L’assenza di Dio
Una nota personale
Come la maggior parte di coloro che sono nati in Italia sono stato educato nella fede cattolica. Cosa che significava, più o meno: fare il segno della croce passando davanti ad una chiesa, mostrare il massimo rispetto verso sacerdoti, monaci e suore, solennizzare le feste mangiando molti dolci a Natale e l’agnello a Pasqua (sarei diventato vegetariano solo nell’adolescenza), in caso di malattia assumere una certa polverina che assicuravano essere miracolosa e che proveniva da alcune rose coltivate nel santuario di Santa Rita a Cascia e dire le preghiere a scuola. Solo crescendo ho cominciato ad aggiungere autonomamente la pratica della messa domenicale. Non senza qualche partecipazione. A un certo punto divenni un credente nel senso più autentico, per quanto possa essere autentico e consapevole il cattolicesimo di un bambino. Non mi dispiaceva l’idea di diventar prete, e credo di essermi anche informato sulla via da seguire.
Poi è accaduto qualcosa.
Nel giugno del 1981 un bambino di sei anni, Alfredino Rampi, cadde in un pozzo. Per tre giorni si cercò si salvarlo. Per tre giorni quel pozzo diventò il centro del Paese: le operazioni di salvataggio avvenivano in diretta, milioni di spettatori restavano con il fiato sospeso mentre questo o quel soccorritore cercava di portarlo in salvo. Come molti italiani, io pregai. Pregai Dio di salvare un bambino di sei anni. Non era una impresa possibile, molti erano fiduciosi sulla possibilità di estrarlo vivo. Il giorno dopo il bambino morì.
Avevo fallito io. Aveva fallito Dio. Dio mi aveva deluso. Dio era stato falso con me. Ragionai: può essere che Dio non ascolti una preghiera, se si tratta di una preghiera superficiale. Perché mai Dio dovrebbe occuparsi della prosperità degli affari del signor Tizio? E perché dovrebbe dar ascolto a chi lo prega con sulla coscienza mille colpe? Ma non è concepibile che Dio non ascolti la preghiera di un bambino che chiede di salvare la vita a un altro bambino.
Quella preghiera inascoltata è l’origine precoce del mio ateismo. All’inizio ero più che altro arrabbiato con Dio, come si è arrabbiati con chi ci ha ingannato. Provai a parlarne con qualcuno in chiesa. E qui scoprii una seconda cosa. Quelle persone che in chiesa mi sembravano buone e gentili, diventavano improvvisamente ostili se si suscitava qualche dubbio.
C’è stata poi la fase dello studio. Mi dissi che non potevo dirmi ateo senza prima studiare a fondo la Bibbia. Ho passato l’adolescenza a leggere praticamente qualsiasi testo sacro: la Bibbia, il Corano, i testi indiani e quelli buddhisti. Verso i vent’anni ho approfondito la conoscenza della Bibbia studiando l’ebraico. Mi pareva che non si potesse avere una conoscenza non superficiale della Bibbia leggendola tradotta, perché molto si perde nella traduzione. Ma scoprii che la Bibbia letta nella lingua originale era, se possibile, ancora più atroce della Bibbia tradotta: perché i traduttori edulcorano, modernizzano, ingentiliscono il testo, cercando di accordarlo, per quanto possibile, con la nostra sensibilità.
Da allora sono cambiate molte cose in me. Ho ridiscusso mille volte tutte le mie idee, perché ritengo che un’idea sia valida solo se regge all’assalto costante del dubbio. Come qualsiasi essere umano, avverto l’affronto della vita: il senso della morte che incombe, la perdita inesorabile delle persone care, la minaccia della malattia, il corpo che invecchia. E come tutti, non sono immune da quella che chiamerei la tentazione del nido. Rifugiarmi in una visione del mondo rassicurante, nella quale sentirmi immune da ogni male, preservato per sempre dal negativo. Ma questa è una tendenza regressiva che va combattuta, se vogliamo vivere da adulti.
Quello che forse è il più grande teologo del Novecento, il luterano Dietrich Bonhoeffer, ha avvertito e denunciato il rischio di un Dio tappabuchi, cui si ricorre ogni volta che c’è da colmare un vuoto di conoscenza, e di una religione che si fa incontro ai singoli facendo presa sulle loro situazioni di debolezza, e ha proposto la via di un cristianesimo non religioso, come un modo di vivere e di agire nel mondo.1 Un tentativo coraggioso di riportare la fede nell’orizzonte dell’esperienza comune, di fare del cristiano un essere umano che, non diversamente da chiunque altro, cerca di orientarsi nel mondo e di fare la cosa giusta, e non qualcuno che si senta in possesso della Verità ultima sul mondo e ritenga di far parte dell’unica istituzione salvifica. Ma è un tentativo che non ha avuto eco al di fuori della cerchia degli intellettuali, e nel mondo cattolico ha trovato pochi consensi anche in campo teologico. D’altra parte, è comprensibile la resistenza delle autorità religiose verso riletture così coraggiosamente critiche, che se da un lato sono rese necessarie da uno sviluppo della cultura che si allontana sempre più dalle categorie religiose, dall’altro rischiano di risultare semplicemente incomprensibili per l’uomo e la donna comuni, che nella religione cercano esattamente questo: conforto, certezze, sicurezza.
Essere atei vuol dire negarsi questo conforto, queste certezze, questa sicurezza. Perché? Perché è un conforto falso. Perché vuol dire cercare rifugio in un cumulo di menzogne. E perché lasciarsi guidare dalla paura non è un gran modo di vivere.
Un esercizio
Cominciamo con un esercizio. Prendiamo un foglio di carta e scriviamo i nomi delle cose. Di qualsiasi cosa ci venga in mente. Le prime saranno, probabilmente, le cose materiali: la sedia, il tavolo, la pietra, il muro. Poi verranno gli esseri viventi: le persone, gli animali, le piante. Poi giungeremo a cose meno tangibili. La libertà, la giustizia, il bene: i cosiddetti valori. Ma anche: il venerdì e la domenica, il contratto e la promessa, Babbo Natale, Pinocchio, Virgilio e Leopardi, il Conte di Montecristo, eccetera.
Ora abbiamo davanti a noi una lunga lista di cose. Quaranta, cinquanta, forse perfino cento nomi. Il nostro esercizio consiste nel mettere in ordine questi nomi. Nell’organizzarli secondo categorie e sottocategorie.
Una prima distinzione evidentemente sarà tra cose sensibili, che cioè possiamo cogliere con i sensi, e cose non sensibili. Da una parte la sedia e la pietra, dall’altra la libertà e il contratto. Poi dobbiamo operare una serie di distinzioni all’interno delle cose sensibili. In primo luogo dobbiamo distinguere le cose dagli esseri viventi. Una rana, una pianta e una pietra sono cose sensibili – possiamo vederli, toccarli eccetera – ma con differenze importanti. Poi dobbiamo distinguere ancora, all’interno della categoria delle cose, le cose naturali (la pietra ad esempio) dalle cose create da noi, come il tavolo, la casa, la statua, il quadro. Potremmo operare ulteriori distinzioni, ad esempio considerando la differenza tra uno strumento, come appunto il tavolo, e un oggetto artistico come un quadro.
