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart 1990, quarta edizione. ↩

  3. F. Brown, A Hebrew and English lexicon of the Old Testament, based on the Lexicon of William Gesenius, Clarendon Press, Oxford 1939, p. 968. ↩

  4. Messaggio del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12-15 settembre 2013), in Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, La Famiglia fa differenza. Per il futuro, per la città, per la politica. Documento conclusivo della 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, EDB, Bologna 2014. ↩

  5. Nuovo grande commentario biblico, a cura di Raymond Edward Brown, Joseph Fitzmyer e Roland Nurphy, Queriniana, Brescia 2002, p. 32. ↩

  6. La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1986, p. 78. ↩

  7. F. Imparati, Studi sulla società e sulla religione degli Ittiti, tomo I, LoGisma, Vicchio (Fi) 2004, p. 563. ↩

  8. E. Bresciani, Letteratura e poesia dell’Antico Egitto, Cultura e società attraverso i testi, Einaudi, Torino 1999, p. 413. ↩

  9. S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica , in Opere, vol. XI, Boringhieri, Torini 1979, p. 349. ↩

  10. J. Assmann, Moses the Egyptian. The memory of Egypt in western monotheism, Harvard University Press, Cambridge-London 1998, p. 1. Traduzione mia. ↩

  11. F. Brown, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, based on the Lexicon of William Gesenius, cit, p. 888. ↩

  12. A. Vaccari, voce Jahvè, in Enciclopedia Italiana¸Treccani, Roma 1933. ↩

  13. M.K. Gandhi, Bihar and untouchability, in “Harijan”, 2 febbraio 1934. ↩

Capitolo 3

I sacri e i massacrabili

I Vangeli

I Vangeli raccontano la storia di un personaggio, Gesù di Nazaret, che fa e dice cose di grande suggestione, dichiarando di essere il Figlio di Dio, ossia Dio stesso. Questo è ciò che affermano i quattro Vangeli riconosciuti dalle Chiese cristiane, che però sono solo una selezione da una vera e propria biblioteca di Vangeli, alcuni dei quali sono palesemente falsi, scritti in epoca tarda e con contenuti fantasiosi, mentre altri sono antichi ed autorevoli non meno dei Vangeli canonici e sono stati scartati solo perché il loro contenuto non era in linea con quanto affermava e credeva la corrente dominante del cristianesimo.

Dopo la morte di Cristo il suo messaggio ha preso direzioni diverse. Una delle scuole più affascinanti è quella dello gnosticismo, che aveva i suoi Vangeli, come il bellissimo Vangelo di Tommaso. Gli gnostici affrontavano e risolvevano in modo interessante un problema importante: quello di conciliare il Dio dell’Antico Testamento con il Dio del Nuovo. Il Dio di cui parla Gesù è un Dio di amore e perdono, quello della Genesi, dell’Esodo e del Levitico è un Dio che stermina e decreta l’uccisione anche di bambini innocenti. La risposta degli gnostici è che si tratta di due figure diverse. Il Dio dell’Antico Testamento è, per loro, il Demiurgo, un essere inferiore e malvagio, mentre il Dio del Vangelo è il vero Dio perfetto ed eterno. Altri, gli ebioniti, anch’essi con un loro Vangelo, pur seguendo l’insegnamento di Gesù ne negavano la divinità, mentre secondo i nazareni per la salvezza occorreva seguire sia l’insegnamento di Gesù che la Legge ebraica.

I primi seguaci di Gesù si trovarono ad affrontare almeno due questioni. La prima è quella del rapporto con l’ebraismo. Alcune correnti si ponevano in una linea di continuità, mantenendo la pratica della circoncisione e il rispetto del sabato, mentre altri si distaccavano nettamente dall’ebraismo. Il secondo è quello della natura di Gesù. È Dio allo stesso modo di Dio Padre o ci sono differenze? La posizione che suscitò le maggiori dispute fu quella del teologo Ario, che sosteneva che Gesù è Dio, ma in modo diverso da Dio Padre, e in qualche modo inferiore, perché non esiste eternamente come il Padre, ma è stato creato, per cui c’è stato un tempo in cui c’era il Padre ma non c’era il Figlio. L’arianesimo fu condannato dal Concilio di Nicea del 325. Ma non fu solo una condanna teorica. Tutte le interpretazioni di Cristo diverse da quella ortodossa furono dichiarate eretiche e soppresse nel sangue.

Fin dalle sue origini il cristianesimo ha praticato una violenza che solo in apparenza è in contrasto con l’insegnamento del suo fondatore. L’affermazione del cristianesimo in Occidente è segnata da una duplice violenza: da un lato quella interna, per far fuori chiunque avesse opinioni considerate non ortodosse, e che serviva a far prevalere la dottrina cattolica e ad affermare la supremazia della Chiesa di Roma; dall’altro la violenza contro i pagani, che intendeva semplicemente spazzare via secoli di civiltà greco-romana, e perseguì lo scopo con la distruzione dei templi, la cancellazione dei libri, il divieto di praticare la religione pagana (stabilito con l’Editto di Tessalonica del 380) e l’assassinio per chiunque si ostinasse a non essere cristiano e cattolico. Tra le vittime della violenza e del fanatismo cristiano ci fu la filosofa e matematica alessandrina Ipazia, uccisa nel 415 da una folla di cristiani che dopo averla denudata la smembrò usando dei cocci. Per i cristiani Ipazia, immersa in studi che non erano in grado di comprendere, era una maga, e come sappiamo la Bibbia giustifica l’uccisione di negromanti e indovini. Il vescovo Cirillo, considerato dagli storici il mandante dell’assassinio di Ipazia, è ancora oggi venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.

L’etica di Gesù

L’insegnamento di Gesù appare per certi versi in contrasto con quello della Legge di Mosè. Un contrasto che è evidente, ad esempio, nell’episodio dell’adultera. Secondo la Legge, come sappiamo, una donna colpevole di adulterio dev’essere condannata a morte. Quando gli chiedono se è giusto lapidare l’adultera, Gesù invece risponde: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8:7). Una risposta astuta, perché affermare di essere senza peccato sarebbe stato in contrasto con la Bibbia stessa. Da questo passo emerge una delle caratteristiche di Gesù, che molto contribuì al suo carisma: la sua straordinaria capacità dialettica, l’abilità con cui riesce a prevalere sull’interlocutore sottraendosi al tempo stesso alla discussione. Benché in un passo inviti i suoi discepoli a parlare chiaro, limitandosi a “sì, sì” e “no, no”, perché “il di più viene dal Maligno” (Matteo 5:37), si può dire che nel Vangelo non vi sia una sola domanda cui egli stesso risponda con un sì o con un no. Nel passo che abbiamo appena considerato, ad esempio, quale è la sua posizione nei confronti della Legge? Di fatto ha impedito che la si applicasse, per cui si potrebbe ritenere che si ponga oltre la Legge. Ma così non è:

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. (Matteo 5:17-19)

Questo è uno di quei passi che i cristiani leggono, senza leggerli davvero. I minimi precetti di cui Gesù qui parla sono quelli che riguardano la lapidazione dell’adultera, l’assassinio degli omosessuali, la vendita delle proprie figlie, eccetera. Sono questi precetti che Gesù considera ancora pienamente validi. Né aggiunge molto il fatto che parli di un compimento. Se le parole hanno un senso, il fatto che Gesù difenda ogni singolo trattino della Legge significa che considera intoccabili tutti i precetti, esattamente così come sono stati scritti. Del resto, sarebbe strano il contrario, visto che si tratta della Legge data da Dio, ossia da lui stesso.

Nel Vangelo ci sono molti insegnamenti etici di alto livello. C’è, in primo luogo, quella che i filosofi chiamano regola aurea:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. (Matteo 7:12)

Si tratta di una regola morale che ha un carattere quasi universale, perché si trova formulata in modi molto simili in contesti culturali e storici molto lontani tra loro. Si trova, ad esempio, in Confucio, nato in Cina più di cinquecento anni prima di Cristo:

Zidong domandò: “Esiste forse un adagio che possa guidare la nostra condotta per tutta la vita?” Il Maestro disse: “Vi è l’adagio ‘Non imporre agli altri quello che non desidereresti per te stesso’”.1

Ma qui Gesù sta riprendendo l’affermazione di un noto maestro ebreo del suo tempo, rabbì Hillel, che a chi gli chiese di sintetizzare in poche parole l’intera Torah, rispose:

Ciò che non è buono per te non lo fare a un altro, il resto è commento. Vai e studia.2

Ai cristiani non piace ricordare questa somiglianza, diciamo così, delle parole di Gesù con quelle di un rabbino. Il pensatore ebreo Lejzer Zamenohf ebbe l’idea di creare una sorta di religione che facesse da ponte tra tutte le altre, per favorire il dialogo e la comprensione. Al centro di questa religione mise appunto le parole di Hillel, e per questo pensò di chiamarla hilelismo. I cristiani però protestarono: quelle parole erano di Gesù, non di Hillel; e il buon Zamenhof, che era pacifista, cambiò il nome in homaranismo, che in esperanto (la lingua da lui creata per favorire la comunicazione tra popoli) vuol dire umanitarismo.

L’altro grande insegnamento di Gesù è quello dell’amore del prossimo. Se leggiamo il Vangelo, possiamo constatare che nemmeno questo è però un insegnamento di Gesù. Scrive Luca:

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. (Luca 10:25-28)

Non è dunque Gesù, ma un dottore della Legge a enunciare il comandamento dell’amore. Il riferimento, per quanto riguarda l’amore del prossimo, è a Levitico 19:18, che dice appunto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Chi è il prossimo? Il testo ebraico usa il termine rea’, che significa “amico, compagno”.3 Letto interamente, il verso del Levitico dice: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso”. È chiarissimo che il prossimo non è qualsiasi essere umano, ma chi appartiene alla stessa comunità etnica.

Ora, nel Vangelo di Luca, il dottore della Legge chiede a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. E Gesù risponde con la parabola del buon samaritano. C’è un uomo che viene assalito dai briganti. Un sacerdote vede e passa oltre, e così anche un levita. Poi giunge un samaritano che lo soccorre. Quando Gesù chiede chi è in questo caso il prossimo, il dottore della Legge non può fare a meno di rispondere: “Chi ha avuto compassione di lui” (Luca 10:37).

Per comprendere questo passo occorre considerare chi erano in quel contesto i samaritani. Essi costituivano una minoranza religiosa ed etnica che non aveva buoni rapporti con gli ebrei. Quale fosse la posizione di Gesù verso di loro lo chiarisce un passo del Vangelo di Giovanni. Gesù è in una città della Samaria e si ferma presso un pozzo. Vede una donna samaritana che attinge acqua e le rivolge la parola. La donna si meraviglia, appunto perché ebrei e samaritani non hanno buoni rapporti. E Gesù, tra l’altro, le dice: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei” (Giovanni 4:22). È chiaro da questo passo che Gesù non ha alcuna simpatia per i samaritani, di cui disprezza la religione. Ma anche più grande è l’antipatia che prova per i rappresentanti del potere religioso ebraico: i sacerdoti, i dottori della Legge, i farisei. Quello che dice, in questa parabola, è che perfino un soggetto socialmente disprezzato come un samaritano può essere meglio di un sacerdote e di un levita. Lo scopo è quello di umiliare e confondere il suo interlocutore, sminuendone l’importanza con un argomento che non può contestare. D’altra parte, ciò che rende il samaritano degno di essere considerato prossimo non è la sua appartenenza al genere umano, ma il suo comportamento. Se qualcuno che ci è lontano ci fa del bene, mostra compassione e ci soccorre, ciò lo rende vicino, prossimo a noi, e perciò degno di amore. Ma ciò non implica affatto che tutti, per il solo fatto di essere umani, siano a noi prossimi e che pertanto si debbano amare.

Questo è il senso oggettivo di quel passo. Che però è superato dall’insegnamento sulla non resistenza al male.

La non resistenza al male

Quello che è l’insegnamento più alto del Vangelo compare in due passi. Il primo è questo del Vangelo di Matteo:

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. (Matteo 5:38-48)

L’altro passo si trova nel Vangelo di Luca (6:27-36), e se ne discosta di poco.

Leggiamo con attenzione. Qui emerge ancora la posizione ambigua di Gesù nei confronti della Legge. Che è valida fino all’ultimo trattino, ma alla quale qui contrappone punto per punto una nuova etica. Se la concezione giuridica della Legge è fondata sul principio, a dire il vero arcaico, del taglione, dell’“occhio per occhio, dente per dente”, ora Gesù insegna una logica diversa. Amare gli amici, i prossimi, e odiare i nemici è la posizione ordinaria. Gesù esige una posizione straordinaria, quella che in filosofia si chiamerebbe un’etica supererogatoria, che va cioè al di là di ciò che si può ragionevolmente chiedere a una persona comune. Propone di amare anche i nemici, e dunque di non avere più nessun nemico; e di non resistere alla violenza.

Ma perché agire in questo modo? La risposta, in questo passo, sembra essere che questo modo di agire si conforma al modo di agire di Dio. Scrive Luca:

Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. (Luca 6:35)

Bisogna agire così, dunque, perché è così che fa Dio. Ma quale Dio? Il Dio di cui si parla qui ha poco a che fare con il Dio che distrugge Sodoma e Gomorra per punirne la malvagità e che spinge Israele a sterminare gli idolatri cananei. Dio è non tanto il creatore della natura quanto il garante del suo ordine. Ma si potrebbe anche ritenere che qui Gesù stia parlando della natura stessa. La benevolenza di Dio è la benevolenza impersonale della nuvola che fa cadere la pioggia sull’orto del malvagio come su quello del buono, e che un altro giorno distrugge sia il primo che il secondo con la grandine. L’amore qui ha come premessa un’altra virtù etica, l’equanimità, la virtù che consiste nel trascendere, nel rapporto con gli altri, la percezione centrata sull’ego. Se si cerca qualcosa si simile, occorre guardare al buddhismo. Nel Kakacupamasutta il Buddha insegna:

O monaci, anche se dei banditi, dei malfattori, vi facessero a pezzi, parte dopo parte, con una sega a due mani, colui che nutrisse pensieri di odio verso di loro non praticherebbe i miei insegnamenti.4

Non provare odio nemmeno per chi ci sta uccidendo in modo crudele è la perfezione dell’equanimità (upekkha), segno che l’ego, con tutti i suoi elementi inquinanti, come il desiderio, l’avversione e la rabbia, è stato abbandonato.

Ma non siamo lontani nemmeno dall’etica di quello che è considerato il più importante filosofo ateo dell’Occidente: Spinoza. Che dopo aver considerato il modo di procedere necessario della Natura e le nostre stesse passioni come forze naturali, giunge alla medesima conclusione:

Chi vive sotto la guida della ragione, si sforza quanto può di ricambiare, l’odio, l’ira, il dispregio, eccetera, di altri contro di lui, con l’amore, ossia con la generosità.5

Siamo di fronte, dunque, a una visione etica di cui non si può negare l’elevatezza. Ma che appare per così dire fuori contesto, perché in aperto contrasto non solo con la secolare cultura biblica del nemico, ma anche, come vedremo tra qualche pagina, con una vera e propria metafisica del Nemico che ha conseguenze terribili sul piano etico.

Leggiamo intanto la versione che di questo precetto dà Paolo di Tarso (San Paolo per i cristiani) nella Lettera ai Romani (12:17-21):

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Qui l’indicazione riguardo all’azione è la stessa, ma cambia in modo radicale la giustificazione. Se per Gesù è un modo di agire conforme a quello di Dio – ossia, abbiamo detto, della natura – per Paolo si può evitare di rispondere al male con il male perché c’è un Dio iroso che punisce i malvagi. In questo caso l’amore del nemico è solo apparente. Non resistendo al male, permettiamo che il nemico accumuli il male che sarà punito sempre più duramente da Dio. Come dice efficacemente Paolo, in questo modo il nemico accumula carboni ardenti sulla sua testa. Questo però vuol dire che l’amore del nemico è in realtà una violenza particolarmente subdola. Vero amore sarebbe, invece, impedire al nemico di operare altra violenza, anche al costo di farla nostra, con la colpa che comporta.

C’è uno scarto enorme tra la non resistenza di Gesù e la non resistenza di Paolo. Alcuni studiosi ritengono che Paolo sia stato il vero fondatore del cristianesimo. Certo senza il suo decisivo contributo non si sarebbe diffuso nel mondo romano, e da lì nel mondo intero. Ma qui è evidente la diversa sensibilità tra lui e Gesù. Si può dire che Paolo chiuda la finestra spirituale più imporante del Vangelo. Ma lo fa, occorre riconoscere, in pieno accordo con la tradizione biblica. Inaudita, e perciò esposta a qualsiasi incomprensione, è invece l’idea di una azione che si liberi dall’impaccio del bene e del male perché conforme a un principio metafisico che a sua volta è al di là del bene e del male.

Queste parole hanno ispirato alcune letture politicamente radicali del Vangelo, come quella di Lev Tolstoj, la cui idea di una sistematica rinuncia alla violenza ha ispirato a sua volta Gandhi. Il fatto che questa lettura sia possibile dimostra quanto possa essere eticamente e politicamente feconda, per alcuni spiriti radicali, la lettura del Vangelo. Ma si tratta di una lettura ampiamente minoritaria. Nella tradizione cristiana quel passo ha il senso di un vago richiamo ad una bontà estrema, in fondo praticabile solo dai santi, e che comunque non va oltre la dimensione delle relazioni quotidiane. Soprattutto, bisogna essere consapevoli – occorre che ne sia consapevole chi ritiene che il Vangelo insegni la nonviolenza – che questa finestra etico-politica così affascinante coesiste, come vedremo, con un dispositivo violento micidiale.

I fondamenti della fede

Confrontata con quella di Confucio, di Socrate, del Buddha, l’etica di Gesù appare debole sul piano dell’argomentazione. Dice cosa è bene, ma non dice – o dice solo per accenni, come abbiamo appena visto – perché è bene, né in quale modo noi che siamo così imperfetti possiamo cercare di realizzare il bene. Socrate insegna che diventiamo morali nella misura in cui impariamo a conoscere noi stessi e a praticare l’enkrateia, il dominio sulla nostra parte passionale. Il Buddha insegna un sistema di tecniche meditative che servono, tra l’altro, a non restare schiacciati dalle nostre tendenza negative, come il desiderio e la rabbia, diventando quindi capaci di bene. Gesù non ha bisogno di parlare di tecniche per diventare morali, perché al suo posto pone la fede. La risposta a tutto è in Dio. Amare Dio è il fondamento della morale: non serve altro. Certo, ci si può chiedere come fare allora ad amare Dio, che fare se non si prova questo amore, ed è una questione difficile che affronteremo tra qualche pagina. Intanto dev’essere chiaro che Gesù non è e non vuole essere un filosofo. Né i suoi seguaci cercano in lui questo. Gesù è il Figlio di Dio. Così si presenta, e su questo si fonda il cristianesimo.

Ma su cosa si fonda la convinzione che Gesù sia il Figlio di Dio? Lo dice Gesù, ma non è possibile che l’autoproclamazione sia sufficiente.

I sostegni, se non i fondamenti, di questa affermazione sono tre: le profezie, i miracoli e la resurrezione. Gesù è figlio di Dio perché la sua venuta è stata profetizzata, anticipata dalle Scritture, che ha portato a compimento; perché ha fatto opere straordinarie, impossibili a un essere umano; e perché è risorto.

Analizzeremo ora questi tre punti.

Le profezie

Secondo i cristiani la venuta di Gesù è stata annunciata dai profeti, e in particolare da Isaia. C’è da dire che affinché una profezia si possa considerare realizzata occorre che non ci sia un rapporto di causa ed affetto tra la profezia stessa e il suo compimento. Ma Gesù conosce i profeti, e in diverse occasioni si comporta in modo tale da adempiere le profezie. Non è la profezia che anticipa e prevede le azioni di Gesù; sono le azioni che si conformano alla profezia.

Nei versi nei quali profetizzerebbe la venuta del messia, Isaia scrive che “spunterà dal tronco di Iesse” (Isaia 11:2). Iesse era il padre del re Davide, per cui il messia dovrà essere un discendente del re Davide. Gesù lo era? Il Vangelo di Matteo e quello di Luca forniscono due genealogie per dimostrare come Gesù discenda da re Davide (Matteo 1:1-17; Luca 3:23-38). Matteo parte da Abramo, Luca addirittura da Adamo. Purtroppo le due genealogie non coincidono. La cosa divertente è che le divergenze non si trovano nella più remota antichità, ma anche nelle generazioni più prossime. Gesù era figlio di Giuseppe, dice Matteo, che era figlio di Giacobbe, che era figlio di Mattàn, che era figlio di Eleazar, che era figlio di Eliud... No, tutt’altro. Gesù, ci informa Luca, era figlio di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Mattat (non Mattan), figlio di Levi, figlio di Iannai, figlio di Giuseppe... Sembra che sia un lungo elenco di nomi scelti a caso. I due evangelisti, la cui mano è guidata dallo Spirito, non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sul nome del nonno di Gesù, che per Matteo si chiamava Giacobbe e per Luca era un tale Eli.

La seconda profezia riguarda il nome. Dice Isaia:

Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. (Isaia 7:14-15).

La profezia dice senza ambiguità che il messia verrà chiamato Emmanuele. La cosa ha un senso chiaro: dopo la nascita gli si darà come nome Emmanuele. Ma invece il bambino viene chiamato Gesù. E, cosa davvero curiosa e divertente, il Vangelo scrive che il bambino fu chiamato Gesù affinché si realizzasse la profezia che diceva che sarebbe stato chiamato Emmanuele (Matteo 1: 22). Occorre notare di sfuggita che non c’è nessuna traccia nel Vangelo del fatto che Gesù da piccolo si nutrisse di panna e miele. Questo è il modo in cui il Vangelo usa il testo profetico: viene richiamato un passo di un profeta, per lo più Isaia, astratto dal suo contesto, senza quindi che si ritenga profezia anche ciò che è scritto prima e dopo.

Un buon esempio di questo procedimento è la profezia riguardante il luogo di nascita di Gesù. Che è nato, scrive Matteo,

A Betlemme di Giudea, perché così è\

scritto per mezzo del profeta:\

“E tu, Betlemme, terra di Giuda,\

non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:\

da te infatti uscirà un capo\

che sarà il pastore del mio popolo, Israele.” (Matteo 2:5-6)

Il riferimento qui è a Michea 5:1. Ma Matteo modifica il testo per fargli dire una cosa diversa. Perché Michea parla di un moshel, un termine che indica in modo assolutamente inequivocabile una figura politica: colui che governa. Il profeta dice che da Betlemme verrà colui che governerà Israele. Matteo gli fa dire che verrà colui che pascolerà il suo popolo. La figura politica del governatore è sostituita con la figura spirituale del pastore, cambiando le parole della Bibbia. Del resto, basta considerare il contesto di quella presunta profezia. Poco oltre Michea scrive:

La tua mano si alzerà\

contro tutti i tuoi nemici,\

e tutti i tuoi avversari\

saranno sterminati. (Michea 5:8)

Se è vera la profezia su Betlemme, allora è vera anche questa profezia. Ma non risulta che Gesù abbia sterminato i suoi nemici. Di quello si occuperanno poi i cristiani.

L’unica profezia che sembra avere un reale rapporto con la vita di Gesù, o per meglio dire con la sua morte, è quella di Isaia 53:

Disprezzato e reietto dagli uomini,\

uomo dei dolori che ben conosce il patire,\

come uno davanti al quale ci si copre la faccia;\

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.\

Eppure si è caricato delle nostre sofferenze,\

si è addossato i nostri dolori;\

e noi lo giudicavamo castigato,\

percosso da Dio e umiliato. (Isaia 53:3-4)

La figura di questo servo di Dio disprezzato, umiliato e infine ucciso, che prende su di sé le colpe di altri, pare in effetti sovrapponibile a quella di Gesù. Ma nella profezia di Isaia manca la cosa più importante. L’uomo di cui qui si parla è appunto un uomo. Isaia non parla di un uomo che è Dio stesso, non annuncia la novella della presenza di Dio stesso tra gli uomini. E, in assenza di questo annuncio, il servo di cui parla Isaia può essere identificato con qualsiasi figura messianica sconfitta. Gli Atti degli apostoli ci parlano di altre due figure messianiche sorte prima di Gesù:

Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. (Atti 5:36-37)

Sia Teuda che Giuda il Galileo si dichiararono messia. E, coerentemente con la missione di un messia, si misero contro i romani per difendere la libertà di Israele. Di Teuda racconta lo storico Giuseppe Flavio nelle sue Antichità Giudaiche:

Durante il periodo in cui Fado era procuratore della Giudea, un certo sobillatore di nome Teuda persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti.6

La fine di Teuda non fu migliore di quella di Gesù: la sua testa fu mozzata e portata a Gerusalemme. In mancanza di una indicazione, nella profezia, della natura divina del servo, quel passo potrebbe applicarsi perfettamente a Teuda, che perse la vita mentre lottava per la liberazione di Israele.

L’obiezione dei cristiani è che Teuda però non è risorto. L’unica differenza, in realtà, è che i suoi seguaci si sono dispersi invece di ricompattarsi grazie al mito della sue resurrezione.

Tutte le profezie hanno un unico riferimento: Israele. Qualunque cosa dicano Isaia, Michea, Ezechiele o anche i Salmi (anche da essi sono estratti testi cui si attribuisce valore profetico), la dicono di Israele. Il popolo ebraico è l’orizzonte di qualsiasi affermazione dell’Antico Testamento. Ma Gesù non ha più a che fare con Israele. Non è il salvatore di Israele. E questo nessuna profezia lo dice. Saranno i cristiani a elaborare una nuova profezia: quella secondo la quale il disegno divino sarà completo, e quindi giungerà la fine dei tempi, quando tutto Israele sarà convertito.7 Che non è propriamente un modo per esprimere rispetto verso chi professa un’altra religione.

I miracoli

La posizione di Gesù riguardo ai suoi miracoli è ambigua. Quando i farisei gli chiedono un segno dal cielo per credere in lui, la sua reazione è sdegnata:

Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non darò alcun segno. (Marco 8:12)

Quando a Cana un uomo gli chiede di guarire suo figlio, osserva amareggiato:

Se non vedete segni e prodigi, voi non credete. (Giovanni 4:48)

Al tempo stesso i miracoli sono fondamentali per la fede. Quando gli chiedono di rivelare senza nessuna ambiguità se è il Cristo, la sua risposta è:

Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. (Giovanni 10:25)

Sono dunque i miracoli, le opere, che testimoniano che Gesù è il messia. Ma si tratta di un fondamento estremamente fragile. Lo era già per i suoi contemporanei. Se i farisei gli chiedono un segno, è evidente che i miracoli non erano sufficienti già al suo tempo. A distanza di secoli sono sufficienti per credere nella divinità di Gesù né più né meno dei miracoli di altri personaggi. Ad esempio di Apollonio di Tiana, filosofo pitagorico vissuto qualche decennio dopo Gesù, di cui Filostrato racconta miracoli eccezionali, non esclusa la resurrezione di un morto e l’ascensione al cielo.8 Ma lo stesso Pitagora fece dei miracoli, e anche piuttosto eleganti. Secondo Giamblico, ad esempio, un giorno, camminando sulla spiaggia da Sibari a Crotone, fermò dei pescatori che stavano ritirando le reti e predisse loro l’esatto numero di pesci pescati. I pescatori si sorpresero e scommisero che, se Pitagora avesse indovinato, avrebbero lasciato liberi i pesci. I numero di pesci risultò esattamente quello previsto da Pitagora. I pescatori rilasciarono i pesci, ma Pitagora comunque pagò loro il loro prezzo.9

Non manca in qualche caso questa simpatica obiezione dei credenti: quelli di Pitagora o di Apollonio di Tiana non possono essere autentici miracoli perché non sono stati fatti dal vero Dio. Il fatto che Gesù fosse il vero Dio però è dimostrato dai miracoli. Dunque il fatto che Gesù sia il vero Dio è dimostrato dai miracoli, che sono dimostrati dal fatto che Gesù è il vero Dio.

Ma guardiamo da vicino qualcuno di questi miracoli. Cominciamo dal primo: alle nozze di Cana. Gesù è invitato insieme a sua madre e ai suoi discepoli ad una festa di matrimonio. Ad un certo punto finisce il vino. E Gesù, su invito di sua madre, chiede di riempire di acqua alcune giare, nelle quali essa si trasforma miracolosamente in vino. Ma chi sa del miracolo? Nessuno degli invitati se ne accorge, dal momento che colui che dirigeva il banchetto si complimenta con lo sposo per aver tenuto da parte il vino buono fino alla fine. Infatti, ci informa Giovanni, egli “non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua” (Giovanni 2:9). In altri termini, il miracolo avviene di nascosto, e gli unici testimoni sono i servitori, che assistono a un prodigio ma non ne informano nessuno. Questo vuol dire che il miracolo è stato tramandato attraverso i discepoli, invitati alla festa, che però non sono propriamente una fonte disinteressata.

La guarigione dell’emorroissa è narrata da ben tre Vangeli: Matteo (9:20-22), Marco (5:25-34) e Luca (8:43-48). Questa donna soffriva di perdite di sangue da ben dodici anni. Aveva speso molti soldi per cure che non le erano servite a nulla. Ora si fa largo tra la folla, allunga un braccio e tocca il mantello di Gesù. E immediatamente sente di essere guarita. Qui la prova del miracolo è tutta nell’affermazione della donna. Il Vangelo non dice che la donna tornò a casa, si accorse che l’emorragia era terminata e fu visitata da medici che constatarono che effettivamente era guarita. Tutto il miracolo è basato sulla sua sensazione che il flusso di sangue si fosse interrotto. Sensazione che per ovvie ragioni non poteva, in quel momento, essere accompagnata dalla verifica. Tutto quello che sappiamo è che una donna che soffriva di emorragie dopo aver toccato Gesù ebbe la sensazione di essere guarita.

Poi ci sono le guarigioni di indemoniati. Particolarmente significativo è il miracolo dell’epilettico. Il Vangelo di Marco presenta il ragazzo appunto con la denominazione corretta della malattia – “è epilettico e soffre molto” (Matteo 17:15) – mentre Matteo e Luca indicano in modo inequivocabile i sintomi: il ragazzo si scuote, urla ed ha la bava alla bocca (Luca 9:39), digrigna i denti e diventa rigido (Marco 9:18). Gli evangelisti attribuiscono il problema ad uno spirito che si impossessa del ragazzo, e la cosa non sorprende: era la concezione dell’epoca. Ma Gesù, che è Dio, dovrebbe sapere che non c’entra nessuno spirito o demonio, e che quella del ragazzo è solo una malattia come le altre. Invece, dopo aver rimproverato il padre, che si era già rivolto senza successo ai suoi discepoli (“O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?”, Matteo 17:17), guarisce il ragazzo intimando al demonio di lasciarlo:

Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. (Matteo 17:18)

Gesù non può aver compiuto questo miracolo. Può aver guarito un epilettico, a volerci credere. Ma non può aver guarito un epilettico facendo uscire da lui un demonio, perché l’epilessia non è causata da alcun demonio.

E c’è, infine, il triste miracolo del fico, che più che mostrare la divina potenza di Gesù getta una luce inquietante sulla sua idea di liberazione. Gesù ha fame. Vede un fico e cerca dei frutti da mangiare. Ma l’albero non ha frutti perché non è la stagione adatta. Allora Gesù maledice il fico: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!” (Matteo 21:19). E il fico si secca subito. I discepoli si meravigliano della cosa. E Gesù:

In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete. (Matteo 2:21-22)

Un discepolo un po’ smaliziato avrebbe potuto fargli notare che, se la fede può ordinare a un monte di gettarsi in mare (non mancava a Gesù la fantasia), può a maggior ragione ordinare a un umile fico di produrre frutti fuori stagione. E certo sarebbe stato un miracolo più bello della distruzione di un albero la cui unica colpa era quella di seguire le leggi della natura.

Le resurrezione

Le profezie sono arbitrariamente collegate alla vita di Gesù, i suoi miracoli sono a dir poco discutibili. Resta, come fondamento della fede, la resurrezione.

Tutta la fede cristiana si fonda, in fin dei conti, sul fatto della resurrezione di Gesù. Un fatto storico, occorre sottolineare. I credenti, sempre pronti a considerare simbolici e allegorici i passi imbarazzanti della Bibbia, si guardano bene dal fare altrettanto con i passi del Vangelo che parlano della resurrezione di Gesù. È accaduto realmente, come sono accaduti realmente altri fatti storici, come l’uccisione di Giulio Cesare o la sua conquista della Gallia.

Ma qualsiasi fatto storico esiste in virtù delle fonti che ne parlano. Un fatto storico è certo se diverse fonti autorevoli, cioè antiche ed autentiche, ne parlano in modo simile. È incerto se esistono diverse fonti, anche autorevoli, che ne parlano però con differenze significative. Nel caso della resurrezione di Cristo, non si può invece nemmeno parlare di fatto storico, perché a parlarne è una sola fonte, ed è una fonte di parte: il Vangelo stesso.

Vediamo in che modo ne parla.