Consideriamo ora le cose non sensibili. Abbiamo un bel po’ di nomi di cose evidentemente molto diverse tra loro. Che rapporto c’è tra la giustizia, Babbo Natale e il numero 4? Hanno in comune poco, al di là del fatto di non essere sensibili. A dire il vero, anche il rapporto con i sensi è diverso: la giustizia può essere raffigurata solo in modo simbolico, mentre possiamo tracciare su un foglio il numero 4 o vestirci da Babbo Natale. Sappiamo bene, però, che una persona vestita da Babbo Natale non è Babbo Natale, così come il segno del numero 4 non è il numero 4, che è un concetto astratto. Possiamo creare una prima sottocategoria che includa i valori morali ed estetici: il bene, la bellezza, la giustizia eccetera. Una seconda sottocategoria può includere gli enti matematici e logici: i numeri, le forme geometriche eccetera. In una terza sottocategoria inseriremo gli enti sociali: la famiglia, il contratto, la promessa, la domenica eccetera; tutte le cose non sensibili che fanno parte della nostra vita sociale. C’è un rapporto stretto tra questa sottocategoria e quella dei valori morali ed estetici, perché la nostra vita sociale è fatta di valori, così come c’è un legame tra i valori ed alcuni enti sensibili come i quadri o le statue, che sono cose che incarnano il valore della bellezza. Potrebbe essere necessario tracciare delle linee che uniscono queste sottocategorie. Una ulteriore sottocategoria includerà i personaggi di fantasia: Babbo Natale, appunto, e Pinocchio e Peter Pan. Bene. Un’altra sottocategoria è necessaria per i personaggi storici: Giulio Cesare, Cleopatra, Napoleone eccetera. Sono esistiti, ma ora la loro consistenza è quella di personaggi di una narrazione storica.
E Dio? Dove collochiamo Dio?
Questo è il problema dell’ateismo. Non si tratta, propriamente, di affermare o negare Dio. Che Dio esista in un certo modo è fuori discussione. Se esiste la parola, esiste anche la cosa. Se è possibile parlare di Dio, Dio evidentemente esiste. Il problema è: quale tipo di esistenza ha Dio? Ha lo stesso genere di esistenza della pietra, del cane, dell’essere umano, della giustizia o di Babbo Natale? Per chi è credente, Dio è reale in modo diverso da qualsiasi altra cosa. Bisognerebbe per così dire creare una categoria a parte, perché Dio esiste in modo unico. Non è solo reale: è più reale di qualsiasi altra cosa. Per chi non crede, Dio va collocato in qualcuna delle sottocategorie delle cose non sensibili. Nella migliore delle ipotesi, lo si può considerare un ideale, un valore. Nella peggiore, è un personaggio di fantasia non diverso da Babbo Natale.
Cosa nega chi nega Dio
L’ateo è colui che nega l’esistenza reale di Dio. Ma di quale Dio?
È evidente che non possiamo negare l’esistenza di qualsiasi Dio. Abbiamo appena detto che possiamo considerare Dio come un valore, non diverso dalla giustizia o dalla libertà. Ora, giustizia e libertà sono cose importanti. Molte persone sono morte per affermare la giustizia e la libertà. E tuttavia hanno un genere di esistenza particolare, diverso da quello delle cose reali e sensibili. Se qualcuno affermasse che Dio ha la realtà di un valore o di un ideale, sarebbe difficile negare Dio. Si potrebbe osservare, al più, che nella realtà in cui viviamo gli ideali hanno poco spazio. Ma ciò fa parte della logica dell’ideale: se fosse diversamente, l’ideale si confonderebbe con il reale.
Qualcuno, inoltre, potrebbe sostenere che Dio è la Natura stessa (a proposito, dovremmo chiederci dove collocare la Natura; un problema di soluzione non facilissima). Uno dei più grandi filosofi occidentali, Spinoza, sosteneva proprio questo: Deus sive Natura. Dio, ossia la Natura. In questo caso negare l’esistenza di Dio significherebbe negare l’esistenza della Natura. Si potrebbe argomentare che di fatto parliamo di Natura o di Universo, ma non sappiamo esattamente di cosa si tratta, perché la percezione che ne abbiamo è limitata e parziale. Ma è difficile negare che esistano una Natura e un Universo.
Bisogna anche osservare, però, che Spinoza è considerato il filosofo ateo per eccellenza. Le sue idee scandalizzarono ugualmente gli ebrei, che lo scomunicarono, e i cristiani. Per un credente affermare che Dio è la Natura significa negare Dio. E dunque essere atei. E in effetti è così.
L’ateo è dunque colui che nega l’esistenza di un essere o di diversi esseri divini, personali, responsabili della creazione e del governo del mondo e interessati alle vicende umane. Poiché in Occidente il politeismo si è estinto con l’avvento del cristianesimo, l’ateismo occidentale aggredisce il Dio pensato dai tre grandi monoteismi di origine semitica, che oggi sono la base delle credenze religiose della maggior parte dell’umanità: il Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani.
Questo non vuol dire che non esistano forme di ateismo in contesti diversi da quello ebraico-cristiano-islamico, come quello greco ed indiano. Sia nella Grecia che nell’India antiche sono sorte scuole filosofiche scettiche, ateistiche o agnostiche. Alcuni dei temi e degli argomenti di queste forme di ateismo sono affini a quelli dell’ateismo moderno: ad esempio una visione materialistica ed atomistica del mondo. Altri sono diversi perché diverso è il contesto. Il Buddha, ad esempio, considera l’idea di Dio indifferente o dannosa per il percorso di liberazione; non ci libera dalla sofferenza, ed anzi è causa di attaccamento e dunque di sofferenza. Ma è talmente complessa la concezione indiana del divino, che molti induisti possono accettare senza inquietarsi la figura del Buddha, considerandolo una figura divina accanto alle altre.
L’ateismo europeo moderno nega il Dio le cui radici sono nella Bibbia. Un Dio che ha le seguenti caratteristiche:
-
Personalità: è un essere dotato di identità, di volontà, di desideri perfino.
-
Antropomorfismo: Dio dunque assomiglia all’essere umano; se non in senso fisico2 – ma sono frequenti le rappresentazioni di Dio sotto forma umana – certo in quello psicologico.
-
Unicità: Dio è uno solo. Nel cristianesimo è trino, a dire il vero, ma la Trinità è unità.
-
Tratti maschili: il Dio ebraico, cristiano e islamico è evidentemente un Dio maschio.
L’ateismo mette in discussione l’esistenza di un essere simile, analizzando in modo razionale le prove con le quali si pretende di dimostrarla e sottoponendo a critica i testi che ne parlano, ma evidenzia anche la pericolosità di una tale concezione religiosa, le conseguenze negative che essa può avere sulla vita dei singoli e delle collettività.
Ateismo e agnosticismo
Gli atei negano l’esistenza di Dio. Agli agnostici questa sembra una presa di posizione troppo radicale. Come si può essere certi che Dio non esista? Non è una fede anche questa? E dunque sospendono il giudizio. Ritengono che non sia possibile né affermare né negare con certezza l’esistenza di Dio, e che in via di principio non si possa negare che esista qualcosa.
Come abbiamo visto, però, essere credenti non vuol dire credere in qualcosa, ma credere in un Dio o in più Dei personali in rapporto con l’essere umano. Affermare che Dio è qualcosa di diverso è, per i credenti, ateismo – esattamente come pericolosissimo ateismo è stato considerato il Dio-Natura di Spinoza.
C’è un altro punto importante. Quando l’agnostico afferma che non si può escludere che Dio ci sia, anche se noi non lo conosciamo, sta negando a Dio la conoscibilità. Ora, questa è una delle caratteristiche fondamentali di Dio, insieme alla personalità e alla bontà. Dio è colui che si manifesta, si rivela, si fa conoscere all’essere umano. Negare la conoscibilità di Dio significa negarne un suo tratto centrale, non meno che negare la sua personalità o bontà. E ciò è, di fatto, ateismo.
Le religioni sono sempre esistite?
Sembra ad alcuni che l’ateismo sia un salto nel vuoto. In fondo, si dice – e questa per alcuni è perfino una sorta di dimostrazione dell’esistenza di Dio – le religioni sono sempre esistite e l’umanità ha sempre creduto in qualche forma di divinità. Per chi è credente, tuttavia, non importa che Dio sia creduto in qualche forma, poiché considera false tutte le forme in cui Dio viene pensato e venerato al di fuori della sua religione. Di fatto, ogni credente è ateo nei confronti del Dio o degli Dei di tutte le altre religioni. È singolare dunque che ricorra, per dimostrare il proprio Dio, a quelle religioni che pure considera false ed erronee.
Ma in un simile ragionamento c’è soprattutto un errore di prospettiva, molto frequente ma non per questo meno grave. Conosciamo la vita della nostra specie nelle ultime migliaia di anni, che però sono una parte minima della sua vita complessiva. Dividiamo la vicenda dell’homo sapiens in storia e preistoria. Nella preistoria ci immaginiamo un essere umano abitante delle caverne e portatore di clava, e nella nostra percezione è una piccola fase di transizione prima che il soggetto umano pieno faccia il suo ingresso trionfale sul palcoscenico della storia. E invece la preistoria occupa migliaia e migliaia di anni, di cui sappiamo pochissimo. Abbiamo idee ancora molto vaghe su come e quando è nata l’agricoltura, come e quando sono nate le disuguaglianze sociali, come e quando sono state edificate le prime grandi città e costituite le prime organizzazioni statali. E ugualmente sappiamo molto poco su come e quando sono nate le religioni.
Sempre è un avverbio che dovremmo usare con estrema attenzione. Ciò che a noi sembra molto antico è invece recentissimo, appartiene agli ultimi sviluppi della nostra specie. Con ogni probabilità la credenza in un Dio creatore è una convinzione che è apparsa tardi e che è destinata ad estinguersi, non diversamente da altre manifestazioni culturali della nostra specie.
Le presunte prove dell’esistenza di Dio
Non è infrequente che i credenti chiedano agli atei di dimostrare che Dio non esiste, sostenendo che se non è possibile dimostrare che Dio non esiste, allora l’ateismo è anch’esso una fede. Analizziamo questo argomento.
Se io sostenessi che ieri sono stato rapito dagli alieni, che mi hanno portato su un pianeta su un’altra galassia, mi si chiederebbe di dimostrare quello che sto dicendo. Si potrebbe apprezzare, poi, la validità di queste prove, ma intanto è necessario che io ne porti qualcuna. Potrei mostrare una foto di questo pianeta o degli alieni, e chi è scettico potrebbe analizzarla, verificarne l’autenticità, dimostrare che è stata ritoccata al computer. Se non porto alcuna prova, la mia affermazione è evidentemente priva di qualsiasi fondamento. È uno scherzo o una menzogna. È chiaro che non avrebbe nessun senso se io dicessi: “Va bene, non sono in grado di dimostrare di essere stato con degli alieni sul loro pianeta. Ma dimostrate voi che non vi sono stato. Se non riuscite a farlo, allora è evidente che non sto mentendo, o che la vostra negazione ha lo stesso valore della mia affermazione”. Una simile risposta sarebbe considerata una conferma dei sospetti sulla mia salute mentale, sorti già con la mia affermazione su quello che mi è successo ieri.
L’onere della prova spetta a chi afferma, non a chi nega. Se i credenti ritengono che esista un essere che nessuno vede, che nessuno sente, di cui non v’è alcuna traccia, sta a loro dimostrarlo. L’ateo non è tenuto a dimostrare nulla. Potrà considerare le loro prove, criticandole. Null’altro.
C’è qualche altra considerazione da fare prima di analizzare le presunte prove dell’esistenza di Dio.
Prima. La nostra vita si svolge in mezzo a oggetti umili, cose e strumenti quotidiani, della cui esistenza mai dubitiamo. Uno spazzolino da denti, una penna, la sedia, il tavolo. Cose tutt’altro che eterne, che ci accompagnano per un tratto di strada, ma che fino a quando sono con noi lo sono al di là di ogni dubbio. Dio non riesce, a quanto pare, ad attingere l’evidenza di un semplice spazzolino da denti, di cui nessuna persona sana di mente si porrebbe il problema di dimostrare l’esistenza. Nel momento in cui i credenti si pongono il problema di dimostrare l’esistenza di Dio, stanno di fatto dimostrando la fragilità della loro fede. Che si debba dimostrare l’esistenza di Dio vuol dire che questa esistenza è problematica, tutt’altro che evidente, e il fatto che l’esistenza del più importante degli esseri sia tutt’altro che evidente – meno evidente di quella della più umile delle cose – è un fatto a dir poco imbarazzante.
Seconda. Quest’ansia di dimostrare l’esistenza di Dio sembra essere propria del cristianesimo. Nell’Antico Testamento troviamo un problema diverso: dimostrare non l’esistenza di Dio, ma la sua bontà e giustizia e il suo intervento a favore di chi è buono e giusto. È questo il problema del libro di Giobbe, il libro più intenso dell’Antico Testamento. Giobbe è buono e timorato. Dio però fa una scommessa con Satana. Continuerà ad essere timorato di Dio se la vita gli andrà male? Dio dà a Satana il potere di causare a Giobbe ogni genere di sciagura. Ed ecco che Giobbe, piagato, sofferente, con la vita distrutta, parla. Ma non nega l’esistenza di Dio. Non dice: dal momento che mi è successo questo, Dio non esiste. Sembra che il problema non si ponga. La sua domanda è un’altra: se è successo questo, com’è Dio? Dio è buono e giusto, o no? Per quanto il libro di Giobbe sia considerato ispirato e faccia parte della Bibbia, molte affermazioni di Giobbe suonano, come vedremo, come bestemmie. Dio c’è, ma non è buono. O meglio: è al di là dello stesso bene. Questo sembra essere il messaggio del libro di Giobbe.