Secondo il Vangelo di Matteo alla mattina della domenica Maria Maddalena e un’altra donna di nome Maria, non meglio identificata, vanno a far visita al sepolcro di Gesù. In quel momento c’è un grande terremoto e un angelo fa rotolare la pietra del sepolcro, annunciando che Dio è risorto. Le guardie, presenti, rimangono sconvolte. L’angelo annuncia alle donne che Gesù è risorto.

Fermiamoci un attimo. Stando a questa narrazione, la resurrezione e la conseguente uscita dal sepolcro sono avvenute prima, presumibilmente durante le prime ore del mattino. Ma le due guardie, che alla vista dell’angelo restano “come morte” (Matteo 28:4), avrebbero dovuto assistere anche alla resurrezione di Gesù e alla sua uscita dal sepolcro. A meno che Gesù non sia uscito dal sepolcro facendo passare il suo corpo attraverso la pietra e sfuggendo allo sguardo delle guardie. In questo caso la resurrezione sarebbe stato un evento sì miracoloso, ma ben poco glorioso.

Le due donne quindi corrono ad annunciare la resurrezione e per strada incontrano Gesù stesso, che comunica loro che attenderà i suoi discepoli in Galilea. E così accade. I discepoli, ormai in undici dopo il tradimento di Giuda, attendono Gesù in un posto stabilito e qui lo vedono. Ma non tutti sono convinti. “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono” (Matteo 28:17). Facciamo attenzione a questo passo. Il testo non dice, come traduce qualche edizione, che “alcuni invece dubitarono”;10 dice che i discepoli dubitarono.

Ricapitoliamo: Gesù appare a due donne, una identificata e una no; poi compare ai discepoli, che però dubitano.

Il Vangelo di Marco ci conferma che la resurrezione è avvenuta alle prime ore del mattino. Non ci dice nulla però del terremoto e della discesa dell’angelo; di un fatto così terribile non ha alcuna notizia. Non gli è giunta voce né gliel’ha riferito lo Spirito. Gesù appare solo a Maria Maddalena, mentre l’altra Maria scompare. Poi Gesù appare a due discepoli, mentre stanno camminando in campagna. Però appare “sotto altro aspetto” (Marco 16:12). Cosa vuol dire sotto altro aspetto? Non c’è un modo di comparire sotto altro aspetto. Se è comparso qualcuno con un altro aspetto, vuol dire che è comparso un altro.

Infine Gesù si presenta a tutti i discepoli. In questo caso però non è in Galilea, o almeno l’evangelista non ce lo dice. I discepoli sono a tavola e Gesù li rimprovera per non aver creduto a Maria Maddalena e ai due discepoli.

Ricapitoliamo: Gesù appare a Maria Maddalena, poi a due discepoli, ma con un aspetto diverso, e quindi potrebbe non essere lui, e infine ai discepoli.

Luca è più generoso nei dettagli. Di domenica mattina alcune donne, tra cui Maria Maddalena, Maria di Giacomo e una certa Giovanna, vanno al sepolcro e lo trovano aperto. Non c’è nessun terremoto. Gli angeli questa volta sono due, ma si mostrano sotto forma di uomini dagli abiti splendenti. Annunciano che Gesù è risorto. Le donne lo raccontano agli apostoli, ma questi non credono loro, ipotizzando che sia trattato di “un vaneggiamento” (Luca 24:11). Però Simone Pietro va a controllare e scopre che nel sepolcro ci sono solo le bende.

La faccenda dei due apostoli che camminano in campagna in Luca diventa molto più interessante. I due, uno dei quali si chiama Cleopa, stanno camminando quando sono affiancati da Gesù, che però non riconoscono. Chiede loro di cosa stanno parlando, e i due discepoli gli riferiscono il caso a tutti noto della morte di Gesù. “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele”, dicono (Luca 24:21). Ancora dopo la morte di Gesù un suo discepolo poteva evidentemente ritenere che la sua missione fosse quella di liberare Israele. Gesù li rimprovera e spiega loro le profezie che lo riguardano, poi resta a cena da loro. Al momento in cui benedice il pane, lo spezza e lo distribuisce, ai discepoli si aprono gli occhi e lo riconoscono. Tornano quindi dagli undici per annunciare la cosa, e scoprono che sanno già della resurrezione, perché Gesù “è apparso a Simone” (Luca 24:34). Ma questo contraddice apertamente quello che lo stesso Luca ha scritto poco prima, quando ha raccontato che Simone Pietro ha trovato le bende. Se gli è anche apparso Gesù, si è dimenticato di raccontarlo.

Mentre i discepoli stanno parlando, Gesù compare in mezzo a loro. I discepoli sono confusi e temono che sia un fantasma. Ma Gesù li invita a toccarlo:

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. (Luca 24:39)

E per confermare di avere un corpo reale mangia insieme a loro del pesce arrostito. Poi, usciti, li benedice e ascende al cielo.

Ricapitoliamo: alcune donne scoprono che il sepolcro è vuoto, ma Gesù non appare loro; Pietro vede che il sepolcro è vuoto, ma Gesù non gli appare, anzi sì; due discepoli vedono Gesù ma non lo riconoscono, se non dopo un bel po’; infine si manifesta ai discepoli.

Veniamo a Giovanni. La sequenza degli eventi, secondo quella che è la narrazione più dettagliata (Giovanni 20 e 21), è la seguente:

a. Maria Maddalena va di mattino presto al sepolcro e vede la pietra rimossa. Corre ad annunciare la cosa a Simone Pietro e all’altro discepolo, “quello che Gesù amava” (Giovanni 20:2). Maria Maddalena non capisce che Gesù è risorto, pensa che qualcuno abbia portato via il corpo.

b. Pietro e l’altro discepolo corrono. Il discepolo senza nome corre più veloce, arriva e vede le bende, ma non entra. Pietro sopraggiunge ed entra, e solo dopo entra anche l’altro.

c. I discepoli tornano a casa. Maria Maddalena resta presso il sepolcro e piange. Qui le compaiono due angeli che le chiedono perché pianga. Compare anche Gesù che le parla, ma Maria Maddalena pensa che sia il custode del giardino (o, come qualche edizione traduce impietosamente, l’ortolano) e lo riconosce solo quando la chiama per nome.

d. La sera stessa Gesù appare ai discepoli e soffia su di loro trasmettendo lo Spirito Santo.

e. Tommaso, detto Didimo, non era presente, e resta incredulo. Otto giorni dopo ricompare Gesù e lo invita a toccarlo per credere.

f. Dopo qualche tempo Gesù compare a diversi discepoli, compreso Simone Pietro, mentre stanno pescando. Gesù rivolge loro la parola, ma i discepoli non si accorgono che è lui. Lo riconosce il discepolo che lui amava.

Del fatto fondamentale dei Vangeli, l’evento su cui si regge tutta la fede cristiana, i quattro evangelisti danno versioni profondamente discordanti. Gesù risuscita come corpo e sottolinea questa circostanza parlando con i discepoli. Non è un fantasma, il suo corpo è materiale, è carne ed ossa. Al tempo stesso, però, il suo corpo sembra avere proprietà particolari. Dopo la resurrezione, la sua manifestazione dovrebbe essere palese, priva di qualsiasi ambiguità, e invece Gesù si manifesta dapprima sotto un aspetto non riconoscibile e solo dopo si mostra per quello che è. Ma in che modo avviene questo? Come può accadere che il viso di una persona cara non sia riconosciuto subito? Gli evangelisti non parlano di un volto coperto; sarebbe strano, dal resto, se parlasse a volto coperto ai due discepoli con cui passeggia in campagna o ai discepoli in riva al mare. Come accade che il suo aspetto cambi? È già accaduto che in vita si trasfigurasse,11 ma si era trattatato di un caso eccezionale. Ora invece sembra che Gesù sia risorto con un corpo fluido, che cambia di continuo, assumendo ora un aspetto ora un altro, allo scopo di confondere i discepoli nel momento in cui bisognerebbe confortarli senza alcuna ambiguità. Sulla base di queste narrazioni, non si può escludere che si tratti di un’altra persona che si è spacciata per Gesù approfittando dell’emozione del momento e della facilità di suggestionare uomini e donne fortemente sconvolti da ciò che era successo.

Come fatto storico, la resurrezione di Gesù non esiste. Perché le testimonianze sono poche, perché sono contrastanti tra di loro, equivoche e, soprattutto, di parte. Di un evento così eccezionale non c’è alcuna testimonianza che non venga dai discepoli. Ma i discepoli stessi, secondo una di queste poche testimonianze di parte, erano rimasti dubbiosi alla presenza di Gesù risorto. Qualsiasi altro fatto sostenuto in modo simile da una sola fonte di parte sarebbe derubricato a leggenda. I credenti lo sanno bene, e considerano la resurrezione stessa un articolo di fede. Ma si crea così un circolo vizioso: la fede è fondata sulla resurrezione, che però non è un fatto storico dimostrabile, ma una cosa che occorre credere per fede.

Il Regno e la liberazione

Gesù non dichiara solo di essere Figlio di Dio e dunque Dio lui stesso. Il suo messaggio è centrato sul Regno. La buona novella che Gesù viene ad annunciare è che questa realtà, con le sue ingiustizie, i mali, le sofferenze, la morte, sta per essere consumata; sta per giungere un’epoca di giustizia, di pace e di liberazione dalla morte. Il Regno.

Il messaggio di Gesù è essenzialmente escatologico, come tale è stato vissuto per secoli dai cristiani e come tale è vissuto oggi da alcune confessioni. Altre, come la Chiesa cattolica, hanno portato l’elemento escatologico per così dire in secondo piano, concentrandosi piuttosto sulla cristologia.

Ma quando verrà il Regno?

Nel Vangelo Gesù usa espressioni spesso molto ambigue, ma una cosa è chiara: la venuta del Regno è imminente. Non è questione di secoli e nemmeno di decenni. È una cosa che sta per accadere.

Fin dall’inizio della sua missione, Gesù centra la sua predicazione sull’annuncio che il Regno è vicino:

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. (Marco 1:14-15)

Il tempo dunque è già compiuto. Non c’è da attendere oltre. La predicazione di Gesù si pone alla fine dei tempi.

Dopo aver scelto i suoi dodici apostoli, Gesù dà loro il compito di predicare. Vieta loro di andare tra i pagani e di entrare nelle città dei samaritani; sappiamo che per questi ultimi Gesù non provava alcuna simpatia. I dodici dovranno quindi limitarsi a predicare nelle città di Israele. Ma la missione non durerà a lungo.

Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo. (Matteo 10:23)

Qualsiasi dubbio è fugato da questo passo del Vangelo di Marco:

Diceva loro: “In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza”. (Marco 9:1)

Abbiamo qui una evidente smentita della parola di Gesù. A meno che la venuta del Regno di Dio non sia la sua stessa morte e resurrezione, è evidente che l’annuncio di Gesù non si è avverato.

Consideriamo questa ipotesi: il sopraggiungere del “Regno di Dio nella sua potenza” non rappresenta la fine del mondo, ma il costituirsi del Regno che accoglierà poi i salvati alla fine dei tempi. Secondo questa interpretazione, dunque, quel passo non farebbe riferimento alla fine del mondo, ma al fatto che in quei tempi sta avvenendo una cosa misteriosa, la costituzione di questo Regno spirituale nel quale però solo dopo molti secoli sarà possibile entrare. Questa ipotesi è smentita però dalle stesse parole di Gesù. Nel testo più chiaro sull’avvento del Regno, Gesù afferma che, quando il Figlio dell’uomo tornerà “verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui” (Matteo 25:31), allora tutti i popoli saranno giudicati; alcuni saranno posti alla sua destra, e Cristo, come un Re, dirà loro: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo...” (Matteo 25:34). Il Regno dunque esiste fin dall’inizio dei tempi. Ciò che Gesù annuncia non è la costituzione del Regno, ma appunto il ritorno nel Figlio dell’uomo nella sua gloria. Un ritorno imminente, che avverrà prima che alcune delle persone cui Gesù si rivolge muoiano. Un ritorno che però non c’è stato.

Il passo appena citato ci consente anche di riflettere sulla particolare logica della liberazione. Il Cristo-Re, una visione che avrà conseguenze importanti sulla commistione di religione e politica nell’Occidente cristiano, parla di un Regno che è già destinato, fin dall’inizio dei tempi, a coloro che lo abiteranno. È un’eredità consegnata ai legittimi possessori. Questo pone qualche interrogativo sulla effettiva possibilità di una liberazione universale.

Chi potrà entrare nel Regno? Chiunque, a condizione che abbia creduto in Cristo e abbia fatto il bene? La seconda condizione non è sufficiente. Fare il bene di per sé non garantisce l’accesso al Regno. Del resto, alla fine dei tempi ci sarà una separazione netta: alcuni alla destra del Cristo-Re, altri alla sinistra. I buoni e i cattivi. Ma chi è davvero in grado di operare questa distinzione? Chi può dire di essere radicalmente, interamente buono? E c’è un essere umano che si possa considerare interamente malvagio, che non abbia mai compiuto nulla di buono? In realtà il bene e il male sono sempre variamente intrecciati in ognuno di noi, e la biografia di alcuni dei modelli morali dell’umanità riserva sempre spiacevoli sorprese.

La fede da questo punto di vista funziona meglio. La fede può essere esposta a dubbi, ma c’è o non c’è. Se dal punto di vista etico gli esseri umani si pongono lungo un continuum, dal punto di vista della fede si distinguono senz’altro in credenti e non credenti.

Ma chi sono i credenti? Chi può avere la fede in Gesù? Solo chi Dio ha già scelto. Dice Gesù:

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Giovanni 6:44)

Nessuno dunque può scegliere di credere in Gesù. È Dio che spinge alcuni verso Gesù. La parte precedente del discorso di Gesù chiarisce il senso della sua missione:

Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. (Giovanni 6:37-39)

Gesù non è venuto per la salvezza di tutti. È venuto a raccogliere coloro che fin dall’inizio dei tempi erano stati destinati alla salvezza. La sua missione consiste nel far in modo che nessuno di quanti sono destinati alla salvezza si perda, non nel salvare chi non è già destinato.

In questo senso va interpretata la figura ricorrente, ed efficace in un contesto pastorale come quello dell’epoca, del buon pastore. Un pastore ha il suo gregge. Non si occupa di tutte le pecore, ma solo del suo gregge. Ma quali sono le pecore di Gesù? Ascoltiamo ancora la risposta ai giudei che gli chiedono se è il Cristo:

Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.” (Giovanni 10:25-29)

Chi non crede in Gesù non può credere, perché non è già destinato dall’inizio al gregge di Gesù. Dio ha assegnato a Gesù alcune anime, che gli appartengono e che si lasceranno guidare da lui verso il Regno. Per tutti gli altri, per tutti quelli che non sono già stati scelti, il Regno è chiuso.

Gesù non spiega però per quale ragione Dio abbia scelto fin dall’inizio di salvare alcuni e condannare altri. Anche questo rientra, con i massacri di intere città, nell’imperscrutabile piano di Dio. In ogni caso il Vangelo, il meraviglioso annuncio di Gesù, si riduce a questo: la strana notizia che esiste un club di privilegiati spirituali, destinati alla salvezza, mentre chiunque non ne faccia parte verrà condannato alla dannazione eterna, pur in assenza di qualsiasi colpa personale.

Gesù voleva fondare una Chiesa?

Gesù sceglie dodici apostoli e affida loro una missione. Dovranno predicare il Vangelo e contribuire alla raccolta delle pecore che fanno parte del gregge di Gesù. Ma questa struttura di base dovrà poi evolvere in una Chiesa? Gesù intendeva fondare una organizzazione religiosa? Dopo quanto abbiamo detto la risposta negativa è evidente. Non c’è bisogno di nessuna Chiesa, perché l’avvento del Regno è imminente.

La Chiesa cattolica ritiene di essere stata istituita da Gesù con queste parole rivolte a Simone Pietro:

E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. (Matteo 16:18)

Questo primato di Pietro deriva dal fatto che è stato l’unico, tra i discepoli, a riconoscere in Gesù “il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:16). Non è privo di interesse considerare come questo episodio invece è narrato nel Vangelo di Tommaso. Quando Gesù chiede ai suoi discepoli a chi assomiglia, Simone Pietro lo assimila a “un angelo giusto”, Matteo a “un filosofo di grande saggezza”.

Gli disse Tommaso: – Maestro, la mia bocca non è assolutamente in grado di dire a chi tu sei simile. Gesù disse: – Io non sono più tuo maestro, perché tu sei ebbro; ti sei inebriato alla copiosa sorgente che è emanata da me –. Poi lo prese da parte e gli disse tre parole. Allora, quando Tommaso tornò dai suoi compagni, essi gli domandarono: – Che cosa ti ha detto Gesù? – Rispose loro Tommaso: – Se vi dico una sola parola che egli mi ha detto, voi prenderete delle pietre e me le scaglierete, e un fuoco uscirà dalle pietre e vi brucerà.12

Quale dei due testi ha ragione? Gesù ha affidato a Pietro il compito di fondare una Chiesa, o ha riconosciuto a Tommaso un primato spirituale e gli ha trasmesso un insegnamento segreto? È impossibile rispondere sulla base dei testi. Per i cristiani il primo testo è autentico e il secondo falso, ma dal punto di vista storico ci troviamo di fronte a due testi ugualmente antichi ed autorevoli. Se il secondo è considerato falso è perché la comunità che si è riconosciuta nel primo, la Chiesa, ha avuto il potere di mettere a tacere la comunità che si riconosceva nel secondo.

Ma diamo per valido il primo testo. Il suo senso è che Gesù voleva fondare la Chiesa? La parola greca ecclesia indica una comunità, e una comunità non è necessariamente una Chiesa organizzata in modo gerarchico, con un suo capo, una sua dottrina, un sistema dogmatico, un suo potere e una sua ricchezza. Gesù voleva fondare questa Chiesa? La risposta è nel Vangelo ed è, una volta tanto, chiarissima: no. Qui occorre citare il testo con una certa ampiezza, perché si tratta forse dell’unico testo involontariamente profetico della Bibbia.

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘rabbì’ dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.” (Matteo 23:1-12)

Qui Gesù sta attaccando il clero del suo tempo, contro il quale la polemica nei Vangeli è continua e sempre molto accesa. Ma la descrizione che ne fa è esattamente sovrapponibile ad una descrizione spassionata, nemmeno particolarmente critica, del clero cattolico o ortodosso, per certi versi anche protestante.

Gesù denuncia due cose: il rigorismo imposto agli altri ma non a sé stessi e la vanità che deriva dalla considerazione sociale. Partiamo da questo secondo punto. Basta uno sguardo all’abbigliamento delle alte cariche religiose per trovarsi di fronte a questa stessa vanità, portata fino al ridicolo. Paramenti principeschi, sfarzosi, tessuti pregiati, oro e pietre preziose sono gli abiti che distinguono il potere religioso nelle maggiori Chiese cristiane. Lo stesso si può dire per i “posti d’onore”. Non c’è cerimonia pubblica, anche in un Paese laico, che non preveda l’invito del sacerdote o, meglio, del vescovo. Quanto al papa, non è possibile avere a che fare con lui senza mostrare una profonda umiltà, inginocchiandosi e baciandogli l’anello.

Il papa, appunto. Qui Gesù sta dicendo con chiarezza assoluta che non vuole nessun papa né alcun pope. Non avrebbe potuto dirlo meglio. Perché le parole papa e pope significano entrambe padre. E qui Gesù dice che nessuno dev’essere chiamato padre. Non è, si comprende, una semplice faccenda di nome. Se non vuole che nessuno sia chiamato padre è perché non vuole nessuna struttura verticistica. E questo perché, analizzando il clero del suo tempo, ha compreso che a questo conduce la gerarchia: la follia del potere, con tutte le sue miserie e le sue vanità.

Parlando della condotta dei sacerdoti si rischia di scadere nell’anticlericalismo rozzo. Si direbbe però che è esattamente quello che fa Gesù nel Vangelo. Se avesse dovuto descrivere il clero cattolico, avrebbe usato con ogni probabilità parole molto più dure: perché solo in Francia, e solo negli ultimi settant’anni, i sacerdoti hanno violentato più di trecentomila bambini. Ma questa è la natura umana, si obietta. Ogni istituzione ha i suoi limiti, che vengono dalla nostra debolezza. E dunque Gesù sarebbe morto sulla croce per dar vita a un clero del tutto identico a quello che aborriva, se non peggiore, e ciò a causa della sua scarsa conoscenza della natura umana. La conosceva fin troppo bene, invece, a giudicare da quel passo. Perché aveva compreso che nelle organizzazioni gerarchiche presto diventa centrale il potere, e dove c’è il potere è aperta la via a qualsiasi degenerazione. Non è una astratta e astorica natura umana la causa delle terribili colpe del clero. È il fatto di essersi costituito come una struttura di potere. Lo dimostra il fatto che le organizzazioni religiose cristiane che si sono mantenute orizzontali, comunitarie, senza concentrare il potere in una struttura sacerdotale gerarchica, sono rimaste immuni dalla maggior parte dei mali che così vistosamente segnano le maggiori chiese cristiane.

Gesù o Barabba?

La scena è tra le più suggestive del Vangelo. Pilato mostra alla folla due prigionieri. Da un lato Gesù, dall’altra il brigante Barabba. E chiede chi dei due liberare. E la folla sceglie Barabba.

Che gli ebrei abbiano scelto Barabba è ancora oggi, per molti, un esempio di come l’assurdo possa prevalere nella storia; di come il male possa prendere le sembianze del bene ed entusiasmare le masse. Ma è davvero così?

A definire Barabba lestes, brigante, è Giovanni (18:40). Gli altri evangelisti ci danno qualche informazione in più. Barabba, scrive Marco, “si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio” (15:7). Non era dunque un brigante, un ladro o un delinquente comune. Era quello che oggi definiremmo un partigiano. Apparteneva con ogni probabilità agli zeloti, il gruppo politico che lottava per liberare Israele dalla sottomissione ai romani.

Gli ebrei dunque si trovano a scegliere tra due figure. Da una parte Gesù, che si proclamava Figlio di Dio, che più volte era stato visto in compagnia dei romani e alla domanda se bisognasse pagare loro le tasse, aveva risposto con il noto “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Matteo 22:21), che è una frase molto suggestiva, ma che praticamente significava che sì, bisognava pagare le tasse ai romani. Dall’altra un altro Gesù – perché pare che Barabba di nome si chiamasse anch’egli Gesù – Figlio del Padre (perché questo è il significato ebraico del termine Barabba), che lotta contro i romani. Joseph Ratzinger (papa Benedetto XVI) ha riconosciuto che in questa scelta gli ebrei si trovarono di fronte a due figure messianiche:

In altre parole, Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianesimo si confrontano.13

Ma per gli ebrei, eccezion fatta per la cerchia ristretta dei seguaci di Gesù, non c’erano due figure messianiche, ma una sola: Barabba. In base a tutto quello che era stato loro insegnato, in base a quello che è scritto nella Bibbia, gli ebrei non potevano concepire un messia che non lottasse politicamente per la libertà di Israele. Perché questo era il messia: un liberatore di Israele. In questo senso viene definito messia perfino un non ebreo come Ciro, per aver consentito il ritorno degli ebrei in Palestina (Isaia 45:1).

Gli ebrei dunque hanno fatto la scelta giusta, secondo quanto era stato insegnato loro dalla Bibbia e dai sacerdoti, vale a dire – se la Bibbia è ispirata da Dio – secondo quanto Dio stesso aveva detto loro.

E tuttavia gli ebrei, per aver compiuto questa scelta, sono stati accusati per secoli di deicidio, di aver messo in croce Dio stesso e di aver scelto il male. Questa accusa ha giustificato per secoli la persecuzione degli ebrei nell’Occidente cristiano. E se è vero che è forzato vedere una continuità tra l’antigiudaismo tradizionale e l’antisemitismo di Hitler, è anche vero che l’antigiudaismo non è stato solo una posizione teorica, ma ha causato secoli di atrocità contro gli ebrei, che non è facile non porre sulla stessa linea che conduce ad Auschwitz.

Peraltro, nell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei c’è una singolare contraddizione. Secondo l’insegnamento cristiano, la morte di Cristo sulla croce è stata la realizzazione del piano divino per la salvezza dell’uomo. Gesù doveva morire sulla crose. Se non fosse morto, l’umanità non sarebbe stata salvata. Dunque gli ebrei non hanno compiuto alcun crimine. Al contrario: hanno consentito a Dio di realizzare il suo piano.

La Vergine

Inutilmente si cercherebbe nei Vangeli la Madonna così come è venerata oggi. Di fatto, i primi cristiani non avevano alcun culto per la madre di Gesù. Si tratta di una costruzione successiva, motivata in gran parte dalla necessità di contrastare il successo che avevano divinità femminili come Iside. Il cristianesimo aveva bisogno anch’esso di una figura femmile forte: ed ecco che Maria diventa la Madonna, la Vergine, Signora e Regina, titoli regali che davvero si addicono poco alla sua figura storica, ma che diventano essenziali man mano che il cristianesimo si avvicina al potere e avanza la pretesa di fondarlo e giustificarlo.

Maria di Nazaret, ci informano i Vangeli, era una vergine sposa di Giuseppe (Luca 1:27). La parola greca usata da Giovanni, parthenos, può indicare sì una donna vergine, ma anche una donna molto giovane. In ogni caso, quel passo evangelico indica che Maria era vergine al momento in cui è rimasta incinta di Gesù per opera dello Spirito Santo. Che è una cosa difficile da credere, fisicamente impossibile, ma nulla è impossibile da credere per chi ha fede. Il punto è che questa verginità per dogma della Chiesa è perpetua: Maria diventa, con il secondo Concilio di Costantinopoli del 553, aeipàrthenos, ossia sempre vergine. Che vuol dire che non solo è stata fecondata senza penetrazione sessuale, ma ha partorito anche Gesù senza che le si rompesse l’imene.

In che modo il feto di Gesù possa essere uscito dalla vagina senza rompere l’imene pone problemi di non facile soluzione. Ma, ripeto, nulla è impossibile da credere per chi ha fede. Ma anche per chi ha fede esiste una logica dell’assurdo. Si può immaginare che Maria abbia concepito senza atto sessuale e partorito senza rottura dell’imene il Figlio di Dio. Ma che dire degli altri figli? Sono stati tutti concepiti e partoriti allo stesso modo? Allora sono anch’essi Figli di Dio. E come mai i Vangeli ne parlano solo di sfuggita?

Nel Vangelo di Giovanni c’è un curioso quadretto familiare che lascia pensare che i rapporti tra Gesù e la sua famiglia fossero tutt’altro che sereni.

Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. I suoi fratelli gli dissero: “Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!”. Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. (Giovanni 7:2-5)

I fratelli di Gesù non credevano in lui (o meglio: neppure loro credevano in lui: a credergli dovevano essere davvero in pochi). Sembra che lo trattino come un megalomane, uno che vuole mettersi in mostra con trovate originali. Da parte sua, Gesù ricambia pienamente questa freddezza. Quando la madre e i fratelli lo cercano, si rifiuta di incontrarli:

Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. “Qualcuno gli disse: ‘Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti’. Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’. Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre.’ (Marco 12:46-50)

Il senso di questo passo è chiarissimo a chiunque voglia intenderlo: Gesù sta rinnegando la sua famiglia. I suoi fratelli, con i quali evidentemente i rapporti erano pessimi, ma anche sua madre, quella che la Chiesa venera come Madre per eccellenza, e che Gesù rifiuta come tale. È peraltro estremamente significativo che nei Vangeli Gesù non la chiami madre, ma donna. Lo fa durante le nozza di Cana. Maria fa presente a Gesù che è finito il vino. E lui le risponde: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (Giovanni 2:4). Anche nel momento più tragico, quando è sulla croce, così Gesù si rivolge alla madre, indicandole “il discepolo che egli amava": “Donna, ecco tuo figlio!” (Giovanni 19:26).

La parola greca gynē è la stessa che usa, ad esempio, per rivolgersi all’adultera, dopo averla salvata dalla lapidazione: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?” (Giovanni 8:10). Ed è, ancora, il termine con cui si rivolge a Maria Maddalena dopo la (presunta) resurrezione: “Donna, perché piangi?” (Giovanni 20:15). Usa per Maria la stessa parola che usa per qualsiasi donna, senza alcuna considerazione per la sua condizione di madre.

Le false immagini

Non sappiamo nulla dai Vangeli dell’aspetto di Gesù e di Maria. Sappiamo dal Vangelo di Luca che il pubblicano Zaccheo per vederlo in mezzo alla folla fu costretto a salire su un sicomoro, “perché era piccolo di statura” (Luca 19:3). Non è chiaro se ad essere piccolo di statura fosse Zaccheo o Gesù. Certo è però che Gesù non doveva essere più alto della folla che lo attorniava.

Possiamo essere assolutamente certi che né Gesù né Maria, se sono mai esistiti, avevano un aspetto troppo diverso da quello di un uomo e di una donna della Palestina del loro tempo: bassi, dunque, secondo i canoni attuali, e dalla pelle scura. Le ragioni sono semplici. Un uomo e una donna con occhi e capelli chiari in quel contesto avrebbero fatto enorme clamore e gli autori dei Vangeli non avrebbero mancato di notare una circostanza così singolare, segno evidente dell’impronta divina. Il fatto che non dicano nulla del loro aspetto lascia intendere che esso fosse del tutto ordinario.

A lungo si è creduto nell’autenticità della lettera di un certo Publio Lentulo, presunto governatore della Giudea prima di Ponzio Pilato, che facendo rapporto all’imperatore Tiberio descriveva Gesù come un uomo alto, dai capelli lunghi, color di nocciola, e gli occhi azzurri. A dimostrare la falsità della lettera fu già Lorenzo Valla, cui dobbiamo la importante dimostrazione della falsità di un altro documento, quella Donazione di Costantino sulla quale la Chiesa cattolica ha fondato per secoli il suo potere temporale. Non è mai esistito alcun governatore di nome Publio Lentulo, e lo stesso Vangelo afferma che tutta la vita pubblica di Gesù si è svolta sotto Ponzio Pilato. Se davvero un Publio Lentulo fosse stato precedessore di Ponzio Pilato, non avrebbe avuto la possibilità di fare la conoscenza di Gesù. Un falso maldestro, dunque, con cui si cercava di dare fondamento testuale a un modo di rappresentare Gesù che era già un uso da tempo.

Ma perché Gesù e la Madonna da bassi e scuri diventano alti, castani o perfino biondi con gli occhi azzurri? Occorre considerare il carattere dualistico del cristianesimo. Gesù è il bene, contro il quale si staglia il male: il Diavolo. Sono su due piani diversi, ma il male non cessa mai di insidiare il bene, benché il Diavolo non possa vantare la stessa potenza di Dio, in quanto essere inferiore. Questa opposizione prende la forma dell’opposizione tra la luce e il buio, il giorno e la notte, il bianco e il nero. E inevitabilmente diventa opposizione razziale: i bianchi sono gli esseri spirituali, i neri quelli diabolici. Il Cristo biondo rappresenterà in modo perfetto il Dio dei bianchi, quando questi colonizzeranno i popoli dalla pelle scura, facendo scempio dei loro corpi con il pretesto di salvare le loro anime.

Perché il Vangelo è un libro violento

Bisogna partire da qui, dal Diavolo, per capire perché il Vangelo, nonostante le apparenze, è un libro violento.

Come ho già osservato, nell’Antico Testamento non esiste il Diavolo. Esistono figure che in seguito saranno associate al Diavolo, ma l’identificazione non regge ad una analisi più attenta. Non è il Diavolo il serpente che tenta Eva nella Genesi e non è il Diavolo nemmeno il Satana, l’ha-shatan, del libro di Giobbe, che svolge piuttosto la funzione di una sorta di funzionario al servizio di Dio. La nascita della figura del Diavolo è legata a un testo che non compare nella Bibbia, il Libro di Enoc.14 Che racconta che gli angeli di Dio, guidati da un angelo di nome Semeyaza, a un certo punto provarono attrazione per le donne umane e si accoppiarono con loro. Questo peccato suscitò l’ira di Dio e la loro caduta. La colpa è nella mescolanza di spirituale e materiale, divino e umano, anche se si tratta in fondo di ciò che farà Dio stesso nascendo nel grembo di una donna.

Il Diavolo è un angelo, non un Dio, e tuttavia per la sua opposizione a Dio si presenta in qualche modo come un anti-Dio. Questa opposizione avviene a livello metafisico, ma ha una sua precisa corrispondenza anche nel campo umano e storico. Credere che esistano un Dio-Bene e un anti-Dio che incarna il Male vuol dire separare anche gli esseri umani in due campi opposti. Da una parte ci sono coloro che sono divini, dall’altra ci sono gli esseri umani demoniaci. La figura del Diavolo è accompagnata dalla pratica della demonizzazione. Elaine Pagels ha studiato il modo in cui questa pratica era usata nel contesto ebraico ai tempi di Gesù. Anche ad una lettura distratta del Vangelo appare evidente che Gesù si muove in un contesto caratterizzato da una grande frammentazione e conflittualità interna. Gli ebrei sono sottomessi al romani, ma sono anche divisi in gruppi il lotta fra loro. E questi gruppi si combattono accusandosi reciprocamente di essere legati a Satana.