La questione dell’esistenza di Dio diventa invece cruciale con il cristianesimo. Gesù si presenta come il messia e al tempo stesso afferma di essere il Figlio di Dio. Ma è una persona in carne ed ossa, tutti sanno da dove viene, chi è sua madre, chi sono i suoi fratelli. Bisogna credergli? Qui nasce la fede cristiana. Bisogna credere nell’affermazione assurda che quest’uomo non è un uomo, ma Dio stesso? Ponendo la sua domanda – credete in me? – Gesù apre lo spiraglio all’ateismo. Alla sua domanda si può rispondere con un sì o con un no. Più di prima, si può ora essere credenti o atei. Nessuna religione stimola l’ateismo quanto il cristianesimo, perché nessuna religione rivolge al singolo con la medesima chiarezza quella domanda: che questo uomo sia Dio, lo credi o no?
Dio come causa del mondo
Se Dio non esiste, chi ha creato questo mondo? Questo è senza dubbio l’argomento più frequente dei credenti. Il mondo esiste; ma tutto ciò che esiste ha una causa; dunque anche il mondo deve avere una causa. E dal momento che non si può risalire all’infinito nelle cause, dev’esserci una causa prima. E questa causa prima è Dio.
È interessante chiedere a chi adopera questo argomento cosa sappia del mondo della cui origine è così certo. Studia fisica, chimica, biologia? Ha approfondito la struttura della materia? Ha studiato la fisica quantistica e la teoria della relatività? La risposta con ogni probabilità sarà: no. Queste persone, interessate all’origine dell’Universo, non hanno tuttavia alcun interesse per l’Universo stesso. Se si facesse loro qualche domanda su come è fatto, come funziona, quanto è grande l’Universo, emergerebbe una visione non troppo diversa da quella prevalente nell’età premoderna: la Terra al centro dell’Universo, illuminata dal Sole e dalle stelle. Per credere che il nostro Universo sia stato creato da un Dio che si prende cura in modo particolare del destino della specie umana, ossia di una delle infinite specie che abitano un minuscolo pianeta della galassia che chiamiamo Via Lattea, occorre avere una visione ristretta dell’Universo, considerarlo nulla più che una appendice del pianeta Terra.
Consideriamo la questione da un punto di vista logico. Prendiamo queste due affermazioni:
1.Tutto ciò che esiste è creato.
2.Il mondo esiste.
La seconda frase è senz’altro vera. La prima andrebbe discussa, ma diamola per vera. Se le due frasi sono vere, allora si può senz’altro concludere che
3. Il mondo è creato.
E se è creato, deve esistere un Creatore. Ma quali caratteristiche ha questo Creatore? Secondo i credenti, il Creatore è Dio, e non è stato creato. Questa affermazione rende dunque falsa l’affermazione 1, che va rivista così:
1. Non tutto ciò che esiste è creato.
E ciò fa crollare tutto il ragionamento. Se alcune cose sono create ed altre no, può essere che il mondo sia stato creato oppure che non lo sia. Detto altrimenti: se Dio non è stato creato, allora può essere che anche il mondo non sia stato creato.
Sostenendo che Dio ha creato il mondo non siamo in una situazione diversa da quella di chi, avendo tra le mani un minuscolo frammento di un libro, così piccolo da contenere appena una parola, avanzasse la pretesa di sapere di che libro si tratta e chi lo ha scritto.
Di fatto, ai credenti interessa poco la questione dell’origine dell’Universo. Se la scienza dimostrasse che questo Universo ha in effetti origine da qualcosa, ma che questo qualcosa è diverso dal Dio di cui parla la loro religione – ad esempio un altro Universo – la loro delusione sarebbe enorme. Non importa, a chi crede, sapere da dove viene il mondo. Gli importa soltanto umanizzare il mondo. Credere che la nostra specie è importante, e che dunque è importante la sua piccola vita; sapere che non è un trascurabile dettaglio di un Universo freddo e distante.
La prova ontologica
La cosiddetta prova ontologica è la prova dell’esistenza di Dio meno usata dai credenti, perché non facilissima da comprendere, e più apprezzata dagli studiosi, che hanno impiegato non poche energie per difenderla o confutarla. È stata formulata dal teologo e filosofo Anselmo d’Aosta (1033–1109), che è stato proclamato santo e dottore della Chiesa.
Seguiamo il ragionamento di Anselmo. Possiamo definire Dio come ciò di cui non si può pensare il maggiore.
Ma certamente – scrive Anselmo – ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe più grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.3
Vediamo i passaggi logici:
1. Dio è colui di cui non si può pensare il maggiore.
2. Immaginiamo che, come sostengono gli atei, Dio esista solo nella nostra mente, dunque sia un essere solo immaginario.
3. Se così fosse, potremmo pensare un essere più grande di Dio, perché esistente (un essere di cui non si può pensare il maggiore che in più esiste).
4. Non possiamo dunque pensare che Dio non esista, perché se così fosse Dio non sarebbe colui di cui non si può pensare il maggiore.
Questo argomento suscitò già al tempo di Anselmo la risposta di un monaco, Gaunilone, in uno scritto intitolato Difesa dell’insipiente (Liber pro insipiente). L’insipiente, o sciocco, era l’ateo, al quale si rivolgevano gli argomenti di Anselmo. Gaunilone prende le sue difese naturalmente non perché ne condivida la negazione di Dio, ma per mostrare la debolezza del ragionamento di Anselmo. Il centro della sua critica è l’esempio dell’isola. Prendiamo un’isola perduta, dice, nella quale si trovi ogni genere di ricchezza, un’isola superiore a qualsiasi posto immaginabile. Quest’isola esiste o no? Se qualcuno dicesse che deve esistere per forza, perché se non esistesse non sarebbe perfetta, penseremmo che sta scherzando o che è stolto.4
Nonostante la replica di Gaunilone l’argomento è stato ripreso da Leibniz, uno dei maggiori filosofi moderni; attaccato da Immanuel Kant nella sua Critica della Ragion Pura (1781), ritorna nel Novecento in una nuova versione, altamente formalizzata, ad opera del matematico Kurt Gödel.
È un argomento sottile, ma fondato su un equivoco. Cosa vuol dire esistere? Come abbiamo visto, per Anselmo dire che Dio esiste significa che non è solo nel nostro intelletto. È fuori di noi. Ma può essere fuori di noi in due modi. Il primo è il modo ordinario, il modo in cui esiste una pietra. E questo modo ordinario di esistere si accerta attraverso i sensi: possiamo vedere e toccare la pietra, e questo ci dà la certezza della sua esistenza. Oppure può essere che esista al di fuori di noi pur senza essere sensibile. Questo modo di esistenza ci è estraneo, non appartiene al mondo dell’esperienza comune ma a quello della filosofia e della religione. Platone affermava che in una dimensione al di sopra del cielo, l’Iperunanio, esistono le Idee, e che queste Idee hanno un tipo di realtà più alta di quella delle cose del nostro mondo, e per questo non possono essere conosciute con i sensi, ma solo con la ragione.