Per Pagels i seguaci di Gesù hanno dunque fatto propria una pratica che era ampiamente diffusa presso le sette ebraiche del tempo. Tra i gruppi del tempo, gli esseni sono senza alcun dubbio quello più vicino a Gesù. Un gruppo altamente spirituale, in aperta opposizione al potere degli scribi e dei farisei, le cui posizioni e i cui riti presentano affinità tali con la predicazione di Gesù da indurre alcuni studiosi a ipotizzare che Gesù fosse uno di loro. Non diversamente da altri gruppi, essi “avevano sviluppato ed elaborato immagini di un potere malvagio che chiamavano con diversi nomi – Satana, Beliab, Belzebub, Mastema (‘odio’) – appunto per caratterizzare la loro lotta contro la maggioranza ebraica che loro, per ragioni diverse da quelle dei seguaci di Gesù, denunciano di apostasia”.15 Non è possibile comprendere il cristianesimo se si prescinde da questo contesto storico.

C’è una differenza importante tra la comunità creata da Gesù e le altre comunità che facevano ricorso alla demonizzazione. Gesù introduce un elemento nuovo: l’affermazione di essere Figlio di Dio. Con questa affermazione inventa la fede come la conosciamo. Nel contesto ebraico, come abbiamo visto, non è in discussione il credere o non credere in Dio. Si può essere più o meno fedeli a Dio, si può dubitare della sua azione, ma c’è un rapporto di quasi identificazione di Israele con Dio che non lascia spazio all’ateismo. Con Gesù tutto cambia. Gesù fa una affermazione inaudita. Afferma di essere Figlio di Dio e dunque Dio stesso. Come credergli? Nei profeti si parla di un messia, ma non si parla di un Figlio di Dio. Se Dio aveva intenzione di mandare suo Figlio, e dunque di incarnarsi in una forma umana, perché non lo ha annunciato con chiarezza, senza ambiguità?

Per comprendere la difficoltà in cui vennero a trovarsi gli ebrei, si provi a immaginare la scena trasposta nel mondo di oggi. Si immagini un uomo o una donna che sostengano, magari dopo aver compiuto qualche miracolo, di essere Dio stesso. Chi gli crederebbe? E quale esito avrebbe la loro predicazione? Probabilmente un esito non troppo diverso da quello che ebbe la predicazione di Gesù Cristo, se consideriamo la sorte di un profeta abbastanza recente, David Lazzaretti, ucciso dai carabinieri sull’Amiata nel 1878.

Gesù dunque fa una affermazione incredibile. E a quelli che vi credono promette la salvezza, mentre a chi non vi crede minaccia le cose più terribili. Ma non si limita a far questo. Afferma che chi gli crede è da Dio, chi non gli crede è dal Diavolo.

Il vero centro del Vangelo è l’affermazione: “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde” (Luca 11:23). Gesù fa questa affermazione dopo aver scacciato un demonio da un uomo muto. Qualcuno nella folla lo accusa di scacciare i demoni per mezzo del Diavolo (Beelzebul), usando quella demonizzazione reciproca di cui parla Pagels. Gesù non svela la violenza di una simile demonizzazione, ma la fa propria, portandolo a un livello di scontro metafisico.

Gesù annuncia il Regno. La liberazione definitiva dal male e dalla morte. Questa liberazione però non sarà per tutti, non è una sorta di riconciliazione cosmica, di trascendimento del male nella realizzazione ultima di Dio come Bene. Al contrario: alcuni entreranno nel Regno mentre altri saranno condannati in eterno. Questa violenza è evidente nelle parabole, il mezzo che Gesù preferisce per parlare del Regno.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. (Matteo 13:47-59)

Ci sono esseri umani buoni ed esseri umani cattivi. Ci sono esseri umani che andranno con Dio ed altri che saranno gettati nel fuoco. Ci sono, secondo un’altra immagine, esseri umani che sono grano ed esseri umani che sono zizzania. Alla fine dei tempi il grano sarà raccolto e messo nel granaio, mentre la zizzania sarà bruciata (Matteo 13:24-30).

A distinguere i buoni dai cattivi, coloro che saranno salvati da quelli che saranno bruciati, è bene ancora sottolinearlo, non è il comportamento, il fatto di fare o meno del bene, ma la fede. Chi riconosce che Gesù è il Figlio di Dio è buono. Chi nega che Gesù sia Dio, secondo la logica del “chi non è con me è contro di me”, è anti-Cristo. Lo scrive con grande chiarezza Giovanni:

Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. (1 Giovanni 2:22)

Gli esseri umani si dividono ora in due categorie: da una parte i cristiani, dall’altra gli anticristi. Da una parte coloro che meritano la vita eterna, e che fin d’ora sono uniti al Signore, e dall’altra coloro che alla fine dei tempi finiranno nel fuoco eterno, e che già ora sono creature del Diavolo.

Nella parabola della zizzania il seminatore vieta ai servi di raccogliere la zizzania, per il timore che insieme ad essa venga falciato anche il grano. Una precauzione che i cristiani non hanno seguito. Se si afferma che chiunque sia, o appaia, contro Cristo è un essere diabolico, zizzania da distruggere col fuoco, la tentazione di falciarlo subito è forte. Ed è quello che hanno fatto per secoli i cristiani. Tutti i soggetti che il cristianesimo ha soppresso o oppresso – da ebrei e pagani alle streghe, ai neri, agli omosessuali, ai nativi americani e così via – hanno in comune questa demonizzazione: sono stati associati al Diavolo e per questo considerati incarnazione del male assoluto, come tale da estirpare.

Il cristianesimo ha creato un mondo nel quale vi sono da una parte esseri umani sacri, appartenenti a Dio, e dall’altra esseri umani appartenenti al Diavolo, e come tali nemmeno degni di essere considerati umani, e dunque massacrabili.

L’inferno

Il meno che si possa dire, dell’inferno, è che esso segna una frattura eterna. Anche dopo il ritorno di Cristo, la realtà resta scissa. Non c’è nessuna conciliazione finale, nessun superamento del male. Anche l’eternità è infelice, imbrattata dalla sofferenza di miliardi di anime, condannate per sempre, esclude da qualsiasi possibilità di redenzione.

Ma perché, poi? Sappiamo tutti che nella vita avvengono i cambiamenti, le conversioni, le trasformazioni. Molti santi cristiani sono stati peccatori convertiti. Lo stesso San Paolo prima di diventare cristiano è stato persecutore di cristiani. Perché mai un’anima non dovrebbe potersi evolvere anche dopo la morte? Perché, se esiste l’anima e sopravvive alla morte, escludere in eterno che essa possa convertirsi al bene, avvicinarsi a Dio, cambiare? Non c’è alcuna ragione, se non un accanimento contro alcuni soggetti, il desiderio di punirli non solo in questa vita, ma anche nell’altra, in eterno.

Come ha mostrato il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri, questa concezione è assurda anche da un punto di vista strettamente giuridico.16 I credenti ritengono che Dio sia giusto. La giustizia divina dovrebbe essere dunque infinitamente più perfetta di quella umana. Tutt’altro, invece. Un principio riconosciuto in tutti gli stati democratici è quello della proporzionalità della pena. Non è possibile naturalmente condannare allo stesso modo un furto di lieve entità e un omicidio. Inoltre lo scopo della pena è, come afferma la Costituzione italiana, la riabilitazione del colpevole: si punisce per aiutare a cambiare. Per questo nei Paesi democratici si mette in discussione lo stesso ergastolo. Se si condanna qualcuno a passare in carcere tutta la sua vita, che senso ha parlare di riabilitazione? Nella visione cristiana della pena non esiste né proporzionalità della pena né riabilitazione. Non esiste proporzionalità, perché ovviamente nessun reato, nessuna colpa può essere tale da meritare una pena eterna. Qualunque sia la colpa, anche il più accanito dei giustizialisti la riterrà estinta dopo qualche miliardo di anni di pene infernali. Non esiste nessuna colpa che possa meritare una pena eterna, per la semplice ragione che le nostre azioni sono sempre limitate. La cosa appare ancora più assurda se si considera che anche colpe che ad una sensibilità comune appaiono risibili – come la masturbazione – secondo la dottrina cattolica meritano, in assenza di un adeguato pentimento e della confessione, una pena eterna all’inferno. Soprattutto non c’è alcuna possibilità di riabilitazione. L’anima è legata, fissata in eterno alla sua colpa, con un giudizio implacabile che non ammette cambiamenti, evoluzioni, ripensamenti.

L’interpretazione

A quanti mettono il dito nella piaga delle contraddizioni che abbiamo appena visto, i credenti rispondono in tre modi, da quando il quarto modo – semplicemente mettere a tacere simili obiezioni ammazzando chi le avanza – è diventato impossibile per via della ben nota decadenza della civiltà occidentale.

Il primo modo è il ricorso alla pedagogia divina. Nella Bibbia, si dice, ci sono cose atroci, ma appaiono tali solo alla sensibilità attuale; in realtà esse si inseriscono in un percorso di crescita, di educazione ed incivilimento. Ma nessuna della atrocità che abbiamo incontrato può essere considerata una tappa lungo un percorso etico. Non si impara il bene massacrando, per quanto si possa partire da una posizione di ferocia. Si insegna il bene indicando il bene. Partendo magari da cose minime, come il rispetto della vita più fragile. Se si incita a massacrare, si sta corrompendo un popolo.

Il secondo modo è il ricorso alla contestualizzazione. Citare un singolo passo della Bibbia estrapolandolo dal contesto, dicono, è una operazione strumentale che non consente di coglierne il suo senso reale. A dire il vero i credenti ricorrono assai liberamente a testi estrapolati dal contesto, quando torna loro comodo, e il commento di passi isolati, spesso interpretati in modo davvero molto libero, è prassi normale di sacerdoti, vescovi e papi. Ma soprattutto il contesto è semplicemente evocato, mai realmente discusso. Se ci si dice d’accordo e si propone di ragionare insieme sul contesto, si ottiene un silenzio imbarazzato o l’obiezione che quella è faccenda degli esegeti e degli storici.

Il terzo modo è l’interpretazione. Tutte le atrocità apparenti della Bibbia, si dice, nascono da un equivoco. Si prendono alla lettera dei testi che invece vanno interpretati in modo diverso: cercando un significato morale, o allegorico (cioè simbolico) o anagogico, ossia spirituale-mistico. Anche in questo caso l’interpretazione è più evocata che realmente praticata; e anche in questo caso spesso è sufficiente il richiamo a qualche vaga autorità. In realtà l’interpretazione è un’arma a doppio taglio. Se la Bibbia non va letta in modo letterale, ma interpretata, allora questo vale tanto per Mosè che massacra dei bambini quanto per Maria che partorisce pur essendo vergine; vale, soprattutto, per dei passi che effettivamente potrebbero essere letti simbolicamente: quelli che raccontano la resurrezione di Cristo. Di più: tutta la narrazione biblica, dalla creazione dell’Adamo fino al Cristo, può essere interpretata come una storia meramente simbolica, che ha un significato morale o spirituale (o entrambi), ma che non ha alcun valore intrinseco di verità.

Note

  1. Confucio, Dialoghi, XV, 25, Einaudi, Torino 2006, p. 189. ↩

  2. Talmud, Shabbat, 31a. 6. Testo online (inglese ed ebraico) in The William Davidson Talmud, url: https://www.sefaria.org/Shabbat.31a.6?lang=bi ↩

  3. F. Brown, A Hebrew and English lexicon of the Old Testament, cit., p. 945: friend, companion, fellow. ↩

  4. La rivelazione del Buddha. Volume primo: I testi antichi, a cura di Raniero Gnoli, Mondadori, Milano 2001, p. 457. ↩

  5. Etica, Parte quarta, prop. 56; Spinoza, Etica, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 194. ↩

  6. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, V, 1, UTET, Novara 2013 (ebook). ↩

  7. Scrive il Catechismo della Chiesa cattolica (par. 674): “La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia al riconoscimento di lui da parte di ‘tutto Israele’ (Rm 11,26) a causa dell’indurimento di una parte nella ‘mancanza di fede’ (Rm 11,20) verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la pentecoste: ‘Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev’essere accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti’ (At 3,19-21)”. ↩

  8. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi, Milano 1978. ↩

  9. Giamblico, La vita pitagorica, VIII, BUR, Milano 2001, p. 157 ↩

  10. Così La Bibbia. Nuovissima versione dai testi originali, cit. ↩

  11. Marco 9:2-8; Matteo 17:1-8; Luca 9:28-36. ↩

  12. Vangelo di Tommaso, 14, in I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1990, pp. 486-487. ↩

  13. J. Ratzinger, Gesù di Nazareth. Dal battesimo alla trasfigurazione, BUR, Milano 2007, p. 63. ↩

  14. Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di Paolo Sacchi, UTET, Torino 1981. ↩

  15. E. Pagels, The origin of Satan, Vintage Books, New York 1995, p. 18. ↩

  16. L. Lombardi Vallauri, Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo, Le Lettere, Firenze 2001. Per queste idee sull’inferno nel 1998 Lombardi Vallauri è stato sospeso dall’insegnamento presso l’Università Cattolica di Milano. ↩

Capitolo 4

Oltre Dio

La fede

Da quanto detto fin qui, dovrebbe essere chiaro che la verità – anzi: la Verità – dei credenti ha poco a che fare non solo con la ragione, ma anche con la semplice ragionevolezza. Ma questo non preoccupa i credenti. Anzi. Del fatto che le cose in cui credono siano in contrasto con la ragione finiscono per vantarsi. Credo quia absurdum, ripetono con Tertulliano: lo credo proprio perché è assurdo. Più una concezione è assurda, più un cristiano vi crede.

È questa la fede, questo rifugio magico che rende tutto possibile, risponde ad ogni domanda, libera dall’onere di argomentare e dà a chi la possiede il diritto inalienabile di considerare gli altri dall’alto in basso. Chi possiede la fede ha la Verità tutta intera e senza nessuno sforzo, senza doversi prendere il fastidio di studiare, di confrontarsi, di argomentare.

Sulla fede non c’è molto da aggiungere a ciò che scrisse tre secoli fa quello che è stato il più violento critico del cristianesimo: Jean Meslier. Che la Chiesa cattolica la conosceva bene, perché per tutta la vita è stato un prete di campagna. Quello che pensava della religione di cui con disgusto e rabbia è stato sacerdote lo ha scritto nel suo testamento (Memoire des pensées et des sentiments), talmente duro che perfino Voltaire, pubblicandone una sintesi, ha sentito il bisogno di eliminarne le parti più radicali.

Al di là di tutte le irrazionalità, le contraddizioni e le assurdità che è facile scoprire nella Bibbia, scriveva Meslier, il problema fondamentale dei credenti è appunto la fede. Essa consiste nel dare il proprio assenso a qualsiasi affermazione rinunciando per principio all’esame della ragione. Più tale rinuncia è radicale, più cioè la fede è cieca, più meriti acquista il credente. Ma questo atteggiamento è esattamente ciò di cui ha bisogno la falsità per affermarsi. Una visione vera non avrebbe alcun timore dell’esame della ragione e potrebbe fiduciosamente affidarsi ad essa.

Ora è evidente che una credenza cieca in tutto quello che si propone sotto il nome e l’autorità di Dio, è un principio di errori, di illusioni e di imposture; si vede effettivamente che non c’è alcun errore, alcuna illusione, alcuna impostura in materia di Religione che non pretenda di coprirsi con il nome e l’autorità di Dio, e che non c’è inoltre alcuno degli impostori che li inventano o propongono, che non si dica particolarmente ispirato ed inviato da Dio

scriveva Meslier.1 E aggiungeva che questo fondamento così traballante è anche la ragione dei tanti conflitti tra persone di fede. E aveva ragione. Se si hanno ragioni è possibile il confronto razionale, il dialogo o al limite il duello intellettuale. Se la propria visione del mondo invece è irrazionale, l’unico modo per difenderla è la violenza.

C’è una sola religione che ha rinunciato a questo accecamento preliminare: il buddhismo. Nei sutra il Buddha afferma chiaramente che il suo insegnamento dev’essere messo alla prova, saggiato, verificato di persona e fatto proprio solo se persuade. Ma man mano che il buddhismo si è istituzionalizzato e diffuso a livello popolare, questo nobile elemento fondante è passato in secondo piano. Anche perché se alcuni aspetti del buddhismo sono verificabili (ad esempio il legame tra desiderio e sofferenza), altre convinzioni fondamentali sono evidentemente al di là di ogni esperienza. Come sottoporre a verifica la credenza nella rinascita? Chi può vedere ciò che accade dopo la morte? E come essere sicuri della maturazione del karma nelle vite successive?

Il cristianesimo ha invece bisogno di un abbandono fideistico massiccio. Non solo perché comprende un insieme di convinzioni che sfidano le leggi più elementari della logica, come il dogma della Trinità (uno che è uno, ma anche tre), ma soprattutto perché Gesù stesso fa un’affermazione che richiede una scelta fondata sulla fede. Questo figlio di un carpentiere, la cui famiglia nemmeno sembra credere troppo in lui, annuncia di essere il Figlio di Dio. Qualsiasi considerazione razionale porterebbe a concludere che Gesù è un pazzo o un impostore. Solo alla luce della fede quell’uomo può apparire come Dio.

E se Dio fosse Babbo Natale?

La fede non ha nessun altro sostegno che la fede stessa. Non si crede perché c’è un testo sacro che presenta una verità pura; si ritiene che un testo pieno di errori, falsità, atrocità sia sacro perché si ha fede. Non si crede perché c’è stata la resurrezione di Cristo come fatto storico; si ritiene che la resurrezione sia un fatto storico perché si ha fede. Non si ha fede perché la ragione dimostra che Dio esiste; al contrario, si cercano le prove razionali dell’esistenza di Dio perché si ha fede. La fede precede, in realtà, tutto ciò che dovrebbe fondarla. Questo vuol dire che la fede è fondata solo su sé stessa: si crede perché si vuole credere.

Immaginiamo che un profeta dei nostri tempi scriva un libro in cui dichiari che il mondo è stato creato da Babbo Natale, che torna periodicamente per salvarlo la notte di Natale. Se non fosse per l’intervento periodico di Babbo Natale, che scende sulla Terra a bordo della sua slitta trainata da renne, il mondo verrebbe distrutto. Poiché Babbo Natale è una cara figura, questo profeta non ha difficoltà ad avere seguaci: e nasce così una nuova religione, che chiameremo Chiesa di Babbo Natale.

Quali obiezioni faremo a una simile religione? Diremo che le sue convinzioni sono assurde? Ma l’idea di un essere buono che periodicamente torna sulla Terra per salvarla non è più assurda dell’idea di un Dio che ha litigato con l’umanità e per far pace decide di mandare suo Figlio affinché gli esseri umani lo uccidano. Diremo che sappiamo tutti in che modo si è formata l’immagine di Babbo Natale? Ma sappiamo alla perfezione anche come si è sviluppata la visione di Dio, come si è formata nel tempo l’immagine di Gesù, come è nato il culto dei santi. Sappiamo che il Dio dell’Antico Testamento è diverso dal Dio del Vangelo. Sappiamo che quando il cristianesimo si è avvicinato al potere, Cristo è stato raffigurato sempre più come un Re, fondamento divino dei poteri di questo mondo. Sappiamo che il culto della Madonna non appartiene al cristianesimo delle origini e che è nato anche per ragioni opportunistiche. Possiamo fare una storia di Dio esattamente come possiamo fare una storia di Babbo Natale.

Ma, si potrebbe ancora obiettare, il profeta di Babbo Natale sappiamo tutti chi era. Un uomo comune, come tutti gli altri, qualcuno testimonia perfino che avesse qualche brutto difetto. Perché mai dovremmo considerarlo attendibile? Perché nel libro che lui ha scritto si afferma che lui è il profeta. Dal momento che il libro è divino, tutto quello che dice è vero. Sembra assurdo? Lo è. Ma non di più della convinzione che tutti i libri sacri siano sacri perché in essi è scritto che sono ispirati da Dio. Quanto ai difetti, è risaputo che le vie di Dio – di Babbo Natale, in questo caso – sono imperscrutabili per noi umani. E del resto, abbiamo visto i difetti di uomini come Abramo e Mosè. I contemporanei di Gesù si chiedevano come potesse essere il messia proprio lui, il figlio del carpentiere.

Se qualcuno si dichiarasse profeta di Babbo Natale e fondasse una nuova religione, non avremmo nulla da obiettare che non obiettiamo già ai credenti di qualsiasi religione. E le risposte sue e dei suoi seguaci non sarebbero diverse da quelle di qualsiasi altro credente: bisogna avere fede. Con l’aggiunta, magari, di una minaccia: se non avremo fede, Babbo Natale non ci porterà più doni.

Una volta che si ricorre alla fede può accadere di tutto. Qualsiasi cosa può essere creduta per fede. Uno dei problemi dei credenti è che non hanno, di fatto, alcun modo per impedire le più bizzarre deviazioni delle loro stesse credenze. Consideriamo, ad esempio, la Chiesa di Dio Onniportente, nota anche come Folgore da Oriente. È uno dei nuovi culti più aggressivi e sta facendo proselitismo anche in Italia grazie ad una serrata campagna sui social network attraverso un numero impressionante di profili falsi. Secondo questa Chiesa Gesù Cristo è tornato sulla Terra, questa volta nella forma di una donna nata in Cina nel 1973, Yang Xiangbin. La fine del mondo è prossima, e solo i seguaci della Chiesa si salveranno. È assurdo? Sì, lo è. Ma non è affatto più assurdo di ciò che credono ordinariamente i cristiani. Anzi, è perfettamente in linea con le loro credenze. È scritto nel Vangelo che Cristo tornerà e che vi sarà la fine del mondo. Perché mai non potrebbe tornare in Cina, e sotto forma di donna?

La Chiesa di Dio Onnipotente è accusata, in Cina, si aver compiuto diversi crimini, tra cui l’omicidio di una dipendente del McDonald’s della città di Zhaoyuan, che i membri della setta avrebbero ucciso identificandola come “spirito malvagio” perché si era rifiutata di lasciar loro il suo numero di cellulare. Una brutta faccenda, ma non più brutta di quella di Anania e Saffira, di cui parlano gli Atti degli apostoli. E la cui storia è bene ricordare, prima di parlare di etica e religione.

Anania e Saffira

L’aula di un tribunale. Alla sbarra ci sono i membri di una setta religiosa accusati di omicidio. La vittima: due membri della setta, marito e moglie, che la setta accusava di non aver consegnato tutti i propri averi. L’avvocato difensore sostiene che non sono stati i membri della setta a uccidere i due anziani, ma il Dio stesso della setta. Quante possibilità hanno i membri della setta di essere assolti?

La domanda, si capisce, è retorica. Non solo i membri della setta non avrebbero nessuna possibilità di essere assolti, ma nessun avvocato sano di mente userebbe quell’argomento.

Il caso ipotizzato è l’episodio di Anania e Saffira, di cui si parla negli Atti degli apostoli con toni perfino edificanti, e su cui non c’è molto da aggiungere all’amara ironia di Voltaire nel Dizionario filosofico.2

Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffira, vendette un terreno e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. (Atti 5:1-5)

Poco dopo entra la moglie e la scena si ripete. Muore anche lei, colpevole, nientemeno, di aver mentito allo Spirito.

Nell’edizione della Bibbia di Gerusalemme l’episodio è liquidato con questa nota a piè di pagina:

La colpa di Anania e Saffìra è d’aver voluto ingannare gli apostoli per amore del denaro, e, attraverso gli apostoli, lo Spirito Santo, presente in mezzo ai fratelli; a lui essi hanno mentito.3

Che i due poveri coniugi siano stati uccisi realmente da Dio è, diciamo così, assai improbabile; non sarebbe certo una tesi, ripeto, valida in un processo. Ma se anche così fosse, le conclusioni sarebbero di non poco conto. Significherebbe che Dio è un essere terribilmente malvagio, che punisce con la morte una colpa risibile e comprensibile, come è con ogni evidenza questa. Di più: Dio guarda più al male che al bene. Perché Anania e Saffira hanno mentito, ma hanno anche dato i loro beni alla Chiesa. Perché Dio guarda il male, ingigantendolo, e non il bene fatto?

Lo scenario realistico è un altro. I due coniugi sono stati uccisi perché, con il loro comportamento, avevano disobbedito all’imperativo della setta di consegnare loro tutti gli averi. Ed è un episodio che illumina con una luce inquietante anche il cosiddetto comunismo primitivo dei cristiani. Per secoli i cristiani hanno ritenuto che la Chiesa delle origini fosse assolutamente pura, corrompendosi poi con il passare del tempo; e quale segno di questa purezza è sempre stata considerata la comunione dei beni. Molto più probabilmente questa comunione dei beni non era diversa dalla voracità che sempre caratterizza le sette religiose, che dopo essersi accaparrate le anime allungano le mani sui beni degli adepti, fino a spogliarli sia delle prime che dei secondi.

Per chi non crede in Dio tutto è permesso?

Un argomento usato di frequente in favore della fede è quello delle conseguenze negative dell’ateismo. Riprendendo un’affermazione di Ivan Karamazov nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si afferma che “se Dio non esiste, tutto è permesso”.4 Una volta negato Dio, sono negati anche i valori; e se non esistono valori fermi, indiscutibili, allora tutto è ugualmente giusto e accettabile. È il problema del relativismo, contro il quale la Chiesa cattolica ha avviato una vera e propria crociata con il pontificato di Giovanni Paolo II. Dimenticando che il contrario di relativismo è assolutismo. E che l’assolutismo, esso sì, ha conseguenze terribili.

Non manca chi, perfino tra i non credenti, ritenga che la religione sia indispensabile per spingere le persone a fare il bene o almeno per impedire che facciano il male. Se Dio non c’è, non c’è nulla che ci trattenga: nessuna paura di essere giudicati e puniti per il male che facciamo.

Come abbiamo visto, le religioni contengono qualche principio morale misto a una quantità di atrocità, di istigazioni a delinquere, di azioni criminali che si propongono ai fedeli come esempi. Ispirare la propria condotta a un testo come la Bibbia vuol dire essere in ogni momento pronti, almeno teoricamente, allo sterminio dell’avversario, al genocidio, all’assassinio di donne, bambini, omosessuali e così via. Del resto, ci si domanda come si possa sostenere seriamente questo argomento, avendo costantemente sotto l’occhio lo scandalo di organizzazioni religiose come la Chiesa cattolica i cui membri compiono frequentemente crimini terribili come la pedofilia, e che nella storia anche recente non hanno mancato di far avere il loro appoggio ad assassini seriali come Benito Mussolini.

Non c’è alcun bisogno di credere in Dio per fare il bene. C’è bisogno, piuttosto, di vivere in una società giusta, nella quale le disuguaglianze sociali siano limitate e sia offerta ad ognuno la possibilità di realizzare sé stesso. I dati sociologici ci dicono che i crimini aumentano nelle società ingiuste, nelle quali le risorse sono distribuite in modo diseguale e alla ricchezza di pochi corrisponde la miseria di molti. E, al di là della retorica, non si può certo sostenere che le religioni, schierate sempre dalla parte dei privilegiati, abbiano contribuito alla creazione di società giuste.

Perché facciamo il bene (e il male)

Il filosofo cinese Mencio sosteneva che l’essere umano è naturalmente buono. Per dimostrarlo escogitò un esperimento mentale semplice ed efficace. Immaginiamo, disse, un bambino che stia per cadere in un pozzo. Chiunque, osservando la scena, proverà una sensazione di raccapriccio assolutamente spontanea e naturale. Tutti abbiamo innate in noi cose come il senso di pietà, il senso di vergogna e il senso di giustizia.5

Ma perché, se siamo naturalmente buoni, facciamo il male? A rispondere in modo ugualmente efficace è un altro filosofo cinese, Mozi. Tendiamo a pensare che all’origine del male che facciamo ci siano le nostre emozioni negative, come la rabbia. E indubbiamente esse spesso precedono molte delle nostre peggiori azioni. Ma cosa viene prima delle emozioni?

In alcuni casi, qualcuno che assista a un bambino che sta per cadere in un pozzo può restare indifferente. In altri casi può augurarsi che il bambino cada nel pozzo. In altri casi ancora, può gettare il bambino nel pozzo. In tutti e tre i casi, penserà che ciò sia la cosa giusta. A giustificare ognuno di questi comportamenti sarà il suo modo di interpretare la realtà. Chi è quel bambino? Se è un bambino, e basta, è naturale soccorrerlo. Ma quel bambino può essere un bambino nemico. In questo caso c’è qualcosa che ci impedisce di vedere in quel bambino l’appartenenza alla comune umanità.

L’aspetto decisivo, allora, è un altro. Non a livello emotivo, ma a livello cognitivo. È il nostro modo di mappare il mondo, creando confini, marcando territori, definendo zone di esclusione. Questo aveva capito Mozi: che facciamo il male perché non riusciamo più a vedere l’insieme, ma abbiamo una visione frammentata della realtà. Il filosofo confuciano distingueva due tipi di persone: gli universali e i discriminanti. I primi vedono l’umanità, i secondi solo pezzi di umanità. Ascoltiamolo:

Se la gente considerasse gli Stati degli altri come il proprio Stato, chi vorrebbe mobilitare il proprio Stato per attaccare gli Stati altrui? Essi considererebbero gli Stati altrui come il proprio. Se la gente considerasse le province degli altri come considera la propria, chi vorrebbe innalzare la propria provincia per combattere le province degli altri? Essi considererebbero la provincia degli altri come la propria. Se la gente considerasse la casata altrui come la propria, chi agiterebbe la propria casata per portare disordine nelle casate altrui? Essi considererebbero le casate altrui come la propria. Ora se Stati e città non si attaccano e combattono reciprocamente, e se le casate non si arrecano disordine a vicenda, ciò è dannoso per il mondo? O è benefico? Bisogna dire che è benefico. Vediamo quale è l’origine di questi benefici. Da dove vengono? Essi vengono dall’odiare e fare del male alla gente? Certamente diremo di no. Diremo che sorgono dal fatto che la gente si ama e si fa del bene a vicenda. E se dovessimo distinguere e dare un nome a coloro che nel mondo amano e fanno del bene agli altri, dovremmo dire che sono “discriminanti” o “universali”? Dovremo certamente dire che sono “universali”.6

Questa analisi è confermata da non pochi studi di psicologia sociale, che hanno mostrato come l’aggressività interpersonale aumenti nel momento in cui si formano dei gruppi e a questi gruppi viene fornita una identità. Ma non occorre nemmeno ricorrere alla psicologia. È sufficiente considerare la storia più recente. Che è storia di partiti, di Stati, di coalizioni lanciate al massacro le une contro le altre per affermare le proprie ragioni, la propria identità, i propri interessi.

Perché le religioni sono pericolose

Se questo è vero, le religioni non sono soltanto sistemi di credenze fondati sul nulla, ma tutto sommato innocui. Sono pericolose, perché ogni religione si costituisce come un recinto chiuso, identitario, sempre esposto alla tentazione della violenza. Salvo rare eccezioni, la religione conduce al settarismo. Essere religiosi vuol dire far parte di una chiesa, di una umma, di un sangha. Il mondo si divide in due: quelli che sono dentro e quelli che sono fuori dal gruppo religioso. È curioso come questa divisione settaria contrasti apertamente con i messaggi universalistici propri di molte religioni, come il cristianesimo. Si predica l’amore universale, ma questa universalità è impacciata dalla propria appartenenza religiosa.

Nel caso del cristianesimo, come detto, c’è l’elemento ulteriore della demonizzazione. Chi è fuori dalla comunità dei credenti è associato al Diavolo e dunque demonizzato. E da questa demonizzazione deriva la sua disumanizzazione, premessa per la sua semplice soppressione.

Le istituzioni religiose sono responsabili delle più grandi tragedie della storia dell’umanità. Predicando la pace e l’amore, hanno invece praticato l’odio, la dissacrazione dell’altro, lo sterminio e il genocidio. Se ci si chiede da dove sia nato tutto questo odio omicida, si trova la risposta in un libretto del filosofo del diritto Carl Schmitt, che non era propriamente pacifista: La tirannia dei valori.7 Il ragionamento è semplice: se si afferma un valore (ad esempio la giustizia e l’uguaglianza sociale), allora chiunque minacci quel valore diventa un nemico. Al valore che io sostengo corrisponde un disvalore, che è la presenza stessa di una minaccia del valore che sostengo. Nel caso dell’esempio, chiunque neghi la giustizia e l’uguaglianza sociale è un nemico da combattere. E se la fede nella giustizia e nell’uguaglianza è molto forte, il nemico va abbattuto. In questo modo l’affermazione di valori ed ideali conduce alla violenza. Nel caso della fede religiosa, questo fanatismo dei valori giunge al massimo, e di conseguenza anche la violenza esplode nelle sue forme più atroci. I religiosi ritengono che la loro verità sia la Verità, che i loro valori siano i Valori assoluti, non negoziabili, più solidi dei valori degli altri perché metafisicamente fondati. Ma metafisicamente fondata, e quindi atroce, diventa anche la violenza che nasce da quei valori.