Quando si parla di esistenza di Dio si parla dunque di questo genere di esistenza. Dio esiste fuori dalla nostra mente senza però che lo si possa cogliere con i sensi. Proviamo allora a riformulare il ragionamento. Se Dio esistesse solo nel nostro intelletto, non sarebbe l’essere di cui non si può pensare il maggiore. Ma perché? Perché è convinzione comune che un essere reale sia una cosa migliore di un essere semplicemente pensato. Una donna reale è preferibile a una donna solo pensata. Ma questo “è preferibile” ha bisogno dell’esperienza sensibile. È dal momento che abbiamo i sensi, che esprimiamo la preferenza per una cosa che si manifesta sensibilmente. Ma Dio è al di là dei sensi. Dunque per dimostrare l’esistenza di Dio, che è al di là dei sensi, abbiamo bisogno di un convinzione – “è preferibile” – che deriva non dalla ragione, ma dall’esperienza sensibile. Possiamo dire che un Dio realmente esistente è più perfetto di un Dio che esiste solo nell’intelletto perché nell’esperienza comune consideriamo più perfetto ciò che si manifesta ai sensi rispetto a ciò che è solo pensato. Ma questa preferenza non è valida per Dio, che è al di là dei sensi. Dunque il discorso di Anselmo non è valido.
Anselmo afferma che se Dio esistesse solo nel nostro intelletto, non sarebbe ciò di cui non si può pensare il più grande, perché un Dio effettivamente esistente fuori dal nostro intelletto sarebbe più perfetto. Ma questa idea secondo la quale ciò che esiste fuori dall'intelletto è più perfetto appartiene al piano della comune esperienza sensibile. L’esempio di Anselmo è quello del pittore. Una immagine effettivamente dipinta su una tela è più reale di una immagine solo pensata. È evidente quindi che quando Anselmo parla di esistenza, qui, fa riferimento all’esistenza accertata dai sensi: l’esistenza dell’immagine sulla tela, che vedo e tocco.
Delle due l’una: o Dio appartiene all’insieme degli esseri la cui esistenza può essere accertata sensibilmente, e allora effettivamente deve esistere, perché se non esistesse non sarebbe perfetto, ma in questo caso in quanto essere sensibile sarebbe limitato e imperfetto come tutto ciò che è materiale e sensibile, e dunque non sarebbe Dio; oppure non appartiene all’insieme degli esseri sensibili, e allora una preferenza che vale per i soli esseri sensibili non può essere adoperata per dimostrarne l’esistenza.
Il “disegno intelligente”
Se Dio non c’è, come si spiega che il mondo sia così perfetto? Come si spiega il meccanismo estremamente complesso del corpo umano, ma anche di quello degli animali? Come si spiega l’abilità delle api nella costruzione delle loro arnie? Come si spiega la perfetta vita sociale delle formiche? Chi ha regolato gli infiniti processi della natura? Basta uno sguardo al mondo per renderci conto che esso funziona in modo intelligente, e che ciò non può essere opera del caso, ma il risultato della creazione di un Dio intelligente.
È questo l’argomento del disegno intelligente.
Una prima, semplice risposta che si può dare a questo argomento è che quando pensiamo a Dio non pensiamo tanto a un essere intelligente, quanto a un essere buono. La bontà e la giustizia sono le qualità più importanti di Dio; quanto all’intelligenza, non sono sicuro che si possa considerare granché intelligente il Dio che compare nella Bibbia e nel Corano. Dunque il mondo dovrebbe apparire soprattutto come un’opera della bontà. Ma non è affatto così. Anzi. Il mondo (o meglio: il nostro pianeta) è una scena terribile sulla quale in ogni istante compaiono un predatore e una preda. Gli animali si distruggono a vicenda: l’animale predato è a sua volta predatore; anche gli animali non predatori, più mansueti, per vivere hanno bisogno di distruggere grandi quantità di piante. A chi parla di disegno intelligente ricorrendo alla perfezione del corpo degli animali sfugge una cosa: quei corpi perfetti sono in un caso macchine per uccidere, in un altro semplice cibo. Se un Dio intelligente ha organizzato tutto ciò, bisogna pensare a un’intelligenza estremamente perversa.
Si obietterà che un mondo così infelice è la conseguenza del peccato. Una obiezione assurda, sia perché, come presto vedremo, se Adamo ha compiuto il male vuol dire che la possibilità del male era già in lui, ed essendo stato creato da Dio, non può che provenire da Dio stesso; sia perché a peccare è stato l’essere umano, e sfugge per quale ragione le conseguenze del suo peccato debbano pagarle migliaia di specie viventi.
Si può notare, ancora, che in questa presunta prova è all’opera un errore di prospettiva particolarmente frequente. Si parla di mondo, ma di fatto si discute della vita sul nostro pianeta. Che, come sappiamo, non è che un dettaglio trascurabilissimo dell’Universo. C’è intelligenza nell’Universo? In realtà ci troviamo soltanto di fronte a processi fisici e chimici che non ci dicono granché.
Quella che chiamiamo intelligenza nel mondo naturale non è che la presenza di mezzi adatti a un fine. Ci sembra intelligente l’ape che crea il miele, come anche il fiore che riesce ad attirare l’ape. Sappiamo, grazie a Darwin, che quella presunta intelligenza è indispensabile per la sopravvivenza dei fiori, delle api e di qualsiasi altro essere vivente. Le strategie, le organizzazioni, le strutture che ci sembrano intelligenti sono state selezionate con un processo durato milioni di anni, che ha portato le specie ad adattarsi sempre più efficacemente al loro ambiente (pena l’estinzione). Dietro questa intelligenza, cieca al bene (perché sopravvivere vuol dire, per lo più, catturare la preda o sfuggire al predatore), non c’è la libera azione di una intelligenza creatrice, ma la più feroce necessità: quella di sopravvivere.
Il miracolo
Chi crede non lo fa per lo più perché sia stato convinto da qualche prova. Come detto, le prove dell’esistenza di Dio hanno (o meglio: avevano) qualche rilevanza per teologi e filosofi, non certo per la gente comune. Che è ben altrimenti impressionata, invece, dai miracoli. Non è corretto ritenere che il miracolo sia alla base della fede. La base è un’altra: il semplice fatto di essere stati educati nella fede e di aver ricevuto dalla nascita un sistema di credenze, il senso di sicurezza, anche sociale, che viene dall’accettazione di questo sistema di credenze, il conforto e la consolazione nei momenti di bisogno che ci dà la convinzione che esista un Dio che si prende cura di noi. Quest’ultimo punto mette tuttavia in luce l’importanza del miracolo. Non si crede perché esistono i miracoli, ma chi crede ha bisogno di sentire che Dio interviene, e che dunque i miracoli sono possibili.
Esistono tre tipi di miracoli.