Poiché non sono fondate sulla ragione, il vero ed unico fondamento di qualsiasi religione è il fatto che molte persone aderiscano ad esse. Una religione smette di essere vera nel momento esatto in cui la gente smette di credervi. Zeus e Apollo sono divinità morte perché non hanno più fedeli, non perché la loro religione sia meno solida di quella cristiana. Se così stanno le cose, è assolutamente fondamentale che più persone possibile credano. Il proselitismo è una conseguenza inevitabile del fideismo. Una conseguenza anche peggiore è la violenza. Poiché non è possibile sostenerla razionalmente, la fede è costantemente esposta alla tentazione della violenza. Che può essere solo la violenza verbale di chi si accorge di non avere argomenti in una discussione e non può far altro che sbraitare, ma può essere anche la violenza organizzata di un gruppo che fa valere le proprie pretese ragioni con la forza del numero o ancora quella di un intero Stato che dichiara guerra in nome dei valori cristiani e della lotta alla decadenza occidentale.

Religione e potere

Ho già citato Jean Meslier e il suo eccezionale Testamento, nel quale si trova tra l’altro formulata con grande chiarezza, e con l’indignazione che gli era propria, una tesi che in quanto sacerdote di campagna ha avuto modo di verificare per così dire sul campo: quella della religione come strumento di dominio politico.

Le notizie sulla vita di Meslier sono scarne. L’unico evento significativo sembra essere stato il suo scontro con un signore locale, che accusava di maltrattare e sfruttare i poveri.8 Un episodio di poco conto, ma che è uno spiraglio significativo sulla sua visione del mondo. Come prete di campagna Meslier è quotidianamente a contatto con i più umili, con i braccianti che assicurano la ricchezza dei nobili con la loro fatica quotidiana; ma come sacerdote della Chiesa cattolica deve stare dalla parte dei nobili, mostrare nei loro confronti un rispetto particolare, sancire quotidianamente l’alleanza del potere religioso con quello politico. La Chiesa sta retoricamente con i poveri, con gli ultimi esaltati nel Discorso della montagna, ma di fatto è una istituzione ricca e potente, le cui gerarchie appartengono alla nobiltà e ne condividono ideali e stile di vita.

Per Meslier, dunque, la religione è uno strumento di sottomissione sociale. Particolarmente interessante è la critica che fa di quello che sembra essere l’insegnamento morale più alto di Gesù Cristo: la non resistenza al male. Tolstoj scorgerà un potenziale rivoluzionario in questo gesto, come rifiuto di tutto un ordine centrato sulla violenza; ma potrà farlo perché legherà alla non resistenza la pratica ulteriore della disobbedienza. Chi rifiuta la violenza, per il grande scrittore russo, si sottrae al servizio militare, e in questo modo rifiuta di essere un pezzo del grande scacchiere del sistema di dominio.9 Non si può dire, però, che nel corso della loro storia le chiese cristiane, salvo qualche eccezione minoritaria, abbiano insegnato la disobbedienza. Se si volesse fare in modo che un soggetto sfruttato non si ribelli, ragiona Meslier, non c’è modo migliore che insegnargli a ricevere il male senza reagire. C’è un diritto naturale di opporsi al male, affermava, e dunque le massime cristiane sulla non resistenza al male vanno contro il diritto naturale, “tendono evidentemente a sovvertire la giustizia e a opprimere i poveri e i deboli e sono contrarie al buon governo degli uomini”.10

La religione non si limita a insegnare modi di comportamento – la sottomissione, la non resistenza all’oppressione, il rispetto delle autorità – che sono funzionali al dominio. Offre agli oppressi anche un sistema di consolazioni che servono a compensare le sofferenze attuali. Quanto più è dura e difficile la vita terrena, tanto più sarà felice la vita nell’aldilà. Ma soprattutto atterrisce con l’incubo di una punizione eterna per chiunque osi ribellarsi all’ordine stabilito. Una minaccia che sembra risibile in una società secolarizzata, ma che era assolutamente efficace in società nelle quali la religione plasmava la visione del mondo delle masse.

Le concezioni religiose offrono sostegno e giustificazione alle gerarchie di potere e alle disuguaglianze sociali. Già San Paolo spiega che il buon cristiano dovrà sottomettersi a tutte le autorità, perché così vuole Dio:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. (Romani 13:1-2)

E Dio vuole anche che ci sia la schiavitù. Nessuno schiavo pensi di ribellarsi e di rivendicare la sua uguaglianza con tutti gli esseri umani, dal momento che Cristo ha esaltato gli ultimi:

Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo! (Colossesi 3:22-24)

In questo passo è evidentissimo il modo in cui opera la religione. Essa fa sì che la sottomissione sia accettata perfino con gioia, come una sorta di servizio religioso, e ciò grazie alla promessa di una ricompensa immaginaria.

Altrove San Paolo scrive:

Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. (Efesini 5:21-24)

San Paolo concepisce il mondo come una grande gerarchia. In alto c’è il Cristo, poi le autorità religiose, poi il maschio, poi le donne e gli schiavi. Una grande gerarchia armoniosa, in cui ognuno è felice di occupare la sua posizione, perché così piace a Dio.

Per dirla con i termini di Karl Marx, la religione ha svolto e svolge una funzione ideologica. Costruisce una visione del mondo nella quale la disuguaglianza diventa parte del piano di Dio, distoglie i poveri da qualsiasi tentazione rivoluzionaria offrendo una risposta allucinatoria al loro malessere e predica virtù funzionali all’ordine sociale. Non accade solo nel cristanesimo. In India il sistema delle caste è giustificato ricorrendo al mito dello smembramento del Purusha primordiale, dalle cui parti nacquero le diverse caste, con i brahmani nati dalla bocca e i poveri shudra nati dai piedi e perciò destinati alla condizione più umile.

Non è impossibile che la religione possa avere un ruolo rivoluzionario. Al sistema delle caste si è ribellato, ad esempio, Bhimrao Ramji Ambedkar, predicando la conversione degli intoccabili, i soggetti al di fuori di ogni casta e per questo oggetto di disprezzo universale, al buddhismo, una religione che non riconosce la divisione in caste della società. In questo caso la pratica religiosa della conversione al buddhismo ha, in quel contesto storico e sociale, una funzione di cambiamento sociale. E tuttavia nelle società tradizionalmente buddhiste, se non esistono le caste, esistono – e sono profonde – le disuguaglianze sociali, giustificate anch’esse in modo ideologico con la dottrina del karma, secondo la quale le nostre attuali condizioni di vita sono le conseguenze del bene e del male che abbiamo fatto nelle vite precedenti. Per cui è giusto che il ricco sia ricco, perché sta godendo i frutti del bene fatto nelle vite precedenti, mentre il povero sta scontando il male compiuto.

La sessuofobia

C’è poi la questione del sesso. È uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, come mangiare, bere, camminare, muoversi. Le religioni hanno reso peccaminoso questo fatto assolutamente naturale, finalizzandolo alla procreazione e condannando il piacere. Non tutte le religioni, a dire il vero. Il mondo pagano greco-romano aveva nei confronti del sesso una libertà che scandalizzò non poco i cristiani, che parallelamente alla distruzione sistematica dei templi, delle opere d’arte, dei libri degli antichi perseguirono la moralizzazione dei costumi, o quella che a loro pareva tale. Il modello da seguire, anche per chi vive in città, è il monaco, colui che ha rinunciato a tutto per vivere in assoluta rinuncia il suo rapporto con Dio. Anche se non potranno raggiungere questo modello di santità, tutti i cristiani sono chiamati a una vita casta, anche nell’aspetto esteriore. Si condanna la sessualità, ma anche tutto ciò che conduce ad essa. Poiché un corpo bello suscita desiderio, i corpi dovranno essere coperti. Nessun ornamento, nulla che possa piacere all’altro sesso. Sono indicazioni di austerità che riguardano entrambi i sessi, ma che colpiscono soprattutto le donne. Il cristianesimo eredita la misoginia dell’Antico Testamento, espressione di una società pastorale nella quale l’uomo è padrone allo stesso modo delle pecore e delle donne. Anche Qoèlet, che è tra i pochi che riesca a dire qualche cosa saggia, sente di doverci avvisare che “amara più della morte è la donna” (7:26). Quali fossero i rapporti di potere nella famiglia veterotestamentaria è chiaro da questa norma del Deuteronomio (24:1):

Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa.

La parola ebraica tradotta qui con “qualcosa di vergognoso” è ‘ervah, un termine complesso che include l’idea di sporco, di vergognoso, di nudo, tutti aspetti legati alla sfera sessuale. Possiamo figurarci una moglie che prenda l’iniziativa sessuale, o che provi piacere durante l’atto sessuale, o che si mostri nuda. In tutti questi caso l’uomo-padrone potrà mandarla via. E non è difficile intuire quale possa essere la sorte di una donna ripudiata in questo modo dal marito.

Gesù sembra opporsi apertamente a questa norma, quando afferma che chiunque ripudi la propria donna commette adulterio. Ma ammette una eccezione: parektos logou porneias (Matteo 5:32). La Bibbia CEI 2008 traduce “eccetto il caso di unione illegittima”, ma è in questo caso una traduzione del tutto inadeguata. Nella traduzione di questo passo le soluzioni sono le più varie: fornicazione (Riveduta e Diodati), adulterio (Martini), concubinato (CEI 1978). Non può trattarsi di adulterio, evidentemente, perché secondo la Legge alle donne adultere spettava ben di peggio dell’essere ripudiate dai propri mariti. Fornicazione è la traduzione più aderente all’originale, anche se si tratta di un termine ormai desueto. Porneia indica qualsiasi condotta considerata illecita nel campo sessuale. Il termine ricorre nella prima Lettera ai Corinzi, in un passo in cui San Paolo, anticipando il Giudizio universale, fa l’elenco di coloro che non entreranno nel Regno:

Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6:9-10)

Qui la stessa edizione della Bibbia, la CEI 2008, traduce la stessa parola in modo diverso. Prima la porneia era una unione illegittima, ora diventa più correttamente immoralità. Ad essere più precisi, occorreva indicare che l’immoralità che non piace al Signore riguarda la sfera sessuale. Così letto, il passo del Vangelo vuol dire che i mariti possono ripudiare le mogli se queste si mostrano sessualmente immorali. Ma torniamo esattamente a quello che dice il Deuteronomio, al controllo maschile della sessualità della donna, di cui ha il pieno possesso, e di cui può disfarsi se essa rischia di sfuggirgli e se ne sente minacciato.

Il cristianesimo fa propria la sessuofobia e la misoginia dell’Antico Testamento, ma la rende perfino più efficace ricorrendo al modello della Vergine. È una immagine interamente costruita, a partire dall’aspetto fisico, ma diventa un formidabile strumento per plasmare la femminilità secondo l’immaginario maschile. O meglio, secondo l’immaginario di una maschilità che si sente minacciata dalla sessualità femminile, che è presto associata al Diavolo e alle sue tentazioni. La donna cristiana sarà casta, si sottoporrà con sofferenza all’atto sessuale solo a scopi procreativi, e per tutta la vita dovrà negarsi il piacere sessuale come intrinsecamente peccaminoso.

Non sarà sfuggito nel passo di San Paolo citato il riferimento ai sodomiti. Come sappiamo, si basa con ogni probabilità su un fraintendimento, ma l’episodio biblico è stato sufficiente per fondare secoli di persecuzione delle persone omosessuali, che secondo la Legge di Dio, occorre ricordarlo, possono e devono essere uccise (Levitico 20:13).

È roba del passato, si dirà: ora la sessualità è libera. Non del tutto. E non certo grazie ai religiosi.

Leggiamo il Catechismo della Chiesa cattolica.

Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è rivestito di Cristo, modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita. Al momento del Battesimo il cristiano si è impegnato a vivere la sua affettività nella castità. (§ 2348)

Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione. (§ 2351)

Sono “moralmente disordinati”, per la Chiesa, quegli atti la cui scelta “comporta un disordine della volontà, cioè un male morale” (§ 1755). È un male morale, dunque, fare l’amore con il proprio coniuge per il solo piacere di farlo, così come è un male morale la masturbazione. La Chiesa ha la bontà di avvertire che per valutare la gravità dell’atto di masturbazione occorrerà tener conto “dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale” (§ 2352). E fa un po’ sorridere che vi sia oggi qualcuno che possa masturbarsi provando angoscia; ma non fa sorridere che una potente istituzione religiosa scriva idiozie che potrebbero indurre, di fatto, un forte stato di angoscia e di malessere psichico a causa di un atto assolutamente innocuo.

C’è poi l’omosessualità. I paragrafi che ne trattano, nel Catechismo, vengono subito dopo quello riguardante lo stupro.

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. (§ 2357)

Una persona omosessuale per la Chiesa cattolica è gravemente depravata. È un testo privo di qualsiasi elemento razionale. Richiamarsi ad una presunta legge naturale è un patetico tentativo di universalizzare i propri pregiudizi. Non esiste alcune legge naturale. L’essere umano è un creatore di cultura. Come il bisogno naturale di mangiare è soddisfatto ovunque in modi diversi, così il bisogno sessuale trova espressione in forme diversissime nelle diverse culture. Se esiste una legge naturale, poi, non dev’essere diversa dalle leggi fisiche e fisiologiche, la cui infrazione dovrebbe essere ugualmente “intrinsecamente disordinata”. E il miracolo sarebbe peccato non meno della masturbazione.

In quel tentativo patetico c’è tutta la pericolosità dei pregiudizi sessuofobi, misogini e omofobi della religioni. Ogni credente ha il diritto di vivere o di negare la sua sessualità come crede. Ma i credenti hanno la vocazione dell’universalità. Pretendono che la loro sia la Verità e sentono di doverla testimoniare davanti a ciò che con disprezzo chiamano mondo, come se essi non ne facessero parte. Questo vuol dire che si ritengono non solo in diritto, ma perfino in dovere di condizionare la sessualità anche di chi non è credente. E questo rappresenta una minaccia per tutti.

Che importa la fede?

Per quale ragione, esattamente, se Dio esiste, è importante che qualcuno creda in lui? Se Dio esiste, è un essere perfetto, e un essere perfetto di nulla ha bisogno. Che qualcuno creda nella sua esistenza o meno sarebbe indifferente per lui. Un Dio così preoccupato che qualcuno creda nella sua esistenza sembra essere un Dio fragile, sull’orlo costante di una crisi di nervi; un narcisista patologico o un essere evanescente, la cui esistenza dipende, in fondo, dal fatto che altri vi credano.

Se un Dio ci fosse, la fede non avrebbe alcuna importanza. Se Dio è buono, è importante che si faccia il bene. Un Dio buono sarebbe un promotore del bene, e nulla più. La convinzione dei credenti è che se Dio è il bene, allora non è possibile fare il bene senza credere in Dio, per cui la fede e le opere sono strettamente legate: non c’è possibilità di fare il bene senza aver fede in Dio. Ma è chiaro che le cose non stanno così. È sotto gli occhi di tutti che è possibile essere buoni, giusti, solidali, aperti all’altro, pur senza credere in Dio, così come è sotto gli occhi di tutti che è possibile credere in Dio ed essere arroganti, violenti, chiusi, egoisti. Non c’è alcuna superiorità morale nei credenti. Nessun superpotere etico legato alla fede.

Se Dio esistesse, sarebbe indifferente al fatto che qualcuno creda o meno in lui, e piuttosto considererebbe le azioni buone o cattive. Ma forse nemmeno questo. Un genitore desidera che i figli siano buoni, ma non li abbandona a sé stessi se sbagliano, non li condanna né fa distinzioni tra figli buoni e cattivi. I monoteismi si figurano Dio come un genitore, in particolare, e non a caso, come un padre. Ma ne fanno un pessimo padre. Un padre spaventosamente narcisista, per il quale la cosa più importante è imporsi ai figli, e che non riesce ad amare tutti i figli allo stesso modo, ma punisce e condanna in eterno quelli che sbagliano. Nessun uomo che si comportasse così meriterebbe di essere chiamato padre.

Quale Dio ha un bisogno così assoluto che si creda in lui, se non un Dio inesistente? Ciò che esiste non ha bisogno di nessuna fede. Il Sole non ha bisogno della fede degli esseri umani per continuare a splendere. Esiste e basta. La sua luce e il suo calore raggiungerebbero anche chi ne negasse l’esistenza. C’è un rapporto tra essere ed essere; il legame, per dirla in termini filosofici, è ontologico. Nel caso di Dio, che è l’essere per eccellenza, si pretende invece che il rapporto con l’uomo debba essere mediato da un fatto psicologico come la fede. 

Dio, che dovrebbe essere l’origine dell’Universo, viene ridotto invece ad essere un Dio-al-servizio. Nell’Antico Testamento è un Dio etnico, un Dio-al-servizio di Israele, una sorta di condottiero e di legislatore al tempo stesso. E poiché le vicende di Israele sono alterne, e per dirla tutta sono più le sventure che i successi, il popolo di Dio è costretto a figurarsi un Dio bizzoso, geloso, minaccioso, spesso incomprensibile. Con l’avvento del Cristianesimo Dio viene messo al servizio del singolo. Dio è colui che ci ama. Che è morto per noi. Che vuole il nostro bene. L’origine stessa dell’essere si curva amorevolmente su di noi. Non è meraviglioso?

Ma se l’origine stessa dell’essere ci ama, perché ci capitano cose negative? Perché soffriamo? Ed ecco che questo Dio che ci ama diventa improvvisamente distante e incomprensibile. Questo amore, del resto, non è incondizionato. Dio non ci ama come suoi figli, per il fatto stesso che esistiamo; non ci lascia liberi di pensare come vogliamo. Dio ci ama solo se crediamo quello che lui vuole e se facciamo quello che lui ci chiede. E tra le cose che ci chiede c’è, naturalmente, il fatto di riconoscere l’autorità di una istituzione religiosa, di obbedire ai suoi membri come a Dio, di condividerne i dogmi e le pratiche. Se non facciamo questo Dio non si limiterà ad abbandonarci, ma ci punirà con pene eterne.

Dinamiche simili, in una relazione sentimentale tra poveri esseri umani, sarebbero indice certissimo di una patologia relazionale, e chiunque consiglierebbe a chi restasse invischiato in essa di liberarsene al più presto. Nel caso di Dio, pare che il suo farsi uomo non sia stato senza conseguenze. Più che elevare l’uomo alla condizione divina, sembra che Dio abbia finito per assomigliare all’uomo (nel senso di maschio), e non all’uomo migliore: a un uomo incapace di vero amore.

Non credere per sopravvivere

Lo sviluppo scientifico degli ultimi secoli ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere il mondo. L’Universo si è via via allargato e la nostra posizione nel cosmo si è rivelata in tutta la sua disperante realtà: occupiamo un pianeta infinitamente piccolo all’interno di una delle tante galassie dell’Universo. Se scomparissimo insieme a tutto il pianeta, il cambiamento nell’Universo non sarebbe più rilevante della scomparsa di un granello di sabbia su un lunghissimo litorale.

Sappiamo anche, grazie a Darwin, di essere animali come gli altri. E nemmeno particolarmente evoluti. Perché una specie animale evoluta non è quella che è in grado di filosofare, ma quella che sa meglio adattarsi all’ambiente. E da questo punto di vista l’homo sapiens ha ancora tutto da dimostrare.

Sappiamo, grazie agli ultimi sviluppi della fisica, che il nostro modo stesso di concepire gli oggetti è in gran parte illusorio, mentre le neuroscienze mostrano sempre più come l’io non sia quella realtà stabile e sostanziale che l’Occidente ha chiamato anima, ma una luce intermittente, anch’essa per lo più illusoria.

Sappiamo queste cose, ma non le sappiamo davvero. Che ne siamo consapevoli o meno, la nostra posizione nel mondo è ancora condizionata da secoli di pensiero religioso. Come bambini viziati, continuiamo a considerarci esseri speciali, separati dal resto della natura, con un destino diverso da quello di tutti gli altri. Guardiamo dall’alto in basso gli animali, sentendo di non avere nulla in comune con loro; solo come segno della nostra superiorità etica giungiamo a discutere dei loro diritti o della nostra crudeltà nei loro confronti. Quanto alle piante, non le percepiamo nemmeno come esseri viventi, anche se la nostra sopravvivenza dipende in modo determinante da loro.

Sappiamo di essere un frammento infinitamente piccolo dell’Universo che in qualsiasi momento può essere travolto e finire nel nulla, ma al tempo stesso sentiamo di essere speciali. Per secoli abbiamo creduto in un mondo governato da un Dio simile a noi che, nonostante le sue bizzarrie, di noi avrebbe avuto cura fino alla fine dei tempi. E la fine non sarebbe stata semplice annientamento, ma il prevalere definitivo del bene sul male, della giustizia sulla scelleratezza. Ora quello che ci minaccia è l’assurdo puro e semplice. Tutto potrebbe finire nel giro di pochi anni. Senza nessun compimento: solo il nulla.

Non c’è nulla di più pericoloso per la sopravvivenza della nostra specie di una visione distorta della realtà. Abbiamo bisogno di percepire in tutta la sua gravità il pericolo che ci sovrasta per poterlo affrontare con l’unico strumento che possediamo: la ragione. Ma non possiamo farlo se continuiamo a credere che la natura, con le sue leggi, sia nelle mani di un Dio antropomorfo, che ci ama, ci protegge e ci salva dalla nostra stessa follia.

Di fronte ai rapporti sempre più preoccupati che da decenni ci avvisano sui cambiamenti climatici in corso restiamo scettici. Perché sentiamo che non può finire così. Siamo stati abituati a muoverci in un mondo pieno di senso, in cui le cose accadono secondo un fine preciso. Può finire improvvisamente, assurdamente la vita della formica che abbiamo schiacciato durante la nostra passeggiata mattutina, ma non può finire allo stesso modo la vita della specie umana, e meno che mai quella del pianeta. Un mondo privo di Dio sembra vuoto, freddo, ostile e inospitale. Ma se vogliamo continuare ad abitare questo pianeta, e vogliamo che lo abitino con noi le altre specie animali e vegetarli, è di questa visione che abbiamo bisogno. Smessa l’antica arroganza, dobbiamo imparare a muoverci come animali tra animali, esseri la cui vita è appesa a un equilibrio delicato, che in qualsiasi momento può spezzarsi.

Contro il fanatismo

Molti anni fa bussò alla mia porta un uomo che conoscevo solo di vista. Mi capitava di incrociarlo sulla sua bicicletta: settant’anni circa, vestito sempre di tutto punto, eppure in modo semplice; e un’aria umile, quasi disarmante. Aveva con sé una borsa piena di giornali. Di argomento religioso, sospettavo. Ora ne ebbi la conferma. Mi proponeva di acquistare una copia del suo giornale, di non so quale piccola chiesa. Spiegai al brav’uomo che ero ateo. E lui replicò, con dolcezza: “Ma non si tratta di essere credenti. Si tratta di fare del bene”. E poi aggiunse: “Se uno vuole”.

Nella mia memoria l’immagine di quest’uomo si associa naturalmente a quella di Pier Cesare Bori. Non solo per la somiglianza fisica, ma anche per un modo simile di vivere e praticare la fede religiosa. Bori era quacchero, e riteneva che la pace fosse il primo obiettivo di una vita religiosa. Obiettivo che andava perseguito con lo studio (restano fondamentali i suoi studi su Tolstoj e sul dialogo tra culture), ma anche aprendo spazi di ascolto, di incontro e di gentilezza nella vita quotidiana.

Perché concludo un libro sull’ateismo ricordando due figure di credenti? Perché aborro il fanatismo.

Non c’è nulla di più pericoloso, per l’umanità, che la distinzione tra noi e loro. Da una parte la comunità dei giusti, dall’altra la massa degli sbagliati. Da una parte i salvati, dall’altra i dannati. Le religioni sono pericolose, come ho cercato di mostrare, perché non solo non riescono a sfuggire a questa logica, ma la radicalizzano e la esprimono in forma particolarmente violenta. Perché se da questa parte c’è Dio, che è il bene assoluto, dall’altra dev’esserci il male assoluto. E il male assoluto va combattuto in modo radicale. Senza nessuna pietà.

Liberarsi da Dio e dalla religione però non vuol dire liberarsi dalla logica oppositiva. Ci si può ritenere dalla parte giusta proprio in quanto atei, e pensare che dall’altra parte ci sia tutto il male. Si può essere fanatici in quanto atei non meno che in quanto religiosi.

L’amore per la verità è un valore tanto per i religiosi quanto per gli atei. Uno stesso amore conduce in direzioni opposte. Per i credenti la verità è Dio: è la Verità. Per gli atei la verità è sempre minuscola. Sono a dire il vero tentato di derubricare questa verità a semplice esattezza. La parola verità evoca sempre grandi scenari, visioni d’insieme, formulazioni definitive sulla realtà. Esattezza è invece l’accertamento delle cose. Esattezza è dire che due più due fa quattro. Che uccidere dei bambini in guerra vuol dire essere criminali di guerra. Che l’essere umano è un animale come gli altri. Che il pensiero non è espressione dell’anima, ma dei processi cerebrali. Che il nostro pianeta non ha alcuna posizione privilegiata nell’Universo. E così via.

Le nostre verità tendono a degenerare in ideologie. Diventano sistemi di pensiero chiusi, ai quali affidiamo la nostra identità; nel nostro modo di definirci essi vengono subito dopo il nome e il lavoro. Tizio, operaio, cattolico. Caio, avvocato, musulmano. E Sempronio, professore, ateo. Ognuno di loro difende strenuamente il proprio sistema di idee e lo tiene al riparo da qualsiasi smentita. I vantaggi di questo atteggiamento non sono pochi. Si ha un orientamento, la risposta a molte domande, un senso generale di sicurezza. Ma il costo è altissimo: la rinuncia al dubbio, al pensiero autonomo, all’onestà intellettuale. E il rischio costante di fanatismo.

Per onestà intellettuale, e per scongiurare il fanatismo, chiudo questo libro ricordando le tante persone che, in nome della fede, quotidianamente si prendono cura dei più deboli, lottano per un mondo più giusto e cercano di opporre qualche attrito alla violenza della macchina sociale.

Note

  1. J. Meslier, Memoire des pensées et des sentiments de J. M., in Oeuvres complètes, préfaces et notes par J. Deprun, R. Desné et A. Soboul, Anthropos, Paris 1970, vol. I, p. 82. Traduzione mia. ↩

  2. Voltaire, Dizionario Filosofico, Bompiani, Milano 2012, voce: Pietro. ↩

  3. La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 2009, p. 2594. ↩

  4. F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. II, pp. 680-681. ↩

  5. Mencio, Libro II, 29, in Testi confuciani, traduzione di Fausto Tomassini, UTET, Torino 1974, pp. 306-307. ↩

  6. Mozi, The Mozi. A complete translation, translated and annotated by Ian Johnston, The Chinese University of Hong Kong, Hong Kong 2010, pp. 148-149. Traduzione dall’inglese mia. ↩

  7. C. Schmitt, La tirannia dei valori, Adelphi, Milano 2008. ↩

  8. Th. Guilabert, Le veridiche avventure di Jean Meslier (1664-1729). Curato, ateo e rivoluzionario, La Fiaccola, Ragusa 2013, pp. 28-29. ↩

  9. L. Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, Manca, Genova 1991. ↩

  10. J. Meslier, Memoire des pensées et des sentiments de J. M., cit., vol I, p. 506. Traduzione mia. ↩

Bibliografia minima

Un percorso bibliografico non può che partire dalla lettura dei cosiddetti testi sacri. La traduzione della Bibbia impiegata in questo libro è quella della Conferenza Episcopale Italiana nell’edizione del 2008. Qualsiasi altra edizione condotta sui testi originali è equivalente, mentre sconsiglio edizioni confessionali derivate da altre traduzioni. La cosa migliore è confrontare, soprattutto su alcuni passi, più edizioni, cosa resa facile dalla disponibilità nella rete Internet di tutte le principali traduzioni.

Una lettura interessante è quella degli apocrifi, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento: Apocrifi dell’Antico Testamento, UTET, Torino 1981-2000 (5 volumi) a cura di Paolo Sacchi e I vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1990, a cura di Marcello Craveri.

Per il Corano la traduzione italiana ufficiale è quella di Hamza Roberto Piccardo, pubblicata in cartaceo da Newton Compton (Roma 2001) e disponibile anch’essa in rete.

Una storia del cristianesimo dal punto di vista ateistico, estremamente approfondita e molto critica (fin dal titolo) è la Storia criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner, in dieci volumi. L’opera è stata pubblicata in Italia da una piccola casa editrice di Milano, Ariele, tra il 2000 e il 2013. Deschner è autore anche di una storia critica della Chiesa cattolica, Il gallo cantò ancora (Massari, Bolsena 1998).

Una storia ugualmente approfondita dell’ateismo è L’ateismo e la sua storia in Occidente di Fritz Mauthner, in quattro volumi (Nessun Dogma, Roma 2014).

Una ricostruzione appassionata e rivelatrice dell’affermazione violenta del cristianesimo sul mondo pagano è Nel nome della croce. La distruzione pagana del mondo classico di Catherine Nixey (Bollati Boringhieri, Torino 2018). Tra le poche voci pagane che sono giunte almeno parzialmente fino a noi, quelle dei filosofi Porfirio e Celso: Porfirio, Contro i cristiani, Bompiani, Milano 2009, a cura di Giuseppe Muscolino; Celso, Contro i cristiani, BUR, Milano 1989, a cura di Salvatore Rizzo.

Il pensiero ateistico si è sviluppato in Occidente in età moderna. Tra i filosofi che hanno avviato la lettura critica della Bibbia va segnalato Spinoza, il cui Trattato teologico-politico, di cui esistono diverse edizioni italiane, suscitò enorme scandalo, al punto da essere definito “un libro forgiato all’inferno” (questo è il titolo di un libro di Steven Nadler che ricostruisce la vicenda dell’opera). Spinoza fu scomunicato da giovane dalla comunità ebraica, mentre la sua opera fu da subito condannata sia dalla Chiesa cattolica che da quella protestante. Ma di Spinoza si consiglia anche la lettura dell’Etica, tra le opere più alte della filosofia occidentale.

Tra il Sei e il Settecento si sviluppa una vera letteratura critica nei confronti della religione. Di grande interesse è la lettura del Testamento di Jean Meslier, di cui si è più volte parlato nel corso del testo. Si tratta di un’opera poderosa, di cui in italiano esiste una sola edizione integrale, ma ridotta e adattata per renderla più leggibile: Memorie intellettuali e sentimentali, a cura di Franco Virzo, Diderotiana, s.l. 2019. Presso la stessa casa editrice sono disponibili, con la traduzione dello stesso Virzo, due opere del barone d’Holbach: Il cristianesimo svelato e L’infezione del sacro.

Il 9 febbraio 1619 venne eseguita la condanna a morte del filosofo Giulio Cesare Vanini, condannato per ateismo e blasfemia. Gli venne tagliata la lingua, poi fu strangolato e il suo corpo venne dato alle fiamme. Aveva trentaquattro anni. Per una prima introduzione al suo pensiero, si veda Morire allegramente da filosofi. Piccolo catechismo per atei, a cura di Mario Carparelli, Il Prato, Saonara 2011. Una sintesi efficace del pensiero libertino è nel famigerato e scandaloso Trattato dei tre impostori, una compilazione di scritti di Bodin, Charron, Vanini, Naudé eccetera preceduta da una vita di Baruc Spinoza, diventato presto simbolo dell’ateo virtuoso. In italiano ne esiste un’accurata edizione Einaudi (Torino 1994), da cui mi piace citare un solo passo (p. 175):

Ai soli cristiani è consentito essere assassini, perfidi, traditori, e infierire gli uni contro gli altri con ogni sorta di disumanità contro i vivi, i morti, l’onore, la vita, la memoria, gli spiriti, i sepolcri e le cereneri usando fuoro, ferro, libelli molto pungenti, maledizioni, espulsioni dal cielo e dalla terra, disseppellimentui, incendi di ossa e di tombe, purché serva alla sicurezza o all’affermazione del proprio partito, e al regresso dell’alltro.

Tra le altre opere di questo periodo segnalo ancora i Dialoghi sulla religione naturale di David Hume (BUR, Milano 2013) e il Dizionario filosofico di Voltaire, di cui esistono diverse edizioni.

Nell’Ottocento l’ateismo riceve grande impulso dal pensiero di Ludwig Feuerbach (in particolare L’essenza del Cristianesimo, Ponte alle Grazie, Firenze 1994) e di Karl Marx. Nell’opera La gaia scienza del 1882 (disponibile in diverse edizioni) Friedrich Nietzsche annuncia la morte di Dio, influenzando in modo decisivo il pensiero del Novecento che è, si può dire, tutto sotto il segno dell’ateismo. Tra i pensatori italiani ateo militante è stato Giuseppe Rensi, di cui segnalo l’Apologia dell’ateismo (endehors, 2021) e La religione. Spirito religioso, misticismo e ateismo (Sentieri Meridiani, Foggia 2006), entrambi a cura di chi scrive.

Tra le opere più recenti in campo filosofico vanno segnalate quelle di Michel Onfray, che si richiama al pensiero libertino; in particolare il suo Trattato di ateologia (Fazi, Roma 2005) ha suscitato un ampio dibattito. Grande successo hanno incontrato anche Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) del matematico Piergiorgio Odifreddi (Longanesi, Milano 2007) e L’illusione di Dio (Mondadori, Milano 2007) dello scienziato Richard Dawkins.