Consideriamo un primo caso. Una persona ha un cancro. Questo vuol dire che nel suo corpo alcune cellule hanno cominciato a riprodursi in un modo incontrollato e pericoloso per l’organismo. La scienza ha sviluppato alcune tecniche per contrastare il cancro, dalla chemioterapia all’immunoterapia. Tecniche che agiscono sul male fisico in modo fisico. Chi crede nei miracoli ritiene invece che il cancro possa essere fermato grazie all’intervento di Dio, senza che vi sia una azione propriamente fisica, ma con un’azione spirituale.
Il secondo caso è quello in cui Dio interviene per modificare il corso degli eventi. Riconsideriamo il caso di Alfredino Rampi. Il bambino cade nel pozzo. Milioni di persone pregano Dio di intervenire, di fare in modo che i soccorsi siano efficaci, che il bambino possa salvarsi. Non si tratta di agire sul su corpo modificandolo, ma di far sì che gli eventi vadano in un certo modo.
Il terzo caso è quello in cui Dio interviene per illuminare i singoli. Ad Auschwitz milioni di persone sono morte, uccise dalla follia criminale del nazismo. Molte di loro hanno pregato inutilmente il loro Dio. Che avrebbe potuto illuminare Hitler, fargli comprendere il suo errore, convertirlo al bene. Se invece lo avesse fatto morire (magari rendendo efficace l’attentato del 20 luglio del ’44, alla cui organizzazione partecipò Dietrich Bonhoeffer) sarebbe stato un miracolo riconducibile al secondo caso.
Non è difficile osservare che in tutti e tre i casi ci troviamo di fronte a una fede smentita costantemente dall’esperienza. Qualcuno ritiene di essere stato guarito da Dio da qualche grave malattia. Fortunatamente, quelli che si affidano solo a Dio, evitando anche le cure mediche, sono pochi; ma questo la dice lunga sulla reale fiducia nell’intervento divino. In ogni caso, è arbitrario attribuire a Dio ciò che invece è opera dei medici. Ma soprattutto, e purtroppo, il cancro e altre malattie uccidono ogni anno milioni di persone. Milioni di preghiere che non sono state ascoltate. Milioni di miracoli mancati.
Per quanto riguarda il secondo caso, basterebbe considerare la questione del piccolo Alfredino per far crollare – come è accaduto a chi scrive – qualsiasi fiducia in un intervento divino per modificare il corso degli eventi. E questo vale anche per il terzo caso: Dio non ha illuminato Hitler, né lo ha punito per il modo empio in cui ha usato il motto “Gott mit uns” (“Dio è con noi”).
La fede nei miracoli fa parte del pensiero magico, e la caratteristica del pensiero magico è che resiste a qualsiasi smentita dell’esperienza. Tizio non è guarito dal suo cancro, pur avendo pregato ardentemente? Può essere che la fede di Tizio non fosse proprio limpida, o che Dio lo abbia punito per i suoi peccati precedenti. O, semplicemente, “il volere di Dio è imperscrutabile”.
Dio non è intervenuto per salvare gli ebrei ad Auschwitz? Può essere, dicono, che quella tragedia facesse parte di un piano più ampio che non possiamo comprendere. Tutta la filosofia della storia di Hegel è basata su questo assunto. La storia procede verso il meglio, ma questo cammino prevede anche tappe dolorose. Dio ha un piano che non possiamo comprendere, e questo piano può implicare anche fasi di apparente abbandono. Argomento al quale si può rispondere con le parole di Ivan Karamazov. Non c’è armonia futura, conciliazione, realizzazione di qualsiasi Regno di Dio che possa compensare lo strazio di bambini martirizzati. “Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate”, afferma Ivan.5 Possiamo non comprendere il piano di Dio. Ma che il sacrificio di un bambino sia irredimibile è una cosa che possiamo comprendere benissimo.
C’è poi il rispetto della libertà. Dio non avrebbe potuto illuminare Hitler, perché non avrebbe rispettato il suo libero arbitrio. Ma se le cose stanno così, non si comprende come mai papa Bergoglio, ad esempio, preghi dicendo:
Dio onnipotente ed eterno, nelle tue mani sono le speranze degli uomini e i diritti di ogni popolo: assisti con la tua sapienza coloro che ci governano, perché con il tuo aiuto promuovano su tutta la terra una pace duratura, la prosperità dei popoli e la libertà religiosa.6
Se Dio non può intervenire per cambiare il corso degli eventi, o meglio: se il corso degli eventi segue logiche divine che noi non possiamo comprendere, allora non ha alcun senso pregare Dio. Né ha alcun senso chiedere che Dio assista coloro che governano. Se avesse potuto farlo, avrebbe assistito con la sua sapienza Hitler, e non avremmo avuto Auschwitz. O Dio può intervenire nella storia, e allora pregare ha un senso, ma la storia dimostra abbondantemente che Dio non interviene, o Dio non può intervenire, perché la storia segue logiche che non possiamo comprendere e non è possibile nemmeno a Dio cambiare la volontà degli uomini, e allora la preghiera non ha senso, e di fronte a qualunque tragedia storica i cristiani dovrebbero restare in silenzio.
Su Auschwitz
Fermiamoci ancora un po’ a riflettere su Auschwitz, che considereremo il simbolo di tutte le tragedie causate dall’uomo. La questione è: perché Dio ha permesso Auschwitz? Perché non è intervenuto? La domanda ha reso attuale un antico dilemma formulato dal filosofo Epicuro:7 se Dio non interviene per eliminare il male, le cose sono due: o può, ma non vuole, e dunque è potente ma non buono, oppure vuole, ma non può, e dunque è buono ma impotente.
La questione del male prende oggi la forma di una domanda particolare: se esiste Dio, perché Auschwitz? È facile rispondere che Auschwitz è stata una creazione umana, espressione della nostra malvagità, e dunque Dio non c’entra. Ma la cosa non è così facile. Ciò significa, in primo luogo, negare qualsiasi intervento di Dio nella storia. Se il male si afferma nella storia in forme così crudeli, allora non esiste alcuna Provvidenza, e la storia è una scena tragica sulla quale si esprimono le peggiori passioni umane. Questo vuol dire anche che qualsiasi preghiera a Dio per intervenire, ad esempio per evitare una guerra, non ha alcun senso. Se avesse potuto, sarebbe intervenuto per evitare gli errori di Hitler. Appellarsi all’imperscrutabilità, affermando che i piani di Dio sono complessi e al di là della nostra comprensione, compromette due aspetti importanti della concezione di Dio: la sua intelligibilità – Dio si manifesta, parla all’essere umano, spiega i suoi piani – e la sua onnipotenza. Dov’è la potenza di Dio, se per realizzare i suoi fini deve consentire una così terribile manifestazione del male?
Auschwitz significa milioni di preghiere che sono rimaste inascoltate. Perché? È confortante che nessun teologo cristiano abbia sostenuto che le preghiere degli ebrei sono rimaste inascoltate perché, appunto, erano ebrei, e dunque pregavano il Dio sbagliato. C’è il riconoscimento implicito che la preghiera di un ebreo vale quanto quella di un cristiano e che Dio non fa distinzioni. Perché dunque Dio non ha ascoltato le preghiere? Per molti ebrei, come Primo Levi, la risposta è semplice: perché non c’è nessun Dio.8 Un altro ebreo, il filosofo Hans Jonas, ha cercato di rispondere salvaguardando la fede. Le possibilità, per Jonas, sono due: Dio avrebbe potuto salvare gli ebrei, ma ha preferito non farlo: era potente ma non buono; oppure avrebbe voluto salvarli, ma non ha potuto: era buono, ma impotente.
Auschwitz dunque costringe a scegliere tra due caratteristiche di Dio: la potenza e la bontà. Per Jonas non possiamo in alcun modo rinunciare alla bontà di Dio. Dobbiamo dunque pensare che Dio non ha salvato di ebrei semplicemente perché non poteva. Dio è buono, ma impotente. Jonas riprende un mito della qabbalah, la mistica ebraica. Quando ha creato il mondo, Dio ha dovuto in qualche modo ritrarsi, contrarsi, indebolirsi. Dando vita al mondo e quindi all’essere umano, si è ridotto per lasciar spazio ad altro. “Dopo essersi affidato totalmente al divenire del mondo, Dio non ha più nulla da dare: ora tocca all’uomo dare”9, scrive Jonas.
È una soluzione molto suggestiva, che ha il merito di affermare l’assoluta responsabilità storica dell’essere umano, e che trova risonanza anche nel pensiero cristiano, nella riflessione di autori come Bonhoeffer o il nostro Sergio Quinzio. Resta tuttavia una soluzione intellettuale, non accettata dalla dottrina ufficiale delle Chiese e lontanissima della sensibilità e dalle convinzioni dei credenti, che continuano a pregare Dio affinché intervenga nella vita dei singoli e in quella dei popoli. La concezione di un Dio impotente è stata apertamente rigettata da papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est:
Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che “stia dormendo” (cfr 1 Re 18, 27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella “bontà di Dio” e nel “suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.10
Soprattutto, è una concezione in aperto contrasto con la Bibbia, che costantemente afferma il potete di Dio, al punto tale che non è azzardato sostenere che questo suo tratto sia più importante, nel testi sacri, della bontà e della giustizia.
Ma l’alternativa è il silenzio incomprensibile di Dio.
La rivelazione
La fede non si fonda sulle prove dell’esistenza di Dio; il tentativo di provarne l’esistenza compare quando la fede è già messa in discussione dalla ragione e si avverte la necessità di giustificare in modo razionale ciò che evidentemente è al di sotto della ragione. Il vero fondamento della fede è la rivelazione di Dio, che per i credenti nei tre monoteismi è contenuta nei libri sacri: la Tanak per gli ebrei, che i cristiani chiamano Antico Testamento; la Bibbia per i cristiani, che comprende l’Antico e il Nuovo Testamento, ossia la raccolta dei Vangeli, degli Atti e delle Lettere degli Apostoli e dell’Apocalisse, e il Corano. Questi testi per i credenti sono ispirati da Dio, ne esprimono il messaggio ed indicano la via per giungere a lui; poiché Dio è il bene, i testi sacri sono la via che conduce al bene.
Stando così le cose, ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte a testi chiari e limpidi (se Dio è luce, non dovrebbe esprimersi con la massima chiarezza?), privi di contraddizioni, ma soprattutto eticamente altissimi. Libri nei quali trovare una espressione del bene priva di qualsiasi ambiguità e in grado di condurre la vita umana verso le più alte vette morali.
Non è proprio così.
La Bibbia è un insieme di testi pieni di assurdità, di contraddizioni, di parti incomprensibili, di comportamenti bizzarri, ma soprattutto di atrocità. Di violenza terribile. Assurdità, contraddizioni, violenza che si incontrano quasi ad ogni pagina, ad ogni passo, ed è un fenomeno psicologico del massimo interesse il fatto che i credenti riescano a leggere un testo senza accorgersi che esso dice cose inaccettabili. È possibile passare una vita intera a leggere la Bibbia senza mai vedere tutto ciò che può essere disturbante. Ma accade anche un’altra cosa, molto pericolosa. Quando ci si accorge – o quando si è costretti ad accorgersi – di un passo disturbante, si attivano strategie argomentative (di cui parleremo più oltre) per rendere quel passo, quell’episodio, quella norma accettabili. Il pericolo è nel fatto che ci si esercita a giustificare l’ingiustificabile, e questa pratica può avere conseguenze terribili se applicata al presente.
Poiché questa è una breve introduzione all’ateismo, non è possibile una analisi puntuale, libro per libro, della Bibbia. Mi soffermerò su alcuni punti, che da soli saranno sufficienti a mostrare il carattere perfino diseducativo della lettura della Bibbia.
Intanto qualche considerazione sull’islam.
L’islam
L’ateismo si è sviluppato in Occidente soprattutto tra il Sei e Settecento, in un contesto culturale e filosofico caratterizzato dalla diffusione di una concezione materalistica della realtà, dall’attacco alle superstizioni e ai miracoli, dalla lettura filologica e critica delle Scritture e dalla denuncia del potere ecclesiastico. Gran parte di questi temi culturali hanno trovato massima espressione nell’Illuminismo, che però è stato solo in piccola parte ateistico (ad esempio con Paul Henri Thiry d’Holbach), preferendo la posizione più prudente dei deismo, che afferma l’esistenza di un Dio concepito razionalmente e rifiuta come superstizione tutto ciò che ne dicono le religioni. In questo periodo nasce anche, in Europa, la cultura della tolleranza. Autori come Spinoza, Locke e Voltaire denunciano gli orrori del fanatismo e invocano il rispetto della diversità di pensiero e di credo. Ciò non impedisce a Voltaire, ad esempio, di attaccare il cattolicesimo con tutte le armi della sua erudizione, della sua scrittura elegante e della sua implacabile ironia.
L’ateismo occidentale si trova in difficoltà di fronte all’islam. Sia perché si è sviluppato in costante confronto polemico con il cristianesimo, e dunque gli manca spesso anche una base di conoscenza adeguata per poter usare con l’islam strumenti critici raffinati, e sia perché attaccare l’islam appare in contrasto con quel principio di tolleranza e di rispetto del diverso che fa parte della costellazione di valori di un ateo. Perché in Paesi come il nostro l’islam è la religione di una minoranza, ed attaccare una minoranza crea disagio a chi, come l’ateo, è da sempre in lotta contro la maggioranza.
È d’altra parte evidente che l’islam è in continuità con gli altri due monoteismi, e non può che essere accomunato ad essi nella critica. Nei confronti dell’ebraismo e del cristianesimo l’islam opera quello che, nei termini di Hegel, si può definire superamento dialettico. Il Corano supera, come rivelazione definitiva, sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Superandoli, però, non li cancella. Troviamo nel Corano molti dei personaggi della Bibbia, a cominciare da Gesù e dalla Madonna, ma con un ruolo diverso: Gesù, in particolare, non è il Figlio di Dio – Dio è unico, e questa è la principale verità di fede dell’islam – ma un semplice profeta.
Del monoteismo l’islam conserva la violenza, di cui analizzeremo le ragioni e le dinamiche. Il Dio unico non è conciliabile, non consente alcun incontro o scambio religioso. Quando un popolo guidato da un Dio unico incontra un popolo che ha un altro Dio o altri Dei, la guerra è inevitabile.
Nella visione islamica, non meno che in quella ebraica e in quella cristiana, il mondo si divide in noi e loro. Da una parte i credenti, dall’altra i miscredenti. Vedremo che c’è un paradosso, nel Vangelo: non è possibile salvarsi senza credere in Cristo, ma al tempo stesso nessuno può andare al Cristo se non è il Padre stesso che lo attira. Un simile paradosso compare nel Corano. Dei miscredenti si legge:
Quanto a quelli che non credono, a loro non fa differenza che tu li avverta oppure no: non crederanno.
Allah ha posto un sigillo sui loro cuori e sulle loro orecchie e sui loro occhi c’è un velo; avranno un castigo immenso. (Sura II, 6-7)11
I miscredenti saranno castigati in modo immenso, pur non avendo alcuna colpa, perché è stato Dio stesso a renderli incapaci di credere.
Ma chi sono, davvero, i miscredenti? Sono gli atei, o tutti coloro che hanno una religione diversa da quella musulmana? Come qualsiasi testo, il Corano non sfugge all’interpretazione. Nella stessa Sura citata si legge:
In verità coloro che credono e i giudei, nazareni o sabei, tutti quelli che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno nulla da temere e non saranno afflitti. (Sura II, 62)
Il senso sembra chiaro: ebrei e cristiani sono da considerare credenti e dunque assimilati ai musulmani. Ma il traduttore italiano avverte che non è così. Tutta l’esegesi, spiega, afferma che il passo
si riferisce a quelli che vissero prima della rivelazione del Corano e della missione profetica affidata a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Non c’è nessuna alternativa all’Islàm (vedi III, 85).12
Seguiamo la sua indicazione e leggiamo il versetto 85 della sura III:
Chi vuole una religione diversa dall’Islàm, il suo culto non sarà accettato, e nell’altra vita sarà tra i perdenti.
È una affermazione piuttosto scontata. I seguaci di qualsiasi religione ritengono che la salvezza sia riservata solo a loro, e solo negli ultimi decenni in alcuni ambiti religiosi si comincia ad ammettere che qualcuno potrebbe salvarsi anche se non aderente alla propria parte religiosa. Il problema qui è un altro. Chi non è musulmano sarà lasciato libero di essere perdente nell’altra vita, o il fatto che Allah non accetti il loro culto è una ragione per perseguitarli già in questa vita? Leggiamo quello che segue:
Loro ricompensa sarà la maledizione di Allah, degli angeli e di tutti gli uomini.
[Rimarranno in essa] in perpetuo. Il castigo non sarà loro alleviato e non avranno alcuna dilazione,
eccetto coloro che poi si pentiranno e si emenderanno, poiché Allah è perdonatore, misericordioso. (Sura III, 87-89)
Al musulmano chiunque abbia una religione diversa dalla sua apparirà come un maledetto non solo da Dio, ma anche dagli uomini; e in quanto musulmano lui stesso, evidentemente, sarà tra gli uomini chiamati a maledirlo.
D’altra parte il Corano afferma senza alcuna ambiguità che
Non c’è costrizione nella religione. (Sura II, 256)
E questo dovrebbe risolvere la faccenda. E invece no, perché nell’islam non c’è solo il Corano, ma anche gli hadith, i detti del profeta, diversi dei quali affermano che l’apostata, colui che abbandona l’islam, dovrà essere messo a morte. E di fatto ancora oggi in diversi Paesi musulmani si può essere condannati a morte per apostasia, oltre che per blasfemia.
Nel Corano, dunque, come in ogni testo, ci sono aperture e chiusure. È un libro che ha fondato civiltà avanzatissime, raffinate, culturalmente evolute e tolleranti e regimi oscurantisti e violenti. Ha dei contenuti oggettivamente violenti, ma non più violenti di quelli della Bibbia. Una analisi testuale comparativa della Bibbia e del Corano compiuta qualche anno fa da un informatico americano ha rivelato che i contenuti violenti sono più frequenti nel testo sacro di ebrei e cristiani che in quello dei musulmani.13 Una conclusione che può sorprendere solo chi non ha mai letto la Bibbia.
C’è però una differenza importante, e riguarda l’approccio al testo. Le società occidentali si sono progressivamente secolarizzate. Lo sviluppo della critica religiosa e del libero pensiero hanno relativizzato la centralità delle categorie religiose e il modo di approcciarsi al testo sacro degli stessi credenti. L’islam ha subito una evoluzione diversa, anche a causa delle diverse forme di oppressione subite dal mondo occidentale. Il modello sociale e culturale occidentale ha suscitato, in paesi come l’Iran, un vero rigetto; e l’Islam è stato pensato in opposizione al mondo secolarizzato. Ciò ha condotto a una lettura fondamentalistica del Corano che fa sì che esso, pur non contenendo più violenza della Bibbia, possa di fatto generare effetti più violenti, anche nel mondo occidentale. Ma è una differenza che appare sempre meno significativa alla luce della crescita del fondamentalismo cristiano in Paesi come gli Stati Uniti e la Russia.
Note
-
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015. Bonhoeffer scrisse queste lettere nel carcere in cui era rinchiuso per aver attentato alla vita di Hitler. La sua condanna a morte fu eseguita il 9 aprile 1945. ↩
-
Sul corpo di Dio si veda il libro di Francesca Stavrakopoulou Anatomia di Dio, Bollati Boringhieri, Torino 2022. ↩
-
Anselmo d’Aosta, Proslogio, 2, in Id., Opere filosofiche, Bompiani, Milano 2008, p. 76. ↩
-
Il testo di Gaunilone si trova in Anselmo d’Aosta, Monologio e Proslogio, Bompiani, Milano 2009, p. 375. ↩
-
F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Newton Compton, Roma 2010, p. 256. ↩
-
Preghiera del Venerdì Santo del 2022, durante la guerra in Ucraina. ↩
-
A lui attribuito dall’apologeta romano Lattanzio del suo De ira Dei (13, 20-21). ↩
-
P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986. ↩
-
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, il melangolo, Genova 2005, p. 39. ↩
-
Benedetto XVI, Deus caritas est, § 38. ↩
-
La traduzione del Corano adoperata è quella di Hamza Roberto Piccardo (Newton Compton, Roma 2001). ↩
-
Ivi, p. 34, nota 56. ↩
-
G. Bowden, Bible And Quran Text Analysis Reveals “Violence” More Common In Old And New Testament, in “The Huffington Post UK” (url: https://www.huffingtonpost.co.uk), 9 febbraio 2016. ↩